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- AGLIO ORSINO
foto di A. Andreatta Quante ricerche fatte negli anni! Prima di tutto mia madre che ne sentiva parlare senza averlo mai trovato e poi io che speravo sempre di imbattermi in una prateria profumata di fiori bianchi. Poi un giorno, l'amico dal quale rubo tutte le foto, ne pubblica una proprio di aglio orsino e subito chiedo: -Ma dove lo hai trovato, per piacere?- -In Val d'Aveto, scendi dalla macchina entri nel bosco e lo trovi...- Quasi quasi non volevo credere... e comunque dove? a caso? L'anno scorso, sempre il fortuito incontro con Sara, verso fine aprile, andiamo con lei ad assaggiare i prodotti di Manuela Casaleggi, >>> in quel di Rezzoaglio, e lei insieme ci serve un pesto di aglio orsino. -AGLIO ORSINO?- dico io ma dove è 'sta benedetta pianta? Quasi le otto di sera e mi porta a due passi, sulla riva dell'Aveto, nella prateria che tanto avevo sognato di trovare. Non sto qui a raccontare di nuovo cosa è successo dopo, giornate intense di raccolta e riconoscimento. Appunto il riconoscimento, anche se capitando in un posto così sembra impossibile non capire qual'è, ma QUESTA ERBA PUÒ ESSERE CONFUSA CON ALTRE VELENOSE MORTALI che si possono trovare insieme, vicine Con ordine: L'Aglio orsino o ursino e l'Aglio serpentino o vittoriale sono gli unici ad a vere le foglie così, grandi a lancia, mentre tutti gli altri Allium le hanno strette e lunghe. L'orsino, a differenza di quanto credono in molti, si trova in tutta Italia, meno la Sardegna, anche a quote bassissime fino a 1400mt. Quello vittoriale, che ha il fiore diverso, solo in alcune regioni del nord da 1400 mt. in su, entrambi nei boschi ombrosi e umidi di latifoglie, diffondendosi in prati profumatissimi, ed è limitata la raccolta. Le foglie sono morbide, lanceolate e con UN LUNGO PICCIOLO, con una nervatura centrale importante che fa sì che la foglia girandola assuma l'aspetto di una "carena". Si alzano dalla base, seppur inizialmente fasciate insieme, ognuna poi con il suo bel picciolo lungo. foglia di Aglio ursino Queste sono le caratteristiche principali che lo distinguono per esempio dal mughetto, che può non essere mortale, è però molto tossico e si corrono comunque rischi seri. La foglia del mughetto molto simile nella carenatura anche se non così pronunciata, ha un picciolo più corto e che rimane fasciato, di solito sono due insieme, e ha nervature più visibili in controluce. Foglie di Mughetto, a due, amplessicauli, cioè abbracciate a due a due AGLIO ORSINO MUGHETTO Più pericolosa, molto di più, la confusione con le foglie di colchico, Colchicum autumnale, contenenti la colchicina, un alcaloide del quale pare ne bastino 7mg per provocare la morte. La foglia è profondamente diversa, più carnosa, di un verde più scuro, leggermente carenata e soprattutto NON HA PICCIOLO, cioè spunta da terra in primavera, senza fiore, in un fascio insieme alle altre. Perché si possono confondere? Perché condividono lo stesso habitat e spesso, anche da chi lo conosce bene, viene commesso l'errore di raccogliere l'aglio orsino a mazzi con forbici o falcetti, senza controllare foglia per foglia, come è successo qualche anno fa. E qui mi tornano in mente le parole di mia madre, quando andavamo per erbe insieme anche ad altre amiche, delle quali lei non sapeva bene le conoscenze. Tornate a casa prendeva TUTTE le erbe di tutti e diceva:- Oua, me l'ammio tutte mi, unna pe unna- -Ora me le guardo tutte io una per una - e controllava. Un altro errore è quello di fidarsi dell'odore. Le foglie di colchico e di mughetto non profumano di aglio o cipolla, ma quando si capita in un posto come sopra e si raccoglie foglie di aglio dopo un po' le mani, l'aria intorno, tutto sa di aglio e ci si può ingannare. Purtroppo non è stato difficile trovare anche tanto colchico, non lontano dall'aglio, anzi. Le foglie sono più carnose, di un verde meno brillante, più a punta e soprattutto non è presente il picciolo. foto di PHYTOALIMURGIA Non esiste antidoto per l'avvelenamento da Colchico, sono riportate dosi da 7mg per provocare la morte. Non è così facile incontrare dei mughetti in un bosco ma può succedere, più facile che sia mescolato a qualche pianta di colchico. Ripeto come sopra, spesso nella smania di raccogliere, si taglia tutto senza controllare attentamente foglia per foglia, se ha il picciolo, se nasce da sola e non fasciata ecc. ecc. Se in primavera la foglia può essere scambiata per aglio ursino, in autunno il fiore è confuso con lo zafferano selvatico, del quale avevo già parlato qui>>>FIOR DI ZAFFERANO... Per far capire quanto è facile trovarlo in mezzo ho estrapolato questo video utilissimo, in attesa di farne uno mio. Chiedo scusa a Giulio >>>giulio_officinalis per questo, ma volevo far vedere il video anche a chi non ha Instagram, metto comunque la sua pagina in modo che si possa vedere per intero. Appena mi riuscirà farò un video mio. fiore di aglio orsino - foto di A.Andreatta Dell'aglio orsino si mangia tutto, foglie, fiori, semi, bulbo. Gli usi sono quelli di un aglio ma più delicato, le proprietà anche quelle simili. Il suo nome pare derivi dal fatto che gli orsi, destandosi dal letargo seguissero l'odore per trovarlo e cibarsene per depurare l'organismo. foto di Actaplantarum Non sono ancora molto abile con le ricette, sto sperimentando. Non sono andata oltre un pesto, foglie pulite frullate con mandorle o pinoli, ma anche noci, in olio extravergine, poco sale, che ho messo su tartine di pane nero. O un burro montato aromatizzato e qui si possono usare anche i fiori, o l'olio semplicemente aggiungendo foglie ad un olio di vinacciolo se lo volete leggero ma anche un buon olio di oliva. L'olio è utilizzato tanto sul pesce, sulle insalate. Sto provando un sale, con foglie tritate grossolanamente, mescolate a sale marino e poi fatto asciugare. L'anno scorso ho lasciato i semi in aceto per un giorno e poi li ho messi in olio, e sono stati molto apprezzati. Quest'anno perfezionerò le ricette. Certo deve comunque piacere il gusto di aglio e di cipolla, che pur essendo più dolce e più digeribile quello è. Visto la tanta curiosità che c'è intorno a questa pianta, non tanto conosciuta e usata da queste parti, ho deciso d'accordo con il comune di Santo Stefano D' Aveto e con l'Ente Parco, di fare una giornata di riconoscimento e raccolta consapevole, la presentazione,di qualche ricetta, con la presenza di Linda Enrica Sacchetti, biologa nutrizionista che ne spieghi le proprietà . La giornata sarà il 26 Aprile, durante la passeggiata, breve e in piano, si avrà modo di osservare tutta la natura circostante, e di valutare eventuali anche altre erbe commestibili che si possono incontrare. La giornata inizierà con l'appuntamento 9,30- 10 dei partecipanti alla passeggiata presso la Sala Multimediale in piazza R.Pareti Viale E.Razzetti,1 di Santo Stefano d'Aveto, dove saranno mostrate dal vero le caratteristiche di tutte e tre le piante per capirne le differenze e sarà consegnato un'Erbaria di Erbando, quella specifica dell'Aglio Orsino dove applicare le tre foglie vere, che poi ognuno porterà a casa. Si partirà quindi per la passeggiata. Per la partecipazione si richiede un contributo all'Associazione Erbando di 15€ e la prenotazione obbligatoria al numero 348 618 9707 SARA Al ritorno, a entrata libera, sempre nella sala multimediale, qualche ricetta e consiglio per l'uso in cucina e qualche piccolo assaggio. Alle 15 la biologa nutrizionista Linda Enrica Sacchetti ci illustrerà le proprietà nutrizionali dell'Aglio Ursino e ribadirà le differenze fra le varie piante. Alle 16,30 altra passeggiata come al mattino con prenotazione obbligatoria al 348 618 9707 SARA Qui sotto dove andremo a passeggiare, diciamo che siamo sicuri che c'è Sara Diana di "C'era una volta b&b" qui>>> vi aspetta con la sua accogliente e calorosa ospitalità. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI ORNIELLO
