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- DELLE GINESTRE
...La qual null’altro allegra arbor nè fiore, Tuoi cespi solitari intorno spargi, Odorata ginestra, Contenta dei deserti... G.Leopardi Ho esitato a scriverne prima perché fra i fiori, che tutti mi piacciono, la ginestra non è ai primi posti. Certamente ne riconosco una e ne aspetto l'esplosione in primavera per l'allegria che le sue macchie gialle portano. Forse il mio scarso interesse è perché non si mangia. Ecco, appunto, non si mangia, questo è però il motivo che mi ha indotto a decidermi a scrivere qualcosa, visto il quantitativo di post che vedo sui social di piatti con la ginestra, bevande con la ginestra, frittelle di ginestra, risotti alla ginestra... ecc... Ma quando mai abbiamo mangiato la ginestra? in casa mia no. Che sia una specie tossica non è che lo dico io, lo dicono i testi. cit. "La ginestra comune contiene soprattutto nel fiore e nei semi un alcaloide, la citisina che in piccole dosi ha effetti diuretici e purgativi, ma considerata la sua alta tossicità non deve essere ingerito." Pure nell'altra, quella dei carbonai, è presente un glicoside tossico, che in questo caso viene utilizzato come cardiotonico, ma da chi lo sa utilizzare, non così tanto per dire... Se poi si ci basa sul fatto che la piccola quantità non può farci morire (ma chissà quale sarà la dose personale che fa male a ognuno), come sempre si è liberi di fare come si vuole ma da qui a consigliare di mangiarla e mostrarla nei piatti... Se poi nell'infinito mondo della botanica ci fosse qualche pianta comunemente chiamata ginestra definita con certezza commestibile fatemelo sapere, certamente non lo sono quelle che vedo usare sui social. A grandi linee le ginestre più conosciute sono: La Ginestra odorosa, la Ginestra dei carbonai, e più raramente il Ginestrone, o altre piante che ginestre non sono, come il Ginestrino, che assomiglia e condivide la famiglia, ma non è propriamente una ginestra. Come sempre ci sono diverse varietà, più di 40 in Italia. La Ginestra dei carbonai, Cytisus scoparius e varietà simili, è chiamata così perché quando gli uomini andavano sulle montagne a fare il carbone rivestivano il legno delle carbonaie con uno strato di foglie fresche, felci, e di questa varietà di ginestra, perché di scarsa infiammabilità, favorendo una combustione più lenta. Per lo stesso motivo l'appellativo scoparius deriva dall'abitudine di fare le scope per pulire il forno, sempre perché non prendeva fuoco facilmente e i rami sono flessibili. Con le cime fiorite o solo i fiori si possono tingere tessuti e lana, precedentemente mordenzati e si può ottenere una tinta che va dal giallo a giallo con sfumature di verde. I fiori contengono alcaloidi che vengono usati per la tachicardia, ma certo l'uso non può essere casalingo. carbonaia La Ginestra di Spagna odorosa, Spartium junceum, ha usi diversi. È la ginestra che un tempo, specie nel centro-sud Italia veniva filata, con un procedimento simile al lino, i suoi rami flessibili erano usati in campagna, oltre che a fabbricare corde, .proprio a legare le piante, pomodori e simili, ai tutori. Lo stesso nome deriva da parole greche che significano corda, legare e congiungere. lavorazione della ginestra in Calabria - foto dal sito Fame di Sud Il fiore di questa è più tossico della Ginestra dei carbonai, perché contiene un alcaloide che anche in piccole dosi può dare effetti pericolosi Come distinguere queste due ginestre? Le foglie della ginestra dei carbonai sono divise in tre piccole foglie, le altre sono lanceolate singole. Altra differenza è nel fusto, nella ginestra dei carbonai è a sezione pentagonale, mentre in quella di Spagna è cilindrico e quindi ricco di fibre da poter filare. foto di Actaplantarum - Ginestrino Il Ginestrino, Lotus cornicolatus, così simile nei fiori, è in realtà una specie di trifoglio, molto usata nella fienagione, per la sua resistenza alla siccità e al freddo. Condivide la famiglia con le ginestre, le Fabaceae, o Leguminose, per via dei semi chiusi in un baccello come piselli, fagioli soia, ecc. ma non è detto che tutti si possano mangiare, anzi occorre stare molto attenti a quelli selvatici, spesso sono stati abbandonati perché di scarso interesse dal punto di vista del sapore ma anche perché non completamente commestibili. Nel caso delle ginestre sono tossici, meglio non avventurarsi in assaggi anche con le altre piante. foto d Actaplantaum - Ginestrone Nella foto sopra il Ginestrone, Ulex europaeus, che si differenzia dalle altre soprattutto per le lunghe spine. Con la pioggia di questi giorni ho avuto davvero difficoltà a trovare e fare fotografie decenti così posto quelle di Actaplantarum in attesa di averne mie. Ne esistono ancora altre ma queste, le più comuni, sono solo per evidenziare che tutte sono tossiche e NON SI MANGIANO. Non pubblico di proposito i siti dove vengono spiegati cibi a base di ginestra, ma una piccola ricerca sul web li fa facilmente trovare, e spesso uniti a espressioni tipo "sapori naturali" "cucina antica" "la mia nonna faceva" ... io continuo a non farlo e giuro, mia nonna non lo faceva davvero. Poco serve, secondo scrivere verso la fine: - Attenzione a non abusarne perché potrebbero essere tossici - Con tutto quello che mette a disposizione la natura... a che scopo? avessero un sapore paradisiaco... Una piccola curiosità botanica: il fiore della ginestra usa una "strategia esplosiva" per favorire l'impollinazione. In pratica gli stami sono chiusi sotto pressione fra due petali, che formano una pista di atterraggio per gli insetti, ma si aprono solo sotto il peso dell'insetto giusto, cioè se si posa un'ape troppo leggera non succede nulla, se si posa invece un bombo più pesante avviene un'esplosione che libera il polline sporcando l'insetto che si allontana e si posa su un altro fiore. Esistono varietà da giardino colorate. In ultimo condivido senza pubblicare il nome, solo uno dei tanti post che mi passano sull'uso dei fiori di ginestra nel cibo ... Mi sconvolge il numero abnorme di visualizzazioni e di condivisioni, numero che altri dove sono consigli veri e utili non avranno mai, e non parlo di me, ma di persone ben più autorevoli di me. Non capirò mai perché un notizia falsa viaggia più di una vera. La cosa che mi intristisce di più è essere tacciata di terrorismo botanico, mi sono spesso sentita dire: - Se fosse per te sarebbe velenoso tutto - Peccato che non sono io a dirlo ma ad attestarlo a inizio '500 un tizio a nome Paracelso, il primo botanico sistematico, che asserì: Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto. Vabbè, pare che anche lui fosse preso per pazzo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- MANGIA LA FOGLIA...
Finito il ragionar l'erba salubre Porsemi già dal suol per lui divelta, E la natura divisonne: bruna N'è la radice; il fior bianco di latte; Moli i numi la chiamano: resiste Alla mano mortal, che vuol dal suolo Staccarla; ai dèi, che tutto ponno, cede Odissea - Omero La più accreditata spiegazione della locuzione "mangiar la foglia" si deve all'Odissea dove Omero fa mangiare a Ulisse foglie di moli, pianta divina inesistente. Gliela consegna il messaggero degli dei Ermes, perché annulli l'efficacia della bevanda che Circe vorrebbe fargli bere per stregarlo in suo potere, e la frase è rimasta come significato di chi sta per capire preventivamente un pericolo, un intrallazzo, un qualcosa di poco pulito nel quale potremmo essere coinvolti. In realtà foglie vere se ne mangiano tante e non solo quelle delle comuni verdure. Questo articolo vorrebbe scrivere di foglie inusuali, quelle che forse non ci ricordiamo che i nostri avi mangiavano, quelle che ancora si mangiano ma non così spesso, ma sta finendo questa estate le foglie cadranno e io non so se avrò ancora finito questo post in tempo. Ogni volta che mi approccio trovo ancora tante cose da dire e da far vedere, pensavo fosse più semplice e di cavarmela alla svelta, alla fine farò una categoria a parte e una serie di articoli. foglie di tiglio in insalata Potrei fare un banale elenco interminabile di foglie consumate tutti i giorni in tutto il mondo: forse l'esempio più eclatante è il Tè, la foglia di Camelia sinensis è davvero usata ovunque. O delle aromatiche comuni presenti in qualsiasi cucina: Alloro, Salvia, Maggiorana ecc. e lasciando perdere le orticole, insalata ecc. che tutte foglie sono. Poi paese che vai foglie che trovi. Le foglie di banano, pur non essendo edibili, sono usatissime in Asia, in Centro Sud America come contenitore, per avvolgere cibi in cottura, per il profumo che rilasciano ai cibi, ma non certo da noi, così come le foglie di Bambù o di Giunco, di Gelso, di Loto, ecc. in Cina. Concentrerò la mia attenzione sulle più inusuali, mediterranee, ricordando anche di quelle che ho già scritto. Per esempio delle Foglie di Castagno>>> , e ormai la provvista sarà fatta. Ho già detto dell'uso, comune in tutto l'Appenino, come carta forno, o anche in tisana contro la tosse. classici pacchetti di foglie di castagne pronti per essere conservati per l'inverno O delle foglie di Tiglio qui>>> in primavera le prime foglie tenere possono essere usate come insalata, ne ricordo una mista ad altre verdure, assolutamente non riconosciuta dagli ospiti, o essere usate per farcire panini, come i germogli che si fanno lessati come una qualsiasi verdura, o ancora le foglie raccolte e seccate, ridotte in farina semplicemente frantumate con le mani e passate al setaccio per essere usate come addensante nelle minestre o nel