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- IL CAPELVENERE
E se gli occhi tuoi cesii han neri cigli, ha neri gambi il verde capelvenere Il Fanciullo - G.D'Annunzio - Da tempo volevo parlare del Capelvenere, nella top ten delle piante più amate da mia madre. Lo so, sono monotona, finisco sempre lì, ma è pur da lei che mi viene questo amore, quando da bambina me lo fece vedere nello stesso posto dove vado a raccoglierlo ancora adesso più di mezzo secolo dopo. Per innamorarsene bisogna guardarlo con calma da vicino, vedere come la natura crea l'elegante trina effimera delle sue foglie e il sottile ma resistente stelo nerissimo che vorrebbe ricordare i capelli della dea Venere. Non posso che essere riconoscente a chi mi ha insegnato a osservare e capire questa bellezza che si riproduce da infiniti secoli essendo il Capelvenere appartenente ad una specie di felce. Adiantum capillus-veneris è il suo nome botanico, dal greco adiantos che ho letto da qualche parte significa " non si bagna" e questa è la particolarità delle sue foglie: non si imbibiscono d'acqua. Il suo regno sono le cascate ombrose, le grotte umide, le pareti calcaree dove scorre tutto l'anno acqua pulita, i pozzi. Difficilissimo coltivarlo per mantenere questa costante umidità nel modo giusto. In casa mia madre ci riusciva tenendolo nel bagno di casa, nebulizzandolo ogni mattina con acqua a temperatura ambiente che teneva in uno spruzzino, io non ci provo, vado direttamente a guardarmelo sul posto. Una pianta con una bellezza così particolare non poteva non avere leggende, e diverse sono per tutta Italia le grotte, le cascate o le fonti che da lei prendono il nome e dove si narra che questa o quell'altra ninfa o addirittura Venere si bagnassero nude e un temerario pastore le guardasse e nel caso di Venere si innamorasse dei suoi lunghi e setosi cappelli tentando di rubarne una ciocca mentre la dea dormiva. Accortasene, non rimase a quest'ultima che trasformarlo nella bella pianta del Capelvenere. Nella medicina popolare gli si attribuiscono proprietà per impedire la caduta dei capelli ma anche incredibili capacità di sedare la tosse, di alleviare la bronchite, sia in tisana che con uno sciroppo ottenuto con le foglie, nonostante si sospetti una leggera tossicità, come potrebbero avere per esempio anche il prezzemolo o i fiori di borragine. In Piemonte, e ricordo anche qui i miei avi piemontesi, era normale farsi il capilèr, il tè di Capelvenere, quando forse non era così semplice avere tè e caffè nelle case. Il termine si trova ancora oggi nei discorsi degli anziani per definire qualsiasi tipo di tisana fatta con erbe. Se si vuole provare, visto anche la capacità di aiutare il fegato, si fa un infuso con acqua bollente, al massimo si fa prendere il bollore a uno o due cucchiai di foglie, si fa riposare coperto e si beve dolcificato con miele. Il decotto può essere un ottimo risciacquo per i capelli. Ogni tanto, dal mio anfratto preferito dove vado a goderne la bellezza, non resisto e ne porto qualche ramo a casa con la radice, specie in questo periodo prima dell'inverno quando poi con i geli secca per rispuntare a primavera. Oggi con qualche stelo ho preparato, per regalare ad un'amica, una specie di Kokedama, una palla di erba o meglio una perla di muschio . Non ho seguito i canoni classici perché è necessità del Capelvenere avere una terra calcarea e quindi ho asportato con delicatezza un piccolo ciuffo con le radici e la sua terra e l'ho chiuso in un poco di muschio. Un altro uso che ne ho fatto spesso è come decorazione. Quando mi dilettavo negli allestimenti delle chiese non poteva mancare sugli altari ma soprattutto nel mazzolino della sposa e nonostante l'aspetto fragile è resistentissimo nelle composizioni. A questo proposito desidero ricordare che il Capelvenere non è protetto, anche se non è poi così facile trovarlo, nonostante mi permetto di raccogliere quello che mi serve e non di più, nel posto dove lo raccolgo, a bordo strada, come dicevo da più di 50 anni, lo vedo prosperare e aumentare. Non è lo stesso discorso per il muschio che è spesso protetto, raccogliendolo si distrugge un intero ecosistema utile a tutto il bosco, e comperarlo al garden non elimina il problema. Per questo cerco sempre di tenere quello che casualmente si trova sui tronchi che mio figlio taglia per la provvista di legna di casa o quello che viene rovinato in lavori di manutenzione dei nostri boschi. Nei tufi sopra le vigne vidi il primo grottino, una di quelle cavernette dove si tengono le zappe, oppure, se fanno sorgente, c’è nell’ombra, sull’acqua, il capelvenere. La luna e i falò - C.Pavese - Chiome al vento - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI CAROTA
Si va dove che l'erba è più verde e ci crescon carote e lattuga e un coniglio di libera stirpe si conosce dai graffi sul muso Richard Adams La collina dei conigli Ora, dopo le prime piogge d'Agosto, sui prati falciati rispunta e fiorisce la Carota Selvatica, Daucus carota, quest'anno particolarmente abbondante. Ed è per quello che ne parlo, proprio perché adesso si vedono ovunque le sue corolle bianche, e questo dovrebbe servire a renderne più facile il riconoscimento, visto che per la stretta somiglianza, potrebbe essere confusa con la pericolosa Cicuta. Una delle regole più severe delle vecchie raccoglitrici è proprio quella di non raccogliere nulla che assomigli alla cicuta, e quindi erbe che potremmo credere prezzemolo, cerfoglio e appunto la carota selvatica, le più comuni, ma ce ne sono altre, tutte della stessa famiglia, le Apiaceae, una volta chiamate Umbelliferae, per il fiore a ombrella formato da piccolissimi fiori bianchi, e anche per le foglie molto molto simili. Resta quindi per me ferrea la regola di cui sopra, ai miei incontri raccomando di non scegliere proprio questa fra le prime erbe da riconoscere, lasciandola a quando si avrà preso più confidenza con il mondo delle selvatiche. Il riconoscimento si fa più difficile quando in primavera c'è solo la rosetta basale. Le foglie piccole, incise, sullo stelo presentano tante varianti da poter essere confuse. Io stessa non ne faccio molto uso, pur essendo nell'elenco delle piante del misto ligure del Prebuggiun, in quello della mia famiglia non c'è, anche per il gusto prettamente aromatico che la distingue. Una delle cose immediate che la fa riconoscere è l'intenso profumo di carota leggermente piccante, che si sente strofinando le foglie e lo stelo, anche senza la presenza del fiore, ma mi sono purtroppo resa conto che non tutti abbiamo la stessa affinità di olfatto, quello che per me profuma evidentemente di carota per un'altra persona ha un altro odore. Il secondo importante segno di riconoscimento certo è che nel centro del fiore, nella quasi totalità dei casi, è presente un fiorellino scuro, rosso scuro, mentre tutti gli altri che formano la corolla sono piccolissimi con i petali arrotondati bianchi, spesso con sfumature rosa. Ci sono tantissime corolle di carota che non lo hanno o lo hanno talmente piccolo o si deve ancora formare, ma quando c'è, è innegabilmente Carota