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Il Blog di Lella Canepa

FIOR DI PRATO... FIOR DI FIENO ... ultima parte


e n'avais pas quinze ans que les monts et le bois, et les eaux

me plaisaient plus que le cour de rois

Rostand

- primi anni 70 - io, di ritorno alle 10 di sera

dopo aver raccolto e portato nella stalla le mucche - 𝓃ℴ𝓃 𝒶𝓋ℯ𝓋ℴ 𝒶𝓃𝒸ℴ𝓇𝒶 𝓆𝓊𝒾𝓃𝒹𝒾𝒸𝒾 𝒶𝓃𝓃𝒾

ℯ 𝑔𝒾𝒶 𝒾 𝓂ℴ𝓃𝓉𝒾 ℯ 𝓁ℯ 𝒻ℴ𝓇ℯ𝓈𝓉ℯ ℯ 𝓁ℯ 𝒶𝒸𝓆𝓊ℯ 𝓂𝒾 𝓅𝒾𝒶𝒸ℯ𝓋𝒶𝓃ℴ 𝓅𝒾𝓊 𝒹ℯ𝓁𝓁𝒶 𝒸ℴ𝓇𝓉ℯ 𝒹ℯ𝓁 𝓇ℯ


Concludo con questo post gli articoli dedicati al fieno dei miei prati, quello che qui si è coltivato per anni per tagliare e conservare per l'inverno come cibo per mucche, cavalli, asini, ecc.

Quello che un tempo era davvero ricchezza e chi più ne aveva più animali poteva tenere, vista l'ingente quantità di fieno che mangia in un giorno una mucca, considerata l'animale più necessario, insieme al maiale, alla vita contadina di questa parte dell'Appennino, soprattutto in Liguria, dove gli appezzamenti di terreno seminativo sono davvero pochi, e la divisione delle proprietà infinita.

Gli animali venivano tenuti al pascolo il più a lungo possibile fino all'arrivo della neve, perché si nutrissero di erba fresca e avessero bisogno di meno fieno possibile.

In queste zone non c'era una vera transumanza, le mucche venivano portate al pascolo ogni mattina, una volta quasi sempre dai bambini che vivevano le loro giornate liberi sui monti, territori che brucati da ovini, caprini e bovini erano pulitissimi, con sentieri perfettamente tracciati.

Intorno agli anni '70 gli ultimi contadini rimasti accompagnavano le mucche al pascolo ogni mattina e le andavano a riprendere la sera, io stessa passavo le mie estati così e conoscevo ogni anfratto dei miei monti.

Ho imparato qui ad andare a cavallo, a pelo, sulla cavalla del vicino, ho imparato, annusando l'aria, quando sta per arrivare un temporale, ho imparato a riconoscere le impronte degli scarponi di chi era partito prima di me per funghi, ho imparato a stare attenta alle vipere nelle giornate di "sciumbrio".

Monti che ora non riconosco più, coperti come sono dalla vegetazione non più tenuta sotto controllo.

Quelle rare volte che mi faccio portare sono sommersa oltre che dai rovi e dalla rosa canina, le "razze", dalle felci, una pianta che prima quasi non esisteva, 50 anni fa le andavamo a vedere su in alto dove le mucche non arrivavano.

Un termine, fra i tanti, che non ho più sentito da anni, è "dare la mucca in sciù-vernu", cioè chi aveva più mucche ma non abbastanza fieno consegnava in custodia, una specie di adozione temporanea, una mucca al vicino che aveva il fieno ma non poteva permettersi la mucca o per qualche motivo gli era morta.

Questo la allevava amorevolmente per tutto l'inverno curandola come sua, prendendo il latte, che gli procurava poi anche il formaggio, per riconsegnarla al legittimo proprietario in primavera quando questa avrebbe partorito il vitello.

Una sorta di collaborazione, sconosciuta ai giorni nostri, che permetteva di non sprecare risorse e a qualcuno di sopravvivere meglio, senza il minimo scambio di denaro.


Come ho già scritto nei due post precedenti FIOR DI PRATO>> e FIOR DI FIENO>> l'abbandono di questi territori e i cambiamenti del clima hanno fatto sì che inselvatichissero, facendo nascere in mezzo alle erbe pregiate per l'alimentazione animale altre erbe più resistenti che vengono comunque tagliate ancora dai pochi allevatori rimasti e da chi, come mio figlio tenta di tenere puliti i terreni, senza quindi tenere conto se questa o quell'erba sia più o meno utile.

Di questo mi sono resa conto in questi ultimi anni interessandomi non solo delle erbe commestibili e notando sempre meno prati fioriti e con fiori che conoscevo bene rispetto ad altri che non avevo mai visto.



