Il Blog di Lella Canepa

STORIA DI UNA GEMMA



Tre anni e devo ancora capire che è vero.

Non ho mai saputo quanto fosse alta, sapevo che era piccola, soprattutto vicino all'omone che era mio padre, alto sì ma anche con un gran portamento che incuteva un certo timore.

Novant'anni li aveva fatti il settembre prima, inconsapevolmente come tante altre cose faceva nella vita.

Di passi indietro a quell'uomo di una vita, lei era stata sempre anche di dieci, in un mondo dove era obbligatorio essere un po' meno intelligente, un po' meno capace, un po' che senza un uomo non sai cavartela.

L'aveva sposato non perché fosse il grande amore, quello era stato, come quasi tutti i grandi amori, impossibile, ma affascinata dalla sottile intelligenza, dalle enormi capacità che si intravedevano e anche dal carattere particolare, perché ad uomo così ci si poteva stare anche dietro.

Si era decisa quando in un dopoguerra di città e genti devastate, una sera, che già frequentava la casa, lui smontò pezzo per pezzo la macchina da cucire di mia nonna sarta che non funzionava più rimontandola alla perfezione prima di andarsene, mentre il gelo era calato in quella cucina dove l'unico attrezzo che procurava qualche lira era ridotto a pezzi piccolissimi sul tavolo e miracolosamente dopo qualche ora a posto e funzionante.

Il nonno dopo averlo ringraziato e richiudendo la porta quando se ne fu andato, si girò e le disse: -Sto chi u l' atrovâ da mangia ànche in sce in schéuggio -

Una vita non facile vicino a lui, piena di cose che lei non voleva, quando le sarebbe bastato abitare in campagna, andare per erbe e per funghi, chiusa invece in un negozio così poco femminile, dove l'unico vantaggio era conoscere tanta gente, persone che poi lui le portava a casa a pranzo senza nemmeno avvisarla.

Amici che in casa nostra avevano il portatovagliolo tanta era la frequentazione, tipi spersi che non sapevano dove andare perché magari erano stati appena lasciati dalla fidanzata, rappresentanti girovaghi per i quali casa nostra era una seconda famiglia, clienti che venivano a comperare apposta all'ora di chiusura nella speranza di essere invitati.

Mio padre, vero showman, aveva bisogno di pubblico, di una corte che lo acclamasse e lei invisibile, coinvolta solo per spignattare, con una leggerezza e senza la minima organizzazione, inconsapevole di dover dare da mangiare a un dozzina di persone in un'ora, che poi c'era il negozio da aprire.

Inconsapevole l'unico vero aggettivo che la descrive, inconsapevole lei e noi di rifless