selvatica. La corolla bianca, paragonata ad un delicato pizzo, è infatti chiamata nei paesi anglossassoni Queen Anne’s Lace, dalla leggenda che racconta come la regina Anna si punse un dito ricamando un pizzo e dalla ferita sgorgò una goccia di sangue, appunto il fiorellino scuro al centro. Questo era usato dai miniaturisti per colorare, chissà come, non l'ho ancora capito. Sotto la corolla, le evidenti ed eleganti brattee verdi distese, quando sfiorisce per produrre i semi, altra caratteristica della carota, si chiude come una mano, formando un altrettanto gradevole insieme che può essere usato anche secco come decorazione. Talmente fine ed elegante e decorativa che intorno al 1600 in Inghilterra le donne solevano adornarsi i capelli con ghirlande di fiori di carota e fu fra le pianta molto usate nei giardini dei cottage e ancora oggi molto rappresentativa del genere Shabby. Era considerata una pianta curativa, sembrava favorire il concepimento e la scienza ha confermato tali proprietà specie per quanto riguarda la fertilità maschile. Dai semi si estrae un olio profumato usato in cosmetica. La radice è bianca e sottile e anch'essa molto aromatica. È sicuramente una pianta commestibile, stesso nome quella coltivata, l'usatissimo ortaggio, arriva sulle tavole nel color arancione, solo intorno al XVI secolo, per una selezione fra le selvatiche dovuta più al colore che al sapore. Ancora oggi esistono carote di tutti i colori, dal nero al bianco al rosso e ognuna ha proprietà diverse secondo la tinta. Sì, perché la carota di oggi, al di là del colore allegro che dona ai piatti, è fonte di vitamine, il beta-carotene prende il nome proprio da lei, flavonoidi e altri antiossidanti, proprietà utili per la pelle, il cuore, gli occhi, intestino. La cottura non altera le proprietà del beta-carotene, anzi viene liberato dalle fibre, per la vitamina C invece meglio crude e condite con limone. Vengono vendute senza foglie perché la foglia continuerebbe ad assorbire il nutrimento dalla radice, privandola delle proprietà, e se pur la foglia è commestibile non ha la dolcezza della radice. Nella carota selvatica la radice è piccola e spesso legnosa all'interno. Da non confondere con la Pastinaca, Pastinaca sativa, anche se in molte regioni la Carota selvatica viene chiamata così. In realtà la Pastinaca è simile ma con i fiori gialli, sempre commestibile e officinale, non avendo foto mie ne pubblico al momento una dal sito Actaplantarum. Una varietà di Pastinaca, per difendersi da un bruco, ha la capacità di produrre una sostanza irritante per la pelle che può provocare una dermatite da contatto quasi come un'ustione di 2°grado. https://www.actaplantarum.org/galleria_flora/galleria1.php?view=1&id= Tornando al riconoscimento fra carota e Cicuta, nelle foto sotto un fiore di Cicuta, il fusto della pianta intensamente macchiato di rosso, e il prato vicino a casa dove convivono felicemente insieme Cicuta e Carota, perché spesso mi sento chiedere: - Ma da noi la Cicuta c'è? Sì, c'è, e ce ne sono più varietà. Quindi attenzione. Altre piante sono simili, della stessa famiglia, conosciute, alcune molto usate come cerfoglio, cumino, coriandolo, e tanti mi chiedono come fare a riconoscerli, ma davvero non è il caso di provare con qualcosa raccolto a caso. Se qualcuno vuole approfondire, pubblico le belle foto del sito Actaplantarum di alcune delle più consuete che si possono trovare nei nostri prati, e faccio questo solo per far comprendere come e quanto nel caso di queste Apiaceae siano davvero molto simili e rischioso fare confusioni. Le differenze ci sono ma non sono immediatamente visibili ai profani e soprattutto quando se ne vede una per volta, senza il possibile confronto. Alcune di queste sono tossiche altre commestibili. Cliccando su ogni foto c'è il nome scientifico e con quello è possibile approfondire la ricerca e vedere meglio le differenze. Se sai di non sapere, sai già molto. Socrate Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest’aria prima di morire”. Emil Cioran Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LE PICCOLE ERBE
L'uomo è infinitamente piccolo di fronte alla Natura, ma infinitamente grande se accetta di farne parte. Blaise Pascal Nella valle scavata dal torrente Scagliana, verso Scurtabò, alle pendici del Monte Zatta, presso uno di quei piccoli abitati abbandonati nel tempo, sparsi qui e là nel comune di Varese Ligure, hanno scelto di vivere un po' di anni fa Daniela e Maurizio. Una volta scoperto e acquistato il rustico, non bastava la breve vacanza annuale per poi tornare al lavoro a Bruxelles per altri 11 mesi, sognando la realtà incontaminata e un po' selvaggia del loro rifugio. Il desiderio grande di libertà vera, di vita semplice e autonoma li ha convinti a provare per rimanere. Inventarsi cosa, per non straniare troppo la natura del luogo e viverci con dignità? Una coltivazione completamente naturale e biologica certificata, di erbe semplici, già presenti nel territorio, da trasformare pochissimo e rivendere. Il tutto servito con tanto amore e complicità con le piante, la terra e fra loro due. Nessun progetto faraonico, solo un ettaro circa di terra aspra dell'Appennino, baciata dal sole, anche abbastanza scoscesa, dove, con il solo minimo indispensabile lavoro manuale, far crescere quello che già più o meno c'era. Alloro, lavanda, origano, santoreggia, salvia, timo, elicriso, e altre erbe, qualche piccolo frutto, poco altro e un campo di zafferano, quel tanto da poter gestire da soli, loro due, manualmente senza interventi meccanici. La trasformazione ridotta all'essenziale, la raccolta manuale nel momento balsamico, essiccazione naturale in un locale apposito al riparo dalla luce, preparazione per la vendita solo all'ultimo minuto dopo la conservazione in vasi di vetro al buio, per preservare al massimo le proprietà, i profumi e i sapori. Sacchetti di erbe pronte per tisane, qualche liquore, oleoliti, qualche olio essenziale e acqua aromatica, misti di erbe per la cucina, stimmi di zafferano, quello che vendono, tutto certificato Bio. Prodotti di nicchia per consumatori attenti e consapevoli. Non cercateli su Amazon, e neppure su Google Maps, con il loro gazebo li potete trovare in piazza a Varese Ligure quasi tutte le domeniche, specie in estate, al sabato al mercato dei piccoli produttori agricoli a Sestri Levante ora nei giardini Mariele Ventre, o agli eventi dedicati all'agricoltura soprattutto biologica, fiere e mercati Bio della zona, con quello che in accordo con sole, pioggia, terra e vento hanno raccolto. Se volete acquistare da loro, hanno piacere di conoscere e parlare con chi compera, ai clienti che provano, volentieri poi spediscono i loro prodotti ed è per questo che nel sito non troverete l'e-commerce, e l'alternativa, oltre a fare un giro in valle, è spedire una mail o fare una telefonata chiedendo cosa c'è al momento. In un luogo senza età, ritornati tanto antichi da essere invece oltre nel tempo, più avanti, superata la massificazione, la globalizzazione, il tutto uguale, il tutto perfetto. Una scelta di vita non facile di sicuro, ma Daniela e Maurizio hanno la serenità stampata in fronte, il sorriso sempre smagliante, la tranquillità nel cuore di chi ha scelto di fare solo quello che piace. Maurizio e le sue calendule - foto di Alessandro De Rossi https://www.pleinair.it/meta/come-sana-questa-valle/ Contatti: https://lepiccoleerbe.weebly.com/ lepiccoleerbe@gmail.com Cell. 3339304218 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FEDERICA DELLA LANA
