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- LA SCORZONERA di Codivara
Codivara è un paesino alle pendici del Monte Zatta, nell'Alta Val di Vara, talmente in su, che il suo nome significa proprio in "co' " al Vara, parola antica dialettale che significa "in cima, all'inizio" al Vara. Ha fatto e fa parte della mia vita. Fino a pochi anni fa, era facile trovare qui le radici di scorzonera, fra le più buone coltivate. Ricordo come venivano portate dai contadini, fasciate a mazzetti, ai mercati e ai fruttivendoli pronte per essere gustate da ottobre a primavera, specialmente come piatto tradizionale ligure delle feste. Non essendo una cultura facilissima, necessita di una terra favorevole, della fatica manuale di uomini che lentamente negli anni non ci sono più, piano piano è andata scomparendo, non solo qui, ma in tutta la Liguria, fino a trovarne solo proveniente da fuori. Quest'anno mi è stato fatto un gran regalo, ho potuto averne un bel po' e immediato il desiderio di gustarla e condividerla, almeno virtualmente, qui. A differenza delle Radicce (qui>>) la Scorzonera, che non è una cicoria, ha un sapore più dolce. Oltre a non essere una Cicoria, non è neppure la classica Scorzonera conosciuta con questo nome, viene chiamata "Scorzonera" solo in Liguria, ma si tratta del Tragopogon porrifolius L, da tempo immemorabile coltivato qui. La differenza si trova come sempre nel fiore, facile da vedere anche nei prati, in quasi tutto il territorio italiano. Eccolo, bellissimo ed ecco l'enorme pappo con i semi LA RICETTA Come per le Radicce (qui>>>) non faccio altro che togliere la buccia superficiale con un comune pelapatate, tagliarle a pezzi, le più grosse a metà, conservando parte del ciuffo. Provvedo a metterle immediatamente a bagno in acqua acidulata con limone perchè tendono a diventare scure subito, come i carciofi, e così anche a macchiare le mani. Le metto in abbondante acqua fredda e faccio cuocere per una quindicina di minuti, o fino a che non sono tenere alla prova con una forchetta. Per essere buona non deve avere l'anima interna che la rende dura e poco appetibile. A cottura ultimata è pronta da gustare così, condita con buon olio evo ligure e, se piace, limone. Oppure come contorno saporito, passata in padella con una noce di burro, per piatti di carne, specie il coniglio. Nella tradizione è una delle verdure del Cappon Magro, (qui>>) ma fa anche parte delle verdure del Fritto Misto Genovese, nel menù delle feste sia di Natale ma pure a Pasqua, in caso di Pasqua bassa cioè quando questa ricorrenza cade entro marzo, e quindi ancora in tempo per raccogliere la scorzonera, insieme a carciofi e altre verdure di stagione. Devo solo, dopo la bollitura, passarla nell'uovo sbattuto nel pane grattugiato e così impannata friggerla in abbondante olio. In questo caso preferisco davvero l'olio extravergine di oliva ligure, che con il suo sapore gentile insaporisce senza soverchiare il piacevole gusto della scorzonera. -"In pitansin! " - avrebbe detto mia madre, intraducibile parola genovese che più o meno significa gratificante piattino di appetitosa pietanza, ma è molto di più... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA BORRAGINE - 🌿 e borâxe ...
... l'acqua corre alla borrana ... Oggi tocca alla Borragine, Borago officinalis L.. Nella cucina ligure è una delle più conosciute e usate. Pianta rustica, resistente in inverno fino a sparire solo con il freddo intenso, preferisce terreni sabbiosi umidi, infestante negli orti concimati, le foglie sull'ovale, pelose, dall'odore che ricorda il cetriolo, con nervature evidenti la fanno riconoscere abbastanza facilmente, Il fiore azzurino violetto, anch'esso riconoscibile, sui fusti ramosi dai riflessi rossi. Qualcuno pensa che possa essere confusa con la Mandragora, tossica, non credo ci sia pericolo nelle mie zone, perché non ho mai saputo la pericolosa Mandragora si trovi al nord, e poi questa mi risulta abbia le foglie glabre, di odore sgradevole oltre a non avere fusto, ma solo la rosetta basale. Qui sotto a sinistra la Mandragora, a destra la Boraggine. Mandragora Borragine Mille e più leggende antiche circondano la Borragine ma da tutti è riconosciuta come l'erba che dona allegria, gioia, forse anche coraggio. Con queste premesse se ne adornavano le feste di matrimonio, la si consumava nel vino prima delle battaglie. Io mi limito a metterla, poca, nel ripieno dei Ravioli(qui>>>) mai da sola, sempre, insieme a tutte le altre che compongono il Prebuggiun (vedi qui>>>). Non ne faccio un uso continuo e importante perché pare che non sia erba completamente innocua come tante altre. Contiene sicuramente alcaloidi particolari con attività tossiche per il fegato, addirittura favoriscono il cancro al fegato. Queste sostanze diventano pericolose solo con un uso prolungato, per mesi e con quantitativi importanti, il problema è che ogni fegato è diverso e nessuno può dire quanta ne faccia male. Quando agli incontri di Prebuggiun dico questa cosa, un coro di proteste si alza e rischio il linciaggio, perchè in Liguria non si tocca il basilico e la Borragine! Ricordo però che i nostri vecchi mangiavano sì i ravioli con sola Borragine nel ripieno, ma li mangiavano tre, quattro volte l'anno solamente e, di certo, non avevano i nostri fegati che già sopportano tanto, fra inquinamento e medicinali. Insomma, non è un'erba da farsi la tisana tutti i giorni, nonostante le sue proprietà depurative, antinfiammatorie e sudorifere. Il Ministero della salute con un decreto ha stabilito che fiore, foglia e pianta erbacea con fiori sono da considerare degli estratti vegetali non ammessi negli integratori alimentari. L'olio, invece, ricavato dai semi, perde la tossicità e viene usato per curare gli sbalzi ormonali, la pressione del sangue e problemi della pelle. Questo non mi impedisce comunque di divertirmi a mettere i fiori per colorare le insalate o un risotto primaverile, sempre con la dovuta parsimonia, a mettere le corolle nei cubetti di ghiaccio per abbellire le bevande estive e, se proprio non ho altro, due foglie nella minestra la aggiungo e, nel fritto misto di primavera, qualche frittella di fiori non posso fare a meno di metterle. Per le frittelle una delle pastelle più veloci è quella con farina autolievitante, acqua frizzante e albume d'uovo montato a neve. Immergo le cimette fiorite e friggo in abbondante olio. Ma stasera un risottino borraggine e zafferano me lo voglio fare: metto cipolla e una pianta di borragine tagliate grossolanamente a rosolare in olio Unisco il riso e faccio tostare. Aggiungo a poco a poco brodo vegetale bollente (acqua calda e il mio dado (vedi qui>>>) Aggiungo anche una bustina di zafferano, porto a cottura e finisco con burro e parmigiano. Ricordo la regola aurea di Paracelso: Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto "La Boraggine può dire, ed è la verità, allevio il cuore, genero l'allegria" Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- PAPPARE I PAPAVERI
