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- IL SIGNOR MINESTRONE ALLA GENOVESE
La ricetta mancava sul blog e più volte mi era stata richiesta. Latitavo a scriverla, sempre perché è una di quelle cose che di casa in casa si fa un po' come si vuole, uno di quei post che avrebbero occupato le mie mattine seguenti alla pubblicazione, con infinite risposte ai conseguenti messaggi tipo: - No! le carote no! - No, il pomodoro no - No, il soffritto no! - No, il cavolo no! - L'acqua chissà ... quella ce la metteremo tutti? Dimenticando che proprio la parola minestrone è finita nella parlata volgare con il significato di mescolanza di tante cose, in pratica quel che c'è, e al gusto di ognuno il suo. In realtà si fa arrivare dal latino e significa "servire", servire a una mensa, e quindi letteralmente "pasto servito", e qual'è da sempre, insieme al pane, la cosa più servita al mondo, fino a pochi decenni fa, soprattutto ogni sera, in tutte le case? La minestra, nel caso di tante cose fatte bollire assieme, minestrone. Cosa differenzia il Minestrone alla Genovese da altri simili? Essenzialmente due cose: lo spessore, la consistenza misurabile dal famoso cucchiaio che rimane in piedi e la cucchiaiata di pesto a fine cottura. Pesto fatto apposta, basilico, aglio, olio, formaggi e niente pinoli. Tralascerei volentieri di mettere giù gli ingredienti, impossibili da quantificare, la stagione giusta del vero minestrone è da fine primavera a tarda estate quando l'orto dà il meglio, quindi patate, zucchini, fagioli, fagiolini, cipolla, sedano, carote, bietole, foglie di cavolo, porro, ecc. Per darvi un'idea della quantità dico solo che la parola preferita quando lo preparavo insieme ad altre donne e imparavo a farlo, è: - meno, meno, poche, poca - perché quello che importa è la varietà. Poco di tutto. Nessuna minestra ha gusto senza sedano, anzi solo un po' d'acqua con una costa di sedano è già minestra, ma non è minestra senza sedano. Patate il giusto, che si disfino in cottura, non quelle dure da stufato, Fagioli, qui anche qualche fagiolana, meglio secchi e ammollati, ma finché ci sono perché non una bella manciata di freschi. Una cipolla, qualche bel zucchino, anche di quelli che scappano nell'orto e vengono un po' più grossi, poca carota, pochissima bietola (mia madre diceva: - che ci dà il selvatico, ?!?! obiettavo io: - come? se è coltivata ...) qualche foglia, pochissime, di altra verdura, quelle esterne dure dell'insalata, indivia scarola lattuga, foglie tenere ributtate del cavolo cappuccio, un mazzetto di fagiolini, una piccola melanzana, un pezzo di zucca se c'è già, un piccolo pomodoro, un pezzo di porro che ci fa buono... Una bella lavata veloce e tutto si butta in un pentola di acqua che bolle e dove a freddo si era messa una crosta di Parmigiano Reggiano, che a cottura ultimata, diventata morbida, sarà divisa fra i commensali. Apro una parentesi sulla crosta di formaggio. Parmigiano Reggiano deve essere, non formaggio o grana qualsiasi. L'unico formaggio del quali si è certi la crosta non abbia subito trattamenti di nessun genere è il Parmigiano. Si lava, si gratta un po' e si mette nell'acqua con il sale grosso necessario. L'acqua deve coprire di poco le verdure senza essere troppo abbondante. Il fuoco all'inizio quasi violento, forte, in pentola scoperta, per far sì che la verdura si spappoli velocemente, certo il fuoco su legna è l'ottimo, per poi proseguire con una cottura più moderata fino a raggiungere la cremosità classica. Se qualche pezzo rimane ancora troppo grosso, quasi alla fine, basta schiacciare con una forchetta, qui e là. È il momento della pasta. Se si mangia immediatamente caldo, vanno bene, come qui in campagna, anche delle specie di taglierini impastati di corsa con sola farina e acqua e spezzati, qui quasi sempre con farina integrale, la famosa Pasta a Vantaggio (qui >>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/05/12/pasta-a-vantaggio) o al limite dei ditalini rigati o no. Ma la vera pasta tradizionale in Liguria sono i Brichetti, brichetto da fiammifero in genovese, (dal francese briquet = accendino) una sorta di spaghetto corto circa due cm, un po' storto, ruvido, di buona semola che regge alla cottura, o ancora meglio per gustare un piatto di minestrone freddo, sempre come usanza vuole, gli Scurcusun o Scucuzzu o Scucuzzun, cilindretti di più o meno quattro millimetri, più grandi del cuscus e più piccoli della fregola sarda, sempre di semola, molto resistenti in cottura che non scuociono assolutamente, adattissimi per gustare il famoso piatto di minestrone freddo, il giorno dopo, quello dove sta il cucchiaio ben ritto in piedi. Quello che si mangiava al mattino, a colazione e giuro ... l'ho gustato anche io così. Per cuocerli, nel minestrone diventato bello cremoso, non resta che farli bollire pochi minuti e poi a fuoco spento, chiudere con il coperchio e aspettare, altrimenti si attaccherà tutto alla pentola. Ed ora il pesto. Solitamente si pesta all'ultimo minuto una manciata di basilico fresco, uno spicchio d'aglio e parmigiano, se c'è poco pecorino, olio, e si aggiunge quando la pasta è cotta, tolto dal fuoco, ancora meglio ognuno nel piatto si mette quel che vuole. Quanto? Nel pezzo di filmato sotto, estrapolato da "Colpi di Timone" Gilberto Govi spiega la quantità esatta di pesto che serve per un buon Minestrone alla Genovese. 😂😜😂 La diatriba su lardo sì lardo no, battuto d'aglio lardo e prezzemolo o meno, va avanti senza soluzione da anni. La verità è che nell'entroterra ligure, appena si sale sui monti, non è che il basilico viva benissimo, ai primi freddi non c'è più e una volta niente si conosceva di congelatori. L'olio, nelle terre dell' Appennino, era prezioso e recuperato solo attraverso le giovani donne che scendevano in riviera per aiutare nella raccolta delle olive e se ne tornavano a casa con quel poco oro liquido con quale venivano pagate. Quindi in inverno il battuto di lardo sostituiva il pesto, così come non era infrequente la fetta di fungo secco, l' insaporitore nascosto di tutte le ricette liguri. Non mi resta che scrivere un aneddoto personale, quello dove mi si è svelato l'ultimo particolare per un buon minestrone alla genovese, che non è poi così tanto che ho scoperto. In casa il minestrone si è sempre fatto, possibilmente sul fuoco della stufa a legna, o da mia nonna nel rumfò. (qui cosa è il rumfò >>> https://www.lellacanepa.com/single-post/del-rumf%C3%B2-ronf%C3%B2-rumford ) Potrei dire quasi tutte le sere in estate, in campagna, senza stufarsi di mangiarne mai, anzi a fine estate ne facevo quantità importanti, senza pasta, suddiviso in contenitori, veniva conservato in congelatore, per essere tirato fuori e finito con pasta e pesto durante le sere d'inverno. Improvvisamente non mi è più riuscito di farlo bene, cremoso, spesso, tutt'al più mi veniva una buona minestra di verdura. La stufa era la stessa, stessa la pentola, la verdura del mio orto, ho persino cambiato fontana da dove prendevo l'acqua ... niente... Lo sgomento mi prendeva ogni volta che mi accingevo a farlo. Poi una sera mi fermo a cena da un'amica, la cui mamma è una vera cuciniera genovese, la Angiuletta di Borzone, 87 anni, di quel tempo dove nella famiglie di otto figli era minestra tutte le sere, della quale ho pubblicato già un breve video su I Ripieni https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/06/27/i-ripieni e finalmente riassaporo il minestrone che facevo anche io una volta. Urge un ripasso con l'Angela, perché da qualche parte qualcosa di sbagliato facevo, e inconsapevolmente. Così prendo appuntamento per un martedì pomeriggio e con qualche verdura mia e qualche verdura sua ci accingiamo a farlo assieme, ma soprattutto per spiare ogni sua mossa. Intanto di tutta la verdura che avevamo, ribadisco come dicevo sopra, ne ha usato la metà, continuava con: -mênu, mênu, ghe n'emmu za missu basta - Poi, la svolta. Io, come mi ero messa a fare negli ultimi anni, in preda forse a una esaltazione da pseudocuoca esperta, ho iniziato a tagliare tutto a quadretti precisi, il più possibile uguali, addirittura a casa usavo la quadrettatrice, la Angiuletta mi ha guardato con sdegno e mi ha detto: - Ma nuu, se ti fé coscì, i nu se desfan mai ciù, lasciali pure a tocchi grossi - Ecco fatto, ecco il segreto, la mia mania di fare tutti i pezzettini uguali a quadratini, faceva sì che la verdura non si sfaldasse nell'acqua mai più, non permettendo al minestrone di diventare spesso e cremoso. I tagli invece grossi approssimati, veloci, d'altra parte le donne avevano altro da fare che tutti i giorni i quadretti nella verdura, permettono che questa si sciolga quasi subito, con il bollore forte, e che tutto divenga più digeribile poi con la cottura lunga e moderata . Alla "sbritte sbra-ita" avrebbe detto mia nonna, locuzione dialettale per significare velocemente, come viene. Ancora un ricordo, le sere di fine estate, al Maggiolo, sotto la teppia di uva fragola, sul tavolo rotondo che ho io adesso sul terrazzino, i miei zii alzavano una mano, raccoglievano un grappolo maturo e lo spappolavano nel piatto di minestrone, usanze che nessuno fa più ... Anche questo post, rileggendo, mi sembra un minestrone di parole, di solito cerco di semplificare e scrivere meno possibile. Mi dilungo ancora un attimo per ricordare a chi lo sa o informare chi non lo sa, che nella mia collezione di Ricette In(F)avolate una delle più carine (a detta di chi le ha ascoltate) è quella della FESTA MINESTRA, appunto dove si narra del minestrone. Da qualche tempo potete scaricarne e ascoltarne alcune, lette da me, con una piccolissima donazione all'Associazione, a questo link: https://www.lellacanepa.com/ricette-infavolate Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- PANE...profumo di pane...😋