brodo vegetale per un risotto, per la loro consistenza mucillaginosa. foglie di tiglio per addensare minestre, zuppe, risotti, ecc Anche delle foglie di Fico qui>>> già scrissi, e quest'anno mi sono lanciata in un uso più assiduo, ho rifatto l'olio, ho fatto una salsa semplicemente frullando qualche foglia sbollentata con mandorle. Ho provato la tisana per la tosse dei giorni passati, un cucchiaio di foglia secca sminuzzata per due tazze di acqua bollente, ricordando che serve anche per controllare glicemia e trigliceridi. Sono ora gli ultimi giorni utili di raccolta, visto che quelle di fico come quelle di castagno possono servire anche come carta forno, come base per involtini ecc. con l'unica accortezza di ricordare che sono molto aromatiche, con un profumo che va dalla vaniglia al cocco. Adatte ad avvolgere il pesce da cuocere alla griglia o per fasciare un formaggio, tipo tomini, da fare sempre poi alla brace o sulla Ciappa>>> Foglie secche e poi macinate fine possono servire per colorare di verde una torta o bevande alla frutta, per dare un sapore particolare al tutto. Meraviglioso il gelato dove nella panna si è messo a macerare una foglia di fico. Consiglio di provare con poco perché il gusto, come l'aroma, è particolare e potrebbe non piacere o essere soverchiante. Ricordare sempre che il lattice che fuoriesce quando si raccolgono è ustionante per la pelle, ma può essere usato per cagliare il latte. foglie di fico seccate L'uso delle foglie di vite in cucina è comune in tutta l'area mediterranea. Gli involtini di riso in queste foglie erano presenti già sulle tavole dell'antica Grecia. Chiamati Dolmadakia, Dolma, Dolmadies, dolmads, dal turco "ripieno", ho provato a farli dopo aver assaggiato quelli di Shaden, lo studente palestinese conosciuto quest'anno e che me li ha insegnati così: Raccolte delle belle foglie di vite vanno sbollentate per 10 secondi in acqua già calda. Scolate si mettono su un canovaccio pulito belle allargate. Si prepara un ripieno, questo è tutto a crudo, mescolando in una ciotola carne di pollo (meglio cosce disossate) tagliata a pezzetti piccolissimi, riso crudo, cipolla tritata, timo, maggiorana, origano, sale, pepe. A questo punto servirebbero le spezie come la paprika, ma io non posso metterne, o anche altre erbe come prezzemolo o menta. Si mescola bene il tutto, si prende una foglia, con il picciolo in su, si toglie il picciolo, si mette un po' di ripieno, si posa sulla foglia e si avvolge, piegando ai lati e stringendo bene. Dovrebbero essere della misura di un dito, i miei sono venuti un poco più grossi, ci sono metodi con un foglio di plastica per stringerli al massimo, ma non ho ancora provato. È importante chiudere e stringere bene perché restino chiusi e non esca il ripieno. In una pentola sufficientemente alta si mettono altre foglie a foderare il fondo, si copre con uno strato di fette di pomodoro e sopra si sistemano gli involtini uno vicino all'altro senza lasciare vuoti. Sopra si mette un piatto che terrà fermo il tutto e si copre di acqua fredda. Con il coperchio, a fuoco alto per i primi dieci minuti e poi si abbassa il fuoco per altri dieci, in pratica fino a che non è cotto il riso. A fuoco spento, prima di toglierli dalla pentola ho spruzzato mezzo limone. Si servono anche come antipasto spesso accompagnati da yogurt greco o qualche salsa fatta con questo, tipo la Tzatziki che faccio con la Pimpinella qui>>> risultando più digeribile che con il cetriolo. Si mangia ovviamente anche la foglia. Questa è una ricetta base, infinite le varianti, si può passare tutto in padella compreso il riso, si può cuocere prima il riso, si può omettere la carne, si può mettere qualsiasi tipo di verdura: melanzane, peperoni, ecc. In Turchia esiste una varietà di peperoni coltivata apposta per i dolma, così come facilmente si trova nel ripieno la frutta secca. Importante il contributo di spezie, che io non metto per problemi personali, mi limito a insaporire con erbe varie. Si possono raccogliere e conservare semplicemente divise in pacchetti in congelatore, e sbollentare quando servono. La loro storia è intuitiva: quel cucchiaio di riso avvolto in una foglia sazia di più... Quando, in autunno, raccoglierete l’uva dalle vigne per il torchio, dite in cuor vostro: “Anch’io sono una vigna, e i miei frutti saranno raccolti per il torchio, e come vino nuovo sarò tenuto in botti eterne”. Kahlil Gibran Acero giapponese Le prossime foglie non sono di uso comune in Europa, ma la storia che porta a cibarsene in Giappone è talmente magica e affascinante che valeva la pena ricordarla. In Giappone, paese dove tutto si ferma per l'Hanami, la settimana di festa in primavera per guardar fiorire i ciliegi, c'è anche Momijigari, il periodo di "caccia alle foglie d'acero", che proprio adesso cambiano colore, passando dal verde al giallo al rosso, in particolare quelle dell' Acer palmatum, quello con le foglie con i lobi più appuntiti. I giapponesi si spostano per andare a cercare i luoghi dove gli alberi sono più numerosi, un po' come sta diventando di moda adesso qui il foliage. La loro però è un'usanza antichissima che oltre ad ammirare la bellezza ha un connotato spirituale simbolico. Il cambiamento e la caducità delle foglie induce a riflettere sulla vita e sulla sua effimera durata. Per festeggiare completamente, lungo le strade si trovano grandi padelle che friggono le foglie d'acero immerse in una pastella di farina e acqua ghiacciata. La ricetta originale prevede foglie, le migliori, scelte fra le più belle quando da gialle stanno per diventare rosse, messe in salamoia per un anno. Si possono usare anche appena raccolte, ma il risultato sarà meno saporito. La tempura, la classica pastella giapponese per i fritti, prevede solo l'aggiunta di acqua freddissima, ghiaccia, alla farina, ottenendo una pastella abbastanza densa perché ricopra le foglie. Per questa ricetta si aggiungono semi sesamo o se si vogliono dolci un po' di zucchero, si lascia riposare dieci minuti in frigo, prima di immergere le foglie nella pastella e friggere in olio caldo, e buon Momiji Tempura. Questo tipo di albero non è comune nei nostri boschi, piuttosto, proprio per la particolarità delle sue foglie, già belle per la forma, è molto usato nei parchi e nei giardini come decorazione. Ne avevo due a disposizione conosciuti e accessibili, e così oggi ho fatto il mio Momijigari, portando a casa una piccola quantità per provare a friggerle. Sono venute buone, senza un sapore accentuato particolare, intriganti per essere servite a una cena d'autunno come aperitivo. Da provare. Momijigari Il più comune da noi Acero campestre, chiamato qui oppio, ha la proprietà di assomigliare al tè matcha, le foglie polverizzate oltre che per fare appunto un tè, usate nei dolci danno un gusto particolare. Si possono mangiare crude nelle insalate, bollite come gli spinaci, come si vuole. Non tutti gli aceri sono commestibili però. Non sarebbe da finire qui, tante sono le foglie degli alberi che si possono mangiare, già avevo parlato del Faggio qui>>>, così come degli aghi di alcune conifere, che uso abitualmente per fare uno sciroppo, ma che possono essere usati tritati in insalata o mescolati a formaggi teneri, ma tante altre foglie che ormai rimangono cibo da sopravvivenza e non vengono più usate Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- BIANCOSPINO
-1970- mia mamma raccoglie il biancospino dalle stesse piante dove lo raccolgo io ora - Si porta il nostro amore alla maniera in cui si porta il fior di biancospino, che avvinto all’albero tutta la notte tremando resta nella pioggia e al gelo fino al domani, quando il sol s’effonde sul ramoscello tra il verde fogliame. - Guglielmo IX d’Aquitania, Con la dolce stagione rinnovata, vv. 13-8 È maggio, è il tempo dei Biancospini. Come sia possibile tanta bellezza in così poco fiore, la forma delle foglie, i mazzolini, le brocche, di piccoli fiori a cinque petali, come merletti, trine dalla corolla bianchissima, a volte rosata, e poi ... ... nascoste lunghe spine acuminate. Ogni anno aspetto che rifiorisca, sul monte dove l'ho raccolto 43 anni fa per adornare il mio altare di sposa, senza nessun altro fiore che ne turbasse la delicatezza. Non sapevo allora che anche gli antichi greci lo usassero per lo stesso scopo come simbolo di buon auspicio, come non sapevo, che è proprio vicino alle piante di biancospino, con un po' di pazienza, si possono vedere le fate che lì vi abitano. Il suo nome scientifico Crataegus deriva dal greco e significa "forza", forse quella che si credeva avesse nello scacciare gli spiriti maligni e chissà che non servano a quello le spine aguzze, e a questo proposito andrebbe sempre regalato come protezione per la casa, per metterlo intorno alle culle e per augurare buona fortuna. Se le leggende su questa pianta sono molte e son leggende, è invece stato appurato che ha scientificamente proprietà legate al buon funzionamento del cuore, sulla pressione sanguigna, e sul colesterolo, per sedare gli stati d’ansia, l’agitazione, l’angoscia e in caso di insonnia. Di corsa quindi, in questi giorni a farne scorta, per farne infuso. Per il riconoscimento non credo ci siano problemi, pur esistendo varietà diverse, hanno tutte in comune la forma delle foglie, più o meno dentate e le brocche di fiori. Si trova spesso ai bordi delle strade di campagna e basta inoltrarsi ai margini dei boschi per trovarlo pulito, non inquinato dagli scarichi delle automobili. Si deve cercare quello non ancora completamente dischiuso, altrimenti perde le sue