- Fiore di Fraxinus ornus, Orniello - Allora disse Jafnhár : “Il frassino è di tutti gli alberi il più grande e il migliore; i suoi rami si allungano per tutto il mondo, fin sopra il cielo”. Con incommensurabile ritardo, pubblico il post sul frassino. In pratica è dall'anno scorso che volevo scrivere qualcosa, il caldo anomalo ha fatto sparire in fretta i bianchi fiori sugli alberi che si mescolano confondendosi con gli arbusti di sambuco nella macchia. Forse qualcuno ancora fiorito si trova andando verso quote più alte. Profondamente diversi dal sambuco raccontano anche loro la storia di un albero che per il resto dell'anno rimane qui semi sconosciuto fra carpini, roverelle, cerri e altro, nati a caso, a formare i boschi misti insieme ai castagni che ammalati e poco curati stanno lentamente sparendo. A me, fortunata, ne è nato uno in un vaso. Diversa la considerazione degli antichi per questa pianta, nella cultura nordica è la chioma di un frassino che sostiene il cielo e per altri è il primo albero creato, e da questi è uscito il primo uomo. Nelle sue radici vivono le Ninfe melìadi, le ninfe del miele, custodi del destino, che incessantemente tengono bagnate le sue radici perché non secchi. La sua magia è legata alle acque e si diceva salvasse dall'annegamento. Proprietà guaritrici affidate alle sue foglie, alla corteccia e ai semi. Con le foglie giovani si fa un ottimo tè. Associato al mito della creazione diventa simbolo di fecondità. Tali sono le sue proprietà magiche che è solo con un paletto di frassino, robusto ed elastico, che si possono uccidere i vampiri. Ieri sera un frassino sul punto di dirmi qualcosa - tacque. Octavio Paz Le foglie formate da un rametto con da 5 a 9 foglioline leggermente dentate sul bordo cadono in autunno. Il legno pregiato e bianco, elastico, leggero largamente usato da sempre per tutto ciò che necessita di un legno resistente, gli archi e frecce per esempio o le ruote dei carri, manici per attrezzi agricoli e poi in seguito anche sci, eliche, strumenti musicali, sedie ecc. Tra le innumerevoli varietà il più pregiato è il Frassino maggiore, Fraxinus excelsior, diverso il fiore da quello sopra, ma qui trovo più frequente questo, l'Orniello, Fraxinus ornus , anche esso dalle innegabili proprietà. Ottimo come legna da ardere anche verde, per via di una sostanza infiammabile che contiene, il primo fuoco dell'anno veniva acceso con legno di frassino perché la stagione fosse propizia e le piogge primaverili abbondanti. Tenuto spesso vicino alle abitazioni e capitozzato per fare con le foglie foraggio, tutto l'albero è commestibile, semi, corteccia foglie, anche per l'uomo e le donne romane lo usavano le sue proprietà dimagranti. I contadini di una volta preparavano per i giovani polli in primavera "l'acqua blu" di Orniello. I giovani rami, i polloni dell'anno con la corteccia che si stacca facilmente, venivano immersi un po' sbucciati e un po' no, in acqua fresca per almeno due giorni al buio, l'acqua prende una colorazione bluastra e questa veniva data una volta, ogni due o tre giorni per qualche settimana, si diceva che servisse per prevenire e rinforzare, probabilmente l'effetto antinfiammatorio contro artrite e reumatismi, gli effetti blandamente lassativi e diuretici servivano come serviva a noi la ... Manna. Solo da pochi anni ho scoperto essere l'Orniello lo stesso Frassino da manna, seppur con varietà selezionate, coltivato in Sicilia, per la produzione di quest'ultima, una coltivazione antichissima. La manna è ottenuta da un liquido biancastro dolce, frutto dell'unione fra le due linfe dell'albero che incontrandosi e uscendo all'esterno solidificano naturalmente grazie alle particolari condizioni ambientali, caldo secco ecc.. L'uomo favorisce la fuoriuscita nei mesi caldi, incidendo la corteccia e creando un taglio, posizionando particolari accorgimenti per far si che si raccolga in cannoli, o in coppette alla base, o raschiando quella naturale. Un lavoro che si concentra tutto intorno al parco delle Madonie in Sicilia e gran parte della produzione mondiale per dolci, prodotti di bellezza o medicinali naturali arriva da lì. Nonostante l'albero sia lo stesso, l'Orniello, da noi non avviene la trasformazione della linfa da liquida a solida per questioni proprio di clima. Mannite di Castelnuovo - foto dal web - Chi fra quelli della mia età non ricorda come le veniva propinato al mattino il panetto di Mannite da sciogliere nel te o nel latte, per rinfrescare l'intestino, quando, per esempio, si andava in villeggiatura e "bisognava abituarsi all'aria"? Purtroppo un prodotto destinato a sparire, sostituito come sempre da surrogati chimici, il Mannitolo, che non sempre è Mannite da Frassino. Anche la produzione di Manna in cannoli, era diminuita drasticamente e i frassini sostituiti da oliveti o simili se non fosse per alcuni giovani che hanno ripreso in mano le antiche tradizioni e adesso la Manna in Cannoli è un presidio Slow food. - foto dal web - La casa d'Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele. Libro dell'Esodo. Incredibile come si sia potuto abbandonare un prodotto così fantastico, dalle molteplici proprietà curative, a cominciare dai diabetici che possono usarlo al posto dello zucchero, a chi vuole un blando lassativo per bambini e anziani, favorire la diuresi, come antinfiammatorio per avere miglioramenti nelle bronchiti croniche e calmare la tosse, più un buon contenuto di antiossidanti. D'altra parte cosa mandò Dio agli Ebrei nel deserto che gli bastasse per tutto? Anche se le ipotesi sono diverse e non certe che si tratti di una linfa di albero, vero è che si usò la parola manna per definirlo. Ancora adesso si usa l'espressione " come Manna dal cielo " per un benessere inaspettato e gratuito. La cura di Mannite era un classico primaverile, del cambio di stagione o come dicevo prima, quando si effettuava un cambiamento d'aria per purificare gli organi e predisporli alle nuove cose che si sarebbero mangiate, ai nuovi pollini che si sarebbero incontrati nelle passeggiate, all'acqua diversa che si sarebbe bevuta. Ora, ahimè, si vive nella globalizzazione e si va velocemente con un aereo da un posto all'altro dove ci illudiamo di trovare le stesse cose, gli stessi sapori in qualsiasi posto del mondo siamo, ma forse non è proprio così e sono convinta che il nostro organismo ne risenta più di quanto ce ne accorgiamo, perché, come diceva mio padre, se fossimo nati per volare ci avrebbero pur fatto le ali anche a noi, se ci hanno fatto per muoverci con i piedi significa che si deve andare più lentamente... - foto dal web - Aggiornamento 2026 Non è più visibile il video che avevo messo quando scrissi il post, potete trovarne qualcuno sulla produzione della manna sul profilo fb di Mario Cicero che vive ancora a Castelbuono e come guida ambientale escursionistica organizza eventi e accompagna grandi e piccini in bellissime avventure, oltre ovviamente a produrre manna. A questi link per conoscerlo e incontrarlo. https://madonieexplorers.com/chi-siamo/ https://madonieexplorers.com/visita-produttore-di-manna/ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA RADICHELLA A COSTANEIGRA
La Natura non fa nulla d'inutile. (Aristotele) Ancora un'erba del Mio Prebuggiun ( qui>>> ) , facilmente reperibile nelle campagne qui intorno a me. A primavera spunta con la sua rosetta basale somigliante a un Tarassaco ( qui>>> ) e per questo spesso confusa. Con il Tarassaco condivide la famiglia delle Asteracee , il suo genere invece è quello delle Crepis che possiede 200 o 300 specie, facilmente confondibili per un profano. Per quel che mi riguarda sono arrivata ad individuare quella che raccolgo nella Crepis vesicaria e nelle sue sottospecie, ma come ho già avuto modo di dire non ho competenze botaniche specifiche, il mio interesse per il nome scientifico è puramente a livello amatoriale. Anche quelle che in Emilia chiamano "asprelle" credo siano una varietà di Crepis. È questa quella raccolta un po' ovunque con il nome di Radichella o Radichiella . In questa zona è chiamata Costaneigra, nome che favorisce il riconoscimento per il colore rosso scuro dello stelo alla base. L'altro segno particolare è il " bottone " centrale che formerà il fiore, che la fa distinguere dal Tarassaco e dalla Cicoria( qui>>> ) . Anche se spesso è confusa con questi, non ci saranno conseguenze di sorta, ha un gusto tendente all'amaro e per questo depurativa, disintossicante e diuretica come appunto Tarassaco e Cicoria. Il fiore, a differenza del Tarassaco , che è uno su ogni stelo, nelle Crepis forma una ramo ad ombrello di simil-margherite gialle, spesso con sfumature rossastre, alto anche 80 cm. Non c'è molto altro da dire, non la mangio né cruda né da sola, ma solamente nel misto di erbe, bollita, stando attenta a ben equilibrarla con qualcun altra più dolce. I suoi boccioli chiusi li mangio qualche volta anche in insalata, mescolata a tarassaco, ma bisogna essere abituati a certi gusti selvatici. Pare che l'appellativo vesicaria le derivi dalle brattee rigonfie, simili a vesciche, che la contraddistinguono nel momento della fioritura. Sono venuta a conoscenza di una Crepis con una certa tossicità la Crepis lacera, che per fortuna non è presente qui in Liguria e penso in gran parte del Nord Italia, la segnalo solo per chi non cerca erbe qui, ma al centro e al sud. Non avendo avuto occasione di fotografarla propongo una foto presa dal web. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELLA COLAZIONE DI PASQUA E DELL'UOVO DEL VENERDÌ
