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  • DICEMBRE EVENTI

    Pubblico per chi fosse nei dintorni o volesse visitare la Riviera Ligure nei prossimi giorni Due gli eventi significativi ai quali parteciperò con le erbe per conto dell'Associazione Erbando Si comincia a LAVAGNA>>> dove sabato 3 dicembre e domenica 4 si svolgerà SONO TUTTI CAVOLI NOSTRI evento che prende spunto da una delle verdure più buone coltivata nella piana dell'Entella il Cavolo di Lavagna, ingrediente di molte ricette del territorio, ne avevo scritto qui>>> FOCACCETTE DI MAIS E DINTORNI e qui>>>PICAGGE DI MAIS E CAVOLI ALLA CREMA DI FORMAGGIO oltre ad altre varietà come le Gaggette, ecc. Sarò presente il 3 il 4 al Porticato Brignardello con le erbe, i manuali, per una chiacchierata con chi vorrà passare a trovarmi. Qui il programma delle iniziative e gli eventi della manifestazione A pochi chilometri a Sestri Levante, PANE E OLIO tradizionale festa dell'olio nuovo. Anche quest'anno programma ricco di iniziative ed eventi, uno collegato ai Cavoli Nostri con un'escursione che porterà in una bellissima passeggiata a piedi da Lavagna a Sestri Levante a Pane e Olio. Sarò in piazza Bo alla Casa dell'Olio sabato 10 alle 15,30 con le erbe, i manuali, per una chiacchierata con chi vorrà passare. Anche qui il programma completo dei numerosi eventi https://www.sestri-levante.net/wp-content/uploads/2022/11/PANE-E-OLIO-PER-WEB.pdf Se interessati agli eventi e volete trascorrere qualche giorno in riviera ricordo i due B&B nelle vicinanze che partecipano sempre alle iniziative dell'Associazione: https://www.lellacanepa.com/single-post/2020/07/31/b-b-del-cuore B&B Il Fiume Via Fiume, 11, 16030 Castiglione Chiavarese FRANCA 0185 408000 Facebook https://www.facebook.com/bebfiume/ B&B Tre Ponti Via Fiume 3, 16030 Castiglione Chiavarese MARTA 338 992 9095 Facebook https://www.facebook.com/BB-Tre-Ponti-309423053312785/ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • VOLEVO VIVERE IN UN MONDO DI RADICCHI

    Il titolo è una scusa per parlare della parola radicchio o meglio dei tanti usi che se ne fa, visto che in tutta Italia indica un'infinità di erbe, selvatiche o meno. Anche ai meno studiati appare semplice la provenienza del termine: evidentemente da "radice", quindi erba con la radice che quasi sempre si mangia. Proprio dal mangiare radici e erbe deriva il ritenere povero chi se ne nutre. Cosa è maggior indice di miseria che nutrirsi di bacche e radici? Ha sempre significato non aver nemmeno un fazzoletto d'orto, o la possibilità di cacciare, appannaggio una volta solo dei ricchi proprietari terreni, tanto che ancora oggi è legge universale non si possa punire chi "raccoglie" da terra ciò che gli può essere necessario per la sopravvivenza. E così ogni posto ha il suo radicchio, la sua radicchiella, qui in Liguria radicciun, radicetta, ecc. Se si va a vedere di che pianta si tratta al 90 per cento si scopre che è quasi sempre Cichorium intybus, comune Cicoria, una fra le primissime piante di cui l'uomo si è nutrito alla sua comparsa sulla terra, e di questo esistono tracce certe nei siti archeologici. Nel tempo sono state selezionate varietà orticole tese a mitigarne l'amaro, a ingrandirne la foglia, ingrossare il cuore o qualsiasi altra proprietà le rendesse più appetibili. Abbiamo anche imparato a cuocere le verdure per attenuarne il gusto e ad apprezzare le sfumature dell'amaro. Nel mondo dei radicchi coltivati i più famosi sono sicuramente quelli che arrivano dal Veneto. Il particolare terreno adatto alla presenza di cicorie selvatiche lungo il fiume Sile, il fiume di risorgiva più lungo d'Europa, le sue acque pulite usate per lo sbianchimento dei radicchi ora coltivati in quel terreno ha fatto sì che ne diventasse la patria. In questo video uno dei più famosi, quello Rosso di Treviso, il grande e lungo lavoro e il processo di rinascita che c'è dietro a ogni pianta che ne giustifica il prezzo, e questa è solo una delle selezioni di questa varietà di radicchio https://www.youtube.com/watch?v=hL2jLuV4D8s&ab_channel=ConsorzioRadicchioRossodiTrevisoIGP Ce ne sono un'infinità, rossi, gialli, verdi, il Radicchio Variegato di Castelfranco, quello di Verona e quello a palla di Chioggia, quello Canarino e la Rosa di Gorizia, Cicoria bianca mantovana, Pan di Zucchero e Cicoria di Milano, il radicchio verde da taglio e quello a grumolo, Catalogna e Puntarelle, Indivia, Belga e Scarola, ecc. ecc. e ce ne sarebbero ancora tutti radicchi e quindi cicoria Tutti, anche se coltivati, se lasciati fiorire arrivano a un fiore solo, più o meno questo: Il fiore è lo stesso e ci riporta subito alla cicoria di campo, la madre di tutte le insalate, con foglie lunghe lanceolate, dentate ma non sempre, facilmente confondibile con altre piante da sempre raccolte per l'alimentazione, talmente facile la confusione che una parte dell'Italia, specie centro e sud, parla di "cicorie" intendendo con questo nome gran parte delle erbe commestibili raccolte. Nelle foto sotto due piante di Cichorium intybus, la vera cicoria selvatica, pur se le foglie sono diverse. Di questa e dei suoi usi ho già parlato qui >>>Della Cicoria e della Ciofeca Oltre alle cicorie chiamate radicchio, ci sono le erbe chiamate radicchiella, radichietto, ecc. ecc. spesso del genere Crepis, senza contare il Tarassaco con il quale la Cicoria è sempre confusa, che non hanno nulla a vedere fra di loro e la distinzione, oltre all'esperienza, si può avere solo con la fioritura che è quasi sempre con fiore tipo margherita gialla, davvero difficile riconoscere dalle foglie o dalla rosetta basale. In realtà cicoria sono solo quelle con il fiore tipo a margherita celeste. In Liguria è chiamato radición il Tarassaco tenero dei prati spesso confuso con la Cicoria spadona venduta a mazzi e radicétta qualsiasi cicoria coltivata tagliata fine fine, ma i due vocaboli finiscono per essere usati indifferentemente secondo il paese. erba amara tienila cara Insomma volevo vivere e in realtà ci vivo, in un mondo di radicchi perché mi piacciono molto, coltivati e selvatici, potrei dire che ne mangio tutti i giorni, forse solo in piena estate luglio e agosto ne faccio meno uso perché ho altre insalate nell'orto del tipo lattuga e la Cicoria fiorisce proprio agosto - settembre. Adesso che arriva la primavera e sento dire spesso: - Vado a cicorie - volevo solo ricordare sommariamente quale sia la cicoria, come spesso è impossibile riconoscerla da altre. A proposito l'amaro ... c'è amaro e amaro ... in natura quasi sempre e in quantità variabili l'amaro indica il veleno, i nostri recettori sulla lingua avvisano che c'è qualcosa che non va, ma come insegna Paracelso per semplificare solo la dose fa il veleno e in tutti i veleni l'uomo ha saputo trovare il farmaco. Ricordare anche che l'amaro della cicoria è un tipo di amaro, altre piante commestibili spesso scambiate per cicoria non hanno la stessa appetibilità. Il discorso sul gusto amaro è più ampio, in questa società moderna dove procacciarsi il cibo nei campi non serve più e l'istinto non ci guida a quello che ci serve e ci fa bene, ma ci attirano altri fattori il colore, la confezione, la possibilità di avere a poco prezzo grassi e zuccheri, i recettori della lingua tendono nei giovani a non riconoscere nemmeno più l'amaro e a non accettarlo. Sarebbe invece opportuno fare una specie di ginnastica gustativa cominciando poco alla volta, chi ha il gusto amaro allenato consuma istintivamente meno zucchero. Se i sensori dell'amaro sono 25 proprio per riconoscerne i vari tipi, contro solo uno per il dolce un motivo ci sarà. Il recettore più potente è quello del dolce