...Lo sai che i papaveri son alti alti alti e tu sei piccolina ... e tu sei piccolina... "Pappare i papaveri come si fa? Non puoi tu pappare i papaveri, disse papà ..." continua la strofa... Quando hai passato l'infanzia sull'onda musicale di una canzone, mentre tua madre raccoglieva piante di papavero per fartele mangiare, nonostante vogliano farti credere che tu sei quella "piccolina", cresci con la consapevolezza che tu i papaveri sai come papparteli ... e non è male come costruzione della fiducia in se stessi. E sono ancora qui, più di sessant'anni dopo, a mangiar papaveri, una delle erbe presenti nel Prebuggiun (qui>>>) quando a inizio primavera formano quelle belle rosette ricche di foglie e danno quel sapore delicatamente amaro al misto. Occorre fare una distinzione: il papavero rosso comune dei campi è il Papaver rhoesas e altre varietà. Il papavero coltivato per l'estrazione dell'oppio e di conseguenza della morfina è il Papaver somniferum, ma si trova comunque nei prati, e giardini, insieme al Papaver setigerum DC. specialmente nel centro e sud Italia. Nonne e mamma dopo di loro, raccomandavano di mettere nel misto di erbe una quantità giusta, convinte come erano, che anche nella rosetta basale primaverile di quello comune, rosso, Papaver rhoesas, fosse un poco di potere sedativo e visto che comunemente si raccolgono tutte e due le piante appena spuntate in primavera, pur se esiste una differenza riconoscibile fra le foglie . Non so se scientificamente è vero, chi dice sì chi dice no... So per certo che nella tradizione di rimedi casalinghi, c'è sempre stata la tisana di petali essiccati di Papavero rosso comune, come blando sedativo per favorire il sonno ai bambini, e agli anziani o per sedare gli attacchi di tosse, insieme a qualche fiore di camomilla. Pochi grammi di petali essiccati, all'ombra il più velocemente possibile, poi polverizzati, lasciati in infusione per 10 minuti in acqua calda. L'uso antico si ritrova anche nella famosa Tisana dei quattro fiori che pareva curare tutti i mali, specie malanni invernali tipo influenza, tosse febbre e simili, dove i fiori erano più di quattro e cioè malva, farfara, papavero, verbasco, piede di gatto, altea e viola mammola. In realtà per le difficoltà di reperirne sette tutti insieme, era importante averne almeno quattro di queste. Se volete provare: Miscelo in parti uguali i fiori di almeno quattro di queste erbe: fiori di Malva, fiori di Papavero, fiori di Tasso Barbasso, fiori di Viola Mammola, fiori di Tossilagine o Farfara, fiori di Altea, fiori di Sempiterno o piede di gatto. Lascio in infusione un cucchiaino da caffè di questa miscela in una tazza d'acqua bollente per dieci minuti, filtro e dolcifico con miele, magari il mio sciroppo di Tarassaco (qui>>>). Abbastanza facile anche qui in Liguria, incontrare il Papaver setigerumDC. che si distingue dal Papavero somniferum per una leggera differenza di colore nell'interno dei fiori, e anche nella quantità di oppio contenuta nel lattice che si estrae dalla capsula immatura dei fiori . Mentre il somniferum è commestibile, la varietà setigerum è considerata tossica, e per questo motivo non uso nessuno dei due nel misto di erbe, vista la mia difficoltà nel distinguere le piantine appena spuntate una dall'altra. Di queste due varietà, fino agli anni '50 più o meno, nel centro-sud Italia si faceva uso, chiamato "papagna", per alleviare dolori e fatiche della vita di campagna. Addirittura in provincia di Taranto, e nel Salento tutto, si usava fare un ciuccio con una pezzuola pulita piena di zucchero intinto in poche gocce di infuso fatto con le teste dei fiori sfioriti e fatte seccare e sbagliare la dose era pericolosissimo. Per questo dalla metà del secolo scorso in Europa le coltivazioni estensive a scopo commerciale e medicinale del papavero da oppio, ancora esistenti in Sud Italia sono soggette ad autorizzazioni e controlli. Le grandi piantagioni per ricavare morfina e purtroppo altri usi, sono principalmente in Afganisthan, Pakistan, Birmania, dove il clima favorisce un alta concentrazione di alcaloide. Tutto ciò è lontano dalla possibilità di estrarre oppio da qualche papavero trovato sulla nostra strada. E ancora meno esiste la possibilità di alcunché usando il Papavero comune... Essendo l'alcaloide principalmente contenuto nella capsula immatura ed estratto mediante incisione della stessa è illegale questo processo e viene sconsigliato di coltivarlo in giardino, nonostante sia tranquillamente messo in vendita nei garden. Detto questo a me, comunque, fin da piccola hanno messo bene in testa la pericolosità di abusare del potere del papavero, fosse pure nella raccolta della rosetta basale per il misto di erbe. ... Né il papavero, né la mandragora, né tutti i narcotici del mondo, ti renderanno il dolce sonno che fino a ieri era tuo... Otello - W. Shakespeare Riconoscerlo fra le altre a foglia lunga e frastagliata non è facilissimo, ci si arriva con la pratica e l'osservazione e soprattutto sapendo che lì, in quel posto, magari l'anno prima, passando, abbiamo visto un bel campo di papaveri. Quindi raccolto, con le altre erbe del Prebuggiun (qui>>>), pulito e bollito per frittate, ripieni o mangiato così con olio e limone, con tutti gli usi di una comune verdura bollita. Oltre a questo, anticamente, tramite la tintura fatta con i petali, si estraeva il rosso che veniva usato come rossetto per labbra e guancia. Come altri fiori ha tradizioni legate all'amore, il petalo posato sul pugno della mano e colpito con il palmo dell'altra, se emette un forte schiocco è simbolo di fedeltà e amore ricambiato. Le simbologie legate al papavero sono molte, quella che indica come Alti Papaveri le personalità importanti pare derivi dal gesto che fece Tarquinio il superbo tagliando in un solo colpo le teste di tutti i papaveri di un campo vicino per far capire al figlio chi eliminare per conquistare la città di Gabii e cioè le persone più in vista, quelli dalle