Il fuoco in terra fra quattro pietre è certamente il più antico metodo di cottura; è arrivato quasi ai tempi nostri, qui nelle campagne dell’Appennino, grazie al modello di cucina con il fuoco a terra al centro della stanza. Questa era una costruzione a parte, con delle aperture in alto che costituivano il tiraggio quasi come un enorme camino, dove all'interno sopra il fuoco su di un soffitto a mo' di grigliato si permetteva alle castagne ed al granoturco di seccare; questi ultimi hanno rappresentato fino a poche decine di anni fa il principale sostentamento della gente di queste campagne. Al soffitto veniva attaccata una catena che reggeva un paiolo per cucinare alla bisogna o anche il forno a campana (chiamato qui da noi "u testo"); originariamente di terracotta e più recentemente di ghisa, quando caldo al punto giusto e spazzate le ceneri, si metteva il pane o qualsiasi pietanza si dovesse cuocere, come in un forno. LA RICETTA La ricetta del pane è semplice, la quantità di farina elevata perché si faceva una volta la settimana, ma anche in proporzione con il diametro della campana, sotto la quale sarebbe stato più difficile cuocere un pane di dimensioni inferiori. Facili e banali gli ingredienti : 2 kg di farina, possibilmente integrale, impastata con 50 gr. di lievito di birra sciolto in acqua tiepida. La quantità di acqua varia tantissimo secondo il tipo di farina, ma anche in base all’umidità della giornata. Una volta si usava "u levau", la pasta madre che tutti conservavano tra un impasto e l'altro, e per fortuna oggi si riscoprono le qualità di questo antico lievito. E’ preferibile non mettere subito il sale ma iniziare ad impastare un pochino prima di aggiungerlo. Con questo metodo è necessario possedere "la livea”, un grande tagliere di legno leggero, rotondo e con il manico. dove, disposte ordinatamente le foglie di castagno che assolvono alla stessa funzione di una "teglia", viene posata la pagnotta a lievitare. Per mantenere la forma di questa occorre un anello di legno, “la sgarbia” dentro alla quale viene infilata, con l’accortezza di tirare su le foglie quasi a coprirla. Lasciata a lievitare fino a che non sembra raddoppiata, si prepara il fuoco, qui sta la vera maestria nel sapere a tempo dovuto accendere il fuoco perché la campana si riscaldi a dovere. Questa è una cosa che si impara solo con la pratica. Basta un fascio di stecchi ben secchi e in genere la campana di ghisa si comporta come la volta di un forno classico da pizzeria; prima con il calore diventa rossa e poi bianca e a questo punto si spazzano le ceneri e con un movimento secco e preciso, si fa scivolare dalla livea il pane lievitato nel centro del focolare si toglie la sgarbia e si copre con il testo caldo e si ricopre questo con le braci calde. Aspettata circa un’oretta, quando si sente sprigionare un profumo intenso di pane si spazzano le ceneri, si tira fuori la pagnotta cotta, si ripulisce bene dalle foglie ormai bruciate. La vista e il profumo di un pane appena cotto, ha un fascino romantico che trascende qualsiasi altra riuscita culinaria. (Elisabeth Luard) Nella mia felice permanenza nel Tarantino ho scoperto che in Puglia, è ancora in uso una versione simile, data la presenza in quasi tutte le case di un camino. E’ un tipo molto più leggero, di lamiera, di costo contenuto e di facile acquisto nei mercati settimanali del Salento e qui chiamato “u tempagnu”. Più veloce da utilizzare perché non serve scaldarlo prima ma basta ricoprirlo di braci ardenti e si scalda subito; anche per questo serve la pratica e non la grammatica… ma appena si sprigiona un intenso profumo... A questo link i consigli per la raccolta delle foglie di castagno da usare tutto l'inverno https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/12/03/sua-maest%C3%A0-il-castagno-non-si-butta-via-niente-tantomeno-le-foglie Qui un'altra ricetta sotto il testo https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/01/21/torta-di-riso-finita-e-allora-rifacciamola Un'altra ricetta con le foglie https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/01/09/castagnaccio-dolce-o-salato Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze appassionanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA TIFA
Da anni non mi riusciva di trovarne, da quando nata spontanea in una pozza acquitrinosa, qualcuno pensò bene di riempire di terra, facendo sparire questa pianta così bella. Conosciuta come pianta ornamentale dagli anni '60-70 con i suoi cilindri marrone scuro che facevano bella mostra in composizioni secche insieme a lunaria, erbe della pampas ed altro, in "sala" fra divano e televisione, in molte se non tutte le case italiana. Poi le mode cambiano. Ma che ci fa un articolo su di lei qui? perché anche questa è un'erba commestibile! Quante cose dimenticate o mai sapute! Il nome Typha latifolia, la più comune in tutta Italia, più o meno significa giunco di palude, perché dell'acqua ha bisogno per vivere, e come giunco veniva usata la sua larga foglia per intrecciare, specialmente le vesti di fiaschi e damigiane, famosi i fiaschi toscani e le fiascaie, le donne alle quali era affidata la lavorazione della così detta in Toscana, stiancia. storia del fiasco qui>>>https://www.florencecity.it/storia-del-fiasco/ museo del vino qui>>>https://www.comune.rufina.fi.it/museo-della-vite-e-del-vino Ma anche corde e ceste, e fibra tessile, interessante documento sulla lavorazione della pavira, così invece è chiamata in Romagna, qui >>>, dove potete vedere i manufatti di Villanova di Bagnacavallo che arrivarono all' Esposizione di Parigi del 1900 con scarpe, borse, e anche abiti. Le sue infiorescenze femminili marroni fatte bruciare pare tengano lontane le zanzare, senza contare che cosparse di grasso venivano usate come torce, o secche come accendifuoco e per così dire "spiumate" come imbottitura di basti, selle e oggetti di mascalcia, ma pure le ferrovie dello Stato imbottivano i sedili di prima classe, e quindi materassi, cuscini, ecc. Pianta importantissima per l'ecosistema, usate come fitodepurante delle acque. In Africa per produrre un carbone vegetale, su You tube si trovano decine di video. In Sud America per intrecciare canoe, con l'usatissima totora, Schoenoplectus californicus, come le imbarcazioni in papiro degli antichi Egizi. https://cultura.ilfilo.net/13712/ E poi appunto, pianta edule, tutte le sue parti sono commestibili. Tracce di farina di rizoma di Typha datate più di 30000 anni fa sono state trovate a Bilancino in Toscana e ripresentate all'Expo 2015 come la prima farina prodotta dall'uomo (articolo qui>>>) I germogli vengono consumati come asparagi, le giovani foglie crude in insalata e cotte come verdura, addirittura il polline dorato dei fiori maschili, prima delle spighe marroni, dal sapore dolce, può essere usato insieme ad altre farine per fare dolci, i pasticceri di una volta lo usavano come zucchero a velo. Come altre erbe esistono diverse varietà di Typha, alcune sono protette a livello regionale o nazionale, questa che ho trovato, forse Typha angustifolia, troppo sulla strada per provare ad usarla in cucina, ma mi faceva piacere lo stesso dedicarle un articolo nella speranza di ritrovarla altrove e provare a consumarla. Al di là dell'uso strettamente commestibile, che ritengo sempre legato al posto dove si viveva, "quello ho, quello mangio", penso sempre a come questo nostro progresso e questa pretesa evoluzione ci abbia fatto perdere tanta manualità in un mondo dove tutto aveva un senso e tutto quello che veniva usato ritornava tranquillamente alla natura, certamente con una fatica fisica superiore, ma non mi sembra che abbiamo guadagnato in serenità e tranquillità... ... l'ini sto, Poggio mio, 'n una casaccia, non è però maggior che si bisogni : e Cristo me la tien pinza di sogni d'arcolai ceppi fìaschi sporte e stiaccia. Messer Matteo a Iacopo Poggi 1884 Aggiornamento 30 luglio 2021 Per fortuna qualcuno ci sta ripensando e quest'anno è stato organizzato un corso per il recupero dell'intreccio della Tifa, purtroppo troppo lontano da me, ma non si sa mai... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- "IN SCIÂ CIÀPPA ..."