... al mondo antico, chiuso nel suo cuore, la gente del duemila ormai non crede più! Con le pecore e un cane fedele, gli amici sempre pronti, nei pascoli sui monti, a una spanna dal "regno dei cieli" viveva felice così! Federica è sempre stata Federica, fra gli adolescenti che avevano più o meno l'età dei miei figli, qualche anno in meno, ma li vedi crescere per il paese. Poi un giorno ti siedi sulla sedia del dentista e te la ritrovi lì come assistente e pensi "che bello! questi ragazzi sono diventati grandi, si danno da fare". E se non basta, nei fine settimana, si può anche fare la cameriera. Poi la perdi di vista, ti dicono che è a lavorare in riviera e va e viene. Passano gli anni, i figli crescono e le mamme imbiancano, e un giorno senti parlare di una giovane donna che si occupa della piccola azienda agricola di famiglia, appena sopra Varese Ligure, che lotta per un progetto che mira a salvaguardare una razza autoctona di pecora locale, che si batte per il recupero della lana, che fa parte di un gruppo di altre donne che credono in un sogno "La Pecora Nostrana". Pecore che rimanendo in questa valle e in quelle limitrofe, con nascite scambiando l'ariete tra una famiglia e l'altra per evitare consanguineità, senza una particolare selezione, davano però un animale robusto, resistente e di facile allevamento. Uno di quegli animali per la nostra piccola campagna fatta di piccoli agricoltori, bestie dedicate ai pascoli meno produttivi e più impervi, ti danno un po' di lana, un po' di carne, un po' di latte, niente di specificatamente eccezionale, fatte per questa economia a circolo chiuso, dove nemmeno un filo d'erba deve andare sprecato. In tutte le case qui una volta, si aveva una o due di queste pecore, dalla quale avere quell'agnello da sacrificare una volta all'anno, la lana da filare per gli "scapin" e qualche mariölo, o suera, come dicevano qui, storpiando dall'inglese "sweater", imparato dai bisnonni nelle Americhe e poi diventata parola dialettale, se proprio si era quasi benestanti uno "strapuntin" da posare sul saccone di foglie di granturco, qualche tazza di latte da mescolare a quello di mucca e produrre poche formaggette miste per il consumo familiare. Talmente poco redditizio questo tipo di allevamento di una razza nemmeno tanto riconosciuta, che è stato il primo ad essere abbandonato, trascurando il fatto che questo tipo di animali concorrono a tenere l'equilibrio del territorio, che solo chi ha vissuto in queste terre sa come sia precario e si rompa appena un tassello di questo equilibrio si perde, purtroppo spesso per sempre. - gli scapin, i calzini di lana - la rocca - il mariölo, la maglia della pelle, i fusi antichi - Ancora fino alle generazioni di donne prima di me, quelle nate intorno agli anni '30, '40, erano solite passare la giornata fin da bambine sui monti a pascolare una, due, qualcuna tre, le poche pecore di casa, filando con la rocca appesa in cintura e il fuso, tutto il giorno, perché Heidi non è solo una favola. L'interesse che ho sempre avuto per i lavori manuali delle donne nel mondo contadino, i sempre più frequenti riferimenti a lei quando si parlava fra amiche qualche anno fa, mi convincono a capire chi fosse questa giovane donna. Mentre cercavo nuovi stimoli per parlare in modo diverso delle erbe della mia valle, mentre avevo avuto un ritorno di fiamma improvviso per i lavori ai ferri e uncinetto e cercavo lane del posto, e facevo prove di tintura naturale con le erbe, mi capita una domenica pomeriggio di andare a incontrarla. Era lei la nuova Heidi, la Federica. Non aveva resistito, non faceva per lei avanti e indietro, non poteva esserci nessun'altra vita che quassù "a una spanna dal regno dei cieli" Già esisteva l' azienda agricola dei genitori con qualche capo di bovini, perché non portarla avanti in questo pezzetto di paradiso in terra? A Federica gli animali piacciono tutti, oddio quasi tutti, quelli che le stavano una volta meno simpatici sono proprio le pecore, quelle del vicino che finivano sempre per restare impigliate nel filo del recinto, ma dopo l'esperienza cittadina, vede con occhio diverso anche loro e così decide di mettere su qualche animale della razza locale fortunosamente salvato dall'estinzione, che le servano per tenere puliti i prati meno accessibili, che le diano un po' di lana e qualche volta anche un po' di latte e ristabiliscano il vecchio equilibrio di una volta e perché non farlo proprio con la pecora del posto, proprio le nipoti di quelle del vicino? Non è sola nel progetto, nasce la Pecora Nostrana, in collaborazione con un veterinario Alessio Zanon, specializzato in razze in estinzione, e altre due donne imprenditrici agricole, Elena Gabbi ed Elisa Picasso, giusto per fare le cose per bene. Messe le pecore, bisogna saper fare con la lana, diventata negli ultimi trent'anni "rifiuto speciale" che agli allevatori dava solo problemi di smaltimento. Qui ha il conforto delle abili mani della nonna che ancora sanno correre veloci a filare e ci prova Federica e ci riesce. Poi raccoglie sambuco, iperico, noce, ortica, prova e riprova e riesce a tingere la sua lana dei colori tenui dei prati. Niente curcuma, cocciniglia o alghe, solo quello che ha intorno. Piccoli manufatti, qualche chilo di lana, qualche formaggio ... con costanza e senza arrendersi Federica va avanti, nonostante fatiche e ostacoli. C'è da diventare ricchi? No, non proprio, Federica non deve diventarlo, lo è già di suo, dentro. Porta con sé il valore del lavoro dei suoi genitori e nonni, ha le tasche piene di voglia di fare e il cuore pieno di amore verso i suoi animali, che accudisce personalmente, andando nei pascoli ad aprire ogni mattino e rinchiudere ogni sera, le segue e assiste nei parti, a seminare e tagliare per loro il fieno migliore, con il suo cane e il suo cavallo, "nella casa più grande del mondo che soffitto e pareti non ha". Non tentate di fermarla, non ce la farete, se la incontrate a qualche evento con le sue lane, i suoi manufatti, o se siete così fortunati da poter imparare con lei come lavorare, tingere e filare la lana, seguitela. Da parte mia spero davvero che tutti i progetti di cui si era parlato fra noi e che si sono fermati causa pandemia, possano adesso ripartire, quelli che riusciremo a fare assieme saranno pubblicati presto qui sulle pagine del blog, altrimenti potete trovarla sui social. Tante sono le Federiche fra le mie conoscenze ma solo lei adesso è Federica della lana. ... e libera come l'aria purissima del mattino per vivere sui suoi monti ... Contatti Azienda Agricola Federica Figone Loc. Pian delle Galline Varese Ligure – SP Cell 3498658167 E-mail: fedefi_85@hotmail.it Fb: La Pecora Nostrana account personale: Federica Figone Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. 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- I CÀSSARILEU - chissà chi li sa
