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  • NATALINI, I MACCHERONI DI NATALE IN LIGURIA

    maccheroni natalini del Pastificio Dasso Nö ghe raxön, ne scûsa; Coscì và faeto e s’ûsa, Pe antiga tradiziön. Minestra: ö natalizio Tipico maccarön, Chêutto c’ûn pö de sellao, Ne-o broddo de cappön. Questo ö lé de prammatica, Nö sae manco Natale, Se ûnn-a minestra uguale A fösse eliminâ. Niccolò Bacigalupo Ho già accennato qui >>>È Natale ... a questo formato particolare di pasta che non si trova fuori della Liguria. Si tratta essenzialmente di grosse penne lisce lunghe tagliate in sbieco, che ormai solo pochi pastifici fanno e di solito venduti come pasta secca in pacchi, nello scaffale della pasta appunto. La tradizione, che potrete leggere in tantissimi altri articoli sul web, li vuole cotti come primo piatto nel pranzo di Natale, che iniziava nel pomeriggio, in un brodo di sbira , la trippa, nel quale si era fatto cuocere, se si era ricchi, un cappone, della carne di manzo e delle palline di salsiccia. Più prosaicamente finivano nel brodo della Cima qui>>> che si sarebbe mangiata magari il giorno dopo. Verso Savona si aggiungeva del cardo e venivano chiamati " e gambe du bambin ". Le trippe nel caso erano prima cotte in umido, anche solo insaporite in un soffritto di cipolla, sedano e carota, sfumate con vino bianco e fatte ben cuocere prima di essere aggiunte al brodo. Qualcuno ricorda ancora chi li riempiva con un ripieno morbido fra quello dei ravioli e quello dei tortellini e usava un ferro da calza per riuscire a farlo scorrere. Aggiornamento Natale 2024: Ho provato a farli e la ricetta dei Natalini ripieni la trovate qui>>> Erano anche usati la sera della vigilia per la cena di magro semplicemente bolliti con una costa di sedano e conditi rigorosamente con semplice salsa di pomodoro. Nella mia infanzia i tentativi di mia madre di farceli apprezzare cadevano tutti nel vuoto, al di là del neppure supposto brodo di trippa, pure asciutti con il ragù non hanno mai incontrato il favore di nessuno in famiglia, e ogni anno ci toccava sorbire il predicozzo che "il bisnonno li ha sempre mangiati", bisnonno che aveva trascorso gran parte della sua vita in quel di Savona, l'altro quello del Maggiolo, beveva la tazza di brodo di trippa la mattina di Natale senza manco i maccheroni. Scivolavano ovunque, non raccoglievano il sugo, in brodo non ne parliamo, chi riusciva a tirarli su con il cucchiaio? Ovviamente vanno cotti interi. Il pacco anonimo di Maccheroni Lisci giaceva per mesi nella credenza fino a che non finiva alle galline. Ma c'era un motivo ... non avevamo ancora capito che esistono i Natalini del Pastificio Dasso di Lavagna , e per fortuna mia un' amica me li ha fatti conoscere! Roberta e Rossella Dasso insieme al padre li producono tutti gli anni nel periodo delle feste ed è una corsa per averli. Sono una pasta fresca di semola e acqua che nulla a che vedere con quella secca industriale. Buoni in brodo, eccezionali con il Tuccu qui>>> , cotti pochi minuti in abbondante acqua bollente, alla quale volendo sempre essere ligi alla tradizione, si aggiunge una costa di sedano e poi scolati e conditi. Chiederò alle sorelle Dasso, delle quali godo l'amicizia, quale è il motivo di questa capacità dei loro maccheroni di raccogliere il sugo o perché non scivolino dal cucchiaio, al di là del gusto che resta eccezionale anche solamente bolliti. Li ho cotti giusto ieri sera a una coppia di amici e non c'è stato nemmeno il tempo di chiederci come andavano mangiati, che nella fiammanghilla non ce ne sono rimasti. Saranno le materie prime di ottima qualità o forse l'acqua di Lavagna? o meglio la passione di Roberta e Rossella? Un giorno vi parlerò più a lungo di questo pastificio, ora devo scendere in riviera a fare provvista di Natalini ... altrimenti mi tocca aspettare l'anno prossimo. Auguri!! Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • NATALINI RIPIENI, ANTICA RICETTA LIGURE DEL NATALE

    Natalini ripieni Sottotitolo: Quando la pazzia ti prende. Già che i giorni precedenti il Natale non si ha niente da fare cosa mi è venuto in mente di provare? A riempire i maccheroni lunghi di Natale... un lavoretto da niente... Ricetta antica della quale poche notizie ho trovato in giro, nonostante molti ricordino che in casa qualcuno li faceva... la nonna, la zia... Ma se si facevano si possono sempre rifare. Supportata da Roberta e Rossella Dasso nelle mie pazzie, subito mi hanno messo a disposizione un vassoio di natalini con relativo sugo pronto per la prova. Natalini freschi appena usciti dalla macchina nel Pastificio Dasso - Lavagna Questa non è una ricetta di famiglia, ho un ricordo netto di mia madre in cucina che ci prova e poi esclama: - Nu ho miga amasòu nisciun - frase in dialetto per dire più o meno: -non ho mica ammazzato qualcuno da avere questa punizione- e non se ne fece niente. Quindi mai nemmeno mangiati. L'unica ricetta che ho trovato è stata quella sull'Antica Cuciniera Genovese. Per i ripieno come al solito, ci andrebbero animelle e schienali oltre a carne di vitella, più o meno le stesse cose del ripieno della Cima>>> , dei Ravioli>>> , dei Crocchini>>> , senza le verdure. antico metodo per riempire i natalini con un ferro da calza Servono necessariamente maccheroni lunghi freschi di pastificio, che non vanno cotti prima. Le problematiche iniziano quando devi infilare il ripieno, nella Cuciniera per compiere l'opera si consiglia di tagliarli a pezzi di 6-8 cm. Per quanto ho saputo veniva usato un ferro da calza per infilare il ripieno. Prima della ricetta vera e propria due constatazioni mie personali vista l'esperienza che mi sono fatta ieri sera. Se si vuole soffrire e infilare davvero il ripieno con un ferro da calza, il ripieno deve essere più sodo e può essere non finissimo, ma mettere in conto un tempo non indifferente per riempirli e forse la cosa può essere facilitata tagliandoli a metà. A un certo punto della serata mi sono chiesta ma perché non usare una sac a poche con il beccuccio quello lungo, da bignè? In questo caso però il ripieno deve essere finissimo, senza pezzetti di nessun tipo, proprio come una crema, altrimenti si tappa continuamente. pochi euro per il beccuccio lungo da farcire RICETTA PER IL RIPIENO Servono maccheroni freschi di pastificio non di pastificio industriale. In questa ricetta bisogna mettere qualcosa che sia o animelle o schienali o cervella, perché servono davvero come legante, e a fare