... «Sovra quella poi t'aggrappa; ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia». Non era via da vestito di cappa, ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sù montar di chiappa in chiappa. La Divina Commedia, Inferno, canto XXIV. Con un titolo del genere sarà questo uno di quei post introvabili su Google, di quelli che non rispettano nessuna delle regole affinché sia facilmente individuabile in quella ricerca globalizzata che è la ragnatela del web, tanto gli sarà sconosciuta la terminologia "in sciâ ciappa", ma tant'è come mai avrei potuto scrivere altrimenti? "Cottura alla piastra"? no ... "barbecue su lastra di pietra"? ma direi no ... La traduzione letterale "sulla chiappa" induce al fraintendimento...😜 "In sciâ ciàppa" è uno di quei termini che descrive un mondo o forse anche più di uno, un sentimento, un modo di essere che per capirlo bisogna essere liguri dentro. Partendo dalla traduzione di "ciàppa" che già è complicata di suo, letteralmente forse lastra, solitamente di pietra, perché può essere anche di marmo, quella delle pescherie di una volta per esempio, di solito si intende di pietra di Lavagna, un' ardesia storicamente estratta dalle cave nella riviera ligure del Tigullio e nella Val Fontanabuona, resistente agli agenti atmosferici e quindi usata tantissimo per i tetti, ma anche pavimenti e scale o facciate, un "schisto", cioè una pietra che si divide, si sciappa appunto. Muretti, case, chiese, tutto è più o meno fatto in Liguria, con questa pietra, ed inoltre erano le donne "Le Portatrici di Ardesia" che con in testa una lastra di circa 7 rubbi , quasi 60kg, scalze, filando, scendevano un dislivello di circa 500mt. dalle cave al mare, dove c'erano i leudi che aspettavano per portare le ciàppe in tutto il mondo. Più informazioni su questa pietra, foto, ecc. qui>> http://www.rotarygolfodigenova.org/pubblicazioni/ardesia.pdf Un uso antico come l'uomo qui nel Tigullio dove sono state rinvenute in una necropoli, a Chiavari, tombe a cassetta costruite con ardesia datate VIII - VII secolo prima di Cristo. Sì, giusto Gesù Cristo, che disse a Pietro: - tu sei Pietro e su questa pietra ... - no, pare di no, se lo disse, sembra disse: - tu sei chiapas, ... - che forse in aramaico significa pietra. Credibile, visto che la nostra lingua (il genovese non è un dialetto) ha molti termini di provenienza aramaica. Potrei mai dare la fonte di questa notizia? lascio al vostro buon cuore credermi, essendo curiosità che chissà quando e dove ho letto o sentito o chi me l'ha detta, anzi se qualcuno ha riferimenti certi che confermano o meno, gliene sarò grata. Ne fece uso anche Dante, nell'Inferno, ... potavam sù montar di chiappa in chiappa, non sarà poi tutta colpa mia se Google non capisce facilmente in sciâ ciàppa" 😜. Dante è certo. Ma cosa si fa più di tutto qui, in sa ciàppa? si cuoce, l'alimento a diretto contatto . Un metodo di cottura che non è solo cosa ligure, è antichissimo, primordiale, solo che qui è andato avanti nei secoli, senza mutamenti, e il segreto è che la ciappa conferisce un particolare gusto al cibo, una cottura omogenea, un sapore unico. Non preparate a un ligure, specie del Tigullio, un barbecue alla brace, una grigliata sulla carbonella, si metterà a piangere. Tuttavia la lastra di pietra giusta per cuocere non è nemmeno l'ardesia vera e propria, ma quella di qui, dove il monte che ho di fianco a casa si chiama appunto Monte Chiappozzo, Ciàppozzu. Monte dove i Ciàppain andavano a procurarsi, spaccando, le lastre per fare i nostri tetti, le ciàppe, e si vede dalla foto sopra come non fosse difficile trovarne da lavorare. "Si tratta di un "calcare palombino" roccia sedimentaria calcarea con una percentuale di silice che stranamente si spacca a lastre invece che a conca, per il tipo di mutazione a compressione che ha subito" cito testualmente le parole di un amico geologo, al quale mentre me lo spiegava ho annuito come se capissi, mentre "l'ardesia è sempre una roccia sedimentaria metamorfica la quale si spacca a lastre per la trasformazione subita in seguito a forti pressioni" ... fate conto che non so nemmeno se ho scritto giusto, ma è solo per dire che sono due cose diverse. Per chiarire ulteriormente non ha niente a che fare con la pietra Ollare, con la losa valdostana, la pietra Serena, ecc. ecc. Chi non trova questa si accontenta di cuocere sull'ardesia, ma non è cosa giusta, corre il rischio di ritrovarsi in bocca sfaldature della pietra, si spacca con più facilità, ecc. ecc. Ora sono giustamente proibiti fuochi liberi in estate, una volta si faceva il tradizionale picnic nei prati o una qualsiasi riunione di amici, Pasquetta, il primo maggio, 25 aprile, sempre il ferragosto, con una bella ciàppa di carne o pesce. Due grosse pietre, la lastra posta sopra, ben lavata, magari con acqua e aceto, un fuoco di legna acceso sotto, all'inizio moderatamente, fino a portare a calore la pietra, che via via sarà unta, se si intende cuocere carne, con un bel pezzo di grasso, tenuto con uno sticco di rosmarino o di alloro, che rimarrà lì, da parte per essere poi ogni tanto passato ad ingrassare. Altrimenti olio. Una volta calda, basta provare con la mano, la brace sotto tenuta accesa, sopra si mette quello che si vuole. Prima verdura, cipolle, zucchine a fette, melanzane, ma anche pomodori a metà. Poi belle fette di carne, di solito controfiletto, tagliato del giusto spessore, non troppo spesso e non sottile, braciole di maiale, costine, pezzi di pollo messi a marinare qualche ora prima in vino bianco o succo di limone e aromi, spezie varie, le salsicce non possono mancare, ma anche spiedini, arrosticini ... Ora va di moda la "tagliata" o la "picanha"... Altrimenti moscardini, gamberoni, orate, piccoli polpi, tonno, ecc... Il tonno dopo una breve marinatura, viene passato nel pan grattato, prima di essere messo a cuocere. Qui, che il pesce lo vendevano ai ristoranti, quando eravamo ingenui di tutto e forse ci bastava poco per essere felici, ciàppe piene di sarde, pesce economicissimo, che non va assolutamente pulito, eviscerato, per questo tipo di cottura, ma semplicemente posato sopra a cuocere. In riva al mare, in spiaggia, di sera, mentre il sole tramontava, e lo sciabordio era il sottofondo di tante risate e sogni. Ora, proibito tutto ciò, ci si organizza diversamente. Si mette la pietra su una griglia elettrica, su un barbecue a gas, così si controlla anche meglio la temperatura e si può anche fare sul terrazzo, perde un po' di magia, ma il gusto resta. Dove reperire la ciàppa? Non saprei dire dove esista la stessa pietra, quindi necessario venire in Liguria, in questa valle e battere questa campagna, chiedere di qualche tetto andato giù, di qualche ristrutturazione avvenuta da poco, stringere amicizie con qualcuno che sa e che ha. A me le rubano regolarmente. Quando finiranno i vecchi ruderi, i tetti caduti, sarà difficile trovarne, sul monte non va più nessuno a spaccar pietre. Non ne basta una, spesso si rompe per il calore, farci fuoco è cosa da esperti, una griglia sotto è consigliata comunque, con un po' di attenzione si impara a mantenere il giusto calore. Che dire? provare per credere ... venire per assaggiare. Post da condividere tra gli amici, ovviamente, altrimenti chi lo trova? In sciâ ciàppa da töa ... In sciâ ciàppa do barcón ... In sciâ ciàppa do lêugo ... ... vanni a da du cu in sciâ ciàppa ... ...e sótta a ciàppa cómme in picétto ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- I RIPIENI