E con un ramo di mandorlo in fiore, a le finestre batto e dico: «Aprite! Cristo è risorto e germinan le vite nuove e ritorna con l'april l'amore Amatevi tra voi pei dolci e belli sogni ch'oggi fioriscon sulla terra, uomini della penna e della guerra, uomini della vanga e dei martelli. Aprite i cuori. In essi irrompa intera di questo dì l'eterna giovinezza ». lo passo e canto che la vita è bellezza. Passa e canta con me la primavera. Ada Negri Ricordo zio Genin, organista in basilica dei Fieschi, per più di 50 anni, che aveva un vero e proprio culto per l’uovo del venerdì santo. Secondo lui questo uovo non marcisce mai. Adolescente ribelle io, mentre lui mi ripeteva ogni anno la stessa, e scettica lo ascoltavo, pensando che sette anni di prigionia in India qualche danno lo avevano pur fatto. Parlava di farlo benedire, conservarlo, mangiarlo la mattina di Pasqua e così quel giorno in tavola c’erano sempre queste uova del venerdì santo portate a benedire, spesso colorate, che tutto sommato preferivo mangiarmele piuttosto che aspettare per verificare che non andassero a male. Negli anni, anche se i ricordi son confusi e in casa non si è mai fatto veri e propri digiuni di quaresima, la colazione di Pasqua abbiamo sempre cercato di farla diversa, con quel qualcosa in più che desse significato alla giornata, e poi a messa con il vestito nuovo. Ho scoperto poi che l’usanza è ancor ben presente nelle regioni centro-meridionali e che quella dell’uovo del venerdì santo la raccontano in tanti e arriva forse dalla Francia. Pare lo tenessero da parte per darlo poi agli ammalati gravi. Certo è che l’uovo è l’ emblema della nascita, e una volta si arrivava alla mattina di Pasqua dopo la quaresima che non prevedeva nulla di animale, e dopo il lungo digiuno del venerdì santo. Adesso i digiuni si fanno per dimagrire, trovare un uovo con la certezza che sia stato deposto il venerdì santo nemmeno dal gioielliere, anche se tutti gli anni ci provo. Con questo una bella colazione la mattina di Pasqua, soprattutto se l’aria fosse finalmente gentile e si potesse apparecchiare in giardino, sul terrazzo, perché no? Anche a letto ma con le finestre aperte, chi ce lo impedisce? Le uova sode colorate, come appunto si usava fare con quelle benedette del venerdì, i primi salumi finalmente stagionati dell’anno, qualche fetta di formaggio fresco, un pane cotto apposta che sia un po’ più brioche salata, due fiori e come diceva mia madre: - Ora dobbiamo solo resuscitare.- Per la simil brioche salata tutti gli anni leggo tante ricette, poi invento un po'. L'anno scorso l'ho fatta tipo casatiello piena di salumi prosciutto e formaggio. Quest'anno l'ho fatta tipo treccia arrotolata e con queste dosi: 500 g farina 300 manitoba+200 farina 00 4 g lievito di birra secco 200 ml latte tiepido 1 uovo 50 g burro morbido 25 g zucchero 10 g sale fino 100 g di speck a striscioline sottili 1 tuorlo + 2 cucchiai di latte semi sesamo o di papavero come piacciono Ho mescolato il latte al burro sciolto, ho aggiunto l'uovo, ho messo tutto nelle due farine e aggiunto lievito e sale. Impastato e dopo un'ora ho fatto due pieghe direttamente nella ciotola. Lasciato lievitare tutta la notte. Se si vuole far prima basta raddoppiare il lievito. Il mattino dopo ho allargato la pasta a rettangolo ho messo sopra dello speck a striscioline sottili ho arrotolato e poi tagliato in tre parti che ho inciso a fondo e intrecciato e poi chiuso a cerchio. Lasciato lievitare altre due ore, spennellato in superficie con tuorlo d'uovo sbattuto con un po' di latte, cosparso di semi di sesamo. Cotto in forno per 40 minuti a 200-180 gradi Per le uova colorate quest'anno ho provato a fare quelle sode, sgusciate e immerse nel colorante, che può essere fatto con spinaci, curcuma, barbabietola o anche coloranti alimentari. Dopo averle rassodate l'ho sgusciate e lasciate coperte dal colore, una per ogni bicchiere, un colore diverso. Ho aggiunto un cucchiaio di aceto in ogni acqua colorata. Pensavo assorbissero più colore, ma così per provare una cosa diversa. Tutto sommato preferisco colorarle con il guscio. Questa che mi era piaciuta tanto è semplicemente rassodata nel vino rosso con l'aggiunta di zucchero di canna che crea un brillio in superficie, che in foto non si vede ma è molto bello. Tanto mi piacciono invece le uova traforate ma mi devo ancora specializzare un po' e soprattutto trovare il tempo per farle. Quest'anno mi sono fatta questi biscottini forma di colombina che mi saranno capitate davanti in mille ricette più o meno uguali, io le ho fatte così, il più leggere possibili. 125 g Yogurt greco 250 g Farina Spadoni autolievitante 25 g Mandorle non pelate macinate fini 130g Zucchero 50 g Burro sciolto 1 uovo scorza grattugiata di limone e aroma di mandorla Zucchero a velo Mescolato yogurt e burro sciolto, aggiungo lo zucchero, le mandorle ridotte farina, la farina, la buccia di limone, l'uovo. Mescolo bene e ottengo un impasto molle e appiccicoso che metto in frigorifero un'oretta. Riprendo l'impasto che sarà meno appiccicoso e formo i biscotti a colombina. Ci sono decine di video sul web e altrettanto ricette diverse. In forno a 180° per mezz'ora Buona Pasqua a tutti, vado che ho fame. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DEL BURRO FIORITO ... E DEI BISCOTTINI PETALOSI
Mi chiedi perché compro riso e fiori? Compro il riso per vivere e i fiori per avere una ragione per cui vivere. Confucio Da qualche parte, nell'anno del non so quando, nella località di non so dove, mi arrivò all'orecchio la parola "burro fiorito" probabilmente legato nel discorso alla parola "malga"... Da qualche tempo mi girava e rigirava in testa e una rapida ricerca su internet non ha dato nessun esito o non ho saputo cercare, quindi era necessario provare a fare quello che vedevo già fatto nella mia mente... Di come si fa il burro ho parlato nel primo post che ha inaugurato questo blog ( qui>>> Burro?grazie me lo faccio ) ma è talmente semplice che non fatico a riscrivere. Per farlo fiorito però è necessario avere qualche corolla di fiori selvatici appena raccolti. È buona cosa rimanere su fiori semplici e conosciuti sicuramente edibili e mescolati di vari colori, quindi calendula, trifoglio rosso, tarassaco, malva, qualche tralcio di finocchio, uno dei pochi casi dove metto uno o due fiori di borragine per via del blu intenso che non guasta, qualche fiore di ortica morta, il lamium, lillà, geranio molle selvatico e erba roberta, ma anche viole, viole del pensiero, roselline. Tutto assolutamente bio e appena raccolto. Per fare il burro serve la panna liquida fresca. Quella che al negozio sta nel frigorifero del latte, con la scadenza breve, non quella a lunga conservazione da cucina tanto per capire. Il procedimento è uguale a come si fa la panna montata, al di là del metodo campagnolo del fiasco, oggi basta un qualunque frullino, robot, frullatore, quel che si voglia. In tempo che definire cinque minuti è tanto, frullando dalla panna liquida, si raggiunge lo stato di panna montata. Continuando il colore da bianco diventa giallino, si ottiene la separazione del grasso dal liquido, il burro è fatto. Va messo in un colino a maglie strette e sotto l'acqua fredda corrente, senza paura, sciacquato per bene lavorandolo con una spatola per eliminare il liquido che ne comprometterebbe