cariche più alte. I mille papaveri rossi di De André si dice prendano spunto da Gengis Khan che spargeva semi di papavero sul terreno delle battaglie da lui vinte per onorare il nemico e perché passando si sapesse che lì si era combattuta una sanguinosa battaglia. E non manca la leggenda d'amore che vuole il Papavero creato da Plutone, dio degli inferi, per ricordare, con il suo colore rosso, a Proserpina, sua moglie, quanto egli l'amasse, quando lei tornava sulla terra. E a questo proposito nel mondo anglosassone il papavero è il simbolo dei caduti nelle due guerre mondiali, tanto da metterne uno all'occhiello nella ricorrenza dell'11 novembre, il Remembrance Day. In questa fotografia il milione di papaveri di ceramica piantati nel prato della Torre di Londra qualche anno fa. E pochi artisti hanno resistito alla tentazione di rappresentare il papavero nelle loro opere ...e sono mille papaveri rossi ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- EVENTO PARLACOMEMANGI - RAPALLO -
Questo è un post dedicato ai frequentatori della bella Rapallo e del Tigullio in generale. Sabato 27 febbraio dalle ore 10,30 Lella Canepa sarà ospite di ParlaComeMangi - Bottega Italiana, a Rapallo in Via Giuseppe Mazzini, prestigiosa bottega di rivendita di prodotti alimentari liguri e italiani in generale, di qualità, piccoli produttori scelti uno per uno dal team della Bottega per essere portati sulle vostre tavole. Come è d'uso ParlaComeMangi ospita all'esterno della bottega via via personaggi che rivelano le tecniche di produzione, vuoi come si fa il pesto, vuoi un formaggio pregiato. Domani tocca a noi di Erbando, lo spazio messoci gentilmente a disposizione è la bancarella fuori, nel carruggio, dove presenteremo le erbe del Prebuggiun. È l'unica occasione concessaci, visto le restrizione imposte nessuna passeggiata per il riconoscimento erbe è finora programmabile, così abbiamo pensato per chi passa di lì e ha piacere, è possibile costruire insieme a Lella Canepa il proprio "prebuggiunario" da portarsi a casa, con un minimo di contributo all'Associazione. O in alternativa se si vuole ritirare i sette manuali di riconoscimento, ma anche solo un saluto o una chiacchierata sulle erbe, siamo lì ad aspettarvi a vostra disposizione in maniera totalmente gratuita. Vi aspetto. Tutto con il massimo rispetto per le norme Covid Per informazioni sulla Bottega https://www.parlacomemangi.com/ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FOCACCETTE DI MAIS E DINTORNI
Ancora una volta mi trovo ad affrontare una ricetta semplice di campagna, ma così semplice che quasi in ogni casa ci si ritiene in diritto di cambiare dosi, ingredienti e modo di cottura. Difficile globalizzare la cosa anche se delle FOCACCETTE di farina di granoturco se ne parla da quando questi, arrivato dalle Meriche fu definito "turco" come tutto quello che era esotico, diverso. La mia esperienza è passata attraverso il ricordo d'infanzia di mia madre dei semplici Panotti di sola farina e acqua o forse un po' di latte, cotti da sua zia velocemente sotto al testo, o al forno, serviti ogni mattino per colazione in quel di San Salvatore di Cogorno, alle Chissoe o Chizzoe di Comuneglia con i ciccioli e un po' di cipolla e cotte nei testi di terracotta come i Testaroli (qui>>>) fino ad arrivare recentemente ai Fugassin de Mega della Riviera, sempre farina di mais e acqua con un po' di lievito ma fritti, e mangiati con il prebuggiun di cavoli e patate, o come chiamava mia nonna quello di cavoli, sprebuggiun. Per questa volta ho modo di farvi vedere questi ultimi, che ho gustato ieri ospite di un' amica. Prossimamente cercherò di fare anche le altre versioni. Dunque serve la farina di mais, setacciata più volte finissima, e questo forse è l'unico segreto. Si impasta velocemente in una terrina con acqua, poco sale, un poco di olio, e un pizzico di lievito in polvere disidratato, fino ad ottenere un impasto morbidissimo che andrà lavorato con le mani. Si lascia riposare, circa due ore, per dargli modo di lievitare. Il lievito è in questo caso un optional, anticamente non si metteva, ma così acquistano una morbidezza ulteriore. Nel frattempo avrà assorbito gran parte dell'acqua, dico questo perché se l'impasto fosse diventato troppo duro si può aggiungere l'acqua necessaria. Con un poco di impasto fra le mani si forma una specie di dischetto che va gettato man mano nell'olio bollente e rigirato fino a cottura. Messi a scolare sulla carta si servono caldissimi con il Prebuggiun di cavoli e patate schiacciate. In questo caso non si usa la parola Prebuggiun nel senso di misto di erbe selvatiche di campo (qui>>>) come al solito in tutta la Liguria, ma per questa particolare pietanza di cavoli e patate schiacciate in uso nella zona della Val Graveglia di Ne. Narra la leggenda che tal mangiare fosse servito a Napoleone di passaggio nella valle, presso la Prioria di S.Eufemiano, e apprezzandolo molto, volesse farne partecipe il suo luogotenente "Bouillon", più schizzinoso, convincendolo ad assaggiarla, ripetendogli: - "prêua, Bouillon"- prova, Bouillon. Finirono gli abitanti a forza di ripetere la storia, per pronunciar "prebuggiun". Vera o falsa la leggenda, raccontata forse per far apprezzare una pietanza povera, per dargli lustro, visto che l'aveva mangiata Napoleone, garantisco sulla bontà, e al giorno d'oggi preziosa, non fosse per il prezzo che hanno questi cavoli rinomati e non così facili da trovare. Per ottenere questo piatto imperiale basta mettere in acqua fredda alcune patate intere con la buccia, di pasta morbida, personalmente preferisco tipo Monna Lisa o Primura, e portarle a cottura. In un'altra pentola capace si cuociono in acqua bollente i cavoli, privati delle foglie esterne più dure e tagliati grossolanamente. Ma quale cavolo? Il Cavolo Broccolo di Lavagna! Questa è una varietà che ha del broccolo la forma delle foglie leggermente arricciate, anche se meno frastagliate, con le foglie allungate forma al centro un cuore tenero, chiaro, che a volte raggiunge un colore appena appena rosato, dal gusto dolce e dall'odore NON penetrante e sgradevole come gli altri cavoli. Una volta cotti i cavoli, scolati, pelate le patate si spezzettano battendo con il bordo di un piatto fino a mescolare bene e inondato il piatto d'olio evo ligure nuovo si servono con un congruo numero di Fugassin caldissimi e magari una costina di maiale al forno. È questa una pietanza antica che inaugurava la stagione invernale, con il primo freddo che faceva addolcire i cavoli, la farina di granoturco appena arrivata dal mulino e sopratutto l'olio nuovo delle nostre colline liguri e perché no il vino novello appena appena spillato... scusate ma con dei nonni che facevano Mosto di cognome non potevo sorvolare sul vino... 😂 Per raccontare ancora quanto sono fortunata, questa volta ho appagato anche cuore e vista, per l'emozione di veder cuocere nel ronfò, la vecchia cucina in muratura di una volta.. e grazie Franca! Se vi accontentate di questa emozione potete soggiornare anche voi al B&B Fiume di Castiglione Chiavarese(qui>>>) dove troverete questa e altre meraviglie da vedere. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. 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- THE IRISH SODA BREAD BROWN - il pane irlandese -