Post veloce di stagione. Finalmente estate. Finalmente ripieni. Ripieni alla ligure, ovviamente. Poche cose come una teglia di ripieni fanno estate, caldo, scampagnate, picnic, ma anche "me ne porto due al mare". Ora si usano tanto come antipasto, o per accompagnare aperitivi sostenuti. Anche se per farli si deve accendere il forno in quello che dovrebbe essere il periodo più torrido dell'anno. Nell'orto le piante di zucchine gridano "raccoglimi", zucchine anche quelle solo della qualità detta genovese o al massimo la zucchina di Sarzana, e cioè chiare, dolci, morbide, dal gusto completamente diverso da quelle scure che io non prendo mai nemmeno in considerazione ( a parte che non credo di aver mai comperato una zucchina in vita mia), le guardo con commiserazione nei banchi di verdura dei supermercati e mi chiedo ma coloro che le comperano hanno mai assaggiato una zucchina verde chiaro ligure? Scusate la divagazione patriottico campanilista, dunque zucchine possibilmente tutte uguali, della misura diciamo più o meno di manico di scopa, perchè si possano tagliare a metà e scavare per essere riempite. Il procedimento che seguo io è quello di spuntarle, tagliarle a metà da crude e metterle in una pentola di acqua bollente e farle cuocere pochi minuti, quel tanto che permetta di scavarle. Insieme alle cipolle, ovviamente, bianche, piccole, anche loro tagliate a metà Una volta cotte le tolgo con la schiumarola e una ad una le scavo con il levatorsoli, raccogliendo l'interno in una terrina. Le cipolle le sfoglio semplicemente. A questo, dopo aver tritato la polpa ottenuta, i pezzi di cipolla avanzati, aggiungo uova, formaggio, parmigiano, l'immancabile maggiorana, per ammorbidire al punto giusto pane ammollato nel latte, se volete un poco di mortadella, ma sono buoni anche senza, sale. Niente carne, non serve. Difficile dare le quantità, i primi tempi o mi avanzava qualche zucchino o mi avanzava un po' di ripieno. Per ovviare ho imparato a riempirli con il sac à poche, con la bocchetta larga rigata, una volta vuotati tutti li sistemo in una teglia, coperto il fondo di patate tagliate a fette, appena spruzzate di olio e di sale, e così riesco meglio a dosare. Per questo il ripieno usato deve essere omogeneo e tritato bene perché nessun pezzetto ostacoli l'uscita dalla bocchetta. Riempiti tutti, un giro d'olio, un poco di origano, una spruzzata di parmigiano sopra e inforno a180° fino a doratura. Felicità. Più in là, nel tempo, verso luglio, le melanzane, anche quelle piccole, genovesi, con il picciolo per poterle prendere fra due dita e passarle in bocca come un finger food ante litteram. Vi saprò dire. Così preparati, possono essere congelati prima della cottura, per essere tirati fuori quando prende prorompente la voglia d'estate, passati in forno direttamente senza scongelare, ci troveremo dentro per un attimo, il profumo, i colori e i sapori dell'estate perduta. Aggiornamento post: Agosto, finalmente riesco a riempire due melanzane stesso procedimento, non ripeto, per svuotarle questa volta lo scavino rotondo stesso ripieno, se negli zucchini ci può stare qualcosa tipo mortadella nelle melanzane, garantisco sono meglio senza, meglio abbondare con pane e latte e formaggio nel caso. Bella e buona la teglia mista... ma anche solo melanzane, tutte uguali é un bel vedere e un buon godere LUGLIO 2021: La Angiuletta: Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. ,Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- PASTA DORATA AI FIORI DI ZUCCA
Monotematica in questi giorni, altro non mi ritrovo per casa che zucchine e fiori di zucchine, e se anche voi siete nella mia stessa situazione, ben venga qualsiasi ricetta che serva a mistificarne l'aspetto e il gusto con un risultato eccellente per sapore. Così, dopo dopo i Ripieni (qui>>>) e gli Zucchini sott'olio (qui>>>) questa ricetta non mia, carpita al ristorante dell' Albergo Amici di Varese Ligure, e mai più abbandonata, richiesta da amici e parenti che vengono a trovarmi quasi apposta in questo periodo sperando che io la metta in tavola. Velocissima, il tempo di cuocere la pasta, specie se si cuociono i fiori prima. Dunque servono i fiori di zucchina, vanno bene anche quelli che si sono appena chiusi, per la quantità ci si regola con la quantità di pasta che si deve condire. Lavati, privati del pistillo interno e messi a cuocere a vapore nella pentola a pressione per un cinque minuti. Al fischio, abbasso la fiamma al minimo, passati cinque minuti, chiudo e lascio raffreddare dentro la pentola. Per chi non è pratico di pentole a pressione credo sia lo stesso bollirli in pochissima acqua, sempre a vapore, fino a che non sono teneri, teneri. Una volta cotti li trito sommariamente con la mezzaluna. Nel frattempo avevo messo a scaldare a bagnomaria una quantità di mascarpone che basti a condire la dose di pasta che farò cuocere, poco diluito con poca panna liquida o anche solo latte, per alleggerire. Quando il mascarpone è caldo aggiungo i fiori di zucchina bolliti e tritati, insieme a una bustina o più di zafferano ( la quantità di zafferano cambia a gusto e a quantità del mascarpone) e lascio insaporire dentro, sempre a bagnomaria, il tempo di cottura della pasta, che può essere mezze penne o casarecce, fusilli ecc. Viene bene anche con della pasta fresca, tagliatelle o tagliolini, appena cotta condisco nel piatto di portata e aggiungo parmigiano grattugiato, a piacere. È possibile aggiungere anche qualche pezzetto di zucchino piccolissimo fatto cuocere insieme ai fiori. Con la sovrabbondanza di questi giorni faccio scorta nel congelatore di fiori interi già cotti e porzionati pronti da mettere nel mascarpone caldo. Posso solo aggiungere di provare. Provare per credere. Vorrei poter dire quanto si conserva in frigorifero questa delicato condimento, sicuramente qualche giorno ... ma chi è mai riuscito a conservarlo? Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- LA PORTULACA OVUNQUE
Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono, donne, ragazzi, vecchi, fanciulle ... Ho scritto "Portulaca ovunque" perché ovunque se ne sente parlare, appena si nominano erbe selvatiche, subito qualcuno interloquisce: "la portulaca che buona! tu la mangi? la portulaca ha gli omega3 ... ecc. ecc. Alla fine ovunque è anche qui, nel mio blog dove mi sembrava giusto parlarne, a mio modo come sempre, anche se non ho mai capito quando e perché è cominciato il delirio per questa pianta. Al nord nessuno la conosceva fino a qualche tempo fa, un po' come la rucola che ce la siamo ritrovata in tutti i piatti mentre prima la schifavamo quasi. Al centro e al sud invece era conosciuta da tempo e con i nomi più diversi da sempre mangiata, poi con i cambiamenti climatici la stiamo ritrovando come infestante anche al nord, persino nei vasi sul terrazzo. Come per altre erbe, qualcuno ha riscoperto le sue innumerevoli proprietà, spingendo soprattutto su questi famosi Omega3, grassi polinsaturi che così tanto fanno bene, come se fosse l'unico vegetale ad averli. Non ho le competenze per discutere sui riconosciuti benefici di questi grassi, vorrei solo ricordare come le popolazioni lontane dal mare, queste ultime potevano avere il giusto apporto dei detti grassi dai pesci e dalle alghe, hanno sempre mangiato per esempio Semi di lino (qui >>>Del lino dei semi e delle loro virtù) o il tanto invece disprezzato olio di colza. Tutto ciò non per sottovalutare la tanto amata Portulaca, ma per dimostrare come è facile, se non si approfondisce, farci credere un po' quello che ci si vuole far credere. Tanto da omettere quasi sempre che l'erba in questione ha anche qualche controindicazione e cioè la presenza importante di ossalati che la sconsigliano vivamente a chi soffre di calcoli renali ed è scientificamente