la durata oltre che il gusto. A questo punto su una carta forno ho sparso i petali a caso e sistemato il burro appena fatto sopra, aiutandomi con la carta, l'ho "impastato" con i fiori, rotolandolo poi su altri petali perché aderissero bene anche all'esterno. Ho formato il mio panetto e Il risultato è delizioso, da verificare la durata del colore dei fiori, e da tenere conto che comunque i fiori rilasciano un poco di sapore, ma servire questo burro a un tè o ad una prima colazione, è quel momento di coccola che non può che fare bene. Avendo ancora due fiori ho deciso di proseguire a fare biscotti fioriti. Questi invece mi erano passati davanti mesi fa, sfogliando internet, vai a ritrovare ora come e perché, ma provare si può sempre provare. La pasta ho deciso per la sucrē di Evelindecora (qui>>>) che se non avete visto i suoi biscotti decorati correte subito, una frolla ricca, in pratica per farla serve: 100 gr. di burro morbido 100 gr. di zucchero fine (non a velo) 2 tuorli di uovo a temperatura ambiente 200 gr. farina 00 scorza di limone, vaniglia Mescolato burro e zucchero con una spatola, aggiungo i tuorli, gli aromi e la farina finendo di formare una palla a mano. È possibile anche stenderla subito, io ho lasciato riposare un'oretta in frigo. Per facilitare l'operazione si può stendere tra due fogli di carta forno, lasciandola relativamente più spessa dei biscotti finiti. Sistemo a piacere, con un po di fantasia i fiori, tenendo presente la misura del tagliapasta rotondo che userò per tagliarli, copro con la carta forno e premo leggermente con il matterello. Taglio semplicemente rotondi e inforno a 180° forno anche ventilato, controllando attentamente. Non devono colorire, bastano 10 minuti. Quando li tolgo dal forno sono ancora morbidi da non toccare fino a che non sono freddi. A prova finita sono soddisfatta del risultato, certamente i colori forti rimangono di più e questo sarà tenuto presente la prossima volta, ma la mia mente vola e già immagino i soliti biscotti salati di pasta sablé che faccio per gli aperitivi, decorati con fiori di rosmarino, finocchio (che rende benissimo) fiori di origano, di timo serpillo e altro.... Un'altra delle cose che ho preparato giorni fa per questa estate sono i cubetti del giaccio fioriti.... credo non servano ricette per farli ma sono di grande effetto. Ripeto SOLO FIORI EDULI, fate una veloce ricerca se avete dei dubbi, impossibile ricordarli tutti qui, oltre a calendula, trifogli, tarassaco, malva, finocchio, lamium, lillà, primule, geranio molle selvatico e erba roberta, viole, viole del pensiero, roselline, meglio rimanere sul semplice. Per sambuco e acacia solo i petali perché le parti verdi sono tossiche anche se la quantità è davvero minima ed è per questo che qui uso i pochi fiori di borragine che mangio durante l'anno. Sul glicine sorvolo, ma io non lo mangio. ❌Sicuramente NO fiori di ranuncolo, vitalba, celidonia, aquilegia, clematidi, ortensie, falso gelsomino, azalee e rododendri, narcisi e tulipani, digitale, lantana, mughetto, pervinche, calle, erica, ginestra, oleandro e altri ancora più pericolosi di questi come lo stramonio e l'aconito. Tutti tossici se non anche velenosi, ma chissà quanti ne dimentico. Quindi attenzione. Attenzione anche a dove si raccoglie, se sono fiori del giardino, che non provengano da un garden pompati con concimi chimici non adatti all'alimentazione. Ancora una piccola stupidaggine, io vivo in campagna, circondata da migliaia se non milioni di fiori, nonostante questo non raccolgo inutilmente ciò che realmente non mi serve e solo il minimo indispensabile. Non sono la padrona della natura e sono quella a cui i fiori sono meno necessari, quando raccolgo lo faccio consapevolmente e quando, per esempio, prima dello sfalcio, dopo poche ore sarebbero tagliati comunque. Così, per rispetto verso di loro ma soprattutto verso di me. Altre idee con i fiori sono in questo post : Mi è fiorita l'insalata (qui>>>) e in giro per il blog. Spero un giorno di incontrare Dio, perché voglio ringraziarlo per i fiori. Robert Brault Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CARCIOFINI SOTT'OLIO
Dopo tanto tempo fra erbe, raccogli le erbe, porta le erbe, racconta le erbe, oggi mi sono concessa un pomeriggio. D'altra parte si aspetta la pioggia benedetta e riuscirò a stare un po' a casa, viste le previsioni, l'altra sera, tornando, al supermercato, ho trovato un po' di carciofini, ovvero gli ultimi carciofi piccoli che rimangono sulla pianta nei rami secondari e che vengono usati per essere conservati sott'olio. Il periodo che si trovano in vendita almeno qui da noi è questo, tra fine aprile e inizio maggio poi non ne arrivano più, e quelli dell'altra sera mi sembravano già abbastanza malconci da essere gli ultimi. Li ho presi lo stesso, mi piacciono troppo, e nonostante l'aspetto esteriore so che dentro poi saranno diversi, d'altra parte o faccio questi e devono essere piccoli, o non mi perdo a mettere sott'olio quelli più grandi divisi a spicchi, perché sono davvero tutta un'altra cosa, un altro sapore, al di là dell'aspetto estetico. Pulirli è meno tragico di quanto possa sembrare, basta osservare qualche accortezza. Si taglia sotto le punte, si taglia all'attaccatura del gambo, si arrotonda il fondo in modo da togliere in solo gesto anche le prime foglie più dure, e il carciofino è pronto da mettere a bagno con acqua fredda e limone. Puliti tutti, si fanno bollire in aceto, con un grano di pepe, una foglia di alloro, sale, uno spicchio d'aglio. Non serve molto liquido, appena appena coperti, e si fanno cuocere cinque minuti, non di più perché non serve, devono essere bei croccanti. Premuti leggermente in un canovaccio pulito e lasciati asciugare qualche ora, si sistemano poi per bene in una arbanella pulita e si coprono di olio di oliva, distribuendo il pepe, l'alloro e l'aglio bolliti insieme. Non metto mai prezzemolo nelle conserve, mi sembra diventi scuro e cambi sapore, aggiungerne un poco fresco al momento dell'uso è un attimo. Dovrebbero rimanere una decina di giorni per insaporirsi, io non ci riesco quasi mai, a meno che non ne trovi una quantità tale che mi permette di farli durare un po' di più. Classici nell'antipasto, sulla pizza, per una pasta veloce, un contorno, una bruschetta e chi più ne ha più ne metta. I più grandi, quando in questo periodo vengono venduti a cassetta, li pulisco con lo stesso metodo, taglio in quattro e dopo una brevissima sbiancatura di pochi minuti in acqua bollente li metto in congelatore e saranno pronti per fare torte, sughi, stufati. Metto in congelatore, in anni che si possono comperare senza un mutuo, anche quelli di prima scelta, tagliati a fette spesse, passati nella farina poi nell'uovo sbattuto e infine nel pane grattugiato pronti per friggere assolutamente in olio evo Altre ricette con i carciofi https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/02/15/torta-patate-e-carciofi-a-modo-mio https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/31/pasqualina-e-cappuccina Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- L'INSALATA RUSSA