proprietà, quello in boccio con pochi fiori aperti, io uso raccoglierne rami e poi a casa tagliare da dietro, con la punta delle forbici le brocche. e metto a seccare, sempre all'ombra, coperto. Una piccola mia trasgressione personale quando raccolgo le erbe per farne infusi e tisane. Pare non si dovrebbe ma io lavo tutto, cioè immergo per un attimo, ma veramente un attimo, in questo caso, tutto il ramo in acqua, per togliere quel minimo di polvere, qualche animaletto ecc. ecc. Uso questo sistema solo con quello che poi mi serve in tisana, perché mi sento meglio. Certo devo scegliere la giornata giusta, magari ventosa, per poi farlo velocemente asciugare, poi taglio e faccio seccare. Normalmente secco tutto in panieri di vimini, coperti con un telo leggero, messi in alto sopra la stufa accesa, se non è possibile all'aperto all'ombra. Raramente uso l'essiccatore, non so, mi sembra inutile sprecare energie per qualcosa che posso fare naturalmente, e poi mi sembra che scaldi troppo, almeno quello che ho io. Secco, non avrà un buon profumo, o almeno così è per me, il Biancospino, anche da fresco, ha un olezzo particolare per attirare alcuni insetti che prediligono quel tipo di odore. Altra nota negativa di questa pianta è che essendo portatore del "colpo di fuoco batterico", malattia degli alberi da frutto, potrebbe favorirne la diffusione e per questo motivo in tante località italiane (vedi Emilia Romagna) ne è proibita la coltivazione, anche delle specie ornamentali. Due parole sulle bacche, che colorano di rosso l'arbusto in inverno. Anche esse ricche delle stesse proprietà e usate fin dall'uomo preistorico, addirittura ridotte in farina. Si può farne una marmellata, con lo stesso procedimento delle bacche di Rosa Canina (qui>>>) o se ne può fare una tintura alcolica, casalinga, da assumere a gocce prima di andare a letto. In mezzo litro di alcol buon gusto, 20 gr. di bacche fresche per 15 giorni, agitando spesso, poi filtrare. Difficile per me consigliare dosi, preferisco le chiediate a persona più esperta, io mi regolo con dosi personali che ho imparato su di me. Il Biancospino ha anche proprietà astringenti, utili in caso di diarrea, e qualcuno mi ha insegnato a non abusarne per non avere effetti troppo stringenti. Per la tisana un cucchiaio da minestra di fiore secco, nella tazza tisaniera, lasciato in infusione in acqua vicina alla bollitura, coperto, per dieci minuti. Ma anche qualche brocca di fiore fresco, già adesso alla sera, insieme a qualche petalo di papavero, per dare forza al cuore e sedare gli affanni di questo difficile maggio del 2018. - Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini...- (G.Pascoli) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- ZEPPOLE E FRISCEU DI SAN GIUSEPPE
- A San Giöxèppe, se ti pêu, inpî a poêla de friscieu - Tradizione antichissima quella delle frittelle per il giorno di San Giuseppe. Una di quelle feste che si è sovrapposta ad altre di fine inverno nelle popolazioni non ancora cristiane, l'ultima degli antichi romani ad essere sostituita con quella dedicata del 19 marzo. E non solo ligure, in tutta Italia si frigge, da nord a sud, tanto da far conquistare al Santo l'appellativo di "San Giuseppe frittellaro". Una leggenda racconta che San Giuseppe dopo la fuga dall'Egitto, si arrangiò a vendere frittelle, visto che non poteva più esercitare il mestiere di falegname. Per questo fino a qualche anno fa, quando ancora esistevano, erano loro, i falegnami, che davanti alle loro botteghe allestivano un banchetto provvisorio e il bancâ (il falegname) offriva a amici e passanti i frisceu, dolci e salati, ripieni di uvetta o verdura. Fra tanti uno era pieno di bambagia e chi lo trovava doveva pagare da bere a tutti. nonno Giuanin, nel suo piccolo laboratorio di falegnameria in Via Entella a Chiavari - A éuggio se fa sôlo i frisceu - La ricetta è semplice e più o meno uguale in tutta Italia. Questa è la mia, simile alla pastella che uso per fare le verdure appastellate nel fritto misto alla genovese, con l'aggiunta di un rosso d'uovo per sancire la festività. Quella antica vuole il lievito di birra unito alla farina il mattino presto perché la pastella per i frisceu sia pronta da friggere per il mezzogiorno. Per far prima ora uso la farina autolievitante, per esempio quella della Spadoni, per circa 250gr., un rosso d'uovo e l'acqua che basta a formare una pastella ancora abbastanza sostenuta, perché di mio, aggiungo il bianco montato a neve. Come dicevo, i frisceu sono cucchiaiate di questo impasto messe in olio abbondante a formare friggendo delle palline. Nell'impasto si può mettere la qualsiasi, per tradizione il Prebuggiun (qui>>>), i fiori di Boraggine (qui>>>), la lattuga, la cipolla, il baccalà, e in quelli dolci lo zibibbo (l'uvetta). Questi nelle foto sotto, fatti in cinque minuti con farina autolievitante Spadoni, acqua, Prebuggiun>>> aglio e maggiorana tritati. Mio padre, di origini piemontesi, preferiva, in questo giorno, le frittelle di mele come si fa nel fritto misto piemontese, la fetta rotonda con il buco e in ricordo suo così li faccio ancora. La mela deve essere necessariamente Renetta, qualsiasi altra mela si perde. Dopo averla sbucciata e privata del torsolo e tagliata a fette, immergo ogni fetta nella pastella e poi nell'olio bollente. Attenzione ... una è di cipolla 😂😂😂 - San Giuseppe frittellaio è un dì per metà festaio - Al sud, per San Giuseppe, si fanno le zeppole, di ogni misura, e dopo aver passato due anni a rimpinzarmi di queste a Taranto, non posso fare a meno di rifarmele qui tutti gli anni. Sempre al Sud per questa giornata, si organizzano anche le Mattre, le Tavolate di San Giuseppe, mirabolanti tavole ripiene di ogni ben di Dio che vengono offerti alla folla. Una volta venivano riservate ai poveri mendicanti di ogni paese, e per me assistere a una di queste feste, proprio a San Marzano di San Giuseppe, è stata davvero una esperienza emozionante. Tornando alle zeppole, i puristi le intendono fritte, in realtà in ogni pasticceria si trovano a piacere anche quelle al forno. Si tratta di una pasta choux, la pasta dei bignè, servita con crema pasticcera e decorata con una amarena sciroppata. La ricetta viene direttamente da Taranto e fra le tante che potete trovare questa ha veramente poco burro. Dunque in 250gr di acqua metto 50gr di burro a pezzetti a sciogliere sul fuoco, quando prende il bollore butto tutto di colpo 150gr. di farina e faccio cuocere mescolando fino a che non ottengo una palla. Metto a intiepidire, poi uno alla volta, facendolo assorbire bene, aggiungo un uovo intero alla volta, fino a tre, per questa dose. Con l'aiuto di un sac à poche e una bocchetta stellata grande, formo, su quadratini di carta forno (anticamente su di un piattino unto) un anello a due giri. A olio caldo, ma non troppo, poso delicatamente dentro, ogni zeppola con la carta in su, aspetto qualche secondo e tolgo la carta. Lentamente la zeppola si gonfia, la giro e la tolgo quando è di un bel colore ambrato e bella gonfia. Si capisce che la pasta deve essere bella sostenuta, quindi attenzione ad aggiungere l'ultimo uovo, e l'olio deve essere ben caldo, ma meno che per i frisceu, per permettere alla zeppola di gonfiare. Se l'olio è troppo caldo secca senza gonfiare. Una volta fritte le decoro con una crema pasticcera, un'amarena sciroppata e zucchero a velo. Con lo stesso impasto si possono fare e mettere in forno statico a 180° e aspettare che gonfino ben bene. Per la crema pasticcera, semplicemente metto un cucchiaio raso di farina, (o di amido di mais, o di fecola), e di uno di zucchero e un bicchiere di latte scarso, per ogni uovo, in una pentola. Aggiungo qualche semino preso con la punta de coltello, da una bacca di vaniglia, due pezzetti di scorza di limone e sul fuoco basso porto a cottura sempre mescolando. Appena si rassoda e si formano le bolle alle pareti della pentola tolgo e metto a raffreddare. Se qualcuno appartiene al popolo di "quelli che gli impazzisce sempre la crema" conviene provare a cuocerla a bagnomaria (qui>>>) Non resta che deliziarsi il palato sperando nella primavera che si avvicina anche se San Giuseppe ha la barba bianca e quindi può ancora nevicare ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- FIOR D'AGLIO