provato inibiscano l'assorbimento di calcio e magnesio da parte dell'intestino. Sempre perché la verità è quella che tutto, ma proprio tutto va assunto con la giusta dose, e non sull'onda di mode o simili, tipo precipitarsi a mangiare portulaca tutti i giorni "perché ho sentito dire che ha gli omega3". Tanti altri vegetali li hanno. Regolarmente venduta a mazzi sui mercati specie del Nord Europa, dove non è ancora così infestante, quest'erba è conosciuta e mangiata in tutto il mondo da sempre, per il suo sapore acidulino, fresco, fra il dolce e il salato, qualche volta leggermente pungente, che può piacere o meno. Spesso cruda, in insalate miste, ma la moda adesso suggerisce zuppe e cotture che secondo me già tolgono abbastanza delle famose proprietà. Visto che si trova senza difficoltà in abbondanza, l'aggiunta classica a dei pomodorini, con o meno cipollina fresca, su una galletta genovese, se non meglio friselle, specie la volta che non si ha insalata, piace anche a me. Qualcuno ci fa un pesto, per quanto mi riguarda ho sempre pensato che con pinoli, olio e aglio sia facile far diventare appetibile molte cose. Non ho ricette da mettere cotta. So che si può mettere sott'olio con lo stesso procedimento di altri ortaggi e che viene venduta così confezionata anche a prezzo alto. Proverò per capire, bollita in vino bianco e aceto con un chiodo di garofano, lasciata asciugare e poi coperta di olio, chissà che non mi convinca nei duri e freddi inverni. Il riconoscimento è facile, l'aspetto strisciante, incontrollato, tanto che gli Arabi la chiamavano "pianta pazza", spesso in mezzo alle piante di pomodori, nell'orto resistente a qualsiasi forma manuale di diserbo. Le foglioline piccole, grasse, carnose, verde chiaro, ricche di acqua, per questo resistentissima anche alla siccità, una delle poche vegetazioni che si ritrovano verdi anche in pieno solleone, specie nelle regioni mediterranee. Un' erba che proprio per questa sua caratteristica serviva a nutrire uomini e animali nelle lunghe e calde estati del sud, e quindi si ritrova facilmente in piatti greci, nella cucina cretese, nel sud della Francia, ma anche in Argentina, ecc. Il fiorellino di quella selvatica piccolo e insignificante di colore giallo. Una curiosità sul nome Portulaca oleracea, la specie più comune, oleracea significa più o meno ortaggio, invece portulaca sarebbe da "piccola porta", per il curioso aspetto della capsula che contiene i semi, che si apre come un piccolo scrigno. I tanti nomi popolari Porchiacca, Purcacc, ‘Mbrucacchia, Purchiadedda, forse derivano dal fatto che è un'erba grassa, o che era cercata dai maiali, mentre al nord è più facile trovarla con il nome di Porcellana per la sua consistenza e il suo aspetto liscio, verde e rigoglioso, quasi lucido, mentre intorno è tutto secco. Come per altre piante comuni sono state selezionate specie ornamentali resistenti al caldo e alla siccità, per i giardini, con fiori grandi semplici o doppi, di colori diversi, che si possono trovare in tutti i garden. Chissà se anche quella ornamentale è commestibile? non ho trovato notizie al riguardo, certamente gli eventuali trattamenti per piante fiorite da giardino ne sconsigliano l'uso alimentare Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA BARDANA
- se la vecchiaia vuoi tener lontana, fatti amiche cicoria e bardana - Nel paese del Galles si chiaman Bardi alcuni girovaghi poeti e cantori, che traducendosi di paese in paese cantano gli elogi di grand'uomini, accompagnando il canto col suono dell'arpa... dal dizionario di erudizione storico ecclesiastica di Gaetano Moroni -1857 - E così pare che foglie e radice di questa pianta bollite nel sidro aumentassero la fantasia e la parlantina di questi antichi cantori celtici e quindi da Bardo = Bardana. In realtà il nome botanico è Arctium lappa per la Bardana maggiore e Arctium minus per la Bardana minore e altre varietà ancora. Non mi perdo in discussioni botaniche che non mi competono per distinguerle, mi limito a evidenziare come la Bardana maggiore è di dimensioni notevoli che arrivano anche a 2 metri di altezza con foglie di 40cm di larghezza e 50 di lunghezza, per il resto sono molto simili. Per questo è facile il suo riconoscimento, foglie enormi ovate a punta, smerlettate, con una fitta ragnatela di nervature nella parete inferiore di colore chiaro, biancastro. Il fusto grosso, rossiccio, cavo in alcune specie. Unica confusione, ma la ritengo improbabile, con il Farfaraccio, per le grandi foglie che anche questo ha. La foglia del Farfaraccio è diversa, arrotondata o come si dice reniforme, dalla forma che ricorda un rene, la pianta non si alza fiorendo, anzi a marzo escono prima i fiori dalle radici sul terreno nudo e dopo ingrandiscono le foglie. Si trova in zone umide in grandi popolazioni. Nel caso al Farfaraccio, è riconosciuta la presenza di alcaloidi dannosi per il fegato, sconsigliato quindi mangiarlo, ma credo che odore e consistenza non invitino al consumo e rendano impossibile sbagliare. Nel caso di dubbio occorre capire la differenza con l'osservazione della fioritura - Farfaraccio - genere Petasites La Bardana è pianta che non appartiene alla mia tradizione culinaria, solo tardi è entrata a far parte delle mie conoscenze alimentari. È presente nei primi erbari medievali, certo per le sue dimensioni non passava inosservata, fatto sta che della Bardana è commestibile tutto, radici, giovani foglie, germogli. Il gusto senza lode e senza infamia, tendente all'amaro, l'ha fatta probabilmente abbandonare per altre colture più appetibili, meno che nella cucina orientale, specie quella giapponese dove è usata in zuppe, in tempura, e semplicemente con il riso. L'unica ricetta che ho provato, a parte mescolarne qualche germoglio alle altre verdure bollite, sono le polpette, e devo dire che se non mi fanno correre a cercarla, quando capita in questa stagione che le altre erbe sono finite e nell'orto c'è ancora poco, e come oggi il vicino sta per tagliarne una bella pianta, ci stanno le polpette. Due patate qualche germoglio tenero di bardana un uovo qualche cucchiaio di formaggio parmigiano pane grattugiato un'erba aromatica a piacere prezzemolo, maggiorana, origano, o anche no Bollito patate a pezzi e bardana a ciuffi per un quarto d'ora, venti minuti, basta schiacciare tutto con una forchetta, unire l'uovo, salare, l'aroma, il formaggio e il pane grattugiato, tanto da formare con le mani delle polpette della forma che si vuole, a piccolo medaglione o allungate. Passate velocemente nel pane grattugiato e fritte in padella in olio di oliva pochi minuti per parte fino a colorarle. Se non si vuole l'uovo, un cucchiaio di farina per amalgamare, se non si vuole friggere si può provare in forno a 180° con un filo di olio sopra. Tornando a lei, la Bardana, pare che anche i fiori prima di aprirsi, possano essere fritti e siano per gusto simili al carciofi, proverò ... Ma i fiori, di cui posto per il momento una foto presa dal web, sono famosi per altro. Di colore violetto - rossiccio, sono avvolti in particolari brattee uncinate flessibili che si attaccano ai vestiti di chi la scontra per caso. Questa particolarità fu notata dall'ingegnere svizzero Georges de Mestral che, negli anni '40, al ritorno dalle sue passeggiate, era costretto a togliere da abiti e dal pelo del suo cane questi strani pappi uncinati. Studiandoli al microscopio, notando soprattutto l'elasticità di ritornare in forma dopo essere stati staccati, gli venne in mente di fabbricare qualcosa di simile che si "aggrappasse" e inventò, brevettandolo, nei primi anni '50, il "Velcro". Il Velcro venne alla ribalta