perché lo zucchero è la prima fonte di energia e aveva un senso fosse il più potente quando era molto difficile trovarlo, cosa che non è adesso. Tutto questo è cambiato solo negli ultimi 50-60 anni, non posso dimenticare il cruccio di mia madre quando doveva usare lo zucchero per le marmellate, nessuno poteva convincerla che ora costava pochissimo. In fondo al post la piccola ricerca che avevo fatto 15 anni fa per la mostra sulle donne dove è evidente la differenza di prezzo dall'inizio del '900 agli anni '60. Tutto questo ha influito in maniera, diciamo subdola, sulle nostre scelte e di conseguenza sulle abitudini, ma ha contribuito all'aumento del diabete in primis e altro. Di quante proprietà ha la cicoria se l'uomo ne mangia dall'inizio dei tempi è quasi inutile parlarne. Stimola l'azione del fegato e reni, della bile, ricchissima di minerali, utile alla funzione dell'intestino, preziosa nelle diete, ovvio che cruda in insalata è meglio per non perdere nulla. Ringrazio chi mi ha insegnato che si mangia tutto, facendomelo apprezzare, perché poi l'amaro nella vita non è che lo devi accettare solo in bocca ... https://www.lellacanepa.com/della-spesa Per approfondire Della Cicoria e della Ciofeca https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/11/27/cicorie-il-mio-caff%C3%A8 Conosci il Tarassaco?https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/04/12/-tarassaco#:~:text=Le%20propriet%C3%A0%20curative%20del%20Tarassaco,che%20far%20bene%20al%20fegato. La Radichella a costaneigra https://www.lellacanepa.com/single-post/2019/04/07/la-radichella-a-costaneigra Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • LA MELAGRANA

    La pazienza è come una melagrana, la sua scorza è amara, ma il frutto è succulento. Mohamed Meziane Giaceva da qualche giorno questo post in attesa di essere finito, come la Melagrana regalata da un'amica di essere mangiata. Il tempo passa tanto velocemente che raccogliendo gli ultimi pomodorini dell'abbandonorto per un attimo ho pensato: "potrei usarli per appenderli all'albero di Natale". È stato estate ancora a ottobre e fino quasi a settimana scorsa, poi qualcosa che finalmente si poteva chiamare pioggia. Qui l'unico albero di melograno è nel giardino di una casa abbandonata da anni, così in questo rotolamento di giorni uno appresso all'altro ho dimenticato di andare a raccoglierli. Non sono mai maturati a sufficienza per potersi dire buoni, ma di solito non dimentico di fare in giro a vederlo fiorito e uno a raccogliere i frutti che riesce a fare che raccolgo ugualmente per usare come decorazione. Poi qualche giorno fa qualcuno mi ha donato una bellissima melagrana pronta da mangiare, e così ho ricordato! Che bel regalo! Per tutto quello che una melagrana rappresenta. i melograni della casa abbandonata Fatica qui a maturare questo frutto perché arriva dal sud, da paesi caldi, così come arrivano a noi le migliori da Sicilia, Calabria, ma anche Marocco, Spagna e simili. È antico, si dice che il famoso frutto proibito del Paradiso Terrestre fosse appunto una Melagrana, non semplicemente una mela. Melagrana d'altronde significa proprio mela fatta di grani, e così appare quando si apre. Forse per questa sua presenza fino da tempi remoti porta con se simbolismi in ogni parte del mondo e in tutte le religioni, è citato in tutti i testi sacri, più volte nella Bibbia e nel Corano, nei libri sacri induisti o nella tradizione cinese. Per gli ebrei i 613 chicchi, che si dice contenga una melagrana, rappresentano le 613 prescrizioni della Torah, 365 divieti e 248 obblighi che fanno della loro osservanza un uomo probo e onesto. La città di Granada in Spagna prende il nome proprio dalla melagrana, la granada, portata lì per essere coltivata dalla dominazione araba. Ancora Egizi, Greci, legato alle figuri femminili di dee e successivamente di Maria, madre di Gesù. Rappresenta la ricchezza, la fertilità, l'abbondanza, ma anche il rosso del sangue e della passione e pure della resurrezione e non solo quella di Cristo, ma in molti altri miti e religioni. Cerco di non farlo mai mancare sul tavolo delle feste natalizie, prezioso per guarnire piatti e insalate e qualche chicco nel bicchiere di prosecco per l'aperitivo. Buoni come al Sud devo dire che qui non ne ho mai mangiato, ci sono varietà più o meno acidule, ma rossi, succosi, dolci e maturi come quelli mai. Per quanto riguarda come aprirlo correttamente per avere facilmente i chicchi su you tube ci sono infiniti video di come fare, basta digitare "come si apre un melograno". La buccia, ricca di tannini dà un bel colore giallo, è usata per amaricare il Vermut. Per avere il succo, che poi sarebbe l'unica vera Granatina, spesso altre sono fatte con frutti di bosco, ecc. ma quella vera è solo di melagrana, uso semplicemente lo spremiagrumi elettrico, avendo già fatto fuori un estrattore, se non se ne possiede uno professionale, penso sia meglio lasciar perdere. Oppure con uno spremifrutta a mano. È possibile conservando i semini bianchi fare il tentativo di riprodurre la pianta, sempre meglio se si vive in zone mediterranee. Con premesse del genere era abbastanza ovvio che avesse proprietà medicinali, vitamine C e K, proprietà antiossidanti, che ne hanno fatto un prodotto ambito anche per i prodotti di bellezza, creme e shampoo. La scorza essiccata, oltre essere commercializzata dai Fenici, da lì il nome Punica granatum della pianta, per produrre il giallo arabo, può essere usata una volta polverizzata per una maschera per la pelle e insieme a pochi chiodi di garofano, miele e limone per un collutorio per bocca e gola. Per uso interno è sempre meglio chiedere a un erborista qualificato perché l'azione disinfettante, antibatterica, antinfiammatoria delle bucce di melagrana è talmente importante su stomaco e intestino che l'abuso di una dose non consona potrebbe dare effetti spiacevoli Delizioso è anche il fiore del melograno, tanto che alcune varietà sono coltivate solo per la fioritura, o anche esistono melograni nani da giardino solo per la bellezza di questa pianta. Melograno è la pianta, melagrana il frutto, botanicamente una "balausta". Domina la Piana del Sele una basilica dedicata alla Madonna del Granato con una statua in legno, non più l'originale andato distrutto in un incendio, raffigurante Maria che tiene in braccio Gesù Bambino e nella mano destra una melagrana. La Madonna del Melagrano è stata ritratta da illustri poeti e scultori. Per tutti gli importanti simbolismi che rappresenta è uno dei frutti più raffigurati nell'arte, impossibilke riportarli tutti, qui un link dove vederne alcuni http://www.didatticarte.it/Blog/?page_id=19376 È Lui che ha creato giardini con pergolati e senza pergolati, palme e piante dai diversi frutti, l'olivo e il melograno, simili ma dissimili mangiatene i frutti e versatene quanto dovuto nel giorno stesso della raccolta, senza eccessi, ché Allah non ama chi eccede. Corano, VII sec. a.e.c. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • BACCHE DI ROSA CANINA? conserviamole! 🧐