È arrivato il momento di parlare anche di lei, l' insalata russa... Perché si chiami, russa con le ricerche storiche ora si sa, ma dalla Russia è partita con il nome di insalata Olivier. L'originale, quella pensata dal tale chef francese Lucien Olivier, che in Russia, nella metà del 1800 la inventò, conteneva carne di selvaggina da piuma, lingua di vitello, gamberetti di fiume, olive, capperi ecc. era rifinita con la gelatina, assomigliava di più a un aspic che a come è arrivata qui, e infatti in Russia è ancora chiamata insalata Olivier e le diatribe sulla ricetta perfetta sono esattamente come qui per tanti nostri piatti e poco assomiglia alla nostra. Nel percorso dalla Russia a qui è successo che ha perso per strada molta della sua opulenza probabilmente per i cambiamenti sociali che ci sono stati dalla fine dell'ottocento, crisi e guerre che nel tragitto hanno tolto molti ingredienti costosi. Mi sovviene una striscia comica che ho visto tempo fa che recitava: "In Germania l'insalata Russa è chiamata francese, in Germania italiana, in Italia russa... è evidente che nessuno se ne vuole prendere la responsabilità". Per molto tempo è stata immancabile nei piatti degli antipasti delle feste, ora mi sembra un po' meno presente perché anche il cibo segue le mode. La ricetta di casa mia è come sempre, leggermente diversa da altre viste in giro, chissà se per la preoccupazione di mia madre, combattuta fra è buona ma poco salutare per le troppe uova o per la saggia avvedutezza del costo del troppo olio impiegato: - Tuttu quell'oio! - e pensare che mai avrebbe creduto in un mondo dove con pochi euro adesso ti porti a casa un vasetto di maionese enorme. Così il risultato raggiunto è buono, molto più leggero ed economico. Nessun segreto, semplicemente una delle patate bollite schiacciata e mescolata con poca maionese e con queste condite le verdure, chissà quanti faranno già così. Con questi pochissimi ingredienti, dal costo irrisorio, anche dovendo comperare gli ingredienti, ho ottenuto una quantità che può essere servita con generosità a quattro cinque persone: 3 patate medie grandi 2 carote 200 gr. di pisellini fini, ho messo i miei del congelatore, anche se sono un po' grossi 1uovo sodo Giardiniera sott'aceto, funghi sott'olio o simili a piacere come decorazione Ho fatto un video per far vedere quanto è semplice, anche recuperando la carota dell'orto un po' così... Amo bollire le verdure per queste preparazioni già tagliate a dadini e a vapore. Cuocendole quel poco che restino croccanti. Una patata invece la lascio a fette. Cotte le verdure le metto in una pirofila con qualche goccia di olio e un pochino di sale a raffreddare Per la maionese: un tuorlo d'uovo a temperatura ambiente 100gr. di olio di semi (di mais, di girasole, di arachidi o anche di oliva se piace) un cucchiaio di aceto, meglio di mele un cucchiaino di succo di limone sale Va di moda adesso usare anche l'albume, a me hanno insegnato che il tuorlo dell'uovo crudo è digeribile mentre l'albume resta notevolmente indigesto e quindi non lo metto. C'è poi chi non farebbe mai la maionese senza pastorizzare l'uovo, ognuno faccia come crede. Per pastorizzare le uova non ci sono grossi problemi, basta scaldare l'olio a 120° e far bollire l'aceto...ma sarà davvero così? non proprio... anche se sono in molti ad asserirlo, così come si dice per lo sciroppo di zucchero a 120 gradi per le preparazioni dolci. L'eventuale salmonella che può essere all'interno dell'uovo non credo si elimini semplicemente con un po' di aceto e olio caldo, troppe sono le varianti, la temperatura dell'uovo, la quantità, ecc. ecc. La salmonella sul guscio può essere eliminata lavando velocemente le uova con acqua calda solo pochissimo prima di usarle. Un vantaggio di usare le uova pastorizzate è che sicuramente dura di più chiusa in un barattolo in frigo. L'importante è che non corriate a lavarvi le mani appena avete rotto l'uovo se poi fate la maionese con l'uovo crudo. La procedura per farla con il frullatore a immersione è ormai conosciuta a tutti: si versa uovo, sale, succo di limone, eventualmente la senape, in un contenitore alto e stretto. Si mette il frullatore a immersione posato sopra l'uovo, si aziona senza mai sollevarlo fino a che l'uovo non schiuma un po', a questo punto si aggiunge a filo l'olio intiepidito e si continua con il frullatore sul fondo fino a che non si forma la maionese, per ultimo l'aceto caldo C'è chi mette anche l'olio subito, in questo caso però a freddo. In rete ci sono centinaia di video di dimostrazione. Anche l'aggiunta di un cucchiaino scarso di senape pare aiuti a emulsionare la maionese. C'è ancora chi fa la maionese con le uova sode, chi mette lo yogurt, a me va bene tutto, ma è un'altra cosa ne più buona ne meno buona ma è un'altra cosa. Personalmente ho imparato verso i quindici anni da un gentile amico di mio papà, con il quale andavamo a pesca di trote e una domenica sera tornando, per cuocere il pescato a casa sua, mi insegnò la maionese a mano, quando di frullatori a immersione non se ne aveva notizia. Adesso se devo davvero farne tanta uso frullatori a immersione e non, ma se è per un tuorlo finisco per far prima a mano, scodella e forchetta o frustina. Procedimento quasi identico: in una fondina arrotondata sciolgo il sale con un cucchiaio di aceto (io di mele), aggiungo il tuorlo emulsiono un attimo comincio ad aggiungere olio versato a filo, forchetta che sbatte senza fermarsi, quando comincia a emulsionarsi si aggiunge il limone . A dir la verità non misuro nemmeno l'olio. Questo piccolo video è in tempo reale, cioè il tutto non dura cinque minuti, salvo qualche interruzione perché mi cadeva questo o l'altro ma si vede quanto è semplice. Ho recuperato sicuramente più maionesi impazzite con il frullatore di quelle a mano, e l'unico metodo che ho trovato valido è ricominciare da capo con un tuorlo e aggiungere la maionese impazzita come fosse l'olio. Olio sì, ma che olio? Un tempo la facevo solo con olio evo, specie se ligure leggero, adesso più spesso con olio di mais spremuto a freddo, insomma non un olio di semi di quelli ottenuti con solventi vari. Fatta la maionese, si schiaccia bene la patata come per fare il purè, bella fina e liscia e si mescola a un cucchiaio di maionese, si condisce con questa le verdure pronte e raffreddate, alla quale si possono aggiungere due cucchiai di giardiniera, o di soli cetriolini se piacciono, noi in casa qualche pezzetto di fungo sott'olio. Oggi non ne avevo sottomano non li ho messi. Si controlla se piace o serve aggiungere sale. Si sistema artisticamente in un piatto, io chissà perché lo preferisco ovale, tutto a cupola e si copre di un velo di maionese. Si procede poi con le decorazioni come si vuole. Di solito fettine di peperone rosso, di carota, olive spaccate. L'insalata russa era una delle poche occasioni per tirare fuori l'affetta uovo, uno degli oggetti più inutili che esistano, ma di grande soddisfazione per mia madre quando doveva tagliare più di un uovo e quello che uso i suoi 60 anni passati li ha e fosse mai che taglio un uovo con il coltello per l'insalata russa. Qualsiasi aggiunta all'interno come al solito è lecita per il gusto proprio. C'è chi non la considera nemmeno insalata russa senza tonno sott'olio, o molti mettono carne di pollo o cubetti di prosciutto cotto e chi sono io per proibire di metterli? In casa mia quella non era insalata russa, se mia madre doveva scegliere cosa aggiungere, sceglieva una verdura magari fagiolini, o metteva più giardiniera. Quel che posso assicurare che abbondare di maionese non fa di questa pietanza qualcosa di migliore, ma uccide il gusto degli altri ingredienti, rendendo tutto pesante. Basta il velo sopra che la ricopre, per il resto si può fare come uno vuole. Un consiglio per prepararla per tempo: preparare le verdure condite anche uno, due giorni in anticipo e finire nel piatto di portata solo poco prima di portare in tavola. Questa insalata russa si può servire a cucchiaio, magari su una foglia di radicchio rosso, accanto all'antipasto di salumi, o se ci si vuol sbizzarrire, pressata dentro a una formina rotonda o dentro a un mini bicchiere da finger food. Un antipasto, anche quello ormai datato, erano gli involtini di prosciutto cotto, ripieni di insalata russa, volendo o non volendo ricoperti di gelatina, che sarei giusto dell'idea di riproporre per queste prossime feste. Magari più piccoli, giusto come un finger e non ricoperti di gelatina ma solo decorati. Dimenticavo: per gli appassionati di storia, pare che la maionese debba il suo nome a Mahòn, sull'isola di Minorca, quando il duca di Richelieu durante l'assedio, chiese al cuoco di preparare qualcosa di freddo con quel poco che era rimasto, così da non accendere nemmeno i fuochi. Il duca vinse e la salsa si continuò a fare ricordando Mahòn --- maionese. Circola voce che qualcosa di simile già esisteva e che fosse addirittura chiamata "salsa genovese" ... chissà quale sarà la verità Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CARDO DEI LANAIOLI