quando fu utilizzato, come ancora oggi è, dalla Nasa per fissare gli oggetti nelle capsule spaziali, nel 1978 finito il brevetto, divenne alla portata di tutti e si impose come veloce metodo di chiusura. Tutto ciò dall'osservazione di una comune pianta. Anche se molti erboristi moderni non le riconoscono proprietà particolari, è usata da sempre per la cura della pelle, specie grassa, per l'acne, e dei capelli, molti shampoo contengono Bardana e Ortica, molte creme naturali contengono Bardana. Utile il semplice infuso, meglio di radice per pulire la pelle struccata per contrastare l'acne e la pelle grassa o per risciacquare i capelli. Se si leggono i testi antichi sono talmente tanti gli usi che si faceva di questa pianta, alcuni sostenuti ancora oggi in diversi studi, che per questo invito ad approfondire. Come succede con tutte le piante che avevano un certo effetto sull'uomo la pianta veniva collocata tra le piante magiche. Della Bardana erano fra gli altri l'uso di bruciare per casa la radice, per eliminare malocchio e influssi negativi, e conservarla secca in sacchettini di tela da portare appresso con lo stesso proposito. A noi, fanciulli di un'altra epoca, bastava la magia di piegare una foglia per fare un specie di bicchiere e bere a una fontana vicina, o per contenere frutti di bosco trovati durante la passeggiata, mettersene una grande foglia fresca in testa se ci si era dimenticati il cappello, ed era spuntato un sole troppo caldo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- L'ESTATE DI ERBANDO
Estate ed erbe non vanno molto d'accordo, è la primavera la stagione di erbe e fiori. Il ciclo vitale di molte spontanee selvatiche si conclude con la fioritura fra maggio e giugno, la successiva produzione di semi che cadendo a terra, con le piogge di autunno e il riposo invernale, permetterà l'anno prossimo di rinascere e proseguire. Poco da mostrare e pochissimo da raccogliere, finiti a luglio anche iperico ed elicriso, questo per precisare a chi mi chiede quando potrei fare una passeggiata di riconoscimento delle erbe commestibili, non mi sembra davvero adesso il momento migliore. Gli altri anni era l'estate tutto un fiorire di eventi, mostre, fiere alle quali partecipare. Quest'anno ritengo si debba avere ancora molta attenzione e infatti molte cose alle quali partecipavamo come Associazione sono sospese o regolamentate. I progetti dell'Associazione non si fermano comunque, ricordo che il sito e l'Associazione nascono dalla felice esperienza 15 anni fa di una Mostra dedicata al lavoro femminile nelle case di campagna e di come la tecnologia abbia influito sulla vita delle donne e dalla conseguente pubblicazione di un piccolo volume ad essa dedicato, e che il lavoro dell'Associazione non si limita alle erbe commestibili. qui>>> https://www.lellacanepa.com/donne-da-ieri-a-oggi qui>> https://www.lellacanepa.com/donazione-donne-da-ieri-a-oggi qui>>> https://www.facebook.com/DonneDaIeriAOggi/photos/?tab=album&ref=page_internal Attualmente abbiamo in programma: DOMENICA 11 luglio : Partecipazione all'International Lace Day: Le merlettaie di tutto il mondo si uniscono in un giorno per dimostrare che la lavorazione del merletto è ancora viva. Nello stesso giorno in diversi paesi del mondo gruppi o persone sole lavoreranno al merletto in una piazza o strada per mostrare quanti ancora sono interessati a queste preziose lavorazioni. Personalmente sarò in Piazza Pieve a Varese Ligure, con il banchetto del macramè, prezioso merletto a nodi, caratteristico quasi esclusivo della zona di Chiavari, perlomeno inteso come frangia di asciugamano. Nel tempo il nodo del macramè, di derivazione araba, è stato ripreso e usato recentemente per arredi diversi, oggettistica o gioielli. Avrò con me preziosi asciugamani antichi e lavorazioni moderne da mostrare a chi interessato, o a chi vorrà provare a intrecciare. La mia esperienza di macramè risale agli anni '70 quando a Chiavari la maestra Maria Chiappe, la mia insegnante, caparbiamente lo riportò alla giusta considerazione. Orario: 11 - 17,30 https://www.eventbrite.nl/e/international-lace-day-2021-registration-157652780711 SABATO 17 luglio All'interno della manifestazione ViviVarese, nel Borgo Rotondo, un progetto a lungo accarezzato: "Un'erba per Tingere" in collaborazione con Pecora Nostrana e Federica Figone, la rivalutazione della lana delle nostre pecore, con la quale le donne di una volta confezionavano quello che necessitava alle famiglie. Mentre Federica illustrerà le varie fasi della lavorazione dalla pulitura alla filatura e al suo metodo di tintura naturale, Associazione Erbando presenterà le erbe per tingere. Sarà possibile provare a filare a mano con il fuso primordiale antico. Si potrà portare a casa, con una donazione, un corredo contenente tutto l'occorrente per provare a filare e a tingere con l'erba. La cassetta in legno contiene: Un fuso, un poco di lana pronta per la filatura, un sacchetto, di tessuto antico, con due erbe tintorie. Per preparare questo approccio alla filatura e alla tintura c'è stato molto lavoro, oltre alla cura degli animali, ci sono state domeniche piovose a sradicare erbe, pomeriggi assolati a graffiarsi per raccogliere radici, risate fra amiche di età diverse a pulire, cardare, a scambiare consigli e informazioni, a confrontare colori diversi ottenuti con la stessa erba, a provare fusi e arcolai ... proprio come le comari di una volta. Crediamo molto in questo progetto, credeteci anche voi. Per qualunque domanda su lavorazione anche per quanto riguarda feltro, uncinetto, aghi a due, a quattro, ecc. saremo a disposizione. Insieme a noi altre amiche, con il telaio, a intrecciar cestini, a dipingere ... Orario dalle 10 alle 18,30 Domenica 25 luglio e Giovedì 29 Luglio Lella Canepa sarà presente a Rapallo presso la bancarella di Guido Porrati a ParlaComeMangi nel progetto di una visita dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo in relazione sempre alle erbe e fiori commestibili, specie quelli usati in Liguria. Pur restando nell'ambito di un evento dedicato, saremo a disposizione per eventuali richieste. Saranno presenti insieme a noi le sorelle Picetti, intagliatrici degli stampi per croxetti di Varese Ligure, se qualcuno volesse acquistare o ordinare da loro. https://www.lellacanepa.com/single-post/alessandra-mani-d-oro?fbclid=IwAR3V7vbJhNo889PnnXe0VMtc_Vq05xyXO8LqftNcQKzxh3OAkLvhQ-XwGIc Venerdì 13 Agosto Evento ancora da perfezionare nei dettagli, nella meravigliosa cornice della piazza della Basilica dei Fieschi a San Salvatore di Cogorno. Anche quest'anno non sarà possibile la realizzazione dell' "Addio do Fantin" nella formula conosciuta degli anni passati. È comunque in programma un mercatino medioevale, come l'anno scorso, dove sarà presente l'Associazione Erbando con le erbe definite un tempo "magiche". Fra scienza e credenza ma con coscienza. https://www.primocanale.it/video/addio-do-fantin-2020-a-cogorno-lo-spettacolo-della-rievocazione-storica-1--119500.html Altre cose bollono in pentola, gli aggiornamenti sulla pagina Facebook dell' Associazione o nei prossimi post qui sul blog. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- AMARANTO COMUNE DEI CAMPI