    “Nu gh’è bèlla rösu(r)a ch’ā longa a nu se müe in grattacü...” Uno dei frutti più belli e utili da raccogliere tra autunno e inverno sono senz'altro le bacche di rosa canina, a disposizione di tutti in grande quantità e gratuitamente. Il loro nome botanico non è bacca ma cinorrodo. Principalmente ricchi di vitamina C, un etto ne contiene quanto un chilo di arance; stimolano il sistema immunitario, hanno proprietà diuretiche, aiutano a eliminare gli acidi urici e combattono i dolori reumatici e le rigidità articolari. Cure sperimentali a proposito sono in corso presso l' Ospedale Rizzoli di Bologna. rosa canina, la rosa selvatica di monti L'invadenza della Rosa Canina, qui sui nostri monti chiamata con disprezzo insieme alla Mora Selvatica, "razza", occupa sentieri, copre ruderi, trasforma il paesaggio e prolifera che "nemmeno il fuoco la ferma", ci ha fatto dimenticare i grandi pregi dei suoi cinorrodi, i falsi frutti che a fine estate formano gradevoli macchie di colore rosso. Come non farne scorta? Comincio a ottobre appena son rosse, ho fretta di procurarmele. Stando attenta a non pungermi, le sue spine che assomigliano ai denti di cane - e da qui il nome di Rosa Canina - sono tremende. Le prime bacche raccolte le uso per farle seccare e, siccome il lavoro che segue è un pochino noioso, quando sono ancora abbastanza dure è appena un po' più facile. Le lavo, taglio a raso del picciolo e del fondo, le apro a metà e con un coltellino appuntito, tolgo per bene i semini interni e i peletti che sono irritanti per l'intestino. Caratteristica che dà a queste bacche il nome volgare di grattacù 😀. Le rilavo, le metto ad asciugare e a seccare lentamente. Ho la stufa a legna dove sopra, in alto, ho una griglia, altrimenti si può usare l'essiccatore a bassa temperatura. - come pulisco le bacche di rosa - Siccome la vitamina C è termolabile è opportuno non superare i 40 gradi. Per questo motivo una volta secche NON faccio tisane o decotti ma le lascio qualche ora o tutta la notte a bagno in acqua fredda e poi bevo e mangio le bacche ammorbidite. In alternativa polverizzo e uso la polvere a cucchiaini nello yougurt, per esempio. Per chi vive in campagna e ne possiede piante vicino a casa, niente di meglio che raccoglierle fresche, pulirle e aggiungerne 5 o 6 per volta ai frullati, ai succhi ottenuti con l'estrattore, alle macedonie, e perchè no alle insalate, dato il sapore acidulo. Una delle maschere di bellezza più efficaci per rendere la pelle luminosa, tonica e levigata, è ottenuta con i cinorrodi freschi, sempre ripuliti per bene dei semi e dei peletti che sono irritanti anche per contatto, frullati insieme allo yogurt, da fare assolutamente proprio in questo periodo. Un metodo per avere una pseudo marmellata non cotta che conserva più vitamina è quello di tritare le bacche pulite e mescolarle a miele. A chi non piace il miele, a chi vuole una gelatina particolare, che però avrà perso con la cottura gran parte delle proprietà non resta che aspettare le prime gelate invernali quando il rosso frutto è ammorbidito. Sono passati quasi due mesi ed ecco arrivata la prima mattina di brina. E' l'ora di uscire a cercare le bacche morbide ...😊 Nel frattempo saranno diventate più molli e gli uccelli ne avranno fatto man bassa a tutto becco. Uso un rastrellino e le faccio cadere su un telo. A casa, lavo, lascio velocemente asciugare, tolgo la parte nera in fondo e metto a cuocere in una pentola con la metà del peso delle bacche di acqua. quando sono disfatte, le spremo ben bene in un telo pulito bianco con il mio torchietto. A questo punto, quando ho spremuto il più possibile, aggiungo il succo di quattro mele selvatiche passate con buccia e torsolo nell'estrattore, peso il liquido ottenuto e aggiungo lo zucchero in proporzione di 800gr a kg di passata. Quando non avevo il torchietto, appendevo il sacchetto con le bacche cotte e lasciavo che il liquido scendesse per tutta la notte raccogliendolo in una ciotola e premendo per raccogliere il più possibile l'indomani mattina. Senza l'estrattore metto a bollire le mele, sempre con buccia e torsolo insieme alle bacche, rimetto sul fuoco e faccio sobbollire fino a che non ottengo la consistenza di una gelatina. Un altro uso che ho letto ma non provato, (in casa mia i liquori non sono molto usati) è la grappa alle bacche: una manciata di bacche intere in un litro di grappa con un cucchiaio o due di zucchero, pare sia buonissimo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • DEL BOLLITO, DEL LESSO, DEL BRODO E DEL CONSOMMÉ

    L’amore è come il brodo: i primi cucchiai sono troppo caldi, gli ultimi troppo freddi. È arrivato il freddo, stasera 5 gradi fuori, e dopo le varie traversie di fulmini e allagamenti c'è bisogno di ristorarsi con qualcosa di caldo, zuppe, brodo ... e dal ristorarsi col brodo arriva la parola "restaurant". I "bouillons” già nel '700 in Francia, erano locali dove ci si poteva corroborare, "ristorare", con una tazza di brodo caldo, qualcuno pensò di montare un'insegna con scritto "Restaurant" proprio per evidenziarne la funzione di ciò che lì veniva servito. Col tempo gli stessi furono poi autorizzati a servire anche altre pietanze e rimase la parola per definirli, Ristorante. In tutte le case comunque il brodo ha sempre rappresentato un modo di trasformare pezzi di carne meno pregiati, come la gallina che non faceva più le uova, in una pietanza nutriente per tutta la famiglia. Si usa il brodo, si mangia la carne, se avanza il brodo si fa il risotto, se avanza la carne si fanno le polpette o il finto stufato. L'arrosto era riservato alle grandi feste. Il paese del bollito è per definizione il Piemonte e quindi avendo avi piemontesi non potevo non parlarne. Quindi adesso dovrei mettermi a raccontare quella dei sette quarti, dei sette ammennicoli, sette bagnetti e sette contorni, che costituiscono il Grande Bollito Storico Risorgimentale Piemontese, difficile farlo in casa, e quindi preferisco rimandare ad un articolo ad hoc dove trovare tutto ciò descritto meglio di quanto potrei fare io, qui >>> https://www.gazzettadelgusto.it/cibo-e-storia/bollito-misto-piemontese-storia-e-ricetta/ Preferisco parlare del mio bollito, quello casalingo. Mi limito a tre pezzi indispensabili, un taglio di polpa meno pregiata, uno di biancostato con osso, un pezzo di gallina. Se riesco ad averlo aggiungo un osso di ginocchio, quando ho i commensali giusti completo con coda e lingua, solo occasionalmente testina e cotechino. Per il procedimento è necessario ricordare se si vuole un Bollito o un Lesso. Il Bollito è quando si mette la carne con l'acqua a bollore, il Lesso quando si mette tutto a freddo. Mettendo la carne nell'acqua calda per lo choc termico il sapore rimarrà all'interno ottenendo un ottimo bollito, mentre con la carne a freddo, questa piano piano rilascerà tutto nell'acqua ricavando un ottimo brodo. In aggiunta pochi indispensabili odori: sedano, carota, aglio incamiciato schiacciato, foglia di alloro, cipolla steccata. Per cipolla steccata si intende intera, qualche taglio a croce nella stessa dove inserire grani di pepe e chiodi di garofano, senza esagerare due o tre in una cipolla media. C'è chi aggiunge pomodorini, chi non mette l'alloro, a volte il gambo del prezzemolo, per quanto mi riguarda mai patate, per non intorbidire il brodo. Il bollito di casa mia è alla fin fine un lesso perché usando il brodo metto tutto a freddo, la carne e se ho del semplice pollo. Qui, in campagna mi hanno insegnato, per quanto riguarda le volte che ho una gallina ruspante, di mettere a parte una pentola di acqua, portarla a bollore, immergere la gallina, farla bollire una decina di minuti, per effettuare una specie di sgrassatura, poi passarla a proseguire la cottura nella pentola dove è la carne. Volevo, ma non lo faccio, tralasciare di raccontare l'uso una volta di lavare galline e galli ruspanti con vero sapone di Marsiglia. Dopo aver fiammeggiato per eliminare i residui di piume, la pelle, che con il calore trasuda un po' di unto, con questo metodo subisce un lavaggio che la pulisce e sgrassa a fondo senza temere che rimanga odore o sapore. Credo non lo faccia più nessuno oggi e quando ci si approccia casualmente a gusti antichi che non riusciamo a farci piacere è anche