“Dagli e dagli, anche le cipolle diventan agli.” Avventurarsi nell'infinito mondo degli agli selvatici, ma perché? mi domando, io che poco ne so dal punto di vista botanico e nemmeno ho avuto la possibilità di trovarli e assaggiarli tutti, tanti che sono. Come sempre il mio interesse è solo per conoscenza empirica, per esperienza personale con regole precise trasmesse senza conoscenza scientifica. Molti però mi chiedono e quindi qui ... è tutto quello che so. Intanto le regole che mi hanno insegnato: Tutti gli agli selvatici sono commestibili, SE sono agli Tutti gli agli selvatici puzzano di aglio o cipolla Praticamente impossibile trovare l'erba cipollina selvatica, è un aglio, e comunque anche l'erba cipollina è un Allium Anche la cipolla coltivata è un Allium Anche il porro, selvatico o meno, è un Allium NON TUTTE LE PIANTE CON BULBI SOTTOTERRA SONO AGLI SELVATICI !!! anzi la stragrande maggioranza sono tossiche, qualcuna mortale, pur appartenendo a famiglie parenti degli Allium ed essendo molto simili. Foglie strette, foglie larghe, foglie piatte, foglie tonde non bastano per l'identificazione. Se non si è estremamente sicuri di cosa siano, aspettare che fioriscano e cercare di capire. Degli agli selvatici si usa tutto, bulbo, fiore, foglie. A conoscerli bene si possono togliere quando il fiore è secco e il bulbo ingrossato e tenere tutto l'inverno come l'aglio coltivato. Per non sbagliare meglio affidarsi al fiore che dirà con certezza se e quale aglio sia e usarlo fresco, bulbo, fiore, foglie. Tutti hanno il bulbo in profondità, quindi è quasi impossibile raccoglierli senza strumento adatto. Essendo un numero importante di varietà di aglio selvatico presenti in Italia, mi limito a quelle personalmente trovate nella mia zona e limitrofe e cioè solo quattro o cinque. Per San Zuanne chi non compra l’aglio, per tutto l’anno non arà guadagno ALLIUM TRIQUETRUM Quello della mia infanzia, che non arriva dove abito ora a 800mt, che vedo solo in riviera è l'Allium triquetrum L., chiamato da mia nonna "aggiu spussu" e mai raccolto o mangiato, ho scoperto molto tempo dopo che era commestibile, anzi qualcuno lo ritiene buonissimo e lo usa come un comune aglio coltivato e devo dire che è gradevole, anche se forte. Per riconoscerlo, il fiore, tra i primi a fiorire, formato da campanelle riunite a mazzetti sullo stelo a sezione triangolare (triquetrum), ha sempre una striatura verde all'interno, come in quasi tutti gli agli e cipolle, è profumato le foglie a nastro non sono piatte sul retro. ALLIUM VINEALE Molto comune è l'aglio delle vigne o aglio pippiolino, a fine inverno forma gruppi numerosi nei prati con piante piccolissime, è quello spesso scambiato per erba cipollina. Lo stelo rotondo, la foglia, che sembra rotonda ma non lo è, fascia lo stelo. Il fiore rosso, rosato ha i bulbilli che cadendo maturi, daranno luogo poi ad altre piante. Il gusto è un misto di cipolla e aglio. Da molti è confuso e creduto Erba cipollina, specie quando nasce sottile come capelli in folti fasci, ma questa, diversa se si osserva il fiore, e il profumo più simile alla cipolla che all'aglio, nasce solo in zone montane dagli 800-1000mt in su e non è così facile da trovare. Il nome scientifico di questa è Allium schoenoprasum ed è usata quasi sempre fresca, il fiore è bello nella decorazione di piatti ed ha un sapore delicato. Basterebbe confrontare l'aglio delle vigne con una piantina di erba cipollina reperibile presso qualsiasi garden per capire le differenze la mia piantina di erba cipollina in vaso Come si vede non ha la foglia fasciata caratteristica dell'aglio e il fiore è completamente diverso Foto di Actaplantarum, la mia deve ancora fiorire ALLIUM ROSEUM Anche questo comune, dall'odore molto forte di aglio, e in anche in questo lo stelo è inguainato dalle foglie nastriformi ma non piatte, larghe circa un cm. . Le ombrelle di numerosi fiorellini sono in delicate sfumature di rosa, con alla base le capsule dei semi I bulbilli sono alla base del bulbo e andrebbero lasciati nel terreno ALLIUM COLORATUM Un altro bellissimo che trovavo, ahimè, e non trovo più perché una colata di cemento gli ha precluso la possibilità di rispuntare (e per una volta quanto mi sono pentita di non averne sradicato un po') è l'aglio delle streghe, o aglio cirroso. Il fiore di un bel rosa carico, ha un aspetto etereo, scapigliato come i capelli di una strega. Purtroppo non avendolo più ritrovato non ho altre foto. ALLIUM URSINUM Un altro che cerco da anni, ma qui mai riuscita a trovarlo, è l'aglio ursino. Forse anche perché mi hanno inculcato il terrore di sbagliare e raccogliere foglie di mughetto o di colchico, come purtroppo è successo ad un esperto raccoglitore poco tempo fa. Insieme alle foglie, che lui conosceva benissimo, c'è finita una piccola quantità di foglie somigliantissime di colchico, velenoso quest'ultimo, e la distrazione gli è costata la vita. Devo dire che mi accontenterei di guardare capitando in un posto questo come nella bellissima foto dell'amico Antonio Andreatta. È praticamente l'unico aglio, insieme all'Allium victorialis, ancora più raro, che ha le foglie larghe, con le quali si fa un buonissimo pesto. Ripropongo la foto trovata in rete, che mostra la differenza fra le foglie buone e profumate di aglio ursino e di colchico e mughetto velenosi. AGGIORNAMENTO APRILE 2026 Ho finalmente trovato la mia prateria di Aglio orsino, celebrata con una giornata a esso dedicata, e qui c'è il racconto di tutto https://www.lellacanepa.com/single-post/aglio-orsino ALLIUM AMPELOPRASUM Questo il porraccio, o porro selvatico, che come tutti quelli dello stesso genere è un Allium, e in questo caso è probabilmente l'antenato del porro coltivato. Nonostante sia caratteristico della zona meridionale, lo trovo anche qui, più facilmente in riviera. Il fiore grande, a palla, tra il lillà e il rosa. Le foglie, uguali a quelle del porro coltivato, a nastro, si alternano sul fusto fasciandolo. Il bulbo grosso ha i bulbilli. Da questo selvatico deriva anche il famoso Aglione della Val di Chiana. MUSCARI COMOSUM Pur non appartenendo allo stesso genere degli Allium, mi sembra giusto parlare qui del Muscari, visto che è del suo bulbo che si va in cerca. Conosciuto come Lampascione o come Cipollaccio ha nella Puglia il suo regno. Lì infatti è consumato sott'olio o fritto, ma si trova comunemente anche qui. Non è l'unico Muscari esistente ma l'unico commestibile riconoscibile con facilità, visto che gli altri con un fiore diverso, sono difficilmente distinguibili tra commestibili e poco consigliabili. Questo provoca spesso confusione fra chi raccoglie solo questo e chi conosce bene anche l'altro o chi non sa che molti hanno un contenuto di saponine importante oltre a non avere un gusto particolarmente appetibile. Lo stesso Lampascione viene messo a bagno e sciacquato più volte. Per andare sul sicuro consiglio vivamente di raccogliere nel caso solo questo distinguibile dal pennacchio in cima allo stelo dopo i fiorellini blu violacei. - Lampascione - - Muscari - Ci sarebbero ancora molte cose da dire e molti agli da mostrare ma al momento mi sembra più che sufficiente e questi sono comunque quelli intorno a me. Da questi selvatici sono derivate tutte le varietà di agli e cipolle che l'uomo consuma e coltiva ormai da tempo immemorabile. Tante le proprietà degli agli, selvatici o coltivate da essere arrivate fino a noi, a parte la capacità ipotensiva e ipoglicemizzante, quella antisettica tale da farlo considerare un antibiotico naturale, già gli antichi sapevano quanto fosse importante per chi doveva faticare, i Romani grandi marciatori, gli schiavi egizi che sollevavano grandi pesi, avevano la dotazione d'aglio. Virgilio suggeriva di pestare aglio e timo serpillo per gli uomini stanchi sotto il caldo estivo. Nella cultura popolare contadina gli si danno anche quelle di afrodisiaco Oggi la scienza ha dimostrato come abbia capacità di ridurre cortisolo e aumentare testosterone, quindi favorire la crescita muscolare. Per non parlare poi dei poteri magici, da sempre scaccia streghe e malocchio, e i vampiri... L' àggio u fà adrisâ u batàggio Mi riesce difficile non infilarlo in tutti i piatti, forse perché sono ligure e si dice che bastasse seguire l'odore di aglio per trovare l'accampamento dei genovesi alle Crociate. Fosse per me lo metterei anche nella macedonia di frutta. Quindi decine di salse diverse non solo nel pesto, nel pesce come nella carne e nelle verdure, nei sughi, sulle bruschette, nelle zuppe (la mia preferita qui>> ) ... Circa una trentina le varietà coltivate in Italia, qui in Liguria regna quello di Vessalico delicato e digeribile, ma paese che vai aglio che trovi. Da un ultimo viaggio in Francia, di ritorno dalla Provenza altri avrebbero portato profumi e lavande: io aglio di Piolenc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL LILLÀ, LA MIA CANTÂELA
Aveva una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà ... Esplode, lievemente in anticipo quest'anno, il mio Lillà. Ne avevo parlato in un post riguardo ai fiori antichi dimenticati (>>>qui Fiori antichi dei miei giardini spariti) accennando anche alle sue proprietà in gran parte dimenticate pure quelle. Scrissi quel post nello strazio di vedere una delle ultime grandi piante del paese sradicata per una mal gestita ristrutturazione, mentre era buttata malamente via feci incetta di rami e rametti e li distribuii fra le amiche e ora hanno tutte la loro bella pianta nel giardino. E anche nei pressi dei famosi lavori edili mai finiti ha vinto lei e ha ripreso possesso del suo posto tenuto da sempre fra le prime case del paese, e io continuo a regalare piantine. Per mio conto è stata la prima pianta che ho messo a dimora, quando ho addobbato il mio minimo spazio fuori casa, vicino al Calicanto(qui>>>) Mi ricambiano entrambe ogni anno con il loro intenso profumo appena apro la porta di casa. Ma come già dicevo due anni fa, una volta le piante nei giardini non avevano solo scopo decorativo, come noi diamo alle piante frettolosamente scelte in un garden e alimentate artificialmente tanto da durare quei mesi e poi morire, ma tutte avevano anche un uso, quasi sempre a scopo curativo. E del Lillà così dimenticato e per le sue proprietà ancora più ignorate, molto ci sarebbe da dire. Intanto dai fiori è estratta un'essenza molto usata nella industria profumiera, la sua corteccia ha virtù antinfiammatorie e febbrifughe, si può raccogliere, in autunno fino a quando la pianta è a riposo, e farla seccare per una tisana contro i dolori da reumatismi. In maniera casalinga si può ottenere un oleolito mettendo a macerare in olio i suoi profumatissimi fiori prima che fioriscano completamente, utile sia per il viso come antirughe e sollevare la pelle stanca, che per sgonfiare le gambe per il caldo estivo e alleviare i