"Uova del giorno, pane di un giorno e vent'anni tolgono tutti gli affanni" Ora, vent'anni non li ho più, ma quello che mi ha fatto capire questo proverbio è che il mio intestino non gradiva più il pane fresco soprattutto se con il lievito di birra. Così qualche anno fa ho scoperto il pane irlandese. Sembra che in Irlanda non usino il lievito, ma tutto il pane sia con il bicarbonato. Ho provato la ricetta di un'amica di FB che abita in Irlanda, che mi ha confermato ciò e devo dire che non è male, soprattutto se si ha poco tempo e anche poca pratica. La preparazione è talmente elementare e veloce che qualsiasi bambino la può eseguire. La fermentazione avviene grazie al gas che forma il bicarbonato al contatto dell'acido del latticello con il quale è impastato. Appunto il latticello, praticamente introvabile in Italia, ve lo potete fare tranquillamente. Il latticello non è altro che il siero che deriva dalla lavorazione del burro e del formaggio. Più buono e ricco quello del burro ovviamente, quindi se avete letto il mio post sul burro fatto in casa (vai qui>> o in fondo a questo post) sapete che ho il latticello che mi è avanzato. Ora, non sono santa e non faccio sempre il burro con il fiasco ma con un comodo frullatore a immersione e ho questo risultato: quello che vedete sotto è il latticello. Se non ho la panna e non posso fare il burro per avere la quantità necessaria di latticello mescolo metà latte e metà yogurt magro. Come sempre non riesco a non modificare una ricetta e quindi questa è quella del mio pane irlandese Mescolo in una ciotola circa 300gr di farina integrale con circa 200gr di Manitoba (non so perché ma ho scoperto che viene meglio) e un large pinch salt (come dice la mia amica) un largo pizzico di sale, diciamo un cucchiaino. Inizio ad aggiungere il latticello circa 500 gr. Se non mi basta quello avanzato dalla lavorazione del burro, aggiungo in egual proporzioni latte e yogurt magro. Cioè, se ho 300 gr. di latticello unisco 100 gr. di latte e 100 di yogurt, e mescolo velocemente a metà lavorazione unisco un cucchiaino da te di bicarbonato di sodio. Vi consiglio di usare il Bicarbonato Solvay, perché di qualità superiore. continuo a mescolare, ma per poco tempo, ma proprio poco, non serve nemmeno che sia bene amalgamato, perchè la reazione inizia subito e quindi prima si mette nel forno meglio è. Potete modificare di poco la quantità di farina se volete in ultimo lavorarlo un po' con le mani, ma non serve. Lo trasferisco su una teglia antiaderente e prende la forma che vuole lui. In qualche modo cerco con un coltello di fare una croce per favorire la levitazione e trasferisco in forno caldo a 200° - 220° per 40 minuti. Si gonfia, si colora e quando è leggero e picchiando sul fondo si sente un "toc" come di vuoto, è pronto. Nonostante durante la cottura si possa avvertire forse un poco di odore di bicarbonato, nel gusto difficilmente lo si ritrova, soprattutto se si usa un bicarbonato di qualità. Eccolo. Praticamente ci ho messo di più a scrivere il post. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- HYOSERIS, LA TAGIAINETTA
Un'altra delle piante che, se pur commestibile, non rientra nell'elenco di quelle che fanno parte del mio Prebuggiun (qui>>>). Conoscendo diverse persone che la raccolgono e la consumano non potevo fare a meno di parlarne ancora. Parto dal facile riconoscimento. Confusa spessissimo con il Tarassaco (qui>>>) del quale comunque è parente stretta, alcuni tratti la distinguono con certezza da quest'ultimo. La foglia, più piccola e stretta del Tarassaco, dal margine molto dentato, intagliata con precisione in lobi triangolari, che spesso sembrano sovrapporsi dà il nome volgare alla pianta: Tagiainetta = tagliata netta, o anche Dénte de conìggio sempre per la forma regolare. Liscia, non pelosa, di un bel verde squillante, la pianta a rosetta con tante foglie. Il fiore giallo, quasi uguale al Tarassaco, più piccolo ma distinguibile bene se si osserva sul retro. Molto comune, nelle regioni mediterranee, fiorita per gran parte dell'anno, da sempre ritenuta una pianta da foraggio per gli animali, piace molto alle tartarughe, il suo nome Hyoseris radiata L. significa Cicoria da porci, e forse per questo i raccoglitori del Prebuggiun spesso la disdegnano, è praticamente un test fra gli esperti, specie più anziani, alla ricerca di un gusto ottimo. Per vedere se me ne intendo mi chiedono: - Tagiainette? le raccogli? - Per contro io ho la risposta pronta: -No,no, - E infatti in casa mia non si sono mai mangiate. Non certo per la commestibilità, quella è accertata, non ci sono dubbi, è raccolta ovunque da sempre, ma per il gusto che pare vada ad incidere troppo sul misto, almeno quello originario del nostro Prebuggiun. Descrivere un sapore è difficile, troppo personale, conosco chi la mangia anche cruda da tenera, a me non piace, non resta che provare. Molto del suo successo è dovuto al fatto che si trova ovunque, anche in inverno, in grande quantità e in tempi di carestia questo era una fortuna qualsivoglia fosse il gusto. Non ci sono problemi di tossicità o altro, ma nemmeno le sono riconosciute grandi proprietà curative e questo può essere un altro motivo, da parte di chi ben sapeva che le prime erbe fresche dopo un lungo inverno avrebbero portato un gran beneficio all'organismo, per raccoglierne altre migliori al suo posto. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL SEDANO