perché abbiamo scordato certe procedure. “II brodo di gallina, fa bene alla vecchia e alla signorina.” Tornando al brodo e al bollito, con la stufa a legna non è un problema lo lascio lì a bollire fino a che la carne non è tenera, all'inizio schiumando l'eccesso che si forma. L'alternativa è la pentola a pressione, utilissima in questo caso. Le volte che aggiungo lingua e testina o cotechino, faccio cuocere in altre pentole separate perché rovinerebbero il gusto del brodo. La loro acqua di cottura non la uso. La testina arrotolata e legata, la lingua dopo la cottura spellata, cotte in pentole diverse sempre in acqua con odori, cipolla carota sedano e gambo di prezzemolo. Terminata la cottura tutto va tenuto nel brodo in caldo. In casa mia si serviva con una ciotolina di sale grosso a parte, con una salsa verde (qui>>>) , eventualmente un Bagnetto rosso, una salsa ottenuta con qualche pomodoro maturo, 2 cipolle, 2 spicchi d'aglio, una carota, un etto di zucchero, mezzo bicchiere di aceto, meglio di vino nero, olio e sale, anche peperoncino a piacere. Contorno di cipolline in agrodolce, giardiniera, verdure bollite. Per usare il brodo è necessario chiarificarlo, o almeno io lo faccio sempre anche se non è consommé. Un operazione semplice che però pochi fanno senza sapere il risultato che si raggiunge. Quindi filtro il brodo con un colino, lo rimetto sul fuoco, aspetto che raggiunga l'attimo prima di bollire. Nel frattempo metto uno o due albumi in una tazza, li sbatto sommariamente con una frusta aggiungendo un mestolo di brodo. Lo aggiungo al brodo che sta per bollire rimescolando sempre con la frusta. Raggiungendo il bollore l'albume sbattuto si coagula radunando in superficie tutte le impurità contenute nel brodo, improvvisamente a coagulazione avvenuta, appare il brodo limpidissimo. A questo punto con un telo di lino, che tengo appositamente filtro e il brodo è pronto, magari per buttarci dentro due Tortellini fatti a mano (qui>>>) Se non lo uso tutto, lo conservo in freezer in dosi pronte per il consumo. Il bollito o anche il lesso non sono solo una tradizione piemontese, ma in tante regioni era il piatto della domenica, in altre il sabato e sempre servito con tante varietà di salsa. Due parole sul Consommé: non tutti sanno che è fatto con carne tritata di manzo ma anche di pollo, io stessa non ci credevo finché non l'ho visto e assaggiato. Si parte se possibile da una base di un brodo allungato più o meno con acqua, almeno un litro e mezzo, con l'aggiunta delle solite verdure, si aggiunge la carne cruda macinata di manzo, circa 250gr. eventualmente anche mista con pollo e si fa cuocere per due ore a sobbollire a fuoco bassissimo, schiumando spesso. È obbligatorio chiarificare, si mette l'albume anche dall'inizio in cottura, si ottiene un brodo ristretto molto sostanzioso che va servito nelle apposite tazze a due manici con piattino e servito a inizio pasto. La ricetta originale comprenderebbe un aggiunta dentro di ottimo Sherry, anche se c'è chi sostituisce con Marsala o Porto. La carne esausta a quel punto non contiene più gusto o nutrienti, sarebbe persino inutile ri-usarla per farne polpette o simili. Il mio primo approccio al consommé è il ricordo buonissimo di quello che mi veniva servito più di 40 anni fa, durante una convalescenza di un mese in una clinica mantovana, tutte le mattine prima del pranzo, verso le 11e mezza, una cosa squisita di cui conservo ancora il sapore in bocca e il profumo nel naso e che contribuì non poco al mio ristabilimento. Questo convinse mia madre e me che non avremmo potuto più vivere senza il servizio di tazze da brodo in porcellana e per un certo tempo le cene fra amici furono inficiate di consommé vari che loro sopportavano benevolmente basta poter accedere al resto delle pietanze preparate, per le quali valeva sempre la pena sorbirsi anche un po' di brodo. Per il piatto forte venne al tavolo l'albergatore: «Sciur Erculin, il bollito gras o magar?» «Tant!» fu la risposta impressionante del babbo che, a distanza di sessant'anni, mi suona ancora nelle orecchie; non importava che il bollito fosse grasso o magro, purché fosse tanto, a dimostrazione che c'era una fame secolare da saziare, e che il bollito misto non era cosa di tutti i giorni Dante Graziosi - Storie di brava gente in Le storie della risaia Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • CHI VA AL MULINO SI INFARINA... O SI INCRUSCA?

    Se tu potessi capire un singolo chicco di grano, moriresti di meraviglia. Martin Lutero - farina integrale locale setacciata da me - a sinistra l'alta percentuale di crusca contenuta, a destra la farina ottenuta che presenta ancora un gran numero di elementi che rimangono e non le permettono di essere perfettamente bianca Setacciavo giusto ieri la farina regalatami dal mio vicino, di grano coltivato in zona e macinato sempre qui, diciamo a km -0, qualche metro fra produzione e macinazione. Eh sì, sono fortunata, anche se non riesco ad avere tutta quella che uso, qui si produce (pochissimo, a livello familiare) e si macina solo grano tenero. Semola e farina di grano duro le compero prediligendo da grani che vengono dal sud. Questo post nasce da una riflessione su come mi sono resa conto di quante persone ignorano come sia la farina davvero, la pensano bianchissima o al massimo conoscono la cosiddetta integrale in vendita che in realtà è quasi sempre bianca con l'aggiunta di crusca, e anche su come è cambiata la percezione di cosa è benessere in pochi anni e poi velocemente ricambiata negli ultimi anni. Un esempio è come nell'immediato dopoguerra la farina con la crusca fosse considerata prodotto inferiore al fior fiore, costasse meno e solo pochi anni dopo prodotti definiti "integrali" siano improvvisamente saliti di prezzo, spesso confezionati con farine con l'aggiunta di crusca e quindi non veramente integrali. Altri post dove avevo già accennato all'argomento: >>>PASTA A VANTAGGIO la pasta venduta a meno prezzo "a vantaggio" di chi la comperava >>>PASTA AVVANTAGGIATA DI FARINA DI CASTAGNE una volta, perché se prima la farina bianca costava di più di quella di castagne (50 anni fa), adesso quella di castagne costa 10 volte quella di grano, tanto da far credere ultimamente che "a vantaggio" significasse proprio arricchita di crusca o di farina di castagne. In nessun'altra epoca l'uomo è riuscito a far passare da povero quello che era ricco, ricco quello che era povero per arrivare al povero arricchito. In pochissimo tempo si è passati da "la farina bianca è più nutriente" a "la farina bianca è dannosa", ma non so quanti sappiano davvero cosa c'è prima. Partendo dal chicco di grano, sempre molto semplicisticamente per non entrare in spiegazioni scientifiche che non mi appartengono, si passa alla macinazione di questo chicco con macine rotonde di pietra (che si usi l'acqua o la corrente per far andare il mulino è ininfluente, è la velocità con la quale girano le macine che importa) o a cilindri nella produzione più industriale. La lavorazione nei mulini di paese di una volta con la macina in pietra, pietra vera non artificiale fabbricata con malte cementizie, permette di sminuzzare il chicco senza separare il germe di grano, la crusca e il resto in modo da ottenere vere farine integrali e difficilmente a livello casalingo si riesce ad avere, con la semplice setacciatura a mano, una farina davvero bianca. I mulini a cilindri funzionano a velocità più elevata, il grano viene inumidito per permettere il distacco di crusca e cruschello e altro e hanno un infinità di setacci dove da una parte esce la farina bianchissima e fine chiamata 00 e dall'altra parte i cosiddetti