dolori reumatici. Sul procedimento per ottenere l'oleolito ognuno dice la sua. Per quello di Lillà, come per quello di Calicanto, non mi piace usare il sole. In questa stagione è ancora accesa la stufa, specie alla sera e mi basta metterlo su di una mensola in alto dove la temperatura è più calda per avere un rilascio dolce. Per farlo basta mettere i fiori, non ancora completamente aperti tutti, con meno parti verdi possibile, puliti accuratamente, nel caso passati velocemente in acqua e fatti asciugare perfettamente all'aria, in una "arbanella" di vetro, coprire con olio, fasciare con un sacchetto di carta, perché ho l'impressione che la luce lo danneggi. Per quanto si consigli spesso di raccogliere i fiori al mattino il lillà, come il caprifoglio, regala il suo intenso profumo nel tardo pomeriggio verso sera. Quale olio? fino a qualche anno fa era sempre olio di oliva, adesso per questi oleoliti per la pelle, dopo aver usato l'olio di mandorle, che però è a rischio irrancidimento, mi sono indirizzata verso l'olio di sesamo, che si trova facilmente bio sugli scaffali dei supermercati, anche per le sue proprietà antirughe, rigeneranti e anti invecchiamento. L'olio deve essere sempre un olio di qualità, spremuto a freddo Per quanto tempo? circa 20 - 30 giorni poi si filtra e si conserva in bottiglietta scura. Quest'anno voglio provare anche il metodo a caldo, che sono sincera non ho mai usato. Ho messo i fiori, puliti, in un vasetto, coperti con l'olio, un giorno al caldo, nel caso poche ore al sole, sempre dentro ad un sacchetto di carta per proteggere dalla luce. A sera, usando il cestello a vapore con poca acqua, ho lasciato sulla stufa per tutta la sera, facendo attenzione che non bollisse mai. Per questo scopo va benissimo la pentola per gli asparagi, posizionando il vasetto dentro la griglia, sopra una base perché non tocchi l'acqua. Sempre a fuoco bassissimo. L'indomani mattina ho spremuto e filtrato. Il mio olio per massaggi è pronto. La profumazione dipende da quanto è profumato il lillà e da quanto è neutro l'odore dell'olio. Come per altri fiori edibili è possibile farli brinati con lo zucchero, imprigionarli nel ghiaccio, decorare torte, creme di formaggio, fare burri fioriti, fare uno sciroppo, sempre con il solito metodo che si usa anche per lo sciroppo di rose(qui>>>) ... e se non ci credete che Maggio sia arrivato eccolo qui piantato e se non ci credete che Maggio sia arrivito eccolo qui fiorito ... Dicevo in leggero anticipo quest'anno perché qui è la nostra pianta tradizionale legata al Cantamaggio e per questo fa normalmente la sua comparsa fiorita intorno al Primo Maggio e il nome volgare di Cantâela le è dato proprio per l'usanza, da parte dei Maggianti, di addobbarsi con le sue fronde e portarne un ramo fiorito, mentre di casa in casa passano a ripetere le strofe della Canzone di Maggio. A chi non ha vissuto l'emozione dell'antico Cantamaggio non può essere descritto, il mio è uno dei pochissimi paesi in Italia dove non si è mai fermato, nemmeno durante la guerra o nei periodi più bui, anche fossero solo in due o in tre giovanotti a portarlo. nella foto: Maggianti anni 40 a Comuneglia Negli ultimi anni vive una felice riscoperta anche in altre parti. L'usanza antichissima e precristiana consiste nel portare il messaggio ben augurante della buona stagione, quando con sollievo si usciva dal buio inverno, "passato ormai l'inverno e il freddo sì crudele", dove scarseggiavano alimenti e il freddo e il brutto tempo mietevano molte vittime. Un gruppo di giovani del paese, una volta solo uomini, armati di fisarmonica e chitarra, passano di casa in casa, ripetendo davanti ad ogni uscio, dove viene piantato simbolicamente un ramo di lillà, una serie di stornelli, sempre gli stessi, che narrano i passaggi dall'inverno alla primavera. I padroni di casa per ingraziarsi i Maggianti e la buona stagione porgono un'offerta in vino e cibo. Affacciarsi alla nuova stagione era di per sé una grande fortuna e assistere al ciclo della vita che si rimetteva in moto, le erbe fresche, le uova, le nuove nascite degli animali meritavano di essere festeggiati con canti e danze. E il Lillà, insieme ad altri fiori, questo rappresenta, al canto delle strofe che appunto rimandano al buon tempo a venire. E in tutto ciò potevo non avere un figlio che suona la fisarmonica? ... e ci sto pure io a saltellare ...: I gh’avena i fiuri de lillà in tu capellui zuveni che i anavena a cantà Maggiu...... ... E s’era contenta de strense, in ta me man picen’na in ramettu profumà de lillà, regalà da in cantamaggiu... Cantamaggio di Bardi Raduno Cantamaggio Varese Ligure Maggio 2015 La pianta antica di per sé, pare arrivata in Italia dall'Africa ai tempi di Cortuso, metà del '500, nell'Orto Botanico di Padova, diventando poi una specie spontanea. Il riconoscimento: basta l'odore, l'intenso profumo, l'infiorescenza a grappolo dal rosa al lilla, quando è spontaneo cambia sfumatura da pianta a pianta, coltivato c'è anche bianco. Spesso cambia anche l'intensità del profumo, così come succede per le rose, le varietà selezionate per il colore per adornare i giardini, profumano molto meno. Il portamento è ad arbusto ma può arrivare a sembrare un albero, è decorativo anche con le sue belle foglie verdi lucenti a cuore. Attira le farfalle ... e le fate ... leggenda dice che giravano piantandone uno in ogni giardino per allontanare le forze del male. Il suo nome botanico Syringa vulgaris, invece si riferisce alla ninfa Syringa trasformata dal padre in una pianta di lillà per sfuggire a Pan, sgraziato dio dalle sembianze caprine, il quale piangendo disperato per averla persa, sentendo il vento trasformato in musica attraverso i rami midollosi del lillà ne recise uno e lo trasformò in flauto. Siringa è anche il nome dei vecchi strumenti a fiato, tanto da essere usato anche per la zampogna. Nell’aiola davanti la porta d’antica fattoria, accanto allo steccato verniciato di bianco, s’aderge il fusto slanciato del lillà, con le sue foglie a forma di cuore, d’un verde intenso, con più di un aguzzo corimbo che delicato spunta, con il denso profumo che amo, ogni foglia un miracolo e da quel fusto presso la porta, con i suoi fiori d’un colore soave, e foglie a forma di cuore d’un verde intenso, un rametto con i suoi fiori spicco. (Walt Whitman) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- AGLIO ORSINO
foto di A. Andreatta Quante ricerche fatte negli anni! Prima di tutto mia madre che ne sentiva parlare senza averlo mai trovato e poi io che speravo sempre di imbattermi in una prateria profumata di fiori bianchi. Poi un giorno, l'amico dal quale rubo tutte le foto, ne pubblica una proprio di aglio orsino e subito chiedo: -Ma dove lo hai trovato, per piacere?- -In Val d'Aveto, scendi dalla macchina entri nel bosco e lo trovi...- Quasi quasi non volevo credere... e comunque dove? a caso? L'anno scorso, sempre il fortuito incontro con Sara, verso fine aprile, andiamo con lei ad assaggiare i prodotti di Manuela Casaleggi, >>> in quel di Rezzoaglio, e lei insieme ci serve un pesto di aglio orsino. -AGLIO ORSINO?- dico io ma dove è 'sta benedetta pianta? Quasi le otto di sera e mi porta a due passi, sulla riva dell'Aveto, nella prateria che tanto avevo sognato di trovare. Non sto qui a raccontare di nuovo cosa è successo dopo, giornate intense di raccolta e riconoscimento. Appunto il riconoscimento, anche se capitando in un posto così sembra impossibile non capire qual'è, ma QUESTA ERBA PUÒ ESSERE CONFUSA CON ALTRE VELENOSE MORTALI che si possono trovare insieme, vicine Con ordine: L'Aglio orsino o ursino e l'Aglio serpentino o vittoriale sono gli unici ad a vere le foglie così, grandi a lancia, mentre tutti gli altri Allium le hanno strette e lunghe. L'orsino, a differenza di quanto credono in molti, si trova in tutta Italia, meno la Sardegna, anche a quote bassissime fino a 1400mt. Quello vittoriale, che ha il fiore diverso, solo in alcune regioni del nord da 1400 mt. in su, entrambi nei boschi ombrosi e umidi di latifoglie, diffondendosi in prati profumatissimi, ed è limitata la raccolta. Le foglie sono morbide, lanceolate e con UN LUNGO PICCIOLO, con una nervatura centrale importante che fa sì che la foglia girandola assuma l'aspetto di una "carena". Si alzano dalla base, seppur inizialmente fasciate insieme, ognuna poi con il suo bel picciolo lungo. foglia di Aglio ursino Queste sono le caratteristiche principali che lo distinguono per esempio dal mughetto, che può non essere mortale, è però molto tossico e si corrono comunque rischi seri. La foglia del mughetto molto simile nella carenatura anche se non così pronunciata, ha un picciolo più corto e che rimane fasciato, di solito sono due insieme, e ha nervature più visibili in controluce. Foglie di Mughetto, a due, amplessicauli, cioè abbracciate a due a due AGLIO ORSINO MUGHETTO Più pericolosa, molto di più, la confusione con le foglie di colchico, Colchicum autumnale, contenenti la colchicina, un alcaloide del quale pare ne bastino 7mg per provocare la morte. La foglia è profondamente diversa, più carnosa, di un verde più scuro, leggermente carenata e soprattutto NON HA PICCIOLO, cioè spunta da terra in primavera, senza fiore, in un fascio insieme alle altre. Perché si possono confondere? Perché condividono lo stesso habitat e spesso, anche da chi lo conosce bene, viene commesso l'errore di raccogliere l'aglio orsino a mazzi con forbici o falcetti, senza controllare foglia per foglia, come è successo qualche anno fa. E qui mi tornano in mente le parole di mia