Tutto intorno a me è ormai arido e secco, la fienagione è avanti, con questo sole caldo degli ultimi giorni di giugno, gran parte delle erbe sono tagliate, imballate, pronte per essere servite alla mensa di mucche, pecore e altri animali, il prossimo inverno. Quello che non è tagliato è comunque secco, difficile trovare qualcosa di selvatico che resista, l'orto innaffiato regolarmente dà invece, se pur faticosamente, i suoi prodotti. Ed è proprio lì fra una zucchina e un pomodoro, fra le patate già sarchiate, i fagioli e le cipolle, che spunta adesso l'Amaranto. Tra le infestanti più odiate per i contadini di qui, non mi risulta nessuno l'abbia mai mangiata. Io stessa non la conoscevo come pianta commestibile o perlomeno non pensavo fosse anche questa Amaranto, fino a non molti anni fa. L' Amaranto che conoscevo una volta io, era quello con il pennacchio rosso che si vedeva e si vede in molti giardini, credevo una specie ornamentale, poi l'innata curiosità di capire che piante avevo intorno, mi ha impegnata a cercare il nome anche di questa selvatica. Inoltre molte spontanee dimenticate sono state riscoperte dalle nuove tendenze dell'alimentazione, vedi vegetariani e vegani, molte ricercate per proprietà indispensabili a certi regimi e riconosciute con nomi nuovi. Un po' come è successo per la Quinoa, improvvisamente si è sentito parlare della farina di Amaranto per ricette senza glutine, facendolo arrivare da lontano ignorando che sia più o meno la stessa infestante dei nostri orti. Ne parlo adesso sollecitata da un post di qualche giorno fa su fb, dove ho scoperto che in Grecia è molto usata e si chiama βλίτα. È davvero buona, per quanto mi riguarda, la rosetta appena nata o la cima prima della fioritura, anche solo bollita e condita con olio e limone. Il gusto assomiglia agli spinaci, più delicato, senza la sensazione di ferro che danno gli questi ultimi in bocca. Come altre verdure del genere, spinaci, bietole ecc. è ricco di ossalati e quindi sconsigliato a chi soffre di reni. Per questo è necessaria la bollitura in abbondante acqua, essendo una verdura ricca di nitrati, che vengono dispersi nell'acqua di cottura, che non va riutilizzata. Le innumerevoli altre proprietà, alto contenuto di fibre, vitamina A e K, contrasto del colesterolo cattivo, ne fanno una verdura da prediligere rispetto ad altre. Si può mangiare tutta, radice nel momento giusto, fusti giovani come fossero asparagi, foglie tenere. Bollita quindi, può essere utilizzata come altre verdure, nel post di cui dico sopra sono stati fatti dei ravioli usando ricotta e formaggio di capra e mi riprometto di provare a farli. Per il riconoscimento, forse le prime volte è meglio aspettare che cresca per osservarla meglio con la fioritura, il fusto diventa quasi legnoso con spesso striature rosse, la lunga pannocchia di fiori, che in questo selvatico è quasi sempre verde, a volte tendente al rossiccio o giallastra, che spesso si curva, dando il nome in questo caso di Amaranthus retroflexus L. Le foglie con il picciolo lungo, con nervature, ovali, nell'orto fra patate, galinsoga, farinello, simili, bisogna farci un pochino attenzione inizialmente. La farina si ottiene delle tre varietà idonee a produrre i semi da macinare o usare così Amaranthus cruenus, Amaranthus hypochondriacus, Amarantus caudatus di cui mi risulta esistano alcune coltivazioni in Veneto. Gli stessi semi possono essere scoppiati come il pop corn, così come facevano già 8000 anni fa. Per gli Atzechi era il grano degli Dei, usato nelle loro cerimonie religiose tanto era importante come cibo. Una statua di Huitzilopochtli, una delle più importanti divinità Mexica, fatta impastando semi di amaranto e miele nero, veniva portata in processione e poi mangiata nella festività dedicate al dio. Ancora oggi in Messico il dolce tipico della ricorrenza dei morti, chiamato Alegria, ricorda nella ricetta l'antico Tzoalli con il quale si componeva la statua, una specie di croccante di semi di amaranto, zucca e miele. In queste cerimonie venivano effettuati anche sacrifici umani, di conseguenza all'arrivo degli Spagnoli la pianta non fu subito apprezzata e conosciuta in Europa come avvenne per altre. Con il Mais e la Quinoa servì a sfamare intere popolazioni, per la sua facilità e velocità di crescita anche con climi siccitosi e la sua produttività, visto che una pianta produce minimo 200.000 semi e che questi possono rimanere nel terreno 20 anni e poi germinare. "Nelle cronache spagnole dei primi anni della conquista, la pianta di amaranto è descritta come maialino, santoreggia o armuelle, poiché gli europei le trovarono simili ad alcune piante selvatiche del Vecchio Mondo. Il seme di amaranto era anche paragonato al seme di senape e al seme di lenticchia, e nel Codice Fiorentino sono chiamati cenere. a, b) "Bledos". Codice Fiorentino , lib. XI, f. 134r. c, d) Stoccaggio, processo di raccolta e selezione dell'amaranto. Codice Fiorentino , libs. IV e VII, ff. 72v e 16r. " https://arqueologiamexicana.mx/mexico-antiguo/los-cuerpos-divinos-el-amaranto-comida-ritual-y-cotidiana È tra i vegetali con il maggior contenuto di proteine che assomigliano a quelle della carne ed è per questo che la sua riscoperta si deve in gran parte a chi pratica il veganesimo. Non essendo un vero cereale è privo di glutine, in commercio è possibile reperire farine e paste alimentari di questa pianta adatte a celiaci Il colore dei suoi "pennacchi fioriti" ha dato il nome alla tonalità di rosso che lo ricorda, tanto che è stata usata da noi per molto tempo solo come ornamentale, fino ad ottenere varietà apposta per decorazione dei giardini. In realtà il nome "amaranto" datole molto tempo dopo il suo arrivo in Europa, significa "che non appassisce! In alcune specie anche le foglie a volte hanno colorazione amaranto o macchie Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI GELSOMINO E DI NON GELSOMINO
Quando nascesti tu nacque un giardino di tutte qualità c'erano fiori l'odore si sentiva di lontano e specialmente quel del gelsomino... Stornello Toscano Una volta le notti d'estate era tutto un profumo di gelsomini e caprifogli. Poi negli ultimi anni non sono più riuscita a trovare un vero gelsomino, il caprifoglio quasi sconosciuto ai più, almeno qui dalle mie parti. Prima che potessi accorgermene sono spariti dai giardini. Al loro posto una pianta più robusta, resistente ai freddi, che non perde le foglie in inverno, che imita il profumo del gelsomino. Ovunque, sui muri abbarbicati, sui pergolati di tutta la Riviera un tripudiare di Trachelospermum jasminoides o Rincospermo, ma ormai da tutti chiamato gelsomino. Non sarebbe niente di che, se non mentre il vero Gelsomino, Jasminum officinale,(infinite le specie) dal delicato profumo quasi mai offensivo, ricco di proprietà calmanti e forse afrodisiache, è anche edule, l'altro, il falso, è tossico. Il primo uso del vero gelsomino, conosciuto da tutti, che mi viene in mente, è nel famoso Jasmine tea, un te verde aromatizzato al gelsomino. Al sud dove il vero gelsomino facilmente sopravvive agli inverni, viene largamente usato nei dolci, nei sorbetti, in infuso. Nella zona del trapanese è utilizzato per una delicata granita, ottenuta dall'infuso o meglio dal macerato del fiore ancora socchiuso, in acqua per circa 12 ore, dopodiché con l'aggiunta di uno sciroppo di zucchero e succo di limone messo nel congelatore, ogni mezz'ora mescolato il composto fino ad avere la consistenza della granita, oppure nella gelatiera per avere un profumatissimo sorbetto. È possibile che venga anche aggiunta della cannella sia nello sciroppo di zucchero che poi sopra. Piccolo intermezzo storico divertente: questa granita è conosciuta con il nome di "Scursunera", è evidente come il termine per me ligure, abbia fatto venire in mente la nostra "scorzonera"! qui >>> La Scorzonera di Codivara Ebbene sì, un tempo la granita siciliana in oggetto veniva fatta proprio con la radice di una scorzonera, se non proprio il nostro ligure Tragopogon con una pianta molto simile, forse una Scorzonera hispanica, alla quale