sottoprodotti. Questo processo, chiamato abburattamento, cioè la percentuale di "scarto" che arriva al 25% nel caso della farina 00, ottenuta a questo punto con la parte di chicco dove rimangono solo amido e glutine. Questo 25% di scarto e cioè crusca, cruschello, tritello, ecc. spesso vengono reintrodotti per ottenere le farine 0, 1, 2 e chiamate ricostituite, arricchite, e questo io lo considero un vero e proprio inganno. Arricchite di cosa? - Tre esempi a caso di ciò che permette la legge - Resta inteso che una farina integrale, cioè se è veramente integrale, non è diversa se prodotta macinata a pietra o macinata a cilindri, così come non serve che sia macinato a pietra solo la parte del chicco ricca di amido e glutine. Ma la legislazione è vecchia e carente e certe parole scritte sulle confezioni sono fatte ad arte per trarre in inganno. La legge definisce una farina integrale in base alle ceneri, che devono essere tra 1,3 e 1,7 % del prodotto secco, quindi può essere una farina raffinata con aggiunta di crusca. Un po' come l'olio 100% Italiano vuol dire che olive prodotte altrove, magari in Tunisia, sono state frante in Italia e il prodotto ottenuto può essere chiamato Italiano. Perché questo processo? Un motivo è che le farine integrali sono più difficili da mantenere, il contadino conserva il grano e ne porta al mulino una decina di chili per volta per avere la farina fresca. Inoltre il prodotto arricchito si lavora meglio e ha un gusto più neutro e appetibile per gli usi e gusti della società moderna. Spesso si guarda di più alla forza della farina che non c'entra con l'integrale o meno, ma solo con le varietà di grano e da come sono mescolate. - la crusca della mia farina integrale - Cosa è questo resto che esce da altre parti dei mulini industriali? Sono quello che purtroppo viene definito spesso "sottoprodotti", crusca, cruschello, triello, farinaccio, ecc., ma chi lo sa cosa sono? e dove vengono impiegati? In realtà sono le parte più ricche del chicco di grano e vengono, ahimè, impiegati nell'alimentazione animale. La nostra conoscenza, spesso finta conoscenza, si limita tutt'al più alla crusca. Quello che volevo raccontare con questo articolo è come pubblicità, la superficialità nella raccolta delle informazioni, la non attenzione all'acquisto, la velocità di vita della società oggi, e la completa negazione di come si viveva una volta, ci abbia portato a credere che la crusca fosse la soluzione a tutti i nostri mali e la farina bianca quella che li procura. In realtà il chicco di grano è rivestito da più strati, detti Cruscami, la crusca vera e propria è il più esterno, contiene poche vitamine e la lignina che dà quel sapore spesso poco piacevole, ed è quella che si riesce a togliere in gran parte anche con un setaccio casalingo a mano da una farina macinata a pietra. Questa sì che veniva messa da parte anche dal contadino per l'alimentazione animale, impastata per le galline o per il mangiare dei maiali, e ancora oggi è regolarmente data anche ai bovini. Ha delle controindicazioni per chi soffre di malattie intestinali, provoca flatulenza ed è comunque sconsigliata a chi soffre di colite, inibisce nel tempo l'assorbimento di calcio, ferro, fosforo e zinco, anche se è utile per la sua capacità di gonfiarsi nelle diete e dare senso di sazietà, o per favorire il transito intestinale. Da ragazza la usavo nel bagno per ottenere una pelle bella morbida, infilata in una calza di nylon, nell'acqua che scorreva, me la passavo poi come una spugna. Ora non entro più nella vasca, l'acqua calda per un bagno costa come una vacanza all'estero e anche la crusca è stata rivalutata esageratamente, mi è però rimasta una bella pelle. Gli altri strati, che con un mulino a pietra non si riesce a separare dal chicco, sono quelli ricchi di vitamine e germe di grano, che rimangono nelle setacciature possibili a livello casalingo e danno sempre un prodotto più scuro e secondo me un gusto più saporito. L'industria favorisce la separazione di questi elementi dal chicco per poterli vendere a parte e così si trova in vendita il germe di grano e le varie crusche e per poterli assumere, ma perché? Ma non si potrebbe continuare a usare una semplice vera farina integrale come una volta? Come dicevo spesso no, perché la vera farina integrale dà più problematiche nell'uso, specie nella lievitazione e nell'elasticità e non sempre è gradita al palato. Ripeto, gran parte comunque di questi "sottoprodotti", proprio per le loro proprietà nutritive, vengono usati per l'alimentazione animale. E forse anche per questo motivo che si trova in vendita un chilo di farina a prezzi ridicoli, perché in effetti sarebbe da dire, è la farina 00 lo scarto, il sottoprodotto. Per me è imprescindibile, proprio per il gusto, usare farina integrale in certe ricette, come la BACIOCCA>>> o i TESTAIO>>>, ma preferisco anche un pane meno bianco o una tagliatella meno elastica. Riesco a fare pizze o la pasta matta anche con la mia farina integrale, con un minimo di attenzione in più e nel caso aggiungo un poco di farina industriale. Rido di noi di questo mondo moderno, pensando a come qui, le anziane donne che non ci sono più, hanno sempre chiamato la farina di negozio con disprezzo "fainetta" ... un diminutivo ... La verità sta nel mezzo, se non è demoniaco usare la farina 00 o la Manitoba ogni tanto per veder lievitare meglio, così come facevano le nostre nonne per le feste quando volevano un prodotto visivamente superiore, bisogna ricordare che sono state proprio queste farine, spesso definite "americane", che ci hanno aiutato ad uscire dalla fame e dalla denutrizione del periodo post bellico, ma non è santificando la crusca che si fa la cosa migliore. L'errore è stato quello di mangiare troppo e solo di una qualità, con un abuso di apporto di soli certi nutrienti come amido e glutine, in un'alimentazione che nel frattempo si era arricchita in tutti i sensi anche di altro come la carne, che si è cominciata a mangiare tutti i giorni negli ultimi 50 anni, per arrivare così alle intolleranze. Cercare adesso di correre ai ripari comperando farine con aggiunta di crusca è solo un continuare a sbagliare. L'uso regolare di farine macinate a pietra in mulini del posto, di grani possibilmente locali permette l'assunzione di tutti gli elementi necessari, proteine, vitamine, proprie del germe di grano e del cruschello e se serve anche della crusca. Dico grani locali perché se a qualcuno capitasse di vedere davvero come e in che condizioni igieniche arrivino le tonnellate di grano dall'estero smetterebbe di mangiare immediatamente, ma come diceva quell'amico cuoco "il fuoco disinfetta" e nessuno mangia la farina cruda. Ma pure l'acquisto consapevole di farine industriali, con un occhio a come vengono prodotte e ai passaggi che fanno. A casa mia si è sempre cercato di usare tutto, alla bisogna, preferendo quello che si poteva confezionato con prodotti del posto, ma nel caso di altro con cognizione di causa, sapendo quello che si compera e che si mangia cos'è e perché, di tutto un po'. Che resta l'unica vera via di salvezza. La prossima volta arzigogolerò sulle farine e le semole di grano duro. - Non ogni uccello conosce il buon grano - - Se ogni uccello conoscesse il miglior grano, poco da mietere resterebbe al villano - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • "POUR MARIE MALADE" D'INVERNO