Questa è una ricetta per pochi intimi, antica, perfino a poche centinaia di metri da casa mia non sanno cosa sono e non li fanno. L'Italia è così, svolti l'angolo e sembra di stare all'estero... costumi, usanze, rivalità e campanilismi a volte tutti racchiusi in una ricetta che ha solo due ingredienti: farina di castagne e acqua. L'ho imparata cinquant'anni fa e almeno una volta all'anno li faccio. E per farli occorre solo uno strumento indispensabile e da questo prendono il nome: la cassa fuâ o cassarea, anche questa a poche case di distanza cambia nome, ma insomma sarebbe la schiumarola. E proprio questa schiumarola serve, di alluminio o di rame, cioè grande, e con i buchi grandi, che se non l'avete perché l'avete ereditata dalla nonna o dalla suocera la potete trovare solo nei mercatini dell'usato/antiquariato. Sulla mia fortuna di abitare vicino ad un mulino vi ho già detto, se vi arrampicate su per la valle potrete anche voi avere farina macinata sul posto da prodotti locali. La Ricetta La ricetta è delle più semplice. In una ciotola metto farina di castagna e acqua fino ad avere una pastella semiliquida, dove la consistenza di quest'ultima è l'unica cosa che si deve imparare con l'esperienza. Sempre meglio se lascio riposare una mezz'oretta per disfare i grumi, che possono essersi formati. Metto a bollire una pentola larga con abbondante acqua, salo e quando bolle tenendo la schiumarola con una mano appoggiata sopra la pentola, con l'aiuto di un cucchiaio nell'altra, faccio scendere velocemente l'impasto, che cadendo attraverso i fori della schiumarola a contatto dell'acqua calda forma dei gnocchetti La cottura è immediata, quel poco tempo che serve per finire l'impasto, dopo una veloce rimescolata vengono tutti a galla, quindi provvedo a tirarli su con lo stesso o con un altro mestolo forato per metterli in un piatto di portata e condirli con pesto, ricotta, panna e parmigiano a piacere, o anche salsa di noci e porto in tavola caldi caldi. Si, l'Italia è così, fai i cassarileau per anni poi un giorno vai in Trentino e scopri che lassù fanno una cosa simile con farina di grano tenero e spinaci e la chiamano "spatzle" e hanno un attrezzino comodissimo che viene benissimo per fare i tuoi gnocchetti di farina di castagna. Riempito con la pastella, con un veloce movimento avanti e indietro sopra la pentola è più facile e il risultato è identico. Perché la verità è che tutto il mondo è paese. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- TORTELLI DI PATATE CON O SENZA TARTUFO
In un'era della mia vita che non so nemmeno più collocare, talmente tanti anni sono passati, mi sono trovata gomito a gomito con il mio cuoco preferito, colui che mi ha mostrato cosa è la vera cucina e il saper cucinare. E lo ha fatto come lo fa chi le cose le sa fare davvero, con naturalezza e semplicità, tanto che poi sembrava facile anche a me e mi sentivo una cuoca, perché "Il vero maestro ti mostra la tua grandezza, non la sua". Ero giovane e tante cose non avevo avuto occasione o anche volutamente non le avevo mai assaggiate, ma quando lui diceva - "Assaggia!" perentoriamente, non restava che mangiare e mai me ne sono pentita, anzi ... Fra le tante cose i Tortelli di patate al Tartufo. Già avevo idea che il Tartufo mi facesse schifo, poi riempire dei ravioli con due patate bollite e schiacciate mi sembrava una pessima idea ... Che vergogna! Niente sapevo di Culurgiones sardi, di Tortelli di patate Parmensi, quelli del Mugello, ecc. ecc. Ricordo esattamente le parole : - Guarda che le patate sono neutre, puoi metterle con qualsiasi altra cosa e in mezzo a due sfoglie puoi chiudere quello che vuoi - Superando ogni ritrosia assaggiai e finì che ogni volta che in menù c'erano i Tortelli di patate al Tartufo c'ero anche io. Li ho rifatti per tanto tempo, ne facevo quantità e li surgelavo per averli pronti da cuocere. Poi chissà perché, adesso erano davvero anni che non li facevo. L'altra sera nel supermercato mi trovo davanti in offerta una salsa al tartufi di produzione industriale messa lì come novità. Lo so, non sarà la stessa cosa ma obiettivamente poche volte ho avuto per le mani dei tarturfi, anche se ho partecipato alla cerca e alla raccolta una volta, e comunque vedendola mi sono tornati alla mente i Tortelli di patate, che alla fin fine sono buoni anche con burro e parmigiano, o con un sugo bianco di funghi. Per farli molto semplicemente si prepara il ripieno facendo bollire 500gr di patate, meglio intere con la buccia, perché assorbano meno acqua possibile. Ho usato ovviamente le mie, Monna Lisa, ancora buonissime, e proprio perché dell'anno scorso con pochissime acqua. Si passano con lo schiacciapatate o con il passaverdura, si aggiunge un uovo intero, 100 gr. circa di parmigiano reggiano per ottenere un ripieno sostenuto. Aggiustare il sale, poco pepe. Preparare un impasto con 200 gr. di farina 00 + 200 gr. di semola di grano duro 2 o 3 uova Tirare a mano o con la macchina una sfoglia sottile e distribuire sopra metà il ripieno a mucchietti regolari. Coprire con l'altra metà e tagliare i tortelli. Forma e misura, per me, sono a piacere. Bollire in abbondante acqua salata pochi minuti. Servirli dopo averli conditi con burro e parmigiano, se si vuole qualche foglia di salvia. Se invece si vuol fare qualcosa di più elegante spadellare dei funghi freschi, meglio porcini, in olio e burro. Aggiungere un poco di brodo vegetale e quel tanto di panna per avere una salsa cremosa. Shhhh! non ditelo a nessuno ma alla fine l'ho comperata la tal salsa al tartufo, per una volta ... non era nemmeno male, l'1 per cento di tartufo nero, insomma s'è mangiata. Ma non poteva finire così Memore delle parole dettemi anni fa, con un avanzo di pasta e ripieno ho lì per lì messo insieme i Tortelli di patate Mozzarella-Origano-Pomodoro. In ogni mucchietto di ripieno di patate ho infilato un pezzetto di mozzarella e spolverizzato con origano passato in un colino finissimo. Chiusi e cotti in acqua bollente, conditi con pomodorini appena saltati in padella con un filo d'olio e poco aglio, e qui mi sarei sentita proprio di mettere del cacioricotta, ad avercelo ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- MARMELLATA DI LIMONI