Quando il cardo fiorisce e da un albero la cicala canora diffonde l'armonioso frinire battendo le ali, è giunto il tempo dell' estate ... Esiodo - Le opere e i giorni - VII sec. A.C Da tempo volevo parlare dei cardi selvatici spontanei nei nostri prati, e il momento giusto mi sembra questo, per scrivere almeno di uno fra i più appariscenti, il Cardo dei Lanaioli. Adesso, che le sue infiorescenze svettano fino a due metri di altezza e si incontrano ai bordi delle strade, negli incolti, sui ruderi, e con l'Associazione sto portando avanti il progetto della lana con Federica ( qui>>>Federicadellalana ) . Se si chiama "dei Lanaioli" un motivo c'è. Appunto i suoi capolini secchi sono da tempi antichi usati per cardare la lana e "pettinare" i tessuti, ma non strettamente per un uso casalingo come si potrebbe pensare, bensì anche industriale fino ad arrivare a coltivazioni di specie che fornissero fiori sempre più grandi. Se inizialmente questi erano usati manualmente si arrivò poi al montaggio su nastri e su macchinari enormi. Ancora oggi aziende del settore ( qui>>>FratelliPiacenza ) usano il fiore di cardo per la garzatura dei loro tessuti pregiati foto del Lanificio F.lli Piacenza - Biella cardatrice manuale Museo della Frutticoltura A. Bonvicini Il riconoscimento è facile in questo periodo, appunto per l'imponenza che la pianta ha, alta, spinosissima, grandi foglie strette e lunghe, con la nervatura centrale sul retro grossa e con grosse spine. Foglie che avvolgono il fusto come a formare una coppa, adatta a trattenere l'acqua piovana e recenti studi hanno dimostrato che se in questa raccolta rimangono insetti, la pianta se ne nutrirebbe come ad essere quasi carnivora, infatti un tempo quest'acqua veniva considerata magica per la sua capacità di sciogliere gli insetti e si credeva fosse bevuta da elfi e fate e che Venere si lavasse con questa acqua tanto che il nome antico della pianta era Lavacrum veneris. Questa caratteristica dà il nome al genere Dipsacus, da " sete ", mentre fullonum, nel caso di questo selvatico, deriva dai fullones , etimo di origine etrusca che indicava coloro che si occupavano della lavorazione della lana. È una delle possibili spiegazioni del toponimo Follonica, in provincia di Grosseto. In realtà botanicamente non è nemmeno un cardo come gli altri, appartenendo ad una altra famiglia. Come altri cardi è mangereccio, quando la rosetta basale spunta in primavera, le spine più tenere, e successivamente le coste private delle spine. Bollito, condito semplicemente con olio e limone, deve piacere il gusto amaro. Mescolato con altre erbe commestibili, nei vari misti primaverili. Ha anche proprietà diuretiche, in fitoterapia si usa la radice, ma anche le foglie in tisana possono favorire la disintossicazione dell'organismo in caso di gotta, artrite, reumatismi, così come il decotto era usato per lavaggi per problemi alla pelle come psoriasi, foruncoli, ecc. foto dal web Un uso meramente decorativo con i capolini secchi, spesso spruzzati di vernice dorata o colorati nelle composizioni di fiori secchi, insieme a lunaria, grano, semprevivi, ecc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- ZEPPOLE E FRISCEU DI SAN GIUSEPPE
- A San Giöxèppe, se ti pêu, inpî a poêla de friscieu - Tradizione antichissima quella delle frittelle per il giorno di San Giuseppe. Una di quelle feste che si è sovrapposta ad altre di fine inverno nelle popolazioni non ancora cristiane, l'ultima degli antichi romani ad essere sostituita con quella dedicata del 19 marzo. E non solo ligure, in tutta Italia si frigge, da nord a sud, tanto da far conquistare al Santo l'appellativo di "San Giuseppe frittellaro". Una leggenda racconta che San Giuseppe dopo la fuga dall'Egitto, si arrangiò a vendere frittelle, visto che non poteva più esercitare il mestiere di falegname. Per questo fino a qualche anno fa, quando ancora esistevano, erano loro, i falegnami, che davanti alle loro botteghe allestivano un banchetto provvisorio e il bancâ (il falegname) offriva a amici e passanti i frisceu, dolci e salati, ripieni di uvetta o verdura. Fra tanti uno era pieno di bambagia e chi lo trovava doveva pagare da bere a tutti. nonno Giuanin, nella sua piccola falegnameria in Via Entella a Chiavari - A éuggio se fa sôlo i frisceu - La ricetta è semplice e più o meno uguale in tutta Italia. Questa è la mia, simile alla pastella che uso per fare le verdure appastellate nel fritto misto alla genovese, con l'aggiunta di un rosso d'uovo per sancire la festività. Quella antica vuole il lievito di birra unito alla farina il mattino presto perché la pastella per i frisceu sia pronta da friggere per il mezzogiorno. Per far prima ora uso la farina autolievitante, per esempio quella della Spadoni, per circa 250gr., un rosso d'uovo e l'acqua che basta a formare una pastella ancora abbastanza sostenuta, perché di mio, aggiungo il bianco montato a neve. Come dicevo, i frisceu sono cucchiaiate di questo impasto messe in olio abbondante a formare friggendo delle palline. Nell'impasto si può mettere la qualsiasi, per tradizione il Prebuggiun ( qui>>> ), i fiori di Boraggine ( qui>>> ), la lattuga, la cipolla, il baccalà, e in quelli dolci lo zibibbo (l'uvetta). Mio padre, di origini piemontesi, preferiva, in questo giorno, le frittelle di mele come si fa nel fritto misto piemontese, la fetta rotonda con il buco e in ricordo suo così li faccio ancora. La mela deve essere necessariamente Renetta, qualsiasi altra mela si perde. Dopo averla sbucciata e privata del torsolo e tagliata a fette, immergo ogni fetta nella pastella e poi nell'olio bollente. Attenzione ... una è di cipolla 😂😂😂 - San Giuseppe frittellaio è un dì per metà festaio - Al sud, per San Giuseppe, si fanno le zeppole, di ogni misura, e dopo aver passato due anni a rimpinzarmi di queste a Taranto, non posso fare a meno di rifarmele qui tutti gli anni. Sempre al Sud per questa giornata, si organizzano anche le Mattre , le Tavolate di San Giuseppe, mirabolanti tavole ripiene di ogni ben di Dio che vengono offerti alla folla. Una volta venivano riservate ai poveri mendicanti di ogni paese, e per me assistere a una di queste feste, proprio a San Marzano di San Giuseppe, è stata davvero una esperienza emozionante. Tornando alle zeppole , i puristi le intendono fritte, in realtà in ogni pasticceria si trovano a piacere anche quelle al forno. Si tratta di una pasta choux, la pasta dei bignè, servita con crema pasticcera e decorata con una amarena sciroppata. La ricetta viene direttamente da Taranto e fra le tante che potete trovare questa ha veramente poco burro. Dunque in 250gr di acqua metto 50gr di burro a pezzetti a sciogliere sul fuoco, quando prende il bollore butto tutto di colpo 150gr. di farina e faccio cuocere mescolando fino a che non ottengo una palla. Metto a intiepidire, poi uno alla volta, facendolo assorbire bene, aggiungo un uovo intero alla volta, fino a tre, per questa dose. Con l'aiuto di un sac à poche e una bocchetta stellata grande, formo, su quadratini di carta forno (anticamente su di un piattino unto) un anello a due giri. A olio caldo, ma non troppo, poso delicatamente dentro, ogni zeppola con la carta in su, aspetto qualche secondo e tolgo la carta. Lentamente la zeppola si gonfia, la giro e la tolgo quando è di un bel colore ambrato e bella gonfia. Si capisce che la pasta deve essere bella sostenuta, quindi attenzione ad aggiungere l'ultimo uovo, e l'olio deve essere ben caldo, ma meno che per i frisceu , per permettere alla zeppola di gonfiare. Se l'olio è troppo caldo secca senza gonfiare. Una volta fritte le decoro con una crema pasticcera, un'amarena sciroppata e zucchero a velo. Con lo stesso impasto si possono fare e mettere in forno statico a 180° e aspettare che gonfino ben bene. Per la crema pasticcera, semplicemente metto un cucchiaio raso di farina, (o di amido di mais, o di fecola), e di uno di zucchero e un bicchiere di latte scarso, per ogni uovo, in una pentola. Aggiungo qualche semino preso con la punta de coltello, da una bacca di vainiglia, due pezzetti di scorza di limone e sul fuoco basso porto a cottura sempre mescolando. Appena si rassoda e si formano le bolle alle pareti della pentola tolgo e metto a raffreddare. Se qualcuno appartiene al popolo di "quelli che gli impazzisce sempre la crema" conviene provare a cuocerla a bagnomaria qui>>> o nel microonde qui>>>qui Non resta che deliziarsi il palato sperando nella primavera che si avvicina anche se San Giuseppe ha la barba bianca e quindi può ancora nevicare ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti . Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. 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- CHI NEL MARZO... DATE EVENTI