    "Pour Marie Malade" è ciò che i cuochi fiorentini scrissero sui vasi della prima composta dolce di agrumi che inventarono come ricostituente per Maria de' Medici, regina di Francia, per riprendersi dalle frequenti gravidanze. Da questa frase pare derivi la parola "marmellata" e forse per questo dal 1982 una direttiva europea consente per soli i prodotti contenenti agrumi, che circolano all'interno dell'unione europea, possa essere usata questa denominazione. In casa abbiamo sempre chiamato marmellate tutte quelle ottenute con qualsiasi frutta passata, confetture quelle con i pezzi, gelatine quelle con il succo e composte quelle con poco zucchero da mangiare velocemente. Per me è tardi per cambiare e oggi mi sono fatta alcune delle mie "marmellate" d'inverno, tanto non circolano al di là della mia dispensa. Marmellata resta comunque parola dove si definisce in italiano quanto segue: cit. da TRECCANI marmellata s. f. [dal port. marmelada, der. dal lat. melimelum, gr. μελίμηλον «melo innestato su un cotogno»]. – Conserva alimentare ottenuta facendo cuocere e raffreddare la polpa, macinata (o passata al setaccio) e zuccherata, di frutti varî, o anche di ortaggi (carote, pomodori verdi, melanzane, ecc. LA RICETTA Da quando ho l'estrattore mi avvalgo del suo aiuto per ottenere in poco tempo delle marmellate a crudo, cioè senza cuocere la frutta prima, mi sembra abbiano un sapore più fresco, che conservino di più il sapore della frutta. Senza di questo passaggio bisogna necessariamente procedere alla cottura della frutta a pezzi per poterla passare successivamente con un passaverdura. Avevo una quantità incredibile di kiwi, ovviamente locali e stra-bio, li ho lavati, tolto in cima e in fondo tagliati a pezzettoni. e passati con tutta la buccia (edibile) nell'estrattore. Ho provato, e ce l'ha fatta fino a una certa quantità, ricavando una bella polpa densa che ho pesato e messo in pentola con una proporzione di 600 gr. di zucchero a chilo di polpa. Questa proporzione è il minimo per consentire alla marmellata di durare senza un'ulteriore sterilizzazione; se volete fare una composta più "leggera"di zuccheri dovrete procedere alla bollitura dei vasetti una volta riempiti. Non ho fatto altro che lasciar cuocere a fuoco medio per poco meno di un'ora e, fatta la prova piattino (un piccola quantità di marmellata su di un piattino, lasciata raffreddare qualche minuto, inclinando dà l'idea della densità raggiunta) e sterilizzati i vasetti vuoti nel microonde ho invasettato. Per sterilizzare nel microonde bisogna avere l'accortezza di metterli dentro un contenitore e coprirli, in quanto con il calore residui di cibo che potrebbero essere dentro al forno potrebbero ricadere all'interno dei barattoli. Tre, quattro minuti a 800w e sono più tranquilla. Si può sterilizzare anche con il forno di casa 20 minuti a 110°. I coperchi li faccio bollire qualche minuto. Se riusate i vasetti, il metodo più veloce che ho trovato per togliere le etichette vecchie è quello di metterli in un contenitore a bagno nell'acqua e sempre in microonde qualche minuto, si staccano con più facilità. Con questo sistema ho fatto anche un'ottima marmellata di zucca e mele selvatiche insieme, in proporzione di metà mele e metà zucca. Ho passato nell'estrattore le mele a pezzi con la buccia e ho unito il succo ottenuto con i pezzi di zucca. Nel succo di mela ottenuto ho messo ad ammorbidire la zucca in una pentola a fuoco medio e poi con il frullatore a immersione ridotto tutto in purea. Pesato, unito sempre 600gr di zucchero a chilo e rimesso sul fuoco fino ad addensare. Ho passato anche i mandarini, togliendo la buccia perchè altrimenti rilascerebbe troppo gusto amaro. La buccia essendo anche questa bio-bio l'ho tagliata a strisce, fatta seccare e polverizzata per profumare qua e là. Appena riuscirò ad avere delle arance casalinghe mi cimenterò anche con quelle. Se non riesco a chiamare confettura le mie marmellate ho però imparato a gustarle con i formaggi e garantisco che tutte e tre sono ottime per questo scopo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • FOCACCIA con SALSICCIA dei MORTI

    Questa volta vi porto con me all'Osteria du Chicchinettu, a Varese Ligure dove ieri mattina, 2 novembre, ho rispettato la tradizione, strettamente locale, della Focaccia con la Salsiccia. E vi accompagno direttamente qui, perché l'usanza proprio questo dice: quando anticamente la Messa dei Morti si teneva alla mattina prestissimo, anche le cinque di mattina, all'uscita di chiesa si passava o dal forno del panettiere o dalle osterie per gustare questa focaccia ben calda, ancor più che farla in casa. Dove probabilmente non era rimasto nessuno a cucinare una colazione, visto la grande partecipazione di popolo, maschile e femminile che questo rito aveva. Una volta a Messa si andava digiuni dal giorno prima per poter prendere l'Eucarestia, quindi compiuto il proprio dovere religioso, serviva qualcosa di pronto e di caldo da mettere sotto i denti. Per quel che ho saputo la consuetudine si è consolidata nel dopoguerra, forse quando in seguito alla macellazione dei maiali avanzava un po' di pasta di salsiccia e un fornaio lungimirante inventò questa prelibatezza. L'esecuzione è quanto mai semplice. Una certa quantità di pasta lievitata, pasta da pane o da pizza, stessa sottilissima e sistemata nella teglia. Sopra con precisione ordinati fino a coprire completamente la superficie, altrettanto sottili pezzetti di salsiccia fresca, un altro strato di pasta stesa, chiusi i bordi intorno e infornata in forno caldo. Tagliata a quadri va mangiata caldissima con un bel bicchiere di vino bianco. Non è l'unica delizia che potete gustare all'Osteria du Chicchinettu, in piazza Mazzini a Varese Ligure. E se per la focaccia con le salsicce ho scritto, ahimè, in ritardo, sono ancora in tempo per domenica prossima ... in occasione della fiera di San Martino arrivate presto, e forse riuscirete ad accaparrarvi uno dei loro gustosissimi frisceu di baccalà con un bicchiere di vino novello, ancora stórbio. Quello che hanno di diverso, oltre al buon gusto, è che sono grandi e rotondi e soprattutto sono caldi e pronti e non hai fatto San Martino se non ne hai mangiato uno. Non posso scrivere la ricetta... non la so ... posso rimandarvi (qui>>>) alla mia che uso genericamente per tutte le frittelle. Ma tranquilli se non ce la fate per domenica prossima, c'è tempo tutti i martedì mattina, giorno di mercato, ma svelti, perché vanno a ruba... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • ESTATE TI CONSERVO -2- LA FRUTTA

    Qui, in questa campagna abbandonata, dove gli alberi da frutta sono praticamente lasciati a se stessi, la produzione è discontinua. Un anno quintali di mele, poi due o tre anni senza nemmeno una e così per pere, susine, ciliegie, ecc. In qualche momento storico non bene identificato queste zone furono invase da coltivazioni di prugne di varietà diverse che col tempo hanno dato origine a qualità miste difficili da definire con un nome. Prugne non susine, molti pensano che la susina sia da fresca e da secca diventi prugna, in verità sono due alberi distinti Prunus domestica la prugna e Prunus salicina la susina. Per distinguerle la prugna ha una forma più allungata, una buona conservabilità, facilmente si stacca l'osso. Le susine sono rotonde dal sapore più acidulo e più ricche di acqua. Quindi prugne per avere un'ottima marmellata e ... un'altrettanto ottima acquavite, grappa de brigne, come si chiama qua, e forse questo spiega l'invasione delle piante di prugna, visto che non è terra da uva ... Ovviamente la distillazione dalla macerazione delle prugne, avveniva nelle lunghe sere invernali, quando nevicava abbondantemente così da non essere scoperti, vista l'illegalità della cosa. Tant'è inutile negarlo ... una tradizione contadina, antica, diffusa e fuori legge, al giorno d'oggi caduta completamente in disuso