si assegnavano proprietà medicamentose e per far meglio accettare l'intruglio curativo, leggermente amaro, lo si gelava in granita con l'aggiunta dei fiori di gelsomino. Col tempo l'uso della radice è andato perduto, è rimasto il nome e il gelsomino, e a me, capitata per caso nel trapanese, come tanti per vedere la bella Selinunte, è toccato sentire la parola "scursunera" per indicare una dolcissima granita. Uno degli olii più costoso e usato in profumeria è l'olio di gelsomino, chiamato il Re degli olii, tra i profumieri vige il detto "Non esistono profumi senza gelsomino". In Calabria e in Sicilia vi erano piantagioni di gelsomini la cui raccolta era poi affidata alle giovani donne, spesso bambine, per le mani piccole e delicate nel tocco per raccogliere i fiori senza rovinarli. Si alzavano ancora notte per raccogliere prima che il sole alto rovinasse le corolle. In un documento salvato da Raiplay intorno alla metà degli anni 60 raccontano la dura vita che non vogliono più fare le Gelsominaie, mettendo in atto la così detta Rivoluzione profumata. Potete vederlo a questo link, dura poco più di 4 minuti https://www.raiplay.it/video/2017/03/Le-donne-dei-gelsomini-49da2a8d-e2aa-4c49-9996-8a407c8ce9c6.html?fbclid=IwAR0u7L32b7PARw5NxQykyIViUuQcTtHtuNHGPXVuIU4PdcI4A5aBYsdUcwY Come per tutte le piante sono presenti diverse specie, proprie per l'uso ornamentale o erboristico Nella foto sotto il Jasmimum grandiflorum o Gelsomino siciliano o Gelsomino di Spagna, quello delle raccoglitrici Non resta che capire la differenza fra gelsomino vero e gelsomino falso. Al di là della leggerezza del portamento del Gelsomino vero, rampicante e ricoprente ma con il rametto di cinque foglie sottili, allungate e appuntite e sopratutto decidue (in autunno cadono), dal fiore con l'elegante calice allungato, a volte sfumato di rosa, la differenza più visibile è sopratutto nella disposizione dei petali. Nel vero gelsomino, quale sia la specie, i petali sono ben distinti intorno agli stami, mentre nel falso gelsomino girano intorno come una girandola. Il profumo delicato e intenso e curativo del vero gelsomino mentre dolciastro e invadente fino ad essere insopportabile quello falso. Le foglie rustiche e coriacee del falso gelsomino che non cadono in inverno e una sola fioritura, mentre il vero gelsomino fiorisce continuamente fino all'inverno quando poi perde le foglie. - vero gelsomino - - falso gelsomino - Mentre con il vero gelsomino ci si può divertire a decorare cibi, usarlo in sciroppi e gelati, fare una tisana calmante, confezionare oleoliti per la pelle, con il Rincospermo non è proprio consigliato. Anche un semplice oleolito fatto con i suoi fiori potrebbe trasmettere alla pelle i pericolosi alcaloidi che TUTTA la pianta contiene. Attenzione quindi all'olio essenziale che si può comperare a volte per profumare casa, carissimo nel caso del vero gelsomino, e resto sempre allibita aprendo siti dove accanto alla foto dell'olio o della granita o della tisana c'è la foto del falso gelsomino. Tutte le piante hanno proprietà e forse anche gli alcaloidi del Rincospermo sapientemente usati ne hanno, ma non certamente l'uso casalingo che si è fatto con il Gelsomino, considerato da sempre come calmante e antidepressivo naturale, sia in infuso sia l'olio sia il profumo, cosa che non è affatto con quello falso. "L'essenza di Gelsomino è un chiaro esempio di come l'aromaterapia possa produrre un effetto globale: per contatto diretto con la pelle e tramite il profumo, raggiunge i centri delle emozioni nel cervello e vi disattiva le predisposizioni negative come il pessimismo, la tristezza e la paura ..." Susanne Fischer-Rizzi, Profumi celestiali, 1995 Se poi si vuole imparare proprio bene bene come è fatto un fiore di gelsomino vero non resta che fare come me, quando anni fa ho tentato vagamente di imparare qualcosa dalla bravissima Susanna Righetti e dai fiori di zucchero del suo The Sugar Garden. Ebbene sì, questi della foto sotto sono in pasta di zucchero e sono davvero di grande effetto nella decorazione di un dolce. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- RICETTE INFAVOLATE
CI SIAMO! A GRANDE RICHIESTA DA OGGI POTRETE SCARICARE OTTO DELLE MIE RICETTE IN FAVOLA Anni fa, ai primissimi esordi del progetto Erbando, per un incontro che si sarebbe svolto l'indomani, scrissi una prima "Ricetta in Favola" che racconta di un impossibile amore fra Prebuggiun e Orchidea. Di come Prebuggiun usasse tutte le erbe del prato per conquistarla, ma lei nobile e altera lo rifiutasse perché lui di troppo umili origini. Da lì, con puro divertimento, ne scrissi altre fino ad arrivare ad una quindicina. Tutte raccontano in forma di favola una piatto prettamente ligure e riferimenti alla ricetta sono realistici. Da allora, vari tentativi sono stati fatti per pubblicarle, ma un po' per pigrizia, un po' per scarse conoscenze del procedimento, tutto è rimasto più o meno circoscritto a leggerle alle riunioni di amici compiacenti e soprattutto pazienti. Chi sa di questi miei scritti mi ha più volte consigliato di metterli in qualche modo a disposizione, molti me li hanno richiesti, qualcuno è stato usato per un qualche evento, nelle scuole o in qualche spettacolo. Come è noto nella primavera del 2020 e del 2021 a causa delle restrizioni Covid19, è stato impossibile svolgere gli incontri dell'Associazione, che sono poi l'unico mezzo, insieme alle donazioni per i manuali, di sostenerla. Per sostenerla intendo pagare questo sito dove non c'è pubblicità, acquistare il materiale che serve per le uscite a fiere ed eventi, stampare cartacei, la divulgazione completamente gratuita nelle scuole, insomma tutto quello che serve. Nessun socio percepisce nessuna somma per nessun tipo di ricompensa. Allo stesso modo mi viene spesso richiesto quando pubblicherò un libro cartaceo sulle erbe o sulle ricette del blog, operazione che comporta una spesa non indifferente e che quanto necessario può essere raccolto solo tramite donazioni. Con la speranza di riuscire prima o poi, è venuto in mente di proporre l'ascolto di alcune delle mie favole tramite un piccolo contributo. Al contempo si potrà scaricare la favola per riascoltarla. Tutto è stato prodotto in maniera molto casalinga, con la collaborazione di un amico che si è prestato con microfoni e mixer, quella che si ascolta è la mia voce, così com' è. Cliccando questo link troverete queste diverse soluzioni Ascoltare gratuitamente 30 secondi di ognuna favola Scegliere con il contributo di Un Euro di ascoltarla tutta Con il contributo di Cinque Euro avere la compilation di tutte e otto https://www.lellacanepa.com/ricette-infavolate 1 - LA FESTA MINESTRA Narra della magnifica festa organizzata da tutte le verdure per produrre il minestrone alla genovese 2 - DI COME E PERCHÈ SOLO IN LIGURIA IL GAGLIARDO BASILICO SI TRASFORMÒ IN RE PESTO La storia di Basilico che in Liguria ha incontrato la bella Pra' 3 - DEL CAPPONE E DI COME FU CHE DIVENNE MAGRO In mancanza di un cappone vero fu necessario inventarne uno finto 4 - DI ELLA E DELLA SUA VOGLIA DI SCAPPARE La nascita di un dolce tipico ligure da un amore solo immaginato 5 - FUNGO E CASTAGNA Uniti per sempre 6 - L'AMMIRAGLIO STOCCO Un tipo con un bel caratterino! 7 - OVE SI NARRA DELL'IMPOSSIBILE AMORE FRA MESSER PREBUGGIUN E MADAMIGELLA ORCHIDEA Tutte le erbe del prebuggiun con le loro doti per far innamorare la schizzinosa orchidea. 8 - MAGGIORANA DETTA PERSA Tanto distratta che si perdeva sempre! Scrivetemi per dirmi se vi sono piaciute, ce ne sono altre! E perdonate le imperfezioni. Grazie. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