un ripieno morbido abbastanza. Cosa che negli altri ripieni di solito cerco di evitare. Si deve tener conto che non si possono usare troppe uova perché i maccheroni potrebbero scoppiare, o troppo pane bagnato nel brodo per ammorbidire perché non saprebbero di niente. Ho messo cervella, non ho trovato ne schienali ne animelle in questo periodo non avendoli ordinati per tempo al macellaio, e carne di vitella passate nel burro con cipolla e una foglia di alloro, ma si può usare il prezzemolo, a me piace di più l'alloro. Per riempire una trentina di maccheroni ho usato fra una e l'altra circa 400gr. di carni, ho aggiunto un uovo intero e un rosso, due cucchiai di parmigiano, la mollica di un panino bagnata nel brodo e maggiorana tritata. Per il brodo del panino ho usato il brodo che metto via in congelatore, a cubetti, nei porta ghiaccio, così lo trovo pronto quando mi serve, altrimenti si può usare quello di dado, o anche quello fatto con il mio dado vegetale qui>>> Assaggio e regolo di sale. Con il beccuccio e sac a poche, il lavoro scorre abbastanza veloce, si deve stare attentissimi di non bucare con il beccuccio la pasta. Il ripieno una volta mescolato e fatta la prova suicidaria di riempirli con il ferro da calza, l'ho obbligatoriamente dovuto passare al frullatore e rendere finissimo. Si riesce così per tutta la lunghezza, senza riempirli completamente per impedire che il ripieno cuocendo li rompa. Li ho anche chiusi in cima e in fondo, i primi, poi... Vanno messi in teglia con un buon sugo di carne, questo fornitomi da Pastificio Dasso veramente eccezionale, allungato con il brodo, sempre perché la pasta deve cuocere, cosparsi di parmigiano. Ne ho fatto due file una sopra all'altra, di più mi sembrava si schiacciassero troppo, e infornati a 150-160 gradi. Fatti cuocere per una mezz'oretta e serviti caldi. primo strato di maccheroni ripieni pronti da infornare Erano le 23,30 quando li ho assaggiati e nonostante io abbia delle remore nei confronti dei ripieni troppo lisci e omogenei, sono rimasta piacevolmente stupita. Non si corra nell'errore di considerarli uguali a altre paste ripiene, tipo tortellini o ravioli, anche se gli ingredienti sono gli stessi, perché ogni forma, ogni cottura rendono il piatto diverso. È un piatto ricco, nutriente, saziante, una porzione basta davvero. Forse non serve davvero riempirli lunghi e il consiglio della Cuciniera di tagliarli a metà non è così assurdo anche perché è più facile metterli in teglia e poi comunque si tagliano per metterli nel piatto. Tant'è a me è piaciuto farli lunghi. cotti È una tradizione, come tante altre, che i marinai genovesi hanno portato in giro oppure riportato in patria. Gli ziti napoletani sono più o meno la stessa cosa, maccheroni lunghi lisci venduti in pacchi di pasta industriale, forse gli ziti non sono tagliati in sbieco in cima e in fondo, ma poi ci sono i mostaccioli ecc. ec.., Esiste una versione di Ziti alla Genovese, la famosa cottura di carne con tante cipolle, mentre quelli ripieni credo lo siano di un misto di formaggi e vanno bolliti prima e messi al forno coperti di besciamella. Dopo questa esperienza ho comunque capito immediatamente perché sono stati inventati i cannelloni, sono certa che una qualche cuoca nel farli ha pensato proprio come mia madre. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • DEL PEPE ROSA

    bacche di Schinus, comunemente conosciuto come pepe rosa È Natale e va di moda il rosso e quindi per decorare i piatti, chicchi di melograno e pepe rosa sono di gran uso e moda. Giusto ieri ho comperato un vasetto di pepe rosa e mi è sovvenuto di pensare: ma quanti sanno che non è pepe? Per una botta di... fortuna anche questa è una cosa che ho imparato da bambina piccola piccola, quando la nonna andava a passare le calde serate estive dopo cena, al fresco di Piazza Roma a Chiavari e mi portava con sé. Quale era l'albero preferito sotto al quale sedersi? Il grande albero di pepe rosa che è ancora lì. Lì c'erano le amiche ad aspettarla, io non avevo ancora la bicicletta e tentavo di andare a dondolarmi sulle catene intorno al maestoso monumento ai caduti. Dopo la partita a biliardo al Bar Roma, ci raggiungeva il nonno, che la prima guerra l'aveva fatta, assolutamente non voleva che mi dondolassi, per insegnarmi il rispetto a chi il monumento rappresentava, e così per distrarmi, mi spiegava gli alberi della piazza, contentissimo di potermi far notare quello del pepe rosa, non così comune. Spesso, quando da adulta dicevo che in piazza a Chiavari c'era un albero di pepe mi guardavano tutti come fossi scema, fino a che il pepe rosa non è venuto di moda mangiarlo anche qui. Quando le cose te le insegnano a cinque sei anni difficilmente le dimentichi, e a quell'albero ci sono affezionata ancora oggi e passo a salutarlo anche se la piazza è terribilmente cambiata e non so quanti si accorgono del monumento ai caduti. Sotto a quell'albero, su quella panchina, intorno ai sei anni, un'amica di nonna mi insegnò a fare l'uncinetto. uno dei due alberi di Schinus molle e la panchina in Piazza Roma a Chiavari Mi premeva parlarne perché l'ho sempre avuto per casa e proprio perché lo conosco da tanto, da tanto so come va usato. Non è vero pepe, il genere di piante si chiama Schinus , ne esistono tante varietà, provengono quasi tutte dal Sudamerica, anche se qualcuna si adatta al nostro clima, ed è usata per parchi e giardini. Quando ero in Puglia un'amica ne aveva un grosso albero da casa, pieno di bacche dal profumo meraviglioso che riuscivano a maturare e le raccoglievo lì. La pianta, alta, ricorda vagamente il salice, ma tutte le parti sono intensamente profumate. Le bacche crescono a grappoli e sono rosse . Schinus molle - foto dal web - È sì usato nell'alimentazione di tutto il mondo, ma non è scevro da controindicazioni. Molte più di quelle del pepe vero. La Food and Drugs Administration non ha dato l'ok per "uso di sicurezza alimentare certo" e lo sconsiglia specie in caso di gravidanza, di alimenti per bambini, disturbi dello stomaco e dell'intestino, nonostante la piccola quantità che se ne può usare, ma il grado tossicità varia da specie a specie, per esempio io ho acquistato il Schinus terebinthifolia, il pepe rosa brasiliano, una delle varietà che darebbe più fastidi se ingerito nella quantità che può far male, che è soggettiva, nei bambini per esempio può provocare vomito e diarrea anche una piccola quantità. Usato dicevo, nella cucina di tutto il