Il problema di quando faccio la marmellata è riuscire a metterla nei vasetti prima di mangiarla tutta, un po' perché non ne faccio più grandi quantità ma preferisco variare, e un po' perché .. perché ... perché ... è così Per quella di limoni ho una vera passione, mi piace l'acidulo che rimane, il profumo, tutto. Per farla uso i limoni grandi dell'albero di mia sorella, quelli con lo strato di albedo spesso, meno aspri di quelli con la buccia sottile. Limoni che volendo si mangiano quasi come un'arancia, da preferire in tutte quelle ricette dove c'è esplicitamente limone a fette o a pezzi e non il succo. Lavo e spazzolo bene i limoni e li asciugo. Taglio la quantità di limoni che desidero, a fettine di circa 2-3 mm. ( io con l'affettatrice, o con la mandolina), li metto in una pentola coperti d'acqua, e li lascio così per 24 ore. Passato il tempo, scolo via l'acqua, peso e metto sul fuoco con uguale peso di zucchero e poca acqua, quel tanto da non bruciare, un bicchiere circa. A fuoco moderato, lo zucchero si scioglie e a un certo punto sembrerà che ci sia troppa acqua, niente paura le fette di limone la riassorbiranno È possibile, se piace, e io l'ho già fatto, procedere senza tenere i limoni a bagno, specie con questi limoni, si deve mettere in conto che l'amarognolo che rimane deve piacere. Quando le fette di limone sono tenere, o continuo la cottura così, e lascio le fette intere a spappolarsi un poco, o metto nel mixer e frullo fino ad avere la consistenza che mi aggrada, a me piace si sentano i pezzetti. Rimetto sul fuoco e lascio cuocere con un bollore basso fino a quando sembrerà consumata in gran parte. La marmellata di limoni ha la caratteristica di sembrare sempre liquida per poi solidificarsi tantissimo raffreddando. Questo porta molte persone a farla bollire a lungo ottenendo così niente di più di zucchero caramellato, con solo un vago ricordo del profumo, colore e sapore del limone. Le marmellate, tutte, devono bollire il meno possibile, la lunga bollitura non serve affatto per concentrare, quello che importa è il contenuto di pectina e l'ambiente acido. La quantità di zucchero è per conservare, non è aumentando la dose che la marmellata diventa più soda. Una buona marmellata deve mantenere il più possibile colore, sapore e profumo del frutto, una marmellata di limoni di colore improbabile non la assaggio nemmeno. Ripeto qui come ho già scritto non chiamare marmellata quello che si fa con meno di 600gr. di zucchero a chilo di frutta. Questo è il minimo legale stabilito per le confetture e marmellate da vendere e che garantisce una durabilità nel tempo. Qualsiasi altra cosa si chiama composta o come si vuole e necessita di pastorizzazione del vasetto. Inoltre è marmellata solo quella di agrumi, pare. Se si vuole sapere l'origine della parola marmellata e perché solo di agrumi è chiamata così a questo post>>>Pour Marie Malade, anche se l'etimologia è controversa, ma a me piacciono le storie Non serve tantissimo tempo, per questi limoni, che hanno dato sei vasetti di marmellata forse avrà cotto mezz'ora o poco più, ormai so che anche se non sembra, in realtà appena fredda diventa solida. La prima volta che la feci, innervosita, spensi e stavo per buttarla, la lasciai nella pentola senza invasettare, tornata dopo alcune ore la trovai che non riuscivo a toglierla dalla pentola. Così come per il gusto che da caldo è molto più aspro che quando raffredda. Come marmellata è adatta adesso con il suo gusto acidulo nelle giornate calde, per accompagnare i formaggi. Non la uso sulle crostate perché preferisco la crema al limone nella crostata, una crema senza latte, la ricetta Crostata al limone qui >>> Non concepisco una casa dove non sia un limone, posso rimanere senza qualsiasi altra cosa ma mai senza limoni, impossibile durante la giornata non trovare occasione in cui serva. Alcuni di questi usi e strausi di casa mia sono qui a questo link>>> Altre marmellate qui >>>Estate ti conservo Sciroppi di frutta, di fiori e altro qui>>> Altre conserve nella categoria Conservare, Conservare, Conservare qui>>> Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LIMONE uso e strauso
-"... tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni."- E.Montale Non credo possibile una casa dove non esista un limone pronto per essere usato. Concentrare tutte le proprietà e gli usi del limone in un semplice post: impossibile. Mi limiterò, come sempre a raccontare del mio personale rapporto con il limone. È un amore grande. Dura da tanto, tramandato di madre in figlia. Due accenni sulle proprietà riconosciute: tanta vitamina C, ma molto molto più potassio. L'acido citrico, quindi, che ha una funzione importante in vari processi biologici come la trasformazione del glucosio in energia, è un antiossidante e un conservante, un antibatterico e ha effetti diuretici. Ostacola la formazione di calcoli e acido urico e nello stesso tempo è uno stabilizzante osseo. Questo ovviamente è quello che ho letto e saputo qui e là. Poi... poi oltre la scienza c'era mia madre... e le sue mani, bianche, morbide, con le unghie lunghissime anche a 91 anni, resistenti che avrebbe potuto usare come arma impropria, eppure non ricordo abbia mai ferito nessuno. Il segreto? il limone. Tutte le sere, con una costanza che io non ho avuto (e me ne pento), si spremeva mezzo limone fra le mani e poi si massaggiava fino ad assorbire il succo e ancora continuava con il limone che aveva spremuto rigirandoselo tra le mani per qualche minuto, lasciando asciugare senza risciacquare. Tutte le sere. Fosse solo per avere unghia belle e pelle morbida, ma con questo sistema si è fatta passare i dolori di rizoartrosi, tunnel carpale, pollice a scatto vari, evitando interventi che sembravano inevitabili. Non solo io non l'ho fatto, ma la prendevo anche un po' in giro quando diceva che usava il limone come antidolorifico, come per altro faceva già sua nonna. Fino a qualche anno fa quando mi capitò di leggere in un articolo medico, che non trovo più, dove diceva "i nutrienti importanti contenuti nel limone, specie gli oli essenziali della buccia, riducono il dolore alle articolazioni poiché aiutano a rilassare i vasi sanguigni e producono un effetto antinfiammatorio che diminuisce la sensazione di dolore in modo significativo."😮😳Ecco. Inutile dire che lei apparteneva alla schiera di coloro che alla mattina a digiuno prendono un bicchiere di acqua tiepida con mezzo limone spremuto dentro. Questa pratica per fortuna l'ho cominciata da qualche anno con costanza e devo dire che ne sento i benefici e vedo la differenza, quando smetto, sia a livello di regolarità intestinale che sulla pelle e non nego un certo aiuto nei periodi che cerco di stare a dieta, anche se qualcuno dice che forse quello che fa bene in primis è l'acqua tiepida a digiuno. Mia nonna diceva: - quando ti alzi alla mattina ti lavi la faccia, ecco il bicchiere di acqua ti lava dentro.