Una delle piante ormai infestanti ovunque e del quale spesso non se ne conosce la tossicità sono i comuni Ranuncoli gialli di campo.

Il nome viene da rana in quanto spesso si trovano in luoghi umidi, la famiglia è quella delle Ranunculaceae, la stessa della VItalba, del Favagello, del terribile Aconito, dell'Aquilegia, dell'Elleboro, e altre e non ne conosco personalmente una che non sia pericolosa.

Con tossicità diverse, sempre se ingerite, spesso anche solo per contatto, dal semplice mazzolino di Ranuncoli gialli che può far venire un eritema, all'Aconito dove si registrano casi di morte solo per averlo toccato.

Gli animali evitano i Ranuncoli per poi rassegnarsi a cibarsene nel fieno, quando essiccati perdono un poco la tossicità, le api, se non costrette, non li bottinano.

Se si osserva attentamente un recinto di asini o cavalli si nota la terra battuta e ogni erba brucata, salvo spuntare qui e là ciuffi gialli di ranuncoli che evitano accuratamente.


- Cresta di gallo -


Una delle piante diffuse, non più estirpate dai contadini, facili da incontrare nei prati, sono le Creste di Gallo, genere Rhinanthus, come sempre ce ne sono infinite varietà, famiglia delle Orobanchaceae, e quindi, oltre ad essere moderatamente velenosa (gli animali la evitano) è emiparassita, ostacola la crescita alle piante vicine.


- Mercorella o Erba Mercuriale -


Un'altra pianta davvero tossica che sta invadendo le campagne e presto sarà anche qui è l'Erba Mercuriale.

Tossica per l'uomo, può provocare avvelenamenti nel bestiame al pascolo.

Come tante altre con l'essiccazione perde una parte di componenti tossici, ma non è sicuramente un buon foraggio.

Si raccontava addirittura che la presenza di Mercorella nei filari di viti facesse poi andare a male il vino.


- Senecio comune -

- Senecione di San Giacomo o di Giacobbe -


Fra le erbe infestanti anche degli orti, ci sono quelle appartenenti al genere Senecio, pianta comunissima che attacca il fegato, gli animali evitano le piante di Senecio nel pascolare, ma se sono nel fieno in quantità rilevante possono provocare danni anche letali soprattutto in animali molto giovani.

Un'altra pianta davvero pericolosa è quella conosciuta come Senecione di San Giacomo, ma appartenente a un altro genere, le Jacobaeae.


- fusto di cicuta -


Sorrido sempre agli incontri quando parlando di Cicuta mi sento dire - Ma come, c'è la cicuta qui da noi?-

C'è più cicuta oramai che carota selvatica e insieme convivono spesso vicine, ed è per questo che sconsiglio vivamente ai neofiti di raccogliere erbe che assomiglino al prezzemolo (prima regola che insegnano i vecchi raccoglitori) o alla carota, perché il rischio di confonderle c'è davvero.

Specie in primavera con le piante giovani, fra le varie cicuta, il Conium maculatum, è più riconoscibile per il gambo appunto "maculato" di rosso, e anche per il cattivo odore che emana e se per caso posata sulla lingua l'immediato senso di bruciore che si prova.

Per tutti gli animali al pascolo è fortemente pericolosa, 500gr. possono essere letali per un cavallo...

Anche questa sempre più spesso la si può ritrovare nel fieno ormai non controllato, dove perde tossicità, ma ...


- carota selvatica e cicuta che convivono nel prato vicino a casa -



- Felce aquilina -


La stessa felce di cui parlavo prima, ora tappezza tutti i boschi e i prati, è ricca di sostanze tossiche che provocano malattie diverse secondo l'animale che lo ingerisce, nei bovini per esempio provoca cistiti e tumore della vescica (IL RUOLO DELLA FELCE...>>>).



La Coronilla, pur essendo una pianta con importanti tossicità, ha un contenuto simile alla digitale, viene inconsapevolmente qualche volta coltivata come foraggio, e anche come decorativa.

Qui la trovo sempre più spesso a sostituire trifogli e sulla e se pure forse ne serve una grande quantità per provocare problemi nel bestiame non è sicuramente una delle piante più consigliate.


Noi siamo quelli dell'Italia periferica,

Quelli che cento anni fa sono rimasti a vivere in campagna,

Quelli che cercano di strappare all'oblio

Almeno alcune tra le mille magie dell'antico vivere contadino.

Noi siamo quelli che resistono a tutto, da millenni,

Al silenzio, all'abbandono, al freddo, alla ciclica povertà,

Al silenzio, ai soprusi, alle cittadine leggi dei padroni,

Al silenzio, al terribile, dolce, interminabile susseguirsi delle stagioni.