Ah! Se la donna sapesse cosa il sedano fa all'uomo lo andrebbe cercando da Parigi a Roma La pioggia dei giorni scorsi, anzi il diluvio, ha fatto sciogliere tutta la neve. Difficile parlare di erbe, trovare qualcosa, uscire senza scivolare sul ghiaccio con questo tempo. Da qualche giorno c'è una tregua, una timida luce fra le nebbie, inforco gli scarponi, infilo una giacca e arrivo all'Abbandon'orto che più abbandonato di questi mesi mai fu. Neanche il tempo di ripulire dai sostegni dei pomodori e dei fagioli, piove da ottobre e poi la neve. Adesso non è il caso di calpestare inutilmente il terreno troppo zuppo, non gradisce. La desolazione che mi aspetta è tanta, se qualcosa era rimasto ci hanno pensato gli animali, ma sul limitare mi ricordo sempre di sistemare le piante che potrebbero sopravvivere al freddo, quelle protette sotto la neve e così ho raccolto i primi timidi boccioli di cicoria rossa, per una volta sono arrivata prima io dei caprioli e poco più in là spunta spavaldo lui, il cuore del sedano dell'anno scorso che cerca di riemergere al primo tiepido sole. Così mi è sovvenuto che non avevo mai parlato di lui, il sedano, l'ho dato per scontato, per me talmente familiare da non credere di doverlo presentare a nessuno. Invece parlando con amici ho scoperto quanto siano ignorate le sue infinite proprietà e quanto, almeno qui, sia poco amato come ingrediente principale, usato quasi esclusivamente ormai nel famoso cipolla-sedano-carota tritati. Intanto non è affatto da sottovalutare il gusto che dà agli alimenti ai quali viene aggiunto. In tempi lontanissimi si usava fare la minestra della sera anche solo con una costa di sedano, perché è proprio lui che fa la minestra, senza sedano non è minestra. É zuppa di cipolle, zuppa d'aglio, crema di zucca, vellutata di verdura ma solo con una costa di sedano diventa una minestra ed è per questo che in tempi magri ma magri anche solo una pentolino di acqua con una costa di sedano, olio e un po' di pastina, andava bene come cena. Poi chi farebbe mai un soffritto classico per stufati, arrosti o che senza il sedano? Chi farebbe un brodo senza sedano? senza carota, senza cipolla, ma mai senza sedano. Il sapore da solo può anche non essere gradito a tutti, anche se per quanto mi riguarda un cuore di sedano crudo in pinzimonio o tagliato a filetti nell'insalata, specie la cicoria rossa, a me piace molto. Se poi all'insalata si aggiunge parmigiano in scaglie il sapore è perfetto. Se si vuole essere più sfiziosi mele, sedano, mandorle e insalata. D'estate le coste bianche tenere di sedano accompagnate sopra da una crema di gorgonzola, o taleggio o qualsivoglia formaggio cremoso e decorato con noci o nocciole tritate è un ottimo accompagno per l'aperitivo o un antipasto fresco. Basta lavorare il formaggio con un poco di panna o di latte per ammorbidirlo e poi sbizzarrirsi. “Per i nervi sconvolti, il sedano sia il vostro alimento e rimedio” - Ippocrate - Ma parliamo delle proprietà, soprattutto quelle tacitamente intese nel vecchio detto di inizio post... 😂 Negli ultimi anni molto si è parlato del succo ottenuto con l'estrattore o con la centrifuga preso alla mattina a digiuno come toccasana per tutto. Il problema è proprio quello di affidargli proprietà miracolistiche. Nel caso del sedano, se proprio si vuole avere il massimo dei benefici, è sicuramente meglio sgranocchiare la costa intera tra un pasto e l'altro, come spezza fame così da assumere non solo vitamine ma anche le sue importanti fibre, che ne fanno una preziosa "ramazza intestinale" (cit.) e che sono quelle che aiutano ad abbassare trigliceridi e colesterolo e che non vengono usate trasformandolo in succo. Tenendo presente poi che i succhi centrifugati vanno bevuti immediatamente perché ossidandosi all'aria perdono gran parte dei benefici, e che i bei sedani comperati in supermercato vengono da campagne lontane e chissà quanto hanno già perso. Basta assaggiare una costa di sedano appena raccolto e confrontarla con una comperata. Resta il fatto che nel bicchiere di centrifugato di cetriolo, mela, banana, carota, pomodoro o che so io, la costa di sedano con il suo sapore ci sta bene. Ha talmente poche calorie, soprattutto sgranocchiato, che entra in tutte le diete crudo o cotto, ed è anche depurativo. Cotto, tutte le ricette del finocchio vengono bene, previa pulitura dei fili della costa esterna, bollito, gratinato, stufato, con il pesce, con il pollo, ecc. È uso comune consumare solo la costa del sedano, almeno così mi hanno insegnato. Ho chiesto a suo tempo perché e nonna rispose - Perché non fanno bene come il resto - In realtà sono commestibili ma molto più aromatiche quindi possono dare un gusto diverso che la costa e presentano delle piccole controindicazioni, sconsigliate a chi soffre di allergie, di disturbi renali cronici, a chi allatta per il sapore che passa, e inoltre danno una certa fotosensibilizzazione, sempre mangiate in grandi quantità. Per limitare il consumo di sale e approfittare di tutte le sue proprietà ipotensive si può fare il sale di sedano. Tagliato a pezzi per favorire l'essiccazione, cercando sempre di mantenere le basse temperature, una volta secco, si macina finemente e si usa al posto del sale come insaporitore, aggiungendo semmai pochissimo sale fino ed è questo quello che andrebbe utilizzato nella preparazione del Bloddy Mary. La scienza ha confermato anche un certo contenuto di antiossidanti protettivi del cervello e già lo diceva Santa Ildegarda, e anche di vitamina K, tanto ricercata in questi momenti... ma di cosa parlavo? Ah sì ... delle proprietà afrodisiache. Usato dai tempi remoti per questo scopo, sopratutto in brodo, qualcosa è stato confermato. Il sedano stimolerebbe un ormone che viene liberato con il sudore e che agirebbe come un ferormone, cioè farebbe parte del famoso "odore di maschio" dal quale la femmina è attratta e eccitata. Scusate il linguaggio poco scientifico ma così è come l'ho capita io. In molti scritti viene nominato con questa peculiarità, Madame Pompadour inventò un potage per le sue cortigiane, Savonarola ne sconsigliava l'uso alle donne che volevano rimanere caste perché cibandosene non sarebbe stato possibile riuscirci, Mességué padre racconta di come facesse parte del filtro d'amore di Tristano e Isotta... Per questo le donne dovrebbero farlo comparire spesso nel quotidiano, anche se dovrebbero pensarci gli uomini: - Se l'uomo sapesse l'effetto del sedano, se ne riempirebbe il cortile - In Puglia, il riferimento è d'obbligo, a fine dei lauti pranzi domenicali a base di orecchiette con braciole e polpette al sugo cotto molte ore, è uso servire un pinzimonio di sedano e spesso finocchio crudo, per aiutare a "sgrassare" lo