mondo, è un eccellente insaporitore, per il suo gusto piccante anche se diverso da quello del pepe, nelle marinature del pesce, dei formaggi, nella cottura di carni e pollo, ma a me è stato consigliato di usarlo solo intero e evitare di macinarlo, anche perché tritato poi non sai quanto ne vai a mangiare davvero. Quindi anche se ora va di moda tutto, perché nessuno approfondisce più nessuna informazione, direi che sarebbe meglio evitare di macinarlo insieme a formaggi, salse, ecc. visto che gusto e profumo rimangono anche con la bacca intera, ed è molto decorativa, e poi può essere lasciata nel piatto. Non a caso non si trova già macinato in vendita, o almeno io non l'ho mai visto. Così come è da evitare una lunga cottura, meglio aggiunto all'ultimo minuto in scaloppine di pollo o a un filetto, o al pesce. Molti decantano anche proprietà fitoterapiche, ma la quantità che si dovrebbe usare avrebbe poi troppe controindicazioni, più certe dei benefici. Non si va oltre la disinfezione di ferite per la presenza di antimicrobici. Pepe del Sichuan Un altra confusione deriva dal fatto che tanti lo identificano con il pepe del Sichuan, che è un'altra pianta ancora, Zanthoxylum piperitum, questa proveniente dall'Asia, del quale si usano solo le bucce dei semi a maturazione. Questo si trova anche già macinato e viene messo insieme al peperoncino, che ne esalta il sapore e difficilmente esiste un piatto tradizionale cinese dove non viene usato. Non che anche questo non potrebbe dare qualche problema, ma lo stesso intorpidimento in bocca che procura la piccola quantità che se ne usa, ne impedisce l'abuso. Diverso è l'approccio a livello mondiale al pepe, importato dall'India, dove è usato dalla preistoria, conosciuto nell'antico Egitto, in Grecia e dai Romani. Indubbie le sue proprietà legate alla digestione, alla sua capacità di far assorbire i nutrienti contenuti nel cibo, per la sua capacità di esaltare il sapore. Anche se per certe patologie sarebbe meglio evitare per l'azione che può essere irritante. Ma ne scriverò un'altra volta e anche del perché il pepe è nero, verde o bianco. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • CIPOLLINE IN AGRODOLCE

    Cipolline borettane in agrodolce pronte da mettere via Cipolline in agrodolce ma anche caramellate, insomma le cipolline borettane stanno bene ovunque e comunque. Per borettane si intende quelle piccole e schiacciate, che prendono il nome dalla località di Boretto, in provincia di Reggio Emilia, che una volta ne aveva quasi l'esclusività di coltivazione, ora invece si coltivano in diversi luoghi. Curiosità: Boretto è uno dei paesi della Bassa dove sono state girate alcune scene dei famosi film di Don Camillo e Peppone. Ho deciso di scrivere un post velocissimo perché mi sembra che l'uso di queste graziose cipolline sia caduto nell'oblio, forse perché è difficile trovarle da sbucciare, ma sempre più spesso in vassoietti già sbucciate a un prezzo quintuplicato. L'altro giorno ne avevo giusto in mano uno ma l'ho velocemente posato quando ho visto il prezzo, d'altra parte c'è un lavoro da tenere in conto, quello della sbucciatura, che potrebbe non sembrare così facile e veloce come invece è. Sono partita alla ricerca di quelle con la buccia ma sembrava quasi impossibile trovarle e quando l'ho trovate il costo era un terzo di quelle già sbucciate. Cipolline borettane Orto Torri da Piacenza Sono molto versatili e messe in agrodolce sono buone con gli aperitivi, gli antipasti e verranno bene in queste festività. Cotte, per esempio caramellate, glassate, in agrodolce, saranno un contorno perfetto per molti secondi di carne oltre ad avere un effetto positivo sul nostro organismo. Sono sicuramente più facili da digerire di altri tipi di cipolle. Vediamo allora come si sbucciano con facilità. Basta mettere al fuoco una pentola d'acqua e quando bolle buttare le cipolline, aspettare che riprenda il bollore, spegnere. Spostarsi su un canovaccio, scolare poche per volta e in un attimo si sbucciano. Si parte tagliando la radice e si sfila subito con facilità, senza timore che facciano piangere. Per due confezioni in retina da 0,500gr, cioè in tutto un chilo, al prezzo di € 1,29 ciascuna, non ho impiegato più di 10 minuti. Già pulite nel vassoietto avrei speso più di 10 €. Come è successo per altre cose già pulite, già cotte, che a volte possono venir bene, forse occorre ricominciare a trovare il tempo per farle, soprattutto se ne abbiamo bisogno in quantità più rilevanti. Per farle in agrodolce da conservare, la ricetta è sempre la stessa della mia giardiniera delicata>>> e per me è il modo come le gusto di più. Nel caso ne ho tolte poche dal peso totale per cuocerle caramellate di contorno oggi solo per me, e per quelle rimaste ho usato 300gr. di aceto, 30 gr. di olio evo, 30gr. di sale, 30gr. di zucchero una foglia di alloro, tre grani di pepe, due chiodi di garofano. Si porta a bollore e si mettono le cipolline sbucciate e lavate. Si lascia cuocere qualche minuto, non tanto, quanto basta perché rimangano al dente. Si tolgono con la schiumarola e si mettono su un canovaccio perché non continuino a cuocere e quando è tutto freddo si invasettano coprendole con il liquido di cottura e e si chiudono. Per quanto mi riguarda le faccio spesso, perché quando ci sono le facciamo fuori velocemente, come si vede nella foto, nemmeno il tempo di metterle nel barattolo che le stiamo già mangiando tutte. Se se ne fanno tante, se si vogliono tenere per tanto tempo, mesi intendo, dopo averli riempiti si possono pastorizzare i barattoli, così per essere più che sicuri che non vadano da male. Sempre il solito modo venti minuti da quando bolle l'acqua che li deve coprire. Info a questo altro post, https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/07/27/pesche-sciroppate-e-divagazioni-sulla-conservazione-domestica Si possono anche cuocere in solo aceto e poi allo stesso modo, scolarle far raffreddare e sistemare con l'aceto nel quale si sono cotte. Quando si consumano si condiscono con olio e erbette, tipo timo o origano. Si aspetta che siano fredde perché invasettate calde continuerebbero a cuocere e diventerebbero molli. cipolline caramellate Nella foto sopra la mia porzione di cipolline caramellate, glassate, oppure come si vogliono chiamare anche queste stufate in agrodolce. Si mette olio, uno spicchio d'aglio schiacciato, si fanno rosolare per benino qualche minuto, girandole, poi si aggiunge il sale, l'aceto, e lo zucchero, si copre, si lascia cuocere e in ultimo si toglie il coperchio per ottenere l'effetto caramellato Difficile dare delle quantità in questo caso, un cucchiaio di zucchero può essere abbastanza per 3 etti di cipolline e così un cucchiaio di aceto. La ricetta è suscettibile di variazioni infinite. In agrodolce a me piace di più con l'olio, se si omette l'aceto e si glassano solo con lo zucchero, si possono passare nel burro, si può usare zucchero di canna. Si può mettere una foglia di alloro o alla fine un po' di timo. Si possono aggiungere all'ultimo minuto nella teglia dove sta cuocendo l'arrosto e così via. In qualsiasi modo abbia fatto sono sempre deliziose e si sposano bene con tanti secondi. Se si prende a cuore la pulitura e si esagera comperandone una confezione grande, una volta pulite possono essere messe in congelatore pronte per essere usate, così come si possono congelare già cotte. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • LA FELCE DOLCE O FALSO RECANISSO

    vecchio muro ricoperto di Polypodium Qualche giorno fa mi si chiedeva del Recanisso in Liguria. Io non l'ho mai incontrato come pianta dal vero, forse una volta c'era anche in Liguria, perché allo stato spontaneo viene segnalata un po' in tutte le regioni italiane, meno Liguria e Piemonte. Cosa si identifica con questa parola dialettale? La radice essiccata di liquirizia, che veniva tenuta in bocca e succhiata da vecchi e bambini per approfittare delle innumerevoli proprietà di questa pianta. Ne ho sempre uno in borsa, comperato sui banchetti alle fiere, che sfilacciato in punta può servire da spazzolino da denti di emergenza. Tra le altre doti la liquirizia è utilissima nell'igiene orale, combatte l'accumulo di batteri. bastoncino di recanisso, radice di liquirizia Questo post non è però su questa pianta. Sui monti, dove i soldi erano meno e anche per comperare un bastoncino di liquirizia si potevano incontrare delle difficoltà era più facile ed economico usare la radice di una felce, il Polypodium vulgare, comunissimo ovunque ci sia un muro umido e all'ombra, vicino o sopra qualche pianta di quercia, castagno o simili. Una delle felci più comuni, lo denota la parola vulgaris per definire la specie, presente praticamente ovunque fino a oltre 2500mt. Felce dolce Come tutte le felci, non fa fiori, (ricordo che chi riesce a vedere una felce fiorire avrà in dono il potere dell'invisibilità, >>>Di Felci e di Magia ,) ma si riproducono tramite le spore che escono dagli sporangi arrivati a maturazione, situati nella pagina inferiore della foglia. pagina inferiore di foglia di felce con sporangi raggruppati in sori Anche la radice di questa felce contiene un piccolo quantitativo di glicirrizina, insieme ad altri componenti che ne fanno un alleato in caso di tosse, catarro, così come la liquirizia, agisce sul tratto gastrointestinale come lassativo e vermifugo, in misura minore e con la raccomandazione di non abusarne. D'altronde anche la liquirizia, nonostante le incredibili proprietà, alza la pressione. Radice di Polypodium Nella foto sopra si intuisce che "poly-podium" probabilmente ha origine dalle molte radichette che partono dal rizoma principale, e nella foto le avevo già ripulite un po', specie dalla terra. È proprio in questo periodo, prima dei freddi più pungenti, che la radice raccoglie all'interno, le sostanze zuccherine che le serviranno per sopravvivere all'inverno e rispuntare in primavera ed è ora che si può sentire di più il caratteristico sapore di bosco e un certo retrogusto di liquirizia. Così raccolta e ben pulita, può essere usata anche a fine pasto per stimolare la bile, o essiccata e ridotta in polvere per usarla in tisana come espettorante. Sempre con la dovuta misura che si deve ad una pianta della quale abbiamo perso l'uso quotidiano che potrebbe sfociare nell'abuso senza riflettere. La glicirrizina è pur sempre una saponina ed è a quello che si deve l'azione sul catarro e la tosse e anche sull'intestino. radice di felce pulita Se si vogliono stupire gli ospiti, dopo le abbondanti libagioni si può sempre offrire un bastoncino pulito di radice di "liquirizia di monte", che non va mangiato, ma semplicemente, tenuto in bocca, succhiato, come facevano bambini e adulti di una volta a mo' di sigaro. Anche questa è una delle tante cose che mi ha insegnato mia madre, anche se io la guardavo sospettosa e oggi ho raccolto la felce delle foto dallo stesso posto dove lei forse più di 50 anni fa mi raccontava del suo finto recanisso. La foglia di Polypodium si presta bene all'essiccazione per essere poi usata in composizioni di quadretti o fresca per essere stampata sulla stoffa sia in ecoprint con cottura che con il metodo del martello. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • STOCHEFÌSCE ACOMODÒU, LO STOCCAFISSO ACCOMODATO

    Stoccafisso accomodato alla marinaresca , così si chiamava in casa. Quanti chili ne ha cucinato mia madre per i suoi sempre numerosi ospiti non saprei dirlo, so che con questa ricetta è riuscita a far mangiare lo stocco anche ai miei figli. Mi ci sono cimentata oggi, a memoria, perché il suo non lo mangeremo più e ho avuto un risultato somigliante, non posso dire uguale. Sullo stoccafisso, in due parole, è un merluzzo, pescato nei Mari del Nord, viene seccato, nel periodo da febbraio a giugno, all'aria fredda, che ne previene contaminazioni batteriche, una pratica antichissima. Il migliore, detto ragno, viene dalle isole Lofoten. Due terzi della produzione è consumato in Italia. Un chilo di secco equivale a cinque chili di pesce fresco. È un alimento che, secco, può vantare fino a cinque anni di scadenza e può essere cucinato solo dopo una opportuna reidratazione. Ricordo mio padre, che dopo aver tolto la vescichetta natatoria, il budello, (conviene farla rinvenire a parte, in acqua, se si è un appassionato), con un mazzuolo di legno batteva a lungo il pesce, lo divideva a metà con una sega e lo metteva in un filo d'acqua corrente per almeno 48 ore, perché come dice un mio amico "sta più tempo in acqua da morto che da vivo". Avuto il mio bel pezzo di stochefisce , ho preparato la mia vecchia amata pentola di terracotta con olio evo abbondante (lo stocco vive nell'acqua e muore nell'olio) con due spicchi di aglio e pinoli e rosolo un po', mentre metto un pugno di funghi secchi , che ho trovato l'anno scorso, a bagno e preparo un trito di carota-sedano-cipolla. Aggiungo olive taggiasche, le mie, capperi messi