madre, quando andavamo per erbe insieme anche ad altre amiche, delle quali lei non sapeva bene le conoscenze. Tornate a casa prendeva TUTTE le erbe di tutti e diceva:- Oua, me l'ammio tutte mi, unna pe unna- -Ora me le guardo tutte io una per una - e controllava. Un altro errore è quello di fidarsi dell'odore. Le foglie di colchico e di mughetto non profumano di aglio o cipolla, ma quando si capita in un posto come sopra e si raccoglie foglie di aglio dopo un po' le mani, l'aria intorno, tutto sa di aglio e ci si può ingannare. Purtroppo non è stato difficile trovare anche tanto colchico, non lontano dall'aglio, anzi. Le foglie sono più carnose, di un verde meno brillante, più a punta e soprattutto non è presente il picciolo. foto di PHYTOALIMURGIA Non esiste antidoto per l'avvelenamento da Colchico, sono riportate dosi da 7mg per provocare la morte. Non è così facile incontrare dei mughetti in un bosco ma può succedere, più facile che sia mescolato a qualche pianta di colchico. Ripeto come sopra, spesso nella smania di raccogliere, si taglia tutto senza controllare attentamente foglia per foglia, se ha il picciolo, se nasce da sola e non fasciata ecc. ecc. Se in primavera la foglia può essere scambiata per aglio ursino, in autunno il fiore è confuso con lo zafferano selvatico, del quale avevo già parlato qui>>>FIOR DI ZAFFERANO... Per far capire quanto è facile trovarlo in mezzo ho estrapolato questo video utilissimo, in attesa di farne uno mio. Chiedo scusa a Giulio >>>giulio_officinalis per questo, ma volevo far vedere il video anche a chi non ha Instagram, metto comunque la sua pagina in modo che si possa vedere per intero. Appena mi riuscirà farò un video mio. fiore di aglio orsino - foto di A.Andreatta Dell'aglio orsino si mangia tutto, foglie, fiori, semi, bulbo. Gli usi sono quelli di un aglio ma più delicato, le proprietà anche quelle simili. Il suo nome pare derivi dal fatto che gli orsi, destandosi dal letargo seguissero l'odore per trovarlo e cibarsene per depurare l'organismo. foto di Actaplantarum Non sono ancora molto abile con le ricette, sto sperimentando. Non sono andata oltre un pesto, foglie pulite frullate con mandorle o pinoli, ma anche noci, in olio extravergine, poco sale, che ho messo su tartine di pane nero. O un burro montato aromatizzato e qui si possono usare anche i fiori, o l'olio semplicemente aggiungendo foglie ad un olio di vinacciolo se lo volete leggero ma anche un buon olio di oliva. L'olio è utilizzato tanto sul pesce, sulle insalate. Sto provando un sale, con foglie tritate grossolanamente, mescolate a sale marino e poi fatto asciugare. L'anno scorso ho lasciato i semi in aceto per un giorno e poi li ho messi in olio, e sono stati molto apprezzati. Quest'anno perfezionerò le ricette. Certo deve comunque piacere il gusto di aglio e di cipolla, che pur essendo più dolce e più digeribile quello è. Visto la tanta curiosità che c'è intorno a questa pianta, non tanto conosciuta e usata da queste parti, ho deciso d'accordo con il comune di Santo Stefano D' Aveto e con l'Ente Parco, di fare una giornata di riconoscimento e raccolta consapevole, la presentazione,di qualche ricetta, con la presenza di Linda Enrica Sacchetti, biologa nutrizionista che ne spieghi le proprietà . La giornata sarà il 26 Aprile, durante la passeggiata, breve e in piano, si avrà modo di osservare tutta la natura circostante, e di valutare eventuali anche altre erbe commestibili che si possono incontrare. La giornata inizierà con l'appuntamento 9,30- 10 dei partecipanti alla passeggiata presso la Sala Multimediale in piazza R.Pareti Viale E.Razzetti,1 di Santo Stefano d'Aveto, dove saranno mostrate dal vero le caratteristiche di tutte e tre le piante per capirne le differenze e sarà consegnato un'Erbaria di Erbando, quella specifica dell'Aglio Orsino dove applicare le tre foglie vere, che poi ognuno porterà a casa. Si partirà quindi per la passeggiata. Per la partecipazione si richiede un contributo all'Associazione Erbando di 15€ e la prenotazione obbligatoria al numero 348 618 9707 SARA Al ritorno, a entrata libera, sempre nella sala multimediale, qualche ricetta e consiglio per l'uso in cucina e qualche piccolo assaggio. Alle 15 la biologa nutrizionista Linda Enrica Sacchetti ci illustrerà le proprietà nutrizionali dell'Aglio Ursino e ribadirà le differenze fra le varie piante. Alle 16,30 altra passeggiata come al mattino con prenotazione obbligatoria al 348 618 9707 SARA Qui sotto dove andremo a passeggiare, diciamo che siamo sicuri che c'è Sara Diana di "C'era una volta b&b" qui>>> vi aspetta con la sua accogliente e calorosa ospitalità. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI ORNIELLO
- Fiore di Fraxinus ornus, Orniello - Allora disse Jafnhár : “Il frassino è di tutti gli alberi il più grande e il migliore; i suoi rami si allungano per tutto il mondo, fin sopra il cielo”. Con incommensurabile ritardo, pubblico il post sul frassino. In pratica è dall'anno scorso che volevo scrivere qualcosa, il caldo anomalo ha fatto sparire in fretta i bianchi fiori sugli alberi che si mescolano confondendosi con gli arbusti di sambuco nella macchia. Forse qualcuno ancora fiorito si trova andando verso quote più alte. Profondamente diversi dal sambuco raccontano anche loro la storia di un albero che per il resto dell'anno rimane qui semi sconosciuto fra carpini, roverelle, cerri e altro, nati a caso, a formare i boschi misti insieme ai castagni che ammalati e poco curati stanno lentamente sparendo. A me, fortunata, ne è nato uno in un vaso. Diversa la considerazione degli antichi per questa pianta, nella cultura nordica è la chioma di un frassino che sostiene il cielo e per altri è il primo albero creato, e da questi è uscito il primo uomo. Nelle sue radici vivono le Ninfe melìadi, le ninfe del miele, custodi del destino, che incessantemente tengono bagnate le sue radici perché non secchi. La sua magia è legata alle acque e si diceva salvasse dall'annegamento. Proprietà guaritrici affidate alle sue foglie, alla corteccia e ai semi. Con le foglie giovani si fa un ottimo tè. Associato al mito della creazione diventa simbolo di fecondità. Tali sono le sue proprietà magiche che è solo con un paletto di frassino, robusto ed elastico, che si possono uccidere i vampiri. Ieri sera un frassino sul punto di dirmi qualcosa - tacque. Octavio Paz Le foglie formate da un rametto con da 5 a 9 foglioline leggermente dentate sul bordo cadono in autunno. Il legno pregiato e bianco, elastico, leggero largamente usato da sempre per tutto ciò che necessita di un legno resistente, gli archi e frecce per esempio o le ruote dei carri, manici per attrezzi agricoli e poi in seguito anche sci, eliche, strumenti musicali, sedie ecc. Tra le innumerevoli varietà il più pregiato è il Frassino maggiore, Fraxinus excelsior, diverso il fiore da quello sopra, ma qui trovo più frequente questo, l'Orniello, Fraxinus ornus , anche esso dalle innegabili proprietà. Ottimo come legna da ardere anche verde, per via di una sostanza infiammabile che contiene, il primo fuoco dell'anno veniva acceso con legno di frassino perché la stagione fosse propizia e le piogge primaverili abbondanti. Tenuto spesso vicino alle abitazioni e capitozzato per fare con le foglie foraggio, tutto l'albero è commestibile, semi, corteccia foglie, anche per l'uomo e le donne romane lo usavano le sue proprietà dimagranti. I contadini di una volta preparavano per i giovani polli in primavera "l'acqua blu" di Orniello. I giovani rami, i polloni dell'anno con la corteccia che si stacca facilmente, venivano immersi un po' sbucciati e un po' no, in acqua fresca per almeno due giorni al buio, l'acqua prende una colorazione bluastra e questa veniva data una volta, ogni due o tre giorni per qualche settimana, si diceva che servisse per prevenire e rinforzare, probabilmente l'effetto antinfiammatorio contro artrite e reumatismi, gli effetti blandamente lassativi e diuretici servivano come serviva a noi la ... Manna. Solo da pochi anni ho scoperto essere l'Orniello lo stesso Frassino da manna, seppur con varietà selezionate, coltivato in Sicilia, per la produzione di quest'ultima, una coltivazione antichissima. La manna è ottenuta da un liquido biancastro dolce, frutto dell'unione fra le due linfe dell'albero che incontrandosi e uscendo all'esterno solidificano naturalmente grazie alle particolari condizioni ambientali, caldo secco ecc.. L'uomo favorisce la fuoriuscita nei mesi caldi, incidendo la corteccia e creando un taglio, posizionando particolari accorgimenti per far si che si raccolga in cannoli, o in coppette alla base, o raschiando quella naturale. Un lavoro che si concentra tutto intorno al parco delle Madonie in Sicilia e gran parte della produzione mondiale per dolci, prodotti di bellezza o medicinali naturali arriva da lì. Nonostante l'albero sia lo stesso, l'Orniello, da noi non avviene la trasformazione della linfa da liquida a solida per questioni proprio di clima. Mannite di Castelnuovo - foto dal web - Chi fra quelli della mia età non ricorda come le veniva propinato al mattino il panetto di Mannite da sciogliere nel te o nel latte, per rinfrescare l'intestino, quando, per esempio, si andava in villeggiatura e "bisognava abituarsi all'aria"? Purtroppo un prodotto destinato a sparire, sostituito come sempre da surrogati chimici, il Mannitolo, che non sempre è Mannite da Frassino. Anche la produzione di Manna in cannoli, era diminuita drasticamente e i frassini sostituiti da oliveti o simili se non fosse per alcuni giovani