stomaco da quel che si è mangiato. Però è un pinzimonio particolare, la verdura non va "pucciata" nell'olio ma viene servita nel bicchiere di Primitivo. Come sempre in botanica, esistono numerose varietà di sedano, da quello selvatico, Apium graveolens L., da imparare a riconoscere molto bene per la sua somiglianza con cicute varie ecc. essendo della stessa famiglia con simile portamento, e che può dare reazioni allergiche da contatto, a un'infinità di buonissimi sedani coltivati sparsi per tutt'Italia, bianchi, neri e pure rossi, senza dimenticare il sedano rapa, che ha stesse proprietà e gusto più delicato, buono sia crudo che cotto e spesso confuso con una rapa comune o con il cavolo rapa. Ultima nota storica, la splendida Selinunte potrebbe dovere il suo nome a una pianta riconosciuta come una specie di prezzemolo selvatico, molto aromatico, abbondante nei dintorni, ma descritta come più somigliante a un sedano, l'Appio, o sélinon e rappresentata nelle sue monete antiche. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CIPOLLE GLASSATE
O caramellate o in agrodolce o come si vuole. Non solo per il nome, ma anche per la ricetta ognuno ha la sua. Con aceto di vino, con aceto balsamico, con zucchero di canna, con zucchero normale, con il miele, bianche, rosse, gialle, intere, a fette, cipolline, al forno, in padella ... Oggi ho fatto quelle al forno, normali, svelte, da non guardare più di tanto. Spesso le faccio a fette nella pentola a vapore della quale ho già parlato (qui>>>) A BagnoMaria , anzi fu proprio la prima ricetta che fece mia madre per provare la suddetta pentola e che ci entusiasmò. Oggi invece ho preso due o tre cipolle normali, bionde, pulite, tagliate a fette alte anche due cm., sistemate in una pirofila unta con un po' d'olio sul fondo, con un filo d'olio sopra, un cucchiaino di sale fino e uno di zucchero, un cucchiaio di acqua. Non ci sta male uno spicchio d'aglio e qualche erbetta, Timo (qui>>>) per esempio, a profumare Inforno a 180°, io nel forno della stufa a legna quando è caldo. A metà cottura, dopo 10 minuti circa, spruzzo di aceto bianco e finisco di cuocere. Poco prima di togliere dal forno un giro di aceto balsamico, a piacere. Si possono lasciare a caramellare più a lungo fino ad avere un colore più ambrato. Io avevo fame. Sono un ottimo contorno per un piatto di carne, ma frullate, in maniera grossolana, specie se fatte con quelle di Tropea, si ottiene una crema da spalmare su un crostone di pane rustico molto particolare magari con aggiunta di speck, un formaggio tipo scamorza o quel che viene in mente, per esempio per un aperitivo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- A MENËNÈSTRINN-A CO-E ÊUVE
T' ho dïto che t'a prepari O stocchefisce e bacilli A gongorzola co-i grilli E ûn bottigion de vin bon E invece ti m'æ preparou A menestrinn-a co-e êuve A fà ciû fïto scì a chêuxe Ma o l'è ûn mangiâ do belin Intere generazioni allevate a minestrina con le uova, più elegantemente chiamata altrove Stracciatella in brodo. Piatto semplice, veloce, nutriente, corroborante, al quale dedico un post solo perché piatto davvero di tradizione, per il resto c'è poco da spiegare. Passato di moda temo, per scelte più impegnative, quasi che ricordi un po' la miseria di un tempo e la necessità di nutrirsi con davvero poca spesa, chissà quanti la fanno ancora. Ma come dice il proverbio "Anno nuovo, ogni gallina ricomincia a far l'uovo" e inoltre fa freddo, e se una sera è zuppa di cipolle, una sera quella d'aglio, una sera ci sta anche questa. Ho la sensazione che un tempo non si avesse proprio il brodo di carne necessario per farla, e che spesso bastasse una costa di sedano in un po' di acqua per dare sapore, perché non è brodo o minestra senza la costa di sedano. Poi arrivarono i dadi. Mia mamma la faceva con il brodo della Cima (qui>>>) più leggero del brodo classico, al quale le uova aggiungevano corposità. Quindi un avanzo di brodo, o un brodo vegetale o di dado. La differenza con la stracciatella di altri posti è la presenza della pasta. Per tradizione sarebbero le Reginette, pasta lunga arricciata ai lati che normalmente si usa asciutta. Devono il loro nome alla nascita della secondogenita di Vittorio Emanuele III, Mafalda, alla quale vennero dedicate, anche se erano conosciute prima con altri nomi. In casa mia andavano bene anche i Fidelini, quelli a nido, che si rompono prima di buttarli. In realtà basta una dose d'acqua, una costa di sedano divisa in due pezzi, sale, a bollore si butta la pasta. Per me, al posto o insieme alla costa di sedano, nell'acqua uno spicchio d'aglio schiacciato, ma questo deve piacere. Mentre la pasta cuoce, velocemente si rompono le uova in un piatto fondo, è sufficiente un uovo ogni due persone, ma se si vuole proprio fare ricca anche uno a testa, si aggiungono un cucchiaio di parmigiano a uovo, un poco d'olio a sentimento, un cucchiaio di acqua della pasta, sbattere appena appena per mescolare il tutto e assolutamente, imprescindibilmente il tocco di Maggiorana, (qui>>>) anche secca polverizzata. Impossibile fare "a menëstrinn-a co-e êuve" senza, sarebbe stracciatella, quella dove si mette per esempio la noce moscata e non si mette la pasta. Pochi minuti di cottura con qualche mescolatura perché appunto le uova si straccino e si serve in tavola. Se si vuol parlare di difficoltà sta tutta nel momento giusto per aggiungere le uova, quei due minuti prima della fine della cottura della pasta. La velocità e la semplicità di esecuzione ha fatto sì che il piatto diventasse famoso grazie a un canto popolare in lingua ligure dei primi anni settanta, talmente celebre da essere usato come inno da stadio e in qualunque festa, gita, sagra, balera, per fare allegria e conosciuto oltre i confini della regione. Il duo dei Trilli lamenta nella canzone la differenza tra il buon stoccafisso con le fave e la minestrina con le uova che è un mangiare da... poco, per una traduzione elegante, al quale la moglie è ricorsa per risparmiare tempo, forse in altre faccende affaccendata. Chi non conosce la canzone eccola, chi non conosce la minestrina con le uova è l'ora di provarla. Stan ben ben quelli c'han quarcösa, stan ben ben, stan ben ben ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL GELATO DI NEVE