sotto sale da me, un acciuga salata , sempre mia, diliscata, il trito, i funghi secchi e per ultimo i pezzi di stocco, possibilmente privati della lisca. dopo opportuna rosolatura sfumo con vino bianco fatto scaldare prima Aggiungo la mia passata dei miei pomodori, poca, quel tanto da colorare un po', e la punta di un cucchiaio di concentrato . Non mi resta che cuocere su fuoco bassissimo, nel mio caso in un angolo della stufa a legna, a parpelâ, (sobbollire) aggiungendo l'acqua filtrata dei funghi e sorvegliando attentamente la cottura. Per tanto, tanto, tanto. Tipo un tre ore, anche quattro. Un'oretta, quaranta minuti prima di portarlo in tavola aggiungo le patate , quelle da stufato, che non si disfano, a pezzi grossi Durante la cottura, con attenzione, tolgo le spine che riesco a vedere, e controllo il sale perché fra capperi, acciuga, olive in salamoia ho sempre paura di esagerare. Il pesce si sfalda, i sapori si mischiano, il profumo inonda la casa e mio figlio commenta: - Forse assomiglia a quello della nonna - Vi lascio con la mia favola sullo stoccafisso, fa parte di una collezione di ricette in favola scritte da me, e che potete ascoltare qui: Ricette Infavolate L’AMMIRAGLIO STOCCO L’Ammiraglio Stocco, un brutto carattere, come lui nessuno. Le lunghe permanenza al pallido sole e al vento gelido del nord lo avevano reso duro e inflessibile con tutti, non gli scappava una risata neanche con l’amico Baccalà, che da salato quale era avrebbe voluto sempre andare a bere assieme. Inoltre, diciamolo pure, puzzava anche un po’, non era facile stargli vicino e avere la possibilità di scoprire se e dove aveva delle qualità. A volte passavano fino a cinque anni prima che qualcuno gli rivolgesse la parola ma quasi sempre la conversazione iniziava con una lite, si arrivava alle legnate e doveva essere preso a botte prima di cedere. Intontito trascorreva a bagno in acqua fresca corrente cinque o sei giorni prima di lasciarsi cucinare per benino e accettare allora di buon grado la compagnia delle patate o delle fagiolane che inondandolo di prezioso olio ligure lo guarivano dalle ferite e anche dal carattere ostico per la gioia dei nostri palati. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti . Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • DELL' EPIFÀNÎA, DELLA GIANCA LAZÀGNA E DELLA NOSTRA PASQUÊTA

    Viene viene la Befana vien dai monti a notte fonda. Come è stanca! La circonda neve, gelo e tramontana. Viene viene la Befana. Ha le mani al petto in croce, e la neve è il suo mantello ed il gelo il suo pannello ed il vento la sua voce. G.Pascoli " Epifagna gianca lazagna ", così si diceva un tempo in Liguria, alludendo alla tradizione di mettere in tavola i sottili quadrati di pasta fatta con sola farina e acqua, bianchi appunto, come era consueto allora senza uova, e mai mai per questo giorno, conditi con salsa di pomodoro o ragù. Da piccola mi era stata data la spiegazione che giusto nei giorni della Befana era normale ci fosse la neve, distesa proprio come una bianca lasagna e così anche in tavola si ricordava la neve, chissà se è vero o se se lo erano inventati lì per lì per me. Vero è che se non nevica prima, quasi certamente nevica per i primi di Gennaio, quest'anno non ci siamo fatti mancare nulla, è cominciato molto prima e oggi per esempio non ha mai smesso. Resta poi il fatto che la lasagna è il primo formato di pasta che si ricordi, già in tempo greco romano si cuocevano quadrati di pasta assottigliata, anche se non propriamente di farina bianca come si usa adesso. Presenti in tutte le cucine d'Italia, assumono diversi nomi e sono diversamente proposte, anche se mi ci sono voluti anni per capire che i vincisgrassi marchigiani non sono altro che lasagne riccamente condite. In Liguria le lasagne sono i mandìlli de sæa, ovvero "fazzoletti di seta", la sfoglia è tirata talmente sottile e tagliata in quadrati, da incuriosire alla metà del '700 i veneziani, che ne chiesero conto su come si facessero ai maestri lasagnari genovesi, già nominati intorno alla fine del 1200 perché imbarcati sulle galee affinché rifornissero di pasta l'equipaggio. D'altra parte i Genovesi, arrivati in Cina prima di Marco Polo, gestivano il commercio del grano nel Mediterraneo, e proprio in Liguria per la mancanza di un entroterra atto a grandi coltivazioni, il particolare clima, le nozioni sulla conservazione carpite ai Mongoli, fu favorita l'apertura dei primi pastifici nel ponente ligure. Famoso il primo scritto dove si nomina la pasta, atto del 1279 del notaio genovese Ugolino Scarpa che nel testamento di tal Ponzio Bastone cita "una bariscella plena di macaronis". Tornando ai nostri mandilli da fare assolutamente il giorno dell'Epifania, ho già scritto e illustrato diverse volte come a prendere farina e acqua per fare la pasta ci voglia più a scriverlo che a farlo. Tradizione vuole senza uova, al massimo un uovo ogni tre etti di farina, vuoi tutta 00 o metà farina 00 e metà di grano duro con l'acqua necessaria, poca per volta, per impastare. Si lascia riposare una mezz'oretta coperta prima di stendere. Se non si riesce a tirare la pasta con il "cannello", il matterello, per fare i mandilli è lecito usare la macchina Tagliati in grossi quadrati, vengono cotti in acqua pochi minuti e conditi così senza il passaggio in forno, spesso con il pesto, ma anche con salsa di noci o un sugo bianco di funghi. Anzi se proprio proprio si volesse ottemperare la tradizione andrebbero cotti nel brodo. Niente besciamella quindi e niente strati cotti in forno, tutte le trasformazioni sono di epoca moderna. Con gli anni dai mandilli bolliti si è arrivati alle lasagne al pesto cotte in forno con la besciamella. Le faccio anche io, ma solo una o due volte all'anno, perché non è consigliato cuocere il basilico e nessun buongustaio mangerebbe mai il pesto cotto. Come si vede dalla foto il pesto usato tra uno strato e l'altro è molto diluito. Per renderle del tutto liguri alterno negli strati di pasta tra la besciamella e il pesto anche fagiolini spezzettati e fette di patate sbollentati, ma di certo non è un piatto invernale. Reso omaggio alla tradizione della " gianca lazagna ", il secondo prevederebbe pesce, ma semplicemente bollito e se oggi il Cappon Magro si serve a Natale è invece la giornata dell'Epifania il momento che si metteva in tavola una volta. ( qui>>> la ricetta ). Ultimo ricordo del tempo che fu, nel pomeriggio si andava in visita ai parenti e si portavano