che hanno ripreso in mano le antiche tradizioni e adesso la Manna in Cannoli è un presidio Slow food. - foto dal web - La casa d'Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele. Libro dell'Esodo. Incredibile come si sia potuto abbandonare un prodotto così fantastico, dalle molteplici proprietà curative, a cominciare dai diabetici che possono usarlo al posto dello zucchero, a chi vuole un blando lassativo per bambini e anziani, favorire la diuresi, come antinfiammatorio per avere miglioramenti nelle bronchiti croniche e calmare la tosse, più un buon contenuto di antiossidanti. D'altra parte cosa mandò Dio agli Ebrei nel deserto che gli bastasse per tutto? Anche se le ipotesi sono diverse e non certe che si tratti di una linfa di albero, vero è che si usò la parola manna per definirlo. Ancora adesso si usa l'espressione " come Manna dal cielo " per un benessere inaspettato e gratuito. La cura di Mannite era un classico primaverile, del cambio di stagione o come dicevo prima, quando si effettuava un cambiamento d'aria per purificare gli organi e predisporli alle nuove cose che si sarebbero mangiate, ai nuovi pollini che si sarebbero incontrati nelle passeggiate, all'acqua diversa che si sarebbe bevuta. Ora, ahimè, si vive nella globalizzazione e si va velocemente con un aereo da un posto all'altro dove ci illudiamo di trovare le stesse cose, gli stessi sapori in qualsiasi posto del mondo siamo, ma forse non è proprio così e sono convinta che il nostro organismo ne risenta più di quanto ce ne accorgiamo, perché, come diceva mio padre, se fossimo nati per volare ci avrebbero pur fatto le ali anche a noi, se ci hanno fatto per muoverci con i piedi significa che si deve andare più lentamente... - foto dal web - Aggiornamento 2026 Non è più visibile il video che avevo messo quando scrissi il post, potete trovarne qualcuno sulla produzione della manna sul profilo fb di Mario Cicero che vive ancora a Castelbuono e come guida ambientale escursionistica organizza eventi e accompagna grandi e piccini in bellissime avventure, oltre ovviamente a produrre manna. A questi link per conoscerlo e incontrarlo. https://madonieexplorers.com/chi-siamo/ https://madonieexplorers.com/visita-produttore-di-manna/ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA RADICHELLA A COSTANEIGRA
La Natura non fa nulla d'inutile. (Aristotele) Ancora un'erba del Mio Prebuggiun ( qui>>> ) , facilmente reperibile nelle campagne qui intorno a me. A primavera spunta con la sua rosetta basale somigliante a un Tarassaco ( qui>>> ) e per questo spesso confusa. Con il Tarassaco condivide la famiglia delle Asteracee , il suo genere invece è quello delle Crepis che possiede 200 o 300 specie, facilmente confondibili per un profano. Per quel che mi riguarda sono arrivata ad individuare quella che raccolgo nella Crepis vesicaria e nelle sue sottospecie, ma come ho già avuto modo di dire non ho competenze botaniche specifiche, il mio interesse per il nome scientifico è puramente a livello amatoriale. Anche quelle che in Emilia chiamano "asprelle" credo siano una varietà di Crepis. È questa quella raccolta un po' ovunque con il nome di Radichella o Radichiella . In questa zona è chiamata Costaneigra, nome che favorisce il riconoscimento per il colore rosso scuro dello stelo alla base. L'altro segno particolare è il " bottone " centrale che formerà il fiore, che la fa distinguere dal Tarassaco e dalla Cicoria( qui>>> ) . Anche se spesso è confusa con questi, non ci saranno conseguenze di sorta, ha un gusto tendente all'amaro e per questo depurativa, disintossicante e diuretica come appunto Tarassaco e Cicoria. Il fiore, a differenza del Tarassaco , che è uno su ogni stelo, nelle Crepis forma una ramo ad ombrello di simil-margherite gialle, spesso con sfumature rossastre, alto anche 80 cm. Non c'è molto altro da dire, non la mangio né cruda né da sola, ma solamente nel misto di erbe, bollita, stando attenta a ben equilibrarla con qualcun altra più dolce. I suoi boccioli chiusi li mangio qualche volta anche in insalata, mescolata a tarassaco, ma bisogna essere abituati a certi gusti selvatici. Pare che l'appellativo vesicaria le derivi dalle brattee rigonfie, simili a vesciche, che la contraddistinguono nel momento della fioritura. Sono venuta a conoscenza di una Crepis con una certa tossicità la Crepis lacera, che per fortuna non è presente qui in Liguria e penso in gran parte del Nord Italia, la segnalo solo per chi non cerca erbe qui, ma al centro e al sud. Non avendo avuto occasione di fotografarla propongo una foto presa dal web. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELLA COLAZIONE DI PASQUA E DELL'UOVO DEL VENERDÌ
E con un ramo di mandorlo in fiore, a le finestre batto e dico: «Aprite! Cristo è risorto e germinan le vite nuove e ritorna con l'april l'amore Amatevi tra voi pei dolci e belli sogni ch'oggi fioriscon sulla terra, uomini della penna e della guerra, uomini della vanga e dei martelli. Aprite i cuori. In essi irrompa intera di questo dì l'eterna giovinezza ». lo passo e canto che la vita è bellezza. Passa e canta con me la primavera. Ada Negri Ricordo zio Genin, organista in basilica dei Fieschi, per più di 50 anni, che aveva un vero e proprio culto per l’uovo del venerdì santo. Secondo lui questo uovo non marcisce mai. Adolescente ribelle io, mentre lui mi ripeteva ogni anno la stessa, e scettica lo ascoltavo, pensando che sette anni di prigionia in India qualche danno lo avevano pur fatto. Parlava di farlo benedire, conservarlo, mangiarlo la mattina di Pasqua e così quel giorno in tavola c’erano sempre queste uova del venerdì santo portate a benedire, spesso colorate, che tutto sommato preferivo mangiarmele piuttosto che aspettare per verificare che non andassero a male. Negli anni, anche se i ricordi son confusi e in casa non si è mai fatto veri e propri digiuni di quaresima, la colazione di Pasqua abbiamo sempre cercato di farla diversa, con quel qualcosa in più che desse significato alla giornata, e poi a messa con il vestito nuovo. Ho scoperto poi che l’usanza è ancor ben presente nelle regioni centro-meridionali e che quella dell’uovo del venerdì santo la raccontano in tanti e arriva forse dalla Francia. Pare lo tenessero da parte per darlo poi agli ammalati gravi. Certo è che l’uovo è l’ emblema della nascita, e una volta si arrivava alla mattina di Pasqua dopo la quaresima che non prevedeva nulla di animale, e dopo il lungo digiuno del venerdì santo. Adesso i digiuni si fanno per dimagrire, trovare un uovo con la certezza che sia stato deposto il venerdì santo nemmeno dal gioielliere, anche se tutti gli anni ci provo. Con questo una bella colazione la mattina di Pasqua, soprattutto se l’aria fosse finalmente gentile e si potesse apparecchiare in giardino, sul terrazzo, perché no? Anche a letto ma con le finestre aperte, chi ce lo impedisce? Le uova sode colorate, come appunto si usava fare con quelle benedette del venerdì, i primi salumi finalmente stagionati dell’anno, qualche fetta di formaggio fresco, un pane cotto apposta che sia un po’ più brioche salata, due fiori e come diceva mia madre: - Ora dobbiamo solo resuscitare.- Per la simil brioche salata tutti gli anni leggo tante ricette, poi invento un po'. L'anno scorso l'ho fatta tipo casatiello piena di salumi prosciutto e formaggio. Quest'anno l'ho fatta tipo treccia arrotolata e con queste dosi: 500 g farina 300 manitoba+200 farina 00 4 g lievito di birra secco 200 ml latte tiepido 1 uovo 50 g burro morbido 25 g zucchero 10 g sale fino 100 g di speck a striscioline sottili 1 tuorlo + 2 cucchiai di latte semi sesamo o di papavero come piacciono Ho mescolato il latte al burro sciolto, ho aggiunto l'uovo, ho messo tutto nelle due farine e aggiunto lievito e sale. Impastato e dopo un'ora ho fatto due pieghe direttamente nella ciotola. Lasciato lievitare tutta la notte. Se si vuole far prima basta raddoppiare il lievito. Il mattino dopo ho allargato la pasta a rettangolo ho messo sopra dello speck a striscioline sottili ho arrotolato e poi tagliato in tre parti che ho inciso a fondo e intrecciato e poi chiuso a cerchio. Lasciato lievitare altre due ore, spennellato in superficie con tuorlo d'uovo sbattuto con un po' di latte, cosparso di semi di sesamo. Cotto in forno per 40 minuti a 200-180 gradi Per le uova colorate quest'anno ho provato a fare quelle sode, sgusciate e immerse nel colorante, che può essere fatto con spinaci, curcuma, barbabietola o anche coloranti alimentari. Dopo averle rassodate l'ho sgusciate e lasciate coperte dal colore, una per ogni bicchiere, un colore diverso. Ho aggiunto un cucchiaio di aceto in ogni acqua colorata. Pensavo assorbissero più colore, ma così per provare una cosa diversa. Tutto sommato preferisco colorarle con il guscio. Questa che mi era piaciuta tanto è semplicemente rassodata nel vino rosso con l'aggiunta di zucchero di canna che crea un brillio in superficie, che in foto non si vede ma è molto bello. Tanto mi piacciono invece le uova traforate ma mi devo ancora specializzare un po' e soprattutto trovare il tempo per farle. Quest'anno mi sono fatta questi biscottini forma di colombina che mi saranno capitate davanti in mille ricette più o meno uguali, io le ho fatte così, il più leggere possibili. 125 g Yogurt greco 250 g Farina Spadoni autolievitante 25 g Mandorle non pelate macinate fini 130g Zucchero 50 g Burro sciolto 1 uovo scorza grattugiata di limone e aroma di mandorla Zucchero a velo Mescolato yogurt e burro sciolto, aggiungo lo zucchero, le mandorle ridotte farina, la farina, la buccia di limone, l'uovo. Mescolo bene e ottengo un impasto molle e appiccicoso che metto in frigorifero un'oretta. Riprendo l'impasto che sarà meno appiccicoso e formo i biscotti a colombina. Ci sono decine di video sul web e altrettanto ricette diverse. In forno a 180° per mezz'ora Buona Pasqua a tutti, vado che ho fame. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DEL BURRO FIORITO ... E DEI BISCOTTINI PETALOSI