Con tutta questa neve intorno non potevo non ricordare un inverno lontano quando, in vacanza per le feste natalizie, nevicò abbondantemente e qualcuno disse: - Finalmente possiamo fare il gelato! - A me ancora molto cittadina, la frase risultò incomprensibile. Il gelato, ora che faceva freddo? Poi una sera, una di quelle sere che si andava in véggia, comparve quello strano arnese di legno, con una manovella e preparata una semplice crema tipo pasticcera, girando e ridendo, ridendo e girando, imparai come si fa il gelato. Il suddetto aggeggio è una delle poche cose che manca al mio corredo di oggetti antichi, chi ha i miei anni o più, lo ricorda, e ancor di più chi viveva in campagna ricorda sorbetti e gelati fatti con l'aiuto della neve. Occorre precisare subito che la neve non fa parte degli ingredienti, ma è usata per raffreddare, cioè trasformare uno sciroppo di zucchero aromatizzato in sorbetto e o una crema in gelato. Una volta la neve veniva conservata nelle neviere, essenzialmente grotte o buche, in luoghi impenetrabili al sole, dove la neve veniva compressa sopra uno strato di rami e felci, coperta da uno strato di paglia. In estate, veniva tagliata con picconi e a blocchi fasciata in sacchi di iuta trasportata a valle nelle città. Questo commercio, per la produzione di neve si pagava una tassa, e la stessa venduta a caro prezzo, sembra impossibile ma durò fino all'avvento del frigorifero, in tempi tutto sommato recenti. In tutte le città, anche in estate, arrivavano i muli carichi di blocchi di neve indurita fasciata con paglia e felci dentro a sacchi di iuta e portata in altrettanti luoghi riparati dal caldo. Questo fino a metà dell'ottocento quando fu inventata la refrigerazione meccanica, ma a Chiavari la fabbrica del ghiaccio, ottenuto ormai meccanicamente, era ancora attiva dopo gli anni '50 del '900, fino a quando con il boom economico in tutte le famiglie fece la comparsa il frigorifero. Un uomo passava con un carretto con su i blocchi di ghiaccio che venivano comperati per essere messi in un "mobile", la ghiacciaia, di legno ricoperto di zinco internamente dove venivano messi gli alimenti per essere meglio conservati. foto dal web Spesso non si riflette su quanto un' invenzione come quella del frigorifero abbia rivoluzionato la vita delle donne, la semplice spesa doveva giocoforza essere fatta tutte le mattine, pena il deterioramento di quello che si comperava, latte, burro, carne, ecc. Inoltre, fin dai tempi antichi, il ghiaccio e la neve compressa venivano usati per curare alcune malattie ed erano preziosi per gli ospedali. Ma stavo parlando di gelato, una leccornia che fino a un secolo fa in estate era riservata ai ricchi, visto che erano gli unici a potersi permettere la spesa del ghiaccio, per chi aveva meno mezzi, chi viveva dove la neve era gratis, il gelato era il lusso dell'inverno. La gelatiera non l'avevano in molti, anche perché per fare un buon sorbetto, basta un pentola, fare un buco nella neve della misura di quest'ultima, aggiungere nel buco un po' di sale per favorire lo scioglimento del ghiaccio e l’acqua intorno alla pentola diventerà così freddissima, abbassando la temperatura assorbendone il calore. Lo sciroppo di zucchero all'interno (aromatizzato con limone per esempio) girando velocemente la pentola con le mani, diventerà in pochi minuti un delizioso sorbetto. La macchina consente un movimento più veloce e regolare e nei modelli più professionali, (come questa della mia amica, che invidio profondamente) la spatola interna mescola anche il sorbetto. La gelatiera manuale fu inventata da Nancy Johnson nel 1843, un'altra sconosciuta donna che ha inventato un oggetto di uso quasi quotidiano senza averne poi un riscontro economico importante, e consiste in un cestello di legno, dove dentro viene infilato e bloccato un contenitore metallico più piccolo, anticamente di peltro. Lo spazio rimasto fra i due, viene riempito con una miscela di sale e neve a strati, nel contenitore viene messo quello che si vuole gelare e con la maniglia si gira. È come sempre un divertimento antico, ma proponibile anche ai giorni nostri provando magari solo con una pentola di sciroppo girata nella neve per ottenere un delizioso sorbetto. brevissimo video girato a febbraio 2018 all'esterno della Birreria il Vero di Varese Ligure come dimostrazione di questa vecchia usanza Per un buon sorbetto la base consiste nel miscelare a freddo una quantità di acqua a uguale peso di zucchero, per esempio 200gr di zucchero in 200gr di acqua, lasciando a riposo a freddo il tempo necessario perché lo zucchero si sciolga. A questo si può aggiungere, nel caso del sorbetto al limone il succo di 3 limoni bei succosi e un poco se piace di buccia grattugiata. É opportuna l'aggiunta, per questa dose, di un albume d'uovo montato a neve. Ovviamente si può fare al mandarino, all'arancia o come si vuole. É meglio che lo zucchero sia sciolto a freddo piuttosto che scaldando l'acqua, gelifica meglio, a parte che poi si dovrebbe far raffreddare il tutto perdendo ugualmente tempo. Per quanto riguarda invece i gelati di crema bisogna ricordare che nulla è possibile con l'opportuna dose di zucchero e grassi che, se non sono portati dalle uova, devono essere necessariamente portati dalla panna. Quindi per un gelato alla crema: 4 tuorli 125 gr. di zucchero 1/2 litro di latte un baccello di vaniglia un pizzichino di sale Il procedimento quello della classica crema pasticcera, i tuorli sbattuti a parte con lo zucchero dove verrà aggiunto il latte tiepido insaporito con la vaniglia e i granelli di sale. Rimesso il composto sul fuoco, al primo accenno di bollitura si spegne, si cerca di raffreddare il prima possibile, spostando in un contenitore freddo e mescolando. Si può sostituire una metà di latte con1/4 di panna liquida fresca ed eliminare le uova. A questa base può essere aggiunta cioccolata grattugiata, o sostituire un quarto di latte con un quarto di caffè e mille altre variazioni. Queste ricette ovviamente vengono benissimo con una gelatiera elettrica, la mia ha 45 anni e funziona ancora. Ora come ora, in tempi di inquinamento di tutti i tipi, non azzardo più ... ma una volta una piccola felicità era anche un bicchiere pieno di neve fresca, uno spruzzo di sciroppo di amarena o di lamponi o di rosa o di menta e una paglia ... e poiché tutto il mondo è paese lascio il link di un bellissimo video di un ragazzo sardo, Sebastiano Pranteddu, che porta avanti l'antica tradizione del gelato fatto a mano con il ghiaccio https://www.youtube.com/watch?v=H21MjsZVmQI&ab_channel=SaCarapignaSebastianoPranteddu Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FA FREDDO... se non ora quando?