- Non sarò l'unica che ha subito nell'infanzia il rito del cucchiaio di olio extravergine di oliva con qualche goccia di limone al mattino dentro, prima di andare a scuola. Serviva per le ghiandole linfatiche, dicevano, pare sia un disintossicante per il fegato. Se al mattino regolarizza l'intestino è innegabile la sua proprietà astringente in caso di un attacco di diarrea. In questo caso basta far scaldare il succo di un limone e berlo caldo senza aggiunta di acqua o di zucchero. Ho già parlato in un altro post dei benefici della tisana di alloro (qui>>>) alla quale immancabilmente aggiungo la scorza di limone e ha un potere digestivo incredibile e allevia nausea, mal di testa e pesantezza derivanti da pasti troppo abbondanti. Senza saperlo abbiamo sempre servito la bistecca o la cotoletta con la fetta di limone, o condito le carote crude o i cavoli bolliti con il succo di limone, ebbene condire con il limone permette di assorbire meglio il ferro contenuto negli alimenti. Che è un antiossidante non c'è bisogno che lo dica la scienza, lo si capisce usandolo per non fare annerire la frutta tagliata nella macedonia o i carciofi mentre li puliamo, e non c'è ragione di pensare che non faccia lo stesso al nostro corpo. Di recente ho imparato a passare qualche spicchio di limone con tutta la buccia nell'estrattore dopo mela, pera, banana o qualsivoglia frutta. Dà un gusto e un profumo particolare buonissimo ai succhi ottenuti. L'unica, forse, controindicazione è per chi soffre di gastrite in maniera importante. Per le pulizie, credo si possa davvero pulire qualsiasi cosa con il succo di limone. Unito al bicarbonato poi ... per il forno, per togliere odori dal frigo. Mezzo limone pucciato nel sale è l'unico sistema per pulire e disinfettare il tagliere, e sempre con il sale per pulire bronzo e ottone e togliere le macchie di ruggine. Un piccolo segreto per disinfettare i buchi delle orecchie, oltre a strofinare un po' di limone, pulire anche gli orecchini con il limone, prima di metterli. Attenzione alle perle, non credo che il limone sia compatibile con loro. Di tutti i limoni spremuti prima di buttarli ne metto uno nel cestello della lavastoviglie. E comunque conservo una buona dose di buccia nel freezer o la secco e polverizzo per aromatizzare qua e là dolci e pietanze varie. Tutti gli anni con uno o due bei limoni, ovviamente più che biologici, mi faccio l'olio al limone da mettere sul pesce o altro. In un'arbanella (barattolo di vetro per conserve) metto la scorza di tre o quattro limoni lavati e strofinati bene per eliminare ogni traccia di impurità, e copro con più o meno un mezzo litro di olio evo. Lascio per una quindicina di giorni e poi tolgo le bucce e conservo quest'olio profumato per condire, specialmente il pesce. Non sarò io a darvi la ricetta del limoncello perfetto perché ne esistono mille varianti. Comunque la mia è quella della buccia di otto, dieci limoni ovviamente non trattati, tolta con il pelapatate per non prendere la parte bianca amara, messi a macerare in un litro di alcool per sette giorni al buio e al fresco. Dopo filtro e aggiungo uno sciroppo raffreddato ottenuto con 600gr. di zucchero e un litro di acqua. Di recente ho provato quella velocissima di un giorno, sinceramente non mi è piaciuta. O quella della perfetta crema al limone per farcire crostate, torte varie, bignè ecc., la mia: la scorza di tre limoni, tre etti di zucchero, 50 gr. di fecola, 50gr. di burro. Mettere al fuoco con mezzo litro di acqua e far cuocere tutto per due minuti. Lasciare intiepidire e aggiungere il succo dei tre limoni, due uova intere, mescolare. Che poi sarebbe una specie di Lemon Curd casalingo. O il rinfrescante sorbetto ottenuto con la vecchia gelatiera? uno sciroppo ottenuto con 250ml. di acqua più 250gr. di zucchero, fatto raffreddare con la buccia di un limone dentro. Messo nella gelatiera con il succo di tre limoni e un albume leggermente sbattuto. Chi non ha la gelatiera può provare a metterlo in freezer nel portacubetti per qualche ora e poi passarlo al frullatore. In questo caso basta uno sciroppo più leggero, con meno zucchero. Ma le possibilità di uso in cucina del limone sono davvero troppe da descrivere tutte, fosse solo per una guarnizione a un vitello tonnato Due parole sulla pianta di limone, il Citrus Limon. È bella come pianta, spesso ha fiori e limoni allo stesso tempo, sta bene anche in un grande vaso su un terrazzo, ma teme il freddo. Per un certo periodo ne ho tenuto uno in casa al posto delle solite esotiche piante da appartamento. Nella leggenda chiamati pomi aurei, custoditi dalle Esperidi come simbolo di fedeltà, e amore e anche questo l'ho potuto constatare personalmente. Me ne fu regalata una pianta che seccò senza mai fare un frutto e capii tempo dopo perché.😄 Amato, il limone, da Alessandro Magno e per questo chiamato mela persiana, fu poi una delle cose che Cristoforo Colombo portò in America. Chi non conosce la storia dello scorbuto, la malattia dei marinai che ne soffrivano data la carenza di frutta e verdura fresca nell'alimentazione, e sconfitta grazie alla somministrazione di succo di limone o meglio alla vitamina C detta oggi per quello acido ascorbico? Ho dimenticato di dire che non compero limoni, sono fortunata, amici e parenti ne hanno piante a iosa in riviera e me li procurano. Ma nel caso mi trovo costretta a comperarli combatto da sempre una battaglia contro i limoni stranieri. Non li compero, punto. Abbiamo la fortuna di vivere in una terra dove da nord a sud ci sono varietà meravigliose di limoni, tanti IGP, da quelli nostri dalla Liguria di Ponente a quelli di Monterosso a Levante fino al Femminello Siracusano passando per Sorrento e Puglia e tornando su al lago di Garda con la sua particolare varietà. E ovviamente non trattati. Perchè mai comperare un qualcosa che userò per mangiare, con su scritto "buccia non edibile"? In Calabria ho imparato, che anche il fiore del limone, fa parte delle "zagare". Il termine "zagara", spesso associato solo al fiore di arancio, significa splendente di bianco, dall'arabo, comprende invece i fiori di tutti gli agrumi. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- CALENDULA FIORRANCIO
“Fiorrancio, fior d’ogni mese; perché fiorisce ogni calenda si chiama ancor calendula; perché si gira al girar del sole è detta sposa del sole e orologio dei contadini” In questa assolata estate, ultimo dei fiori che posso raccogliere ancora, ma non ultimo davvero per le proprietà... eppure così comune, così dimenticato come fiore, salvo poi andare in erboristeria e comperare creme alla Calendula, saponi alla Calendula, tinture di Calendula, olii e pomate alla Calendula, senza ricordare che con un vaso sul terrazzo o poche piante in giardino, con il fortunato rischio diventino infestanti, possiamo godere in maniera casalinga di tutti i benefici di questo fiore, compreso l'assordante arancio smagliante delle sue corolle che rincuora già a guardarlo. campo di Calendula selvatica in Puglia - prov. Taranto Pianta che non mancava mai nei giardini di una volta, facile da riconoscere, somigliante a una margherita ma dal colore, appunto, arancio vivo che le dà il nome volgare di "fiorrancio", ma anche con tonalità che arrivano al giallo, con un odore particolare, un sapore intenso per tutta la pianta, dalle foglie opache e carnosette, un poco appiccicaticce. Ne esistono diverse varietà, facilmente se ne incontrano due, una coltivata con più giri di petali nella corolla, una semplice selvatica, tutte più o meno con le stesse proprietà. Effettuato il facile riconoscimento non resta che approfittarne a piene mani. Quali gli usi? Tanti... semplici... Primo l'oleolito, siamo ancora in tempo. Basta una manciata di corolle fresche o appena appena appassite, un vaso di vetro se è possibile scuro, olio di oliva bio. Non mi resta che mettere i fiori dentro, coprire con olio, se il vaso non è scuro sistemarlo in un sacchetto di carta, tipo quelli del pane, e posizionarlo dietro una persiana