Con le difficoltà avute della rete internet e il meteo contrario, pubblico solo ora le date dei prossimi incontri sulle erbe del Prebuggiun. Quest'anno tante nuove location e anche quelle storiche. MARTEDÌ 17 MARZO - MARTEDÌ 24 MARZO PASTIFICIO DASSO E ULIVETO IN MUSICA Non ci sono parole per descrivere questo imperdibile evento che abbiamo studiato assieme con il Pastificio Dasso. Alle 11 nel pastificio tavolo con le erbe a disposizione per raccontarne storia e differenze per un riconoscimento empirico. Possibilità di comporre un erbario da portarsi a casa. Nel mentre illustrazione di pulitura e cottura delle erbe Alle 12 - 12,30 Pranzo in Pastificio con Benvenuto della cucina Taglierini alle ortiche Ravioli di borragine Al termine passeggiata di riconoscimento delle piante dal vero nel curatissimo uliveto di Nino Trifiletti "La favola della Mignola" dove gli olivi ascoltano la musica di Mozart. Le Università di Pisa e Firenze hanno studiato come le vibrazioni sonore agiscano in connessione stimolano il metabolismo, allontanano parassiti e rendono le piante più vigorose. La musica di Mozart è la più indicata perché ricca di frequenze specifiche, viene utilizzata perché, secondo gli studi, riflette le sequenze di Fibonacci e predilige il modo maggiore, armonizzandosi con la natura. SABATO 21 CIRCOLO CASONE ACLI - CASSANA DI BORGHETTO VARA Segnalo questo evento, organizzato da loro, limitandomi ad aggiungere il telefono della referente. Se qualcuno fosse dei dintorni e volesse partecipare può chiedere non ci sono problemi DOMENICA 22 MARZO AZ. AGR. SCHIAPPASSE SIMONA - NEIRONE Altro paradiso delle erbe i campi dell'Az.Agr. di Simona a Neirone, ormai una tradizione. Come sempre passeggiata di riconoscimento e al termine aperitivo con assaggi. PALME DA GAGGERO - CARASCO Si avvicina a grandi passi la Pasqua e in Liguria ancora viva la tradizione dei Parmê, caratteristici rami di palme intrecciati. Giovedì e venerdì potrete provare a intrecciarli con me da Gaggero Garden, sarò lì dalle 10 della mattina. Nel frattempo se volete sapere la curiosa storia che fa sì che il palmiere del Santo Padre venga, da quasi 450 anni, da Sanremo e Bordighera potete leggerla qui: https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/24/palme-intrecciate DOMENICA 29 MARZO I LIBERTI DELLA TERRA - SAN MARCO D'URRI - È la domenica delle palme e dopo la passeggiata, la prescinseua e le chiacchiere sulle erbe se qualcuno vuole intrecciare le palme con me sono disponibile. ANTICIPI DI APRILE Finisce Marzo e sono già disponibili diverse date per Aprile Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- TORTA MIMOSA ovvero PAN DI SPAGNA o GENOISE?
Quanti rossi d'uovo sbattuti con la forchetta per le torte che faceva mia madre per tutte le feste possibili. In una casa dove si festeggiava anche il compleanno dei ragni, eravamo sempre a sbattere e avercelo! uno sbattitore elettrico. Mi sarei messa a piangere al primo robot con le fruste che arrivò in casa. E mi annoiavo a morte a sbattere, oltre che stancarmi: - Mammaaa, va bene così?- - No, devono diventare quasi bianchi, essere belli gonfi, devono scrivere - Si usavano solo i tuorli di uova freschissime e mai state in frigo ( e chi ce l'aveva allora) e la regola era un cucchiaio di zucchero e quasi due di farina finissima per ogni tuorlo Le uova aperte una per una separando tuorlo da albume per controllarne la freschezza, i tuorli sbattuti a lungo con lo zucchero. Quando il composto "scriveva" si poteva aggiungere la farina a poco a poco setacciandola e girando con dall'alto al basso con il cucchiaio di legno piatto (quello tenuto per i dolci). Nel frattempo si erano montati a neve ferma gli albumi e lì sbatti sbatti sbatti fino a che la forchetta non stava ferma diritta nel mezzo e si univano anche questi al composto con delicatezza. Nella tortiera imburrata e infarinata, SENZA SBATTERE e in forno per 45minuti - un'ora a 180° Ora tutto è cambiato, bilancia, robot, e uova intere. Ieri volevo fare una torta mimosa per oggi e all'ultimo minuto ho tirato fuori le uova dal frigo, sono anni che le sbatto meccanicamente e soprattutto, anche se non so perché, uso uova intere con lo zucchero per almeno una decina di minuti e poi aggiungo la farina, sarà la potenza dello sbattitore ma il risultato mi soddisfa a sufficienza. Altrimenti, sempre con la planetaria o le fruste elettriche, come una volta: gli albumi montati bene a neve e messi da parte, i tuorli con lo zucchero, a mano si unisce la farina, poi gli albumi molto delicatamente per non smontare il tutto Le dosi per questa mia sono queste: 6 uova medie 225gr. di zucchero 225gr. di farina 00 un poco di polvere di vaniglia naturale teglia da 22 cm. imburrata e infarinata o imburrata e con la carta forno Per prima cosa preparo la teglia, imburro leggermente il fondo e applico un rotondo di carta forno ritagliato, imburro le pareti e o le infarino sbattendo via l'eccesso, o copro anche queste con una striscia di carta forno specie se non ho una teglia sufficientemente alta. Metto tutto nel robot, con la frusta e sbatto, sbatto, sbatto per almeno 10 minuti, nel frattempo mi ero setacciata la farina, quando sono montati per bene diventano chiari e gonfi, a mano la aggiungo a cucchiaiate sempre facendola cadere dal setaccio, piano con movimenti delicati dall'alto al basso, solo il tempo necessario per amalgamare la farina. Metto nella teglia e NON SBATTO per assestare, come vedo fare spesso, perché tutta la fatica fatta per montare l'uovo e creare delle bolle d'aria diventa inutile. NEL PAN DI SPAGNA NON VA MESSO IL LIEVITO, NON VA MESSO NESSUN GRASSO TIPO OLIO O BURRO. Cuocio a 180° per un'oretta, senza aprire il forno nella prima mezz'ora, solo verso la fine infilando uno stecchino per capire se è cotta. Se lo stecchino viene fuori asciutto va bene. Di norma si capisce anche dal profumo che esce dal forno. C'è chi la cuoce per meno a temperatura più bassa nel forno ventilato, non ho ancor provato. Senza aspettare molto, capovolgo su una griglia e metto a raffreddare. Per farcire o per qualsiasi uso è meglio quando è raffreddata completamente, ancora meglio dopo un giorno. Quando volevo fare le cose perfette facevo la pasta genoise, che poi è più o meno la stessa cosa, salvo che si monta a caldo, a bagno maria. Le uova vanno battute intere a bagnomaria, il che fa sì che lo zucchero si sciolga meglio e si incorpori meglio alle uova. Nelle foto si vedono le uova con lo zucchero a bagnomaria, trasferite poi nella planetaria, montate, la farina setacciata e unita, nella teglia pronta da cuocere Una volta raffreddato per bene, meglio il giorno dopo, con un coltello con i denti, tipo da pane, ho tolto tutta la parte scura, ho tagliato in tre dischi di un centimetro, più uno più sottile che è servito a pareggiare. Ho posato il disco superiore, al quale non ho tolto la crosta, alla rovescia su un pizzo da torta, facendolo diventare il fondo della torta. Avevo preparato e lasciato raffreddare una crema pasticcera fatta con 500gr. di latte 4 tuorli d'uovo 4 cucchiai di maizena 8 cucchiai di zucchero un scorzetta di limone Per far prima metto tutto nel microonde, cuocio per 4 minuti a 900w, tiro fuori mescolo, e faccio ancora cuocere per altri 4 - 5 minuti. Anche questa non è la ricetta della classica crema pasticcera vera di pasticceria, in quanto ci andrebbero più uova per quella quantità di latte. C'è chi anche per la crema usa le uova intere, tuorlo e albume e in questo caso si può arrivare a usarne solo due per mezzo litro di latte. Far raffreddare per bene e qui vorrei dire che io non sono fra quelli che mette la pellicola aderente sulla crema calda per non "fargli fare la pelle", è una cosa che non mi convince, la mescolo qualche volta e poi la copro ma non attaccata alla crema. Anche questa fatta la sera prima meglio. Il giorno dopo basta mescolare con forza per farla tornare morbida e vellutata. Avevo della panna, una confezione, l'ho montata e unita alla crema ben raffreddata. Ho imparato diversi anni fa a farcire le torte servendomi dell'anello regolabile in acciaio, se mettere tutto nella tortiera che si è usato per cuocere il pan di spagna, ricordandosi