gli Anicini. Qui come farli >>>ANICINI E ANICE così anche per capire un po' la differenza tra semi di anice e semi di finocchio. Nel titolo del post ho citato la Pasquêta , perché è così che i Genovesi chiamano l'Epifania, in molti altri paesi e non solo italiani viene usata la parola Pasqua indicando una festa importante cristiana dove Gesù si è manifestato e quindi Pasqua di Natale, Pasqua delle Rose (la Pentecoste) e Pasqua di Resurrezione. Di contro l'Epifania, giornata che celebra la manifestazione ufficiale di Gesù al mondo con la presenza dei Magi è Pasqua di Luce, e per noi Pasquetta, che niente a che vedere con il Lunedì dell'Angelo. Ma nel povero mondo agricolo di una volta è molto di più, è la notte magica dove gli animali nelle stalle parlano fra di loro di chi li accudisce, cosi che il contadino previdente la sera della dodicesima notte dopo il Santo Natale provvede a loro con particolare cura, abbondando in cibo e pastura, perché parlino bene di lui. Male ne insorge a chi per caso dovesse riuscire ad udire queste particolari conversazioni. La notte di Befania nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla Molti gli usi e le credenze che si riferivano alle ragazze da marito: tra l'interpretazione dello scoppiettio delle foglie di ulivo gettate nel fuoco, ai bigliettini con il nome dell'amato, o degli amati!!!, arrotolati e posti vicino al camino perché si srotolassero con il calore e il mattino del 6 il più srotolato di tutti, a rivelare chi sarebbe diventato lo sposo, ma attenzione uno doveva essere vuoto, cioè bianco senza scritto e se si apriva proprio quello ... erano pianti. Per mio conto, nella mia lontana gioventù, una volta sola ho rischiato la sorte e visto come è andata mai più mai più, ho sfidato il destino. Per una curiosa usanza la mattina dell'Epifania, qui, le ragazze da marito si ponevano in cima alla scala e lanciavano la ciabatta destra e a secondo come rimaneva si interpretava una possibile data di matrimonio, se bella diritta con la punta in avanti ti sposi entro l'anno, se storta chissà forse ti fidanzi, se indietro con la punta verso la scala niente da fare. Ciò che racconto è pura verità, ero la più grande di età quel mattino del 6 gennaio 1975 e insieme ad altre tre gettammo la ciabatta. Solo la mia rimase lontana e perfettamente diritta davanti a noi, le altre sparse sulla neve in maniera disordinata. Scettica, mi girai verso coloro che mi avevano quasi costretta al cerimoniale, tutto mi interessava meno che il matrimonio, e le apostrofai con le suddette memorabili parole: - Lo vedete che siete sceme? Secondo voi dovrei sposarmi entro l'anno e manco ancora lo conosco?- Mi sono sposata il 25 maggio dello stesso anno, ecco. Pe Pasquêta in' oêta .. Ancora due parole sulla Befana. La parola una storpiatura di Epifania, il personaggio da ricercarsi nell'antichità, tra riti celtici e romani rappresentanti figure femminili che volavano di notte sui campi, proprio nei primi giorni quando si intravedeva la luce del giorno allungarsi (A Pasquetta un'oretta, vuol proprio dire un'ora di luce in più) e con questi voli propiziare buoni raccolti e di qui l'usanza dei doni. Attenzione però, praticamente tutte le raffigurazioni della Befana sono completamente sbagliate. La Befana non è una strega e non appartiene al mondo della stregoneria e la si distingue essenzialmente da due cose. Innanzitutto è sempre vecchia e grassottella, poco affascinante diciamo, non ha mai il cappello a punta, ma un fazzoletto legato sotto la gola, un grande grembiale allacciato, e importantissimo cavalca sì la scopa, ma non come le streghe con la punta del manico in avanti e la scopa dietro, ma al contrario, tiene sempre la scopa in alto, e lasciatevelo dire da una che queste cose le sa, è un peccato che si siano dimenticati questi particolari e si faccia una grande confusione. E poi è venuto il momento di dirlo: non è la moglie di Babbo Natale, ma proprio non esiste nemmeno un pettegolezzo sui due, si ignorano a vicenda. foto dal web In questa campagna erano sconosciuti Gesù Bambino e Babbo Natale, ma credo proprio perché mondo legato all'agricoltura e al raccolto, i doni li portava solo la Befana, anche se nient'altro che qualche mandarino, qualche mandorla, forse caramelle, il torrone che spesso non si mangiava prima del 6 gennaio e non nella calza, ma nello scarpone messo fuori alla finestra. Immancabili le grosse monete di cioccolato ricoperte di carta dorata. Quanto eravamo ricchi! Ricordo con piacere come tutto il paese partecipasse all'evento e di comune silenzioso accordo durante la giornata del 5 venivano interrogati dagli adulti in presenza dei bambini, coloro che tornavano da fare legna, o da caccia per chiedere se per caso l'avevano vista sui monti o al passo, e che spesso la risposta era:- Sì, sì l'ho intravista da lontano, sta arrivando, era giusto giusto dalla Cappelletta.- A sera tarda poi, qualcuno si travestiva e girava di casa in casa portando un sacco coi doni, tra lo stupore e a volte anche un malcelato terrore dei bambini che non riuscivano a spiccicar parola, e le risate trattenute perché la Befana parlava in dialetti sconosciuti, che spesso ricordavano il parmigiano. Ebbene sì, due volte l'ho fatta anche io. Infine il carbone, per chi non è stato proprio buono ... Inutile stare qui a ripetere per l'ennesima volta la ricetta del carbone dolce, facilissimo da fare in casa. Quest'anno non lo preparerò, d'altra parte siamo stati o meglio state, buonissime io e la gatta, ma se qualcuno vuole cimentarsi in pochi minuti si fa, ed è anche divertente vederlo gonfiare. Lascio il link a uno dei video più dettagliati e comprensivi. Se non si hanno i coloranti, in altri tempi lo coloravo con le pastiglie di carbone comperate in farmacia. https://www.youtube.com/watch?v=8HJgdAb6yjo&ab_channel=Ateliercucina Scusate è davvero tardi, devo darmi da fare, anche se la mia trasformazione da strega a Befana è un attimo: basta girar la scopa. Vado. “L’Epifania tutte le feste se le porta via” Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • IL PUNGITOPO