chiusa dove il sole può comunque trasmettere il calore. Lascio per 30/40 giorni, poi filtro, se sono giornate molto calde anche prima. Due precisazioni mie personali: questo è un altro oleolito che faccio con olio di oliva evo bio, convinta come sono che le proprietà dell'olio di oliva si sommano a quelle della Calendula. E' un oleolito per il quale penso non sia necessario esporlo alla luce diretta del sole caldo estivo, ma solo al calore. Se si vuole un olio più fluido per massaggi si può fare con altro tipo di olio, di riso, di mandorle, di sesamo. Con l'oleolito che si ottiene è possibile lenire la pelle arrossata causata dal pannolino nei bambini, eritemi e dermatiti di vari natura. La Calendula contiene un'essenza in grado di neutralizzare il veleno delle punture di insetti, così come quello delle meduse. Negli anni ho scoperto le sue proprietà vasodilatatrici coadiuvanti nei problemi legati alle vene varicose, emorroidi e ragadi. Usato nei massaggi, per esempio delle gambe, riduce la sensazione di pesantezza e contribuisce alla guarigione di ulcere. Al contrario dell'oleolito di Iperico (qui>>>) fotosensibilizzante, l'oleolito di Calendula è un ottimo pre-sole. Se il massaggio con l'olio non piace, si può confezionare una pomata casalinga, profumandola con l'aggiunta di qualche olio essenziale, tipo lavanda, qui>>> si trovano tutte le descrizioni del vero olio essenziale di lavanda Cliccando sulle immagini si vedono i passaggi per fare la pomata. Occorrono 10gr. di cera d'api, 40 gr. d'acqua distillata o come nel mio caso il mio idrolato di lavanda o di rose, 50gr di oleolito di calendula e se si vuole olio essenziale di lavanda o simili. Di recente ho scoperto che l'acqua è assolutamente ininfluente, quindi la metto solo se ho l'idrolato a disposizione, altrimenti la crema viene benissimo anche senza. Scaldo a bagnomaria, (qui>>> trovate cosa si intende per vero bagnomaria) la cera e l'oleolito in due contenitori diversi. La cera ha bisogno di più tempo per sciogliersi e non è il caso di mescolare da subito cera e oleolito, in quanto meno si scalda l'oleolito meglio è, aggiungendolo freddo farebbe solidificare la cera creando grumi difficili da togliere. Sciolta la cera aggiungo l'oleolito appena appena tiepido, mescolando quel tanto da amalgamare, tolgo dal fuoco e aggiungo l'acqua intiepidita frullando con un frullino di quelli da pochi euro per fare la schiuma nel cappuccino. Solo a questo punto aggiungo poche gocce di olio essenziale se voglio, mescolo con una paletta di legno fino ad avere un composto liscio. Un consiglio: per pulire tutto quello che si sporca con la cera l'unica cosa che funziona è il bicarbonato, anche se uso pentolini e cucchiai apposta per questi miei lavori e non c'è nulla di tossico. Ho lasciato per ultimo l'uso interno della Calendula, non mi piace il gusto e non riesco a usarla, come so che si può fare, in tisana, sempre per le proprietà antinfiammatorie, specie in gastriti e dolori di stomaco. Voglio ricordare la sua importanza nell'orto, per le sue caratteristiche è un'ottima vicina per zucche, zucchine, cetrioli, melanzane, pomodori, legumi, peperoni. Oltre a incrementarne la produzione scoraggia insetti e microrganismi pericolosi per queste verdure. Nei giardini è stata sostituita, chissà perché, dalle Tagete, probabilmente ignorando che queste ultime sono chiamate impropriamente Calendula messicana in quanto hanno proprietà simili per l'uomo e anche per l'orto. Strana la simbologia del Fiorrancio, con quel colore allegro dovrebbe essere proprio dedicato alla gioia, e per le sue proprietà lenitive ricordare lo star bene ... Nato dalle lacrime di Venere che piangeva il suo Adone ucciso, è invece in tutto il mondo consacrato al dolore, alla morte, ai dispiaceri, alla gelosia, tanto che per i francesi è souci de champs. foto dal web A Bali ci sono coltivazioni intensive di Calendula, dove fiorisce tutto l'anno, per la sua resistenza come fiore reciso. Tutte le mattine vengono riempiti camion di corolle di fiori per essere portati al mercato, dove, per il loro colore giallo dorato, sono vendute per comporre il canang, la quotidiana offerta a Sang Hyang Widhi Wasa, il Dio supremo della cultura balinese. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- MAZZOLINI PROFUMATI DI ERBE
Fra le molte cose che si possono fare con le erbe raccolte in questi giorni, i mazzolini profumati con proprietà antitarme utili per profumare cassetti e ambienti sono fra quelle che mi piacciono di più. Una volta seccati si possono bruciare come fossero smudge, i bastoncini di erbe costruiti e bruciati come incensi dagli sciamani per purificare gli ambienti, dopo qualche cosa di negativo una lite, una malattia, una giornata agitata. Al di là di quelli semplici di Lavanda, si possono aggiungere altre erbe come l'Alloro, potente tarmicida, l' Iperico che non fa mai male, e Rosmarino, Salvia ecc. ecc., non c'è che da sbizzarrire la fantasia. Qui di seguito l'esempio di uno, per pura scaramanzia uso sempre in numero dispari i rametti di erbe. Vi serviranno: un bel stelo di Achillea undici steli di Lavanda qualche ciuffo di Iperico sette rami di Rosmarino cinque o sette foglie di Salvia o di Alloro o di Tiglio per coprire il gambo un filo lungo di materiale naturale, nel mio caso filato il mio filato di Ortica Preparate il materiale come nella foto pulendo gli steli che dovranno essere tra i 15 e i 20 cm dalle foglie. Create il centro con il fiore grande di Achillea, disponete intorno a uguale distanza gli undici steli di Lavanda, facendoli spuntare riempite gli spazi fra la Lavanda con i ciuffi di Iperico aggiungete i sette rametti di Rosmarino sempre facendoli spuntare un po' a questo punto con il filo piegato a metà formate un cappio e legate ben stretto fate un giro di foglie di Alloro, se volete potenziare l'effetto tarmicida oppure di Salvia, continuate a legare, e coprite il gambo con foglie più grandi, per esempio Tiglio, inserendo qualche fiore e continuando a legare a spirale, fino in fondo, fissate con qualche giro e ritornate in su, sempre a spirale arrivando a fissare bene in cima. Potete continuare come volete aggiungendo o fermarvi prima con meno varietà . Per il semplice mazzolino di Lavanda qui di seguito un veloce tutorial Prendete sempre un numero dispari di steli di lavanda Legateli alla fine del fiore con un nastro Piegate verso le cime i gambi e rilegate Potete decorare il mazzetto mentre piegate gli steli alternando un nastro o anche con spago o cordino, nella foto quelli coloratissimi dell'amica Erika Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- LA POLIGALA 🌼