visto che raccogliere le prugne per fare la grappa è lungo e faticoso, tanto più che i terreni non più coltivati danno una produzione discontinua. Non resta che farne marmellata, pardon ... confettura, e se andate qui>>> racconto come e perché si è arrivati a chiamare confettura quello che abbiamo sempre chiamato marmellata. Raccolte, lavate sommariamente, tagliata la base del picciolo, aperte e private dell'osso. Messe sul fuoco con poco zucchero fino a che non è possibile passarle. La mia formula è sempre la stessa, con la poca quantità uso l'estrattore, altrimenti anche per la marmellata uso il passapomodoro. Se non da fastidio la buccia è buonissima anche non passata, anzi... A ogni chilo di polpa ottenuta, pesata, aggiungo tra i 600 e gli 800gr di zucchero, se voglio che la marmellata duri senza problemi, con meno zucchero occorre pastorizzare i vasetti e non si può chiamare marmellata o confettura. A proposito perché si chiama marmellata? o perché si dice confettura? qui>> POUR MARIE MALADE Rimetto sul fuoco e faccio cuocere fino alla prova piattino, non molto, dipende dalla quantità, il tempo necessario perché la pectina incontrando lo zuccheri e gli acidi della frutta diventi un gelificante. Troppo si rischia di caramellizzare lo zucchero ottenendo una cosa che non ha l'odore o il sapore della frutta originale, poco di aver una conserva troppo liquida. Occorre tener presente che calda ha una consistenza diversa da quando poi raffredderà, quindi il vecchio sistema di un cucchiaino posato su un piattino e lasciato raffreddare, inclinato poi per controllare non scivola più. Questa marmellata è ottima per le Crostate o come si chiama qui la Torta in prigione e per i GOBELLETTI qui>> due dolci che contraddistinguono la zona di Varese Ligure. Quest'anno è stato un anno anche di mele, e dopo tanta confettura con troppo zucchero le mele mi piace metterle via in composta. Procedimento sempre uguale, mele lavate, tagliate a pezzi , conservando buccia e torsolo, dove c'è più pectina, ma non tutti i semini, qualcuno fa bene, tanti no, per la presenza di amigdalina. Messe sul fuoco ad ammorbidire e poi passate. Qui aggiungo pochissimo zucchero, quasi niente, invaso e pastorizzo. È in pratica una frutta cotta conservata, versatile, con la quale si può farcire una torta o anche aggiungere dove serve una mela cotta, aggiunta allo yogurt o anche aperta e mangiata con il cucchiaino così Tutto ciò può essere fatto anche con le pere. Per diversificare i modi di conservazione sia pere, che mele, che prugne, anche insieme, cotte in pochissima acqua, possono essere conservate in congelatore anche senza zucchero, in mono porzione. Perché l'inverno è lungo e un po' di frutta cotta nelle serate fredde è un piccolo conforto, specie ad una certa età. Pochi minuti in microonde ed è pronta, anche per essere mescolata a yogurt per colazione o merenda. Si parlava di uva, forse per i lunghi inverni, e estati corte e autunni precoci, o il terreno non adatto, l'uva qua non ha mai avuto vita facile, fatto sta che qui ogni casa aveva sì la sua piccola vigna e la terrazza con la sua "töpia" , il pergolato, ma quasi sempre di uva "merella", uva fragola, scura dolce e profumata, più rustica e resistente. Con questa ho imparato a fare negli anni una buonissima gelatina, con la moda di servirla con i formaggi ho pensato di abbinare in cottura il rosmarino . Una delle migliori cose che ho pensato, da brevettare, almeno per me e gli ospiti che l'hanno assaggiata. Una ricetta base la trovai anni fa sul web, non posso citare la fonte perché non so più chi la scrisse, ricordo era un uomo, ma non posso fare a meno di trascriverla passo passo come la salvai...: "Se volete scalare il Tavor, o attenuare gli effetti devastanti del cambio di stagione, dedicatevi alle conserve .... una gelatina ben fatta possiede impareggiabili qualità consolatorie... specie quella di uva fragola....si fa così: Procuratevi un pergolato di uva fragola. O una vicina con un pergolato di uva fragola che non mangia uva fragola e che si lamenta perché i chicchi si spetasciano sul tettuccio della panda gialla. -Se vuoi te la vendemmio io. -Grazie! -Prego. Con un panchettino, un insalatiera di plastica e un paio di forbici da ufficio tagliate i tralci d’uva cercando di recuperarne il più possibile dai capelli, dalle mutande e dalle ascelle, dove si sono andati a infilare cadendo. Raccoglietene tanta. Svuotando via via l’insalatiera nel lavello. Siccome in cucina la precisione è tutto, fermatevi quando ne avrete precisamente un mucchio. Ora, siccome l’uva fragola ha la spiacevole abitudine di maturare alla cacchio.... dovete selezionare i chicchi buoni da quelli acerbi e da quelli marci. Togliete anche ragni, vespe assassine e tutto ciò che non sia un bellissimo chicco. Ora mettete a bollire l’uva in un pentolone con pochissima acqua per una mezz’ora. Questo affinché la buccia rilasci il suo sapore e il suo colore. Passate il risultato in un passino da pomodori e pesate quello che avete ottenuto. Aggiungete un terzo del peso in zucchero e rimettete sul fuoco. Una volta preso il bollore tenete la fiamma bassa per un ora. Le ricette tradizionali per le gelatine non prevedono l’uso di addensanti. Semmai veniva aggiunta una mela cotogna, ricchissima di pectina. La gelatina ottenuta rimane piuttosto liquida e anch’io non voglio nulla che mi ricordi il Jell’O. Però è importante mantenere integro il sapore dell’uva fragola, che sa, strano a dirsi, di uva con un lungo retrogusto di fragola...." Non faccio precisamente così... ma quasi... 😅 Diversamente dal protagonista di questa storia io metto il risultato della cottura degli acini in un sacchetto che tengo appositamente per lo scopo, (basta una vecchia federa in cotone di una volta) e passo nel torchietto o strizzo con le mani, ottenendo un liquido scuro trasparente, aggiungo zucchero nella proporzione di 600gr. per chilo di succo. Faccio bollire piano dai venti ai quaranta minuti con attenzione che non bolla troppo e caramellizzi lo zucchero perdendo così il profumo e il gusto di frutta fresca. Negli ultimi dieci minuti aggiungo a bollire un bel rametto di rosmarino. Quest'anno ho fatto qualcosa di simile con l'uva merella bianca e a questa ho aggiunto la salvia. Davvero un gusto spettacolare. Ovviamente si può fare anche senza erbe aromatiche. E poi si può sempre pensare già ai regalini di Natale... E poi menzione d'onore alla frutta selvatica... dopo fragoline, lamponi, in attesa di bacche varie di biancospino e rosa canina... era il tempo delle more. Non c'è molto da dire, raccogliere, portare a casa e poi sempre lo stesso procedimento: senza lavare questa volta, togliendo eventuali rametti e foglioline, poi ammollate per poterle passare. In questo caso per togliere i tanti semini delle more occorre un passino fine e l'estrattore potrebbe bloccarsi. Anni fai acquistai questo utilissimo passin-colino che con quel rullo di legno schiaccia e il passino è sufficientemente fine per non lasciar passare i semi Sempre per una buona marmellata occorrono almeno 600gr. di zucchero a chilo di passata, la cottura fino alla prova piattino. Una certa parte la congelo a crudo, allargando le more in un vassoio, per poi insacchettare una volta congelate o imbarattolo al naturale con pochissimissimo zucchero e pastorizzo. ... era il tempo delle more ... il mese che ti amai ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • DOLCI GOBELLETTI 🍩