Mi chiedi perché compro riso e fiori? Compro il riso per vivere e i fiori per avere una ragione per cui vivere. Confucio Da qualche parte, nell'anno del non so quando, nella località di non so dove, mi arrivò all'orecchio la parola "burro fiorito" probabilmente legato nel discorso alla parola "malga"... Da qualche tempo mi girava e rigirava in testa e una rapida ricerca su internet non ha dato nessun esito o non ho saputo cercare, quindi era necessario provare a fare quello che vedevo già fatto nella mia mente... Di come si fa il burro ho parlato nel primo post che ha inaugurato questo blog ( qui>>> Burro?grazie me lo faccio ) ma è talmente semplice che non fatico a riscrivere. Per farlo fiorito però è necessario avere qualche corolla di fiori selvatici appena raccolti. È buona cosa rimanere su fiori semplici e conosciuti sicuramente edibili e mescolati di vari colori, quindi calendula, trifoglio rosso, tarassaco, malva, qualche tralcio di finocchio, uno dei pochi casi dove metto uno o due fiori di borragine per via del blu intenso che non guasta, qualche fiore di ortica morta, il lamium, lillà, geranio molle selvatico e erba roberta, ma anche viole, viole del pensiero, roselline. Tutto assolutamente bio e appena raccolto. Per fare il burro serve la panna liquida fresca. Quella che al negozio sta nel frigorifero del latte, con la scadenza breve, non quella a lunga conservazione da cucina tanto per capire. Il procedimento è uguale a come si fa la panna montata, al di là del metodo campagnolo del fiasco, oggi basta un qualunque frullino, robot, frullatore, quel che si voglia. In tempo che definire cinque minuti è tanto, frullando dalla panna liquida, si raggiunge lo stato di panna montata. Continuando il colore da bianco diventa giallino, si ottiene la separazione del grasso dal liquido, il burro è fatto. Va messo in un colino a maglie strette e sotto l'acqua fredda corrente, senza paura, sciacquato per bene lavorandolo con una spatola per eliminare il liquido che ne comprometterebbe la durata oltre che il gusto. A questo punto su una carta forno ho sparso i petali a caso e sistemato il burro appena fatto sopra, aiutandomi con la carta, l'ho "impastato" con i fiori, rotolandolo poi su altri petali perché aderissero bene anche all'esterno. Ho formato il mio panetto e Il risultato è delizioso, da verificare la durata del colore dei fiori, e da tenere conto che comunque i fiori rilasciano un poco di sapore, ma servire questo burro a un tè o ad una prima colazione, è quel momento di coccola che non può che fare bene. Avendo ancora due fiori ho deciso di proseguire a fare biscotti fioriti. Questi invece mi erano passati davanti mesi fa, sfogliando internet, vai a ritrovare ora come e perché, ma provare si può sempre provare. La pasta ho deciso per la sucrē di Evelindecora (qui>>>) che se non avete visto i suoi biscotti decorati correte subito, una frolla ricca, in pratica per farla serve: 100 gr. di burro morbido 100 gr. di zucchero fine (non a velo) 2 tuorli di uovo a temperatura ambiente 200 gr. farina 00 scorza di limone, vaniglia Mescolato burro e zucchero con una spatola, aggiungo i tuorli, gli aromi e la farina finendo di formare una palla a mano. È possibile anche stenderla subito, io ho lasciato riposare un'oretta in frigo. Per facilitare l'operazione si può stendere tra due fogli di carta forno, lasciandola relativamente più spessa dei biscotti finiti. Sistemo a piacere, con un po di fantasia i fiori, tenendo presente la misura del tagliapasta rotondo che userò per tagliarli, copro con la carta forno e premo leggermente con il matterello. Taglio semplicemente rotondi e inforno a 180° forno anche ventilato, controllando attentamente. Non devono colorire, bastano 10 minuti. Quando li tolgo dal forno sono ancora morbidi da non toccare fino a che non sono freddi. A prova finita sono soddisfatta del risultato, certamente i colori forti rimangono di più e questo sarà tenuto presente la prossima volta, ma la mia mente vola e già immagino i soliti biscotti salati di pasta sablé che faccio per gli aperitivi, decorati con fiori di rosmarino, finocchio (che rende benissimo) fiori di origano, di timo serpillo e altro.... Un'altra delle cose che ho preparato giorni fa per questa estate sono i cubetti del giaccio fioriti.... credo non servano ricette per farli ma sono di grande effetto. Ripeto SOLO FIORI EDULI, fate una veloce ricerca se avete dei dubbi, impossibile ricordarli tutti qui, oltre a calendula, trifogli, tarassaco, malva, finocchio, lamium, lillà, primule, geranio molle selvatico e erba roberta, viole, viole del pensiero, roselline, meglio rimanere sul semplice. Per sambuco e acacia solo i petali perché le parti verdi sono tossiche anche se la quantità è davvero minima ed è per questo che qui uso i pochi fiori di borragine che mangio durante l'anno. Sul glicine sorvolo, ma io non lo mangio. ❌Sicuramente NO fiori di ranuncolo, vitalba, celidonia, aquilegia, clematidi, ortensie, falso gelsomino, azalee e rododendri, narcisi e tulipani, digitale, lantana, mughetto, pervinche, calle, erica, ginestra, oleandro e altri ancora più pericolosi di questi come lo stramonio e l'aconito. Tutti tossici se non anche velenosi, ma chissà quanti ne dimentico. Quindi attenzione. Attenzione anche a dove si raccoglie, se sono fiori del giardino, che non provengano da un garden pompati con concimi chimici non adatti all'alimentazione. Ancora una piccola stupidaggine, io vivo in campagna, circondata da migliaia se non milioni di fiori, nonostante questo non raccolgo inutilmente ciò che realmente non mi serve e solo il minimo indispensabile. Non sono la padrona della natura e sono quella a cui i fiori sono meno necessari, quando raccolgo lo faccio consapevolmente e quando, per esempio, prima dello sfalcio, dopo poche ore sarebbero tagliati comunque. Così, per rispetto verso di loro ma soprattutto verso di me. Altre idee con i fiori sono in questo post : Mi è fiorita l'insalata (qui>>>) e in giro per il blog. Spero un giorno di incontrare Dio, perché voglio ringraziarlo per i fiori. Robert Brault Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CARCIOFINI SOTT'OLIO
Dopo tanto tempo fra erbe, raccogli le erbe, porta le erbe, racconta le erbe, oggi mi sono concessa un pomeriggio. D'altra parte si aspetta la pioggia benedetta e riuscirò a stare un po' a casa, viste le previsioni, l'altra sera, tornando, al supermercato, ho trovato un po' di carciofini, ovvero gli ultimi carciofi piccoli che rimangono sulla pianta nei rami secondari e che vengono usati per essere conservati sott'olio. Il periodo che si trovano in vendita almeno qui da noi è questo, tra fine aprile e inizio maggio poi non ne arrivano più, e quelli dell'altra sera mi sembravano già abbastanza malconci da essere gli ultimi. Li ho presi lo stesso, mi piacciono troppo, e nonostante l'aspetto esteriore so che dentro poi saranno diversi, d'altra parte o faccio questi e devono essere piccoli, o non mi perdo a mettere sott'olio quelli più grandi divisi a spicchi, perché sono davvero tutta un'altra cosa, un altro sapore, al di là dell'aspetto estetico. Pulirli è meno tragico di quanto possa sembrare, basta osservare qualche accortezza. Si taglia sotto le punte, si taglia all'attaccatura del gambo, si arrotonda il fondo in modo da togliere in solo gesto anche le prime foglie più dure, e il carciofino è pronto da mettere a bagno con acqua fredda e limone. Puliti tutti, si fanno bollire in aceto, con un grano di pepe, una foglia di alloro, sale, uno spicchio d'aglio. Non serve molto liquido, appena appena coperti, e si fanno cuocere cinque minuti, non di più perché non serve, devono essere bei croccanti. Premuti leggermente in un canovaccio pulito e lasciati asciugare qualche ora, si sistemano poi per bene in una arbanella pulita e si coprono di olio di oliva, distribuendo il pepe, l'alloro e l'aglio bolliti insieme. Non metto mai prezzemolo nelle conserve, mi sembra diventi scuro e cambi sapore, aggiungerne un poco fresco al momento dell'uso è un attimo. Dovrebbero rimanere una decina di giorni per insaporirsi, io non ci riesco quasi mai, a meno che non ne trovi una quantità tale che mi permette di farli durare un po' di più. Classici nell'antipasto, sulla pizza, per una pasta veloce, un contorno, una bruschetta e chi più ne ha più ne metta. I più grandi, quando in questo periodo vengono venduti a cassetta, li pulisco con lo stesso metodo, taglio in quattro e dopo una brevissima sbiancatura di pochi minuti in acqua bollente li metto in congelatore e saranno pronti per fare torte, sughi, stufati. Metto in congelatore, in anni che si possono comperare senza un mutuo, anche quelli di prima scelta, tagliati a fette spesse, passati nella farina poi nell'uovo sbattuto e infine nel pane grattugiato pronti per friggere assolutamente in olio evo Altre ricette con i carciofi https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/02/15/torta-patate-e-carciofi-a-modo-mio https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/31/pasqualina-e-cappuccina Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