    Senza pensarci, giorni fa, nei pressi di una strada che frequento per tornare a casa da sempre, mi sono imbattuta in un bosco di pungitopo. Avevano attirato la mia attenzione delle piante di Asparago, volevo vedere se il tempo matto di questo autunno particolare aveva anche qui anticipato la produzione dei turioni come in altre parti. Non sono luoghi che frequento abitualmente a piedi perché lontani da casa, oltre il passo, a circa 400 mt sul versante del mare e molto scoscesi e quasi impraticabili. In tanti anni non avevo mai notato il pungitopo e mai comunque ne ho visto un'abbondanza simile. Qui è più difficile incontrarlo, ne conosco poche piante in un terreno. Il nome scientifico Ruscus aculeatus , potrebbe derivare dal greco becco, rostro per via delle spine, invece c'è chi sostiene derivi da rusticus e avrebbe dato origine all'altro appellativo volgare con il quale è conosciuto: Brusco , nome di molte località dell'Appennino ligure e vicini, dove il Pungitopo era ed è presente in quantità, e al conseguente uso del frequente cognome Brusco, Bruschi, per chi veniva da questi luoghi. Nel raggio di 40 km qui ci sono almeno due località con il nome Bruschi e facilmente si ha fra le conoscenze qualcuno che si chiama così. Questa pianta deve il suo nome volgare più conosciuto, Pungitopo , proprio all'uso che ne facevano i contadini di proteggere dai topi, con mazzi e corone, i viveri, salame, formaggio e anche il granoturco appeso, per via degli aculei alla fine di quelle che si credono foglie. In realtà le sue non sono foglie, le sue foglie son quasi inesistenti, sono parti di fusto appiattito che compiono la funzione clorofilliana al posto di queste, e che i botanici chiamano cladodi . Un altro uso conosciutissimo e veramente efficace è la pulizia dei camini a fine inverno. Un mazzo su una lunga asta serve egregiamente allo scopo, tanto da essere conosciuta come la pianta degli spazzacamini e in generale per fare scope rustiche e resistenti. Se a questi usi si aggiunge quelli commestibili, quelli curativi e pure quelli decorativi, si comprende come negli anni la pianta è diventata protetta su tutto il territorio nazionale e in ogni regione con direttive speciali. Per quanto riguarda la Liguria, mi sembra di capire che si possano raccogliere " 5 rami al giorno a persona, ivi compreso il proprietario del fondo" ( L.R. 9/1984 e L.R. 28/2009). Esistono, come per tutte le piante, diverse varietà di Ruscus. In tutta la Liguria e specie nel ponente, la pianta è coltivata insieme a un altro Ruscus simile, la Danae racemosa (una volta Ruscus racemosus ), conosciuto anche come Lauro d'Alessandria perché originaria del Medioriente, e usate entrambe per le le composizioni floreali. La raccolta indiscriminata per la vendita, specie nel periodo natalizio, quando sfoggia le belle bacche rosse, ha costretto a regolarne la raccolta. Il rametto di Pungitopo in casa è considerato un talismano portafortuna e simbolo di buon augurio. Forse la sua nomea di portafortuna deriva dalle incredibili proprietà curative, conosciute fin dai tempi antichi, un eccezionale tonico venoso, molto usato in altri paesi per prevenire trombosi prima degli interventi, per curare le emorroidi, le flebiti, la pesantezza delle gambe, i geloni, nei prodotti di bellezza contro la couperose, lo si ritrova in molti medicinali erboristici. L'uso casalingo, quantomeno per me, è dimenticato, e come al solito meglio rivolgersi a specialisti se ci si vuole curare. Ho letto di un famoso "Aperitivo delle cinque radici" con prezzemolo, sedano, finocchio, asparago, e appunto pungitopo, dai miracolosi effetti diuretici, ma chissà se da qualche parte esisterà la ricetta, e della corona di Pungitopo da mettersi in capo per far passare il mal di testa. È anche pianta commestibile, amara, i suoi germogli a primavera sostituiscono gli asparagi, ma la raccolta è regolamentata, se non proibita in molti posti, potete vedere l'articolo sugli asparagi qui>>> Asparagi e non Asparagi I semi delle bacche macinati erano usati per sostituire il caffé. Molti confondono Agrifoglio e Pungitopo, chiamano uno per l'altro, ma l' Agrifoglio, molto diverso, è invece tossico nelle bacche e nelle foglie. Con questo rametto di Pungitopo auguro a tutti quelli che mi leggono Buone Feste, che se pur virtuale porti nelle vostre case davvero salute, fortuna, amore " Che io anzi ti possa sembrare più amaro dell'Erba Sardonica, più irto del ruscus, più miserevole dell'alga infranta dalle onde, se per me questo di' non dura già più d'un anno intero . " ( Virgilio, Bucoliche) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. 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  • L'ERBA DI SANTA BIBIANA

    - Come a Santa Bibiana quaranta giorni e una settimana - Oggi 2 dicembre Santa Bibiana, protettrice dei malati di epilessia e delle malattie legate al cervello, un breve post su un' erba molto comune dimenticata a lei dedicata. Fin dal V secolo si commemora il 2 dicembre e in questo giorno è indicato, per tradizione, il tempo che farà nei 50 giorni successivi. La Santa, il cui nome oggi è più usato in Viviana, è una delle tante martiri che subì le persecuzioni romane tra il 361 e il 363, e di questo resta traccia in alcuni scritti. Erano anni quelli dove ancora si tentava di restaurare gli antichi culti pagani al posto della ormai dilagante religione cristiana. Bibiana apparteneva ad una famiglia cristiana dai tempi di Costantino e con tutta la sua famiglia patì il martirio. La leggenda narra che nel suo caso, sopravvissuta alla morte di padre, madre e sorella si cercò di traviarla con intrighi e intrallazzi amorosi di bassa lega, al suo rifiuto e professando la sua fede e l'intento di rimanere vergine fu legata ad una colonna e percossa con i piombi, dopo quattro giorni di indicibili sofferenze, morì e il suo corpo esposto allo spregio dei cani randagi che però non lo toccarono. A lei fu dedicata una basilica, a Roma, nei pressi della Stazione Termini, dove è conservato il suo corpo e la colonna dove è stata legata per il martirio. Ora non è più possibile, la colonna è protetta da una grata, ma la si intravede consumata dai fedeli che ne raschiavano un poco di polvere per scioglierla nell'acqua di un pozzo vicino e mescolarla con l'erba cresciuta sul terreno bagnato dal sangue della martire e questa mescolanza ritenuta ricca di misteriosi poteri taumaturgici. foto dal web E l'erba? Pare che lì dove sorge la chiesa a lei dedicata, l'Esquilino, e luogo del martirio, crescesse diffusamente l' Eupatorium cannabinum L., a quei tempi ritenuta la più potente tra le erbe per i suoi effetti su diverse patologie e così fu chiamata Erba di Santa Bibiana con riferimento al luogo dove veniva raccolta. Erbe che cresce alta e rigogliosa in umidi acquitrini, ai bordi dei fiumi, il nome popolare di Canapa