Al silenzio.

Un giorno avrete bisogno davvero di noi.

Verrete a chiederci come si fa a vivere così.

E non lo farete per curiosità, ma perché non avrete altra scelta.

E noi vi mostreremo terre incolte, con la nostra solita, unica faccia.

Noi siamo quelli dell'Italia periferica.

Vi aspettiamo qua.

Paolo Papalini


Questo è un elenco limitato, soprattutto alle erbe che ho intorno in questa zona.

Inoltre piante che sono velenose per un animale non lo sono per un altro, così come erbe buonissime infestate da funghi possono diventare tossiche o come la Galega, coltivata per anni per la sua attività stimolatrice della secrezione lattea, tanto da essere data anche alle puerpere, si è poi scoperto come durante la fioritura diventasse tossica fino a provocare la morte di alcuni animali.

Altre erbe o arbusti ormai infestanti e con tossicità, di cui ho già parlato come EDERA, PERVINCA,EBBIO, SAMBUCO, VITALBA, ecc.

La CELIDONIA della famiglia delle Papaveracee è tossica per uomini e animali che la scartano trovandola.

L' IPERICO, diventa tossico se mangiato in quantità da bovini cavalli e ovini.

Nei prati sono presenti anche specie non tossiche ma a volte di scarsa appetibilità come per esempio le grandi margherite bianche, commestibili anche per l'uomo, ma amare e non gradite, e in misura minore erbe e fiori conosciuti di cui ho già scritto, di scarso valore foraggiero che non fanno propriamente parte delle erbe da fienagione. LINO, POLIGALA, ACHILLEA , SALVIA, TARASSACO, GALIUM, PIANTAGGINE ecc. ecc. e altri che si trovano nella categoria FIOR DI... cliccando si accede all'articolo dedicato.


- Natural History Museum, Vienna, Falce neolitica -


Bene lo sapevano i vecchi contadini e soprattutto le contadine quando tutti i giorni armati di "mesoîa" , la falce messoria, attrezzo rimasto quasi immutato dal neolitico, prima in selce poi in bronzo e infine in ferro, tagliavano l'erba per gli animali da cortile galline, conigli.

Un lavoro fatto a mano, spesso nei poggi dove era possibile controllare ed estirpare quelle considerate malerbe.



Gli uomini invece provvedevano con la falce fienaia, la gruiàtta, a tagliare il fieno nei campi, lavoro che durava per tutta l'estate, e alla raccolta partecipavano tutti grandi e piccoli, donne e bambini.

Il fieno tagliato veniva prima più volte rigirato perché seccasse bene, poi rastrellato e legato nelle "reje" reti di corda a maglie larghe, che sulle spalle venivano portate nelle "cabanne", dove sciolto, era conservato all'asciutto. Una rete poteva pesare anche più di un quintale.


- anni '70 -

fra le ultime "cabbanne" con il tetto di paglia, costruzioni classiche della Val di Vara,

(pare provengano dai Celti) vicine alla stalla per riporre fieno e foglie


Come ultime considerazioni mie non rimpiango certo la vita improponibile di fatiche disumane che era la fienagione un tempo.

Mio figlio che non riuscirebbe a tagliare a mano un prato e non porterebbe una reje per pochi metri, taglia e imballa da solo con i macchinari qualche tonnellata di fieno.

Vorrei solo un poco di attenzione in più per il territorio, unire l'esperienza di un tempo con le conoscenze attuali per avere un ambiente vivibile per tutti, uomini e animali, natura e scienza in quell'equilibrio che adesso è assolutamente perso.

Le erbe potenzialmente tossiche che ho descritto hanno sicuramente il loro posto nell'imperscrutabile disegno della natura, proprio quella natura che ci ricorda tutti i giorni che non ha bisogno dell'uomo.

L'equilibrio lo dobbiamo trovare noi per sopravvivere.


L'erba ha poco da fare.

Sfera d'umile verde.

Per allevare farfalle

E trastullare api.

MuoversI tutto il giorno

A melodie di brezza

Tenere in grembo il sole

Ed inchinarsi a tutto.

Infilare rugiada

La notte come perle.

E farsi cosi bella

Da offuscare duchesse.

Quando muore, svanire

Come dormienti spezie

E amuleti di pino.

Ed abitando nei granai sovrani

I suoi giorni trascorrere nel sogno

L'erba ha poco da fare

Ed io vorrei esser fieno!

Emily Dickinson








alcune foto sono tratte dal sito Actaplantarum>>>




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Lella

 

Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi.


Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna.


Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>


 



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