    Natale è vicino, si dovrà pensare a qualcosa. La prima cosa che preparo con largo anticipo sono i dolci, quelli di casa, di tradizione. E per primi quelli di pasta frolla, che conservati in una scatola di latta o contenitore con coperchio durano certo più di una settimana. In casa li abbiamo sempre preparati prima, fedeli alla regola che la pasta frolla si chiama così perché deve frollare per diventare morbida e mai l'ho mangiata prima di tre giorni quindi...procedo. Tra questi i Gobelletti o Cobelletti, dolci liguri, piccoli scrigni di pasta frolla con all'interno marmellata. La storia che so io dice che si chiamano così per la gobba che assume il coperchietto cuocendo in forno. Per confezionarli occorrono le particolari formine smerlate in lamiera che non andrebbero lavate mai. Ricette di pasta frolla ne ho imparate tante per usi diversi, ma resto fedele per questo uso alla tradizionale dell' 1-2-3, e cioè una parte di zucchero, due di burro, tre di farina. Per semplificare preparo sempre 300gr. di zucchero, 600gr. di burro e 900gr. di farina doppio zero. Fermo restando che si ottiene un'ottimo impasto anche senza uova (che dura anche di più non essendoci le uova), in questa dose metto tre tuorli. Il burro deve essere tirato fuori dal frigo qualche tempo prima, ma non morbidissimo. Da tempo uso il robot o la planetaria, con l'accortezza di mettere nell'ordine burro a tocchetti e zucchero, poi la farina, un pizzico di sale e per ultimi i tuorli. Se non voglio usare il robot, metto la farina a fontana con il burro a pezzetti e i tuorli e comincio ad impastare, il più velocemente possibile per non scaldare troppo l'impasto. Appena appena gli ingredienti stanno assieme, faccio una palla che metto in frigo per un'oretta. Dopo di che tiro fuori e preso un pezzo di impasto lo lavoro sul tavolo infarinato quel tanto che basta per tirare una sfoglia. Per avere la stessa altezza mi servo di due strisce di legno dell'altezza desiderata in questo caso circa tre millimetri. Taglio una porzione più larga della formina, la posiziono sopra a questa, senza imburrarla e premo con la punta delle dita per far prendere alla pasta la forma. Posiziono all'interno una piccola quantità di marmellata; troppa uscirebbe cuocendo. La tradizione vuole cotogna o albicocca, qui marmellata di prugne. Taglio un dischetto del diametro leggermente più piccolo della formina e per chiudere seguite bene il passaggio sotto e premo con forza il pollice verso l'esterno per far si che insieme chiudo ed elimino l'eccesso di pasta. Poso su una teglia e, quando sono tutti pronti, inforno nel forno caldo a 180°. Controllo la cottura di circa 15 minuti e, appena appena assumono un po' di colore sforno. A questo punto con l'aiuto di uno strofinaccio per non bruciarmi li rovescio sul tavolo uno a uno da caldi e il gobelletto verrà fuori facilmente nonostante la formina non sia stata imburrata. li sistemo nei pirottini e, appena raffreddati, in una scatola di latta o un contenitore chiuso. Domani faccio i canestrelli 👍. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • IL DADO E' TRATTO... dalle verdure dell'orto

    Con tutta la verdura dell'orto sarebbe stato impensabile per me non provare a conservarla in tutte le maniere e, dopo zuppe, minestre, passati, polpettoni e torte pronti in freezer, sottoli e sottaceti, resta da conservarle con il metodo più antico: il sale. A fine estate raccolgo le ultime verdure: carote, sedano, cipolla, aglio, porro, bietoline, zucca, qualche pomodorino, non devono mancare ma in definitiva metto tutto quello che trovo, anche una patata se non ho altro, ma non melanzane o cavoli. Aggiungo rosmarino, alloro, salvia, erba cipollina, maggiorana o quello che mi piace al momento. Nella versione ricca metto anche qualche pezzo di fungo secco, che in Liguria viene spesso usato come insaporitore. Lavati e tagliati a pezzi li metto in un comune robot da cucina e verso la fine aggiungo il sale fino, nella proporzione di almeno un terzo del peso delle verdure. Frullo ancora fino a ottenere una purea minuta, la stendo in uno strato sottilissimo su carta forno in una teglia e passo in forno a fuoco dolcissimo sui 150 gradi e lascio finché non è ben asciutto. Come sempre uso la stufa a legna con lo sportello aperto e lo lascio nel forno anche tutta la notte. Per la presenza importante di sale evito di appoggiare direttamente il composto sulla teglia di alluminio. Una volta sufficientemente secco, lo spezzetto, lo passo di nuovo al robot e, quando è diventato una polvere granulare, lo faccio asciugare ancora un po'. Se ho premura, dopo un' oretta di asciugatura in forno, lo metto nel microonde a 800 watt, ma sto attenta e procedo cinque minuti per volta per non bruciare tutto; per chi possiede l'essiccatore è tutto più facile. La polvere si conserva per un anno, in barattoli di vetro, fuori da frigo e congelatore. Ricordare al momento dell'uso di regolare il sale nella pietanza. Con due cucchiai si ottiene un mezzo litro di buon brodo vegetale. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze appassionanti. E se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • LASSANA O SENIE

    - Le modeste erbe dell'orto a più mali dan conforto​ - C'è ancora un'erba di cui voglio parlare, una di quelle poco conosciute, una di quelle che per anni ho visto raccogliere solo da mia madre. Oggi, agli incontri dell'Associazione (qui>>>) quando trovo qualcuno che la conosce e, gaudio, la chiama come me, Senie, esulto. È questo, direi il motivo principale che mi ha convinto a dare origine alla mia Associazione Erbando, scopo della quale è preservare nomi e modi tradizionali, non scientifici (per quello ci sono tanti altri) della raccolta delle erbe spontanee. Nonostante sia quasi dimenticato l'uso nel misto, il Prebuggiun(qui>>>), è un'erba comunissima, tanto il suo nome scientifico lo denota Lapsana communis, e quando è fiorita tutti la conoscono. Più difficile e da farci l'occhio, (l'oomía, come diceva mia nonna) quando è da raccogliere la rosetta basale. E qui conta molto l'esperienza, davvero il colpo d'occhio che si impara con la pratica e gli anni. Per il nome con il quale è chiamata qui in Liguria, Senie, che in genovese vuol dire cenere, mi sono fatta l'idea, provata dai fatti, che crescesse nei posti dell'orto dove casualmente buttavo la cenere, e infatti ho scoperto che comunque predilige terreno siliceo, anche se non disdegna quello calcareo, meglio umido, ma la prova ne è la fotografia sotto, dove è evidente il colore del terreno somigliante alla cenere. La rosetta basale assomiglia per la forma, a tante altre, se non fosse per la leggerezza delle foglie, e i particolari all'occhio accorto, che la distinguono da altre, un grande lobo terminale dentato con diversi lobi più piccoli sotto. La sua rosetta basale va aggiunta alla mescolanza di erbe che si raccoglie in primavera, nella misura giusta, perché il suo nome, Lapsana deriva forse dal greco: scarico, svuoto. Per questo le sono riconosciute proprietà evacuative importanti per l'intestino, senza provocare l'irritazione che tante altre sostanze contenute in famose tisane hanno. Non solo, un tempo era usata in cataplasma per aiutare a risolvere ingorghi di latte e per questo tanti la chiamano "erba delle mammelle". Nel momento della fioritura tutti la conoscono. Alta anche 80cm, con un ombrello di fiorellini gialli che si trasformano poi in piccoli piumini. Margini di strade, orti coltivati, boschi, ovunque. È questa l'occasione per ricordare come è importante per iniziare a identificare un'erba, andarla a cercare quando è fiorita, proprio perché facilmente riconoscibile, e tornare poi la primavera successiva con la certezza di trovarla e individuarla con più facilità. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

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