Poggi e campi si van riempiendo di fiori... una volta ogni filo d'erba era importante per la sopravvivenza degli animali del contadino e di conseguenza per la sopravvivenza di quest'ultimo. Ogni filo di fieno aveva la sua funzione e il suo scopo e spesso qualche uso anche per l'uomo. Oggi ho scoperto la prima Poligala fiorita di questa primavera. Difficile decidere quale tra i fiori del fieno mi piace di più, ma certamente questa ha una preferenza Impossibile per me definire scientificamente la Poligala che trovo qua, ne esistono infinite varietà, ne trovo con fiori dal rosa, al lilla, all'azzurro, spesso vicini uno all'altro. Ed ora so che c'è anche bianca La pianta forma dei bei cespugli di fiori alti una trentina di centimetri e ogni stelo ha foglioline lanceolate con in cima un grappolo di fiorellini delicati Il suo nome significa "molto latte" e così per la credenza antica pare aumentasse la produzione di latte nelle mucche, ed ecco perché si trova ancora facilmente nei campi qui intorno. Se non ci sono prove di ciò, è invece usata in omeopatia, erboristeria, come espettorante per la tosse, asma, bronchite. Il decotto per tale scopo è ottenuto dalla radice, anche se tutte le parti della pianta non sono da trascurare. È una di quelle piante che contengono saponine, così da non essere indicata in casi di gastrite grave ma soprattutto da non abusarne per non provocare irritazione all'intestino. Da parte mia ne faccio uso moderato, ne tengo una certa quantità di pianta intera per seccarla, per eventuale decotto o infuso nell'inverno, in caso di tosse. Non ne approfitto, prendo solo quanto mi serve, cerco di lasciare qualche poco di radice, perché la pianta non sparisca del tutto. Avendo finito lo sciroppo di Piantaggine(qui>>>), aspettavo per rifarlo adesso, per poter aggiungere una certa parte di Poligala, così che le proprietà antinfiammatorie e espettoranti della Plantago si sommino a quelle della Poligala. Il procedimento è lo stesso: dopo aver lavato per bene foglie e radice della Poligala , taglio grossolanamente insieme a una quantità più o meno uguale di Piantaggine e metto a bollire per mezz'ora in acqua dove avevo messo due o tre chiodi di garofano spezzettati. Spengo e lascio in infusione per qualche ora, anche tutta la notte. Filtro per bene, aggiungo zucchero di canna, preferisco il moscovado, nella proporzione di almeno 800gr a chilo, 50/100 gr. di miele e in questo caso ho usato il meraviglioso miele di eucalipto sardo delle amiche Silvia e Maria dell'Azienda Agricola Tre casette di Ronco Scrivia (qui>>>) e faccio bollire fino a che non ho la consistenza sciropposa. Ho avuto conferma del mio rifare antico quando ho trovato in commercio uno sciroppo che contiene tutte e due le piante che sicuramente avrà dosi e modi più precisi del mio empirico casalingo. Qualcuno potrebbe asserire che la mia mistura forse non abbia grandi effetti terapeutici, ma a me piace continuare a fare come una volta, raccogliere e dedicare del tempo per far stare bene me e i miei, mi fa, se non bene al corpo, bene all'anima e poi... mi piace sentirmi strega... Intanto anche questo inverno è passato senza tosse ... e questa primavera senza asma. 😊 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- TORTA DI BIETOLE CRUDE SENZA UOVA
Da tempo volevo provare a fare questa torta tutta genovese con le bietole crude. Ne avevo sentito parlare da tanto, ma mai assaggiata, non è una di quelle in uso nella mia zona, pur essendo una classica torta ligure, propria del genovese, una di quelle per cui è necessaria la bietola e non le erbe di campo o gli spinaci. Anche se al di là del passo da una parte, una simile, con bietole crude, senza strato di ricotta o "prescinseua" è conosciuta con il nome di "Torta d'erbe di Borgotaro" e dall'altra parte con cipolla ed erbe di campo, il nostro Prebuggiun, "Torta d'erbi della Lunigiana", sempre con le erbe crude e senza uova. Ieri abbiamo ripulito un pezzo d'orto dove erano rinate le bietole dell'anno scorso e quindi è il giorno oggi o mai più. La ricetta dopo averne lette qui e là qualcuna, aver ricordato quello che avevo sentito da chi l'aveva mangiata, è che come sempre vado a istinto. Non avendola mai assaggiata posso solo improvvisare a mio gusto. Solitamente va a finire che apro il frigo e metto quello che ho. Intanto preparo la pasta matta, quella che ci metto meno di un minuto e che tutti vogliono sapere come... non lo so ... anche qui vado ad occhio ma cercherò per una volta di fare delle dosi. Se si vuole una pasta elastica, più facile da tirare è meglio usare una certa quantità di farina Manitoba, diciamo metà del totale, il resto può essere farina normale o anche integrale setacciata, come è la mia del posto. Potrebbero essere 150 gr. farina Manitoba 150 gr. farina normale poco sale fino più o meno due cucchiai di olio circa 150 di acqua o poco di più per formare una palla morbida Per il ripieno un bel mazzo di foglie di bietole tenere, togliendo le coste dure, lavate ma asciugate molto bene se c'è la prescinseua se non c'è e si vuole provare a farne una meno acida qui la ricetta >>> oppure ricotta e yogurt per fare questa oggi, di premura, ho usato due confezioni di ricotta da 200gr e una di yogurt greco da 125gr. mescolati Per la pasta questa volta, visto le numerose richieste, ho cercato di fare un video dove spero si capisca che per fare la pasta matta bastano pochi secondi, non minuti. Questo con qualunque robot, planetaria, impastatrice, ed eventualmente pochi minuti a mano. Ho messo le dosi di farina, ma quello che conta è preparare tutto e imparare a capire il momento esatto nel quale sta per formare la "palla" e smettere di mettere acqua. In questo video impiego tanto perché sono impacciata, ho il cellulare in mano, ma sono 54 secondi! https://www.youtube.com/watch?v=lVn3pw30O2E&ab_channel=LellaCanepa https://youtu.be/m9e9eBsu-EQ Mentre la pasta riposa taglio a striscioline le bietole crude e le mescolo a due cucchiai di farina e un pizzico di sale. Divido la pasta a metà e tirando una sfoglia sottile, ne allargo una parte sulla teglia bassa di circa 30 cm. Metto le bietole sopra e aggiungo due cucchiai di parmigiano. Mescolato ricotta e yogurt e li sistemo sopra Copro con la sfoglia fatta con l'altra metà di pasta e taglio l'eccesso, chiudo con il classico bordino arrotolato fra le dita " l'oêxìn ", ungo la superficie e inforno a 180° per 30 - 40 minuti. Buona e un po' diversa, più leggera, dalle solite altre torte con uova e formaggio, tanto che non sono riuscita a fotografarla intera appena tirata fuori dal forno. Dimenticavo, con i ritagli di pasta avanzata, reimpastata e messa a riposare, tagliata a strisce e fritta si ottiene un buon accompagnamento per un antipasto di salumi. Le altre mie ricette di torte liguri a questi link, cliccando sulla foto TORTA DI RISO https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/01/21/torta-di-riso-finita-e-allora-rifacciamola TORTA DI VERDURE https://www.lellacanepa.com/single-post/2020/03/07/torta-ligure-di-verdura TORTA PASQUALINA https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/31/PASQUALINA-E-CAPPUCCINA TORTA PATATE E CARCIOFI https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/02/15/torta-patate-e-carciofi-a-modo-mio POLPETTONE DI PATATE E.. https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/04/28/polpettone-di-patate-e BACIOCCA, PREGO NON TORTA DI PATATE https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/12/02/baciocca-prego-non-torta-di-patate Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