di foderare prima con la pellicola. Si mette per primo il disco che sarà il sopra della torta che poi andrà rovesciata su un piatto. Con l'anello invece si prepara la torta direttamente sul pizzo. Ho preparato uno sciroppo con acqua e zucchero e sciroppo di rose, perché in questo caso non potevo usare alcolici, altrimenti una aggiunta di limoncello non ci sta male. Qualche pasticceria la bagna con lo sciroppo di ananas. Ho bagnato con un pennello e poi farcito il disco, poi un altro e infine ho coperto tutta la superficie della torta, ricordandomi di tenere da parte la quantità di crema che mi servirà per rifinire la torta. Poso un piattino e sopra un piccolo peso, in questo caso il batticarne, metto tutto in frigo per almeno due ore. La torta si riposerà diventando più stabile, la crema più soda e il tutto più facile da tagliare. Stamattina è bastato togliere il piattino, aprire l'anello e la torta è perfetta per essere finita. Il primo disco, quello più sottile, l'avevo tenuto da parte tagliato a quadretti e passati tra le mani ridotti a briciole grandi e con questi ho coperto tutta la torta. Andrebbe tutta solo con briciole di pan di spagna giallo, ma odio buttare via cose buone, quindi intorno l'ho ricoperta con la crosta che avevo tolto mescolata a mandorle frullate. Si può rifinire la torta sempre con il coltello con i denti, per farla diventare a forma di cupola. Il pan di spagna sbriciolato ricorderebbe il fiore della mimosa. In realtà la torta mimosa nasce da un pasticcere di Rieti, Adelmo Rienzi, che vinse un premio di pasticceria a Sanremo nel 1962 con questo dolce, inventato per omaggiare la città dei fiori. La ricetta è mantenuta segreta, la torta è ancora prodotta dagli eredi di Adelmo, ma da sempre è riproposta abitualmente con pan di spagna, sbriciolato sopra per creare l'effetto mimosa. Diverse invece le storie che si narrano sulle origini del pandispagna che in Spagna si chiama di Genova Una è quella di un ambasciatore della Repubblica di Genova che portò al suo seguito un cuoco, tal Giobatta Cabona, il quale, alla richiesta di un dolce diverso, servì questa leggerissima torta montata a caldo, ispirata alla torta Biscotto di Savoia. Ebbe talmente tanto successo che gli spagnoli vollero chiamarla Genoise, e dato era stata fatta per gli spagnoli in Italia divenne Pan di Spagna. C'è chi invece racconta che la genoise sia stata inventata in Francia con l'aggiunta di una piccolissima quantità di burro, gli anni erano quelli più o meno la metà del '700 e io non c'ero per sapere come andò veramente. Non vorrei aver creato confusione, riassumendo: RICETTA CLASSICA PANDISPAGNA: uova montate con lo zucchero aggiunta di farina setacciata aggiunta albumi montati a neve a parte RICETTA GENOISE uova intere battute insieme allo zucchero a bagnomaria fino ad arrivare a circa 55° Montate in planetaria Aggiunta di farina setacciata, eventualmente una parte di fecola RICETTA SIMIL PANDISPAGNA CHE HO FRETTA uova intere montate con lo zucchero aggiunta di farina setacciata. Riguardo una piccolissima aggiunta di burro so che in tante ricette c'è, specie nella genoise, io non l'ho mai messo. Resta il fatto che il pan di spagna o la genoise è una delle prove che deve saper superare un pasticcere. Sostanzialmente i veri segreti sono: le uova non di frigorifero sicuramente meglio la lunga montatura degli rossi con lo zucchero quella perfetta degli albumi la mano leggerissima nel unire gli ingredienti senza smontare il tutto il non sbattere la teglia prima di metterla in forno Indubbiamente le ricette classiche garantiscono una torta più morbida, ma il risultato oggi è stato apprezzabile comunque, anche se mio figlio mi ha criticato la crema al microonde, venuta benissimo, che se non lo dicevo volevo vedere se se ne accorgeva. La mamma è quella persona che vedendo che i pezzi di torta sono quattro e le persone sono cinque, dice che i dolci non le sono mai piaciuti. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI BUCANEVE O DI CAMPANELLINO?
al timido sole di febbraio, al primo fiore di bucaneve Il 2026 è iniziato fra tante difficoltà, anche con un bellissimo sogno sfumato. Da un mese circa ci si preparava a partecipare a un evento internazionale che all'ultimo momento, passaporto, valigia e biglietti in mano, non si è concretizzato. Tornando a casa delusa per quella che poteva essere un'avventura bellissima, per tutto il lavoro preparato in un mese, salendo le scale di casa, nell'angolo dei vasi al riparo per il freddo, mi scappa l'occhio su di uno con foglie verdi e rigogliose e timido fra di esse vedo spuntare un bucaneve. Sempre la natura mi aiuta, la tenerezza di quel fiorellino che portai a casa anni fa, nell'entusiasmo di averlo finalmente trovato, e scorgerlo proprio nel momento che avevo bisogno di essere consolata, nonostante quest'anno di neve non se ne sia vista, ma ecco, aveva aspettato proprio oggi per me. Mi è venuto in mente quante persone non sanno davvero cos'è il bucaneve e spesso anche in pagine autorevoli lo vedo confondere con il campanellino, così un po' per distrarmi, un po' per scrivere quel poco che so, ho deciso di fare il post. Sono andata alla ricerca anche di questo, segnalatomi da Don Sandro in un bosco qui vicino, ma non l'ho trovato fiorito. Al momento per il campanellino posto foto prese da internet, ripromettendomi di sostituirle appena riuscirò a fotografarlo nei dintorni. La differenza fra i due si vede subito, ma il fatto di comparire più o meno nello stesso periodo, con foglie simili, ha creato la confusione BUCANEVE - Galanthus nivalis L. CAMPANELLINO - Leucojum vernum L . - foto di Actaplantarum Bucaneve e Campanellino condividono la famiglia, la stessa di Narcisi e dell'aglio, cipolla ecc. quindi con un bulbo sotto, ma in questo caso bulbo e tutte le parti della pianta sono tossiche, anche se come al solito vengono riconosciute importanti proprietà curative, da non provare assolutamente in maniera casalinga. Il Bucaneve è più diffuso, da nord a sud con poche esclusioni tipo Calabria e Sicilia, è possibile trovarlo fiorito anche in autunno, prima della neve, dal mare a poco più di 1000mt. Il Campanellino è più raro e difficile da trovare, sta piano piano sparendo, specialmente dalle pianure e vicino al mare, quasi solo nel nord Italia fino alla Toscana, presente per lo più in zone collinari montane. Pur avendo tanto in comune sono due piante diverse, che fanno solo di Galanthus nivalis il vero Bucaneve, d'altronde " nivalis " ne tradisce la presenza anche in caso di neve, da dove spesso spunta primo fiore ancora in pieno inverno. Al contrario " vernum " lega il Campanellino alla primavera ( primo vere) anche se il tempo di fioritura è quasi lo stesso, probabilmente la differenza è nella temperatura, motivo per cui non l'ho ancora trovato. I MIEI BUCANEVE PRONTI A FIORIRE Resto sempre meravigliata della mia costante connessione con la natura, spesso involontaria. Come poteva non venirmi in mente, trovando i primi bucaneve in boccio proprio ieri, sconfortata come ero, una delle tante leggende che se ne raccontano. Si dice che Eva scacciata dall'Eden, trovatasi nel freddo inverno piangesse il perduto stato di perfezione del Paradiso, senza sofferenza, freddo e fame. Mosso a pietà le fu inviato un angelo a donarle la speranza, sotto forma di bianchi boccioli nella neve e da allora , per ricordalo a tutti, nel gelo dell'inverno spuntano i bucaneve. Saranno leggende, sarà che la mia generazione è abituata a guardarsi intorno, a cogliere piccoli segnali che nessuno vede più, ma ieri tornando a casa, sconsolata e delusa, nel gelo del vento che soffiava, perché proprio su quel vaso abbandonato in un angolo, qualcuno di lassù ha fatto andare il mio sguardo? Perché proprio al primo bucaneve sbocciato, unico fiore in un giardino brullo e spoglio? Lui solo il cui compito è di consolare e donare speranza? Ora devo aspettare la prima notte di luna piena di febbraio (2 febbraio) coglierne uno e sarò felice tutto l'anno ... Se un mattino fra I capelli Troverai un po' di neve Nel giardino del tuo amore Verrò a raccogliere il bucaneve Passa il tempo sopra il tempo Ma non devi aver paura ... La stagione del tuo amore Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