FA FREDDO... Questo è un post anomalo, non appartiene alla categoria di cucina, a quella delle erbe o altre, è solo una riflessione personale suggerita da questi giorni di freddo intenso. In inverno è freddo. Punto. Pare invece che il freddo di inverno non vada più di moda come per altro il caldo in estate e meno male che viviamo in una regione mediterranea dove non abbiamo ne freddissimo in inverno ne caldissimo in estate. Ora, mi sono chiesta, ci sarà una qualche utilità anche al freddo? La natura stessa ha bisogno di un periodo di riposo, quantomeno apparente, per prepararsi ai rinnovamenti che porta la primavera. Anche gli uomini una volta rallentavano le attività con il freddo e il cattivo tempo dell'inverno, con il buio che durava di più. Noi no, noi abbiamo, credendo di fare bene, alterato i ritmi della natura. Vogliamo avere 25 gradi in casa per la sola soddisfazione di girare in maniche corte anche se è gennaio. Abbiamo città e case illuminate per poter svolgere attività quasi come le galline che vengono tenute a luce costante ingannandole per favorire l'ovodeposizione. Detto questo elenco qui di seguito i vantaggi saputi da sempre e comprovati scientificamente negli ultimi anni, ma volutamente ignorati dai più. - Mangiare al caldo, dormire al freddo! - dicevano una volta... IL FREDDO FA DIMAGRIRE Ebbene si, il corpo consuma calorie e al freddo consuma più energia per riscaldarsi. Infatti da sempre in inverno si mangiano cibi più grassi, più ricchi di calorie. Difficile mangiare polenta e salsicce in luglio, ce lo dice l'istinto se non altro. ILFREDDO È ANTIAGE Il freddo favorisce il rallentamento delle attività cellulari, in altre parole rallenta il processo di invecchiamento dei tessuti... e produce anche un effetto rassodante: le basse temperature hanno il potere di tonificare la pelle, rendendola più soda e compatta... è l'antiage per eccellenza. IL FREDDO AIUTA A DORMIRE Oltre a rendere più efficace il metabolismo durante il sonno, ci aiuta anche a dormire. Dormire al freddo aiuta ad addormentarsi più velocemente. Ben lo sanno i paesi nordici dove i bambini vengono messi a dormire all'aperto, certo ben coperti. In camera da letto la temperatura non dovrebbe superare i 16-17 gradi. Il segreto è sempre quello di stare al caldo sotto le coperte, IL FREDDO AIUTA A STUDIARE Il freddo ha un effetto vasocostrittore. Quindi un miglioramento della circolazione del sangue che raggiunge gli organi del corpo, anche il cervello, proprio per questo, ne trae beneficio. Secondo uno studio condotto in passato nelle scuole dell’Inghilterra la temperatura ideale per studiare bene sarebbe di 16°C. IL FREDDO HA UN EFFETTO ANALGESICO Il freddo secco aiuta a ridurre i dolori determinati da infiammazioni delle terminazioni nervose. È l'umidità che non fa bene soprattutto per i dolori reumatici e il freddo umido ancora peggio. La “terapia del freddo” la usiamo tutti, per esempio per sgonfiare lividi. Come usiamo il ghiaccio così le basse temperature aiutano a combattere il dolore fisico. IL FREDDO PREVIENE I MALANNI Il sistema immunitario ha bisogno del freddo per imparare a reagire ai cambi di stagione. Non ci ammaliamo per il freddo ma per le lunghe permanenze in ambienti chiusi caldi, spesso con un alto tasso di umidità dove proliferano batteri, virus e funghi, e facilmente con il contatto e le goccioline di saliva si trasmettono da persona a persona. Invece le basse temperature li distruggono. Almeno imparassimo a ricambiare l'aria spesso aprendo le finestre. D'inverno, l'aria tersa e fredda è più pulita. -Se hai freddo ai piedi copriti il capo- Viviamo una strana crisi, sicuramente più di senso che di soldi e siamo supportati in questo dai servizi giornalistici che seminano terrore per una cosa naturale come il freddo in inverno. Crisi di senso comune perchè ci siamo dimenticati che basta vestirsi adeguatamente per non soffrire il freddo e quando la gente moriva era perchè non aveva di che coprirsi. C'era forse un cappotto in ogni casa e girava da un familiare all'altro per tutta la vita. L'alimentazione diversa poi faceva il resto. Noi abbiamo la fortuna di avere tutto, e materiali nuovi e leggeri per stare caldi. Tornando al proverbio e all'importanza di coprire la testa basti sapere che la testa è un vero e proprio radiatore. Più o meno il 15% del sangue si trova nella testa che insieme al collo è responsabile della dispersione di circa il 40% del calore di tutto il corpo. Coprire testa e collo aiuta moltissimo a conservare il calore corporeo. Anche coprire la testa durante la notte, se si sente freddo, è utile. Così come non si deve tenere i piedi al freddo. Nessuna porta più i calzini di lana, soprattutto quelli di lana di pecora, usati nelle campagne, fatti a mano dalle donne con i quattro aghi, gli scapìn ... garantisco siano in grado di scaldare da qualsiasi freddo, assorbire l'umidità ... ma certamente non sono estetici e pungono, ma questo fastidio riattiva la circolazione. Così il primo freddo che si fa sentire un poco più intenso, magari a gennaio- febbraio, (quando deve venire se no?) ci trova impreparati, nessuno è più capace di camminare sul ghiaccio, nessuno sa guidare, cinque centimetri di neve fermano una città, e la colpa la diamo al freddo, all'inverno, a febbraio, non a noi che sconvolgiamo le leggi della natura. La voce della carne è: non aver fame, non aver sete, non aver freddo. Chi ha queste cose può gareggiare in felicità anche con Zeus. Epicuro, Sentenze e frammenti, IV-III sec. a.e.c. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. 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