acquatica le è dato a proposito, i suoi fiori solitamente rosa antico sono leggermente profumati. Il nome botanico Eupatorium dal Re Eupatore Mitridate , colui che pare per primo scoprì le sue proprietà e cannabinum per la somiglianza delle foglie con la canapa. Veniva usata contro l'influenza e i dolori alle ossa, e per supposte capacità cicatrizzanti dopo aver osservato che i cervi feriti se ne servivano allo scopo. La scienza ha poi confermato queste doti riscontrando principi attivi altamente curativi in tal senso, e anche in altri campi davvero particolari, purtroppo anche un alto contenuto di alcaloidi tossici davvero pericolosi, che ne sconsigliano l'uso casalingo. Come spesso succede abbiamo perso la conoscenza per poter consumare questa pianta. Probabilmente è stato un bene e ora il suo uso è affidato alle mani di esperti erboristi che ne controllano il quanto e il come usarla. Questo non impedisce di farne una buona pianta mellifera, mentre gli animali da pascolo ne stanno quasi sempre lontani. Nei tempi antichi erano ricavate dal suo fusto filamenti che venivano intrecciati per fare spaghi resistenti, così pare che le corde che legavano Gesù durante la Passione fossero di Eupatoria. Usata nei grandi giardini al bordo di laghi e ruscelli, nei colori di varietà diverse, dal rosa al rosso al bianco, nel linguaggio dei fiori significa " sollievo " e si regala per ringraziare del sollievo ricevuto. Tutte queste notizie le ho ovviamente lette qui e là negli anni, non c'ero ai tempi di Santa Bibiana, così come mi è stato accuratamente consigliato di non farne un uso terapeutico casalingo, e me ne sono ben guardata dal provare e così spero facciate voi, ma orami è noto quanto mi piacciono le leggende, le tradizioni e quant'altro è legato al mondo antico vegetale e condividerle con chi è così gentile da leggere. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • TORTA LIGURE DI VERDURA

    Dalle lor mense se credo tragga ancora I'origin quella torta preziosa, Che da' ghiotti si chiama Gattafora. In questo mondo in somma non v'è cosa, Che se dal gatto piglia un po' d'attacco, Non sia celebre, saggia, e misteriosa Rime piacevoli - Giovan Battista Fagiuoli 1733 Con tutte le erbe che si raccolgono in questo periodo non fare una torta di verdura come si fa qui in Liguria è quasi un peccato mortale. Ho letto che in origine era chiamata Gattafura , anche se non conosco nessuno che l'ha mai chiamata così, leggi e rileggi pare che manco c'entri il gatto, ma piuttosto tutto derivi dal francese gateau fourré ... torta ripiena ... (cit.da STUDI LINGUISTICI ITALIANI) L'unico posto che conosco dove usano una parola simile è a Levanto per i famosi Gattafin, una specie di tortello ripieno di prebuggiun e fritto, sui quali sto studiando e riuscirò prima o poi ad assaggiarne uno vero. Più veloce della leggendaria Pasqualina o della Cappuccina ( qui>>> ) con le quale condivide più o meno gli stessi ingredienti, questa versione è solo più semplice. Devo dire qui è una delle poche volte nelle quali mi piace la bietola, quindi se non si ha l'occasione di trovare le erbe del Prebuggiun ( qui>>> ) un mazzo di bietole lo si trova sempre. Una sottile sfoglia di pasta matta, niente altro che acqua farina e olio, poco sale, il ripieno di bietole bollite, ricotta, uova, formaggio. Un'altra sfoglia sottile sopra, bucata, forno caldo. Fine. Ecco le bietole, un mazzo non troppo grande, cotte in abbondante acqua calda e tritate grossolanamente a coltello. Una confezione di ricotta e due uova, poco olio e aggiusto di sale, siamo in Liguria, non nella grassa Emilia, o nella ricca Lombardia, noi liguri siamo parchi, siamo più attenti alla qualità visto che la quantità ci è impossibile da avere, qualche cucchiaio di parmigiano, ma soprattutto l'immancabile aglio tritato con Pèrsa, la maggiorana ( qui >>>) il ripieno è pronto, per la pasta matta ho già scritto nel post della Pasqualina e in altri, non faccio altro che mettere nel robot farina, in questo caso integrale, due cucchiai di olio, sale fino, avviare il robot e aggiungo acqua fino a quando non si forma una palla, forse dieci secondi... meglio se la preparo prima e la lascio riposare coperta, si tira meglio. Stendo l'impasto nella sfoglia tirata e posata sulla teglia bassa in modo di coprire bene e che ne avanzi un po' fuori dall'orlo e c'è un perché, poso sopra un'altra sfoglia sottile sempre con i bordi che escono fuori, ungo con un pennello la superficie, passo rapidamente il matterello sul contorno della teglia, premendo in modo che si sigillino e si taglino con lo stesso movimento le due sfoglie. Impossibile fare la foto da sola. Se nel fare questo movimento le sfoglie si ritirano è normale, non succede nulla. Tutto ciò per una teglia di circa 32cm. con la punta delle forbici pratico dei tagli sulla superficie e metto in forno per circa 40 minuti a 180° statico, ventilato meno caldo. Insomma c'è voluto molto di più a scrivere il post, le varianti sono infinite tra le altre aggiungere cipolla, aggiungere riso, usare la prescinseua o il prebuggiun, o come fanno da altre parti mettere la bietola cruda condita con olio e sale direttamente nella sfoglia e sopra la ricotta o la prescinseua, versione che non ho ancora provato... Ormai questa è di sicuro successo e faccio talmente presto ... tagliata a fette, insieme alla Torta di riso ( qui>>> ) è l'antipasto perfetto man mano che si avvicina la primavera, per le prime cene tiepide tra amici e le scampagnate delle domeniche a venire, si spera, sui prati. Ritrovava intorno a sé un'Italia che credeva morta per sempre, l'Italia di quando era ragazzo, l'Italia del popolo e dei bambini, dei cani randagi, delle fiere di paese, dei banchi dei venditori di frittelle e di fusaglie, l'Italia del gioco dei birilli, delle processioni, delle scampagnate... Curzio Malaparte - Sangue Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • LA RIBOLLITA DEL MIO ORTO

    Penso a mia madre che avrebbe cotto formiche se avesse letto la ricetta da qualche parte e a quanto ha sperato di poter provare a fare una ribollita, ma no, non si poteva perché mio padre non sopportava l'odore di cavoli in casa. Lei si accontentava di mangiarli qui, a casa di qualcuno, quell'unica volta in inverno quando si macellava il maiale e si facevano con le ossa. Ricordo distintamente quante volte ne ha parlato e le discussioni con me convinta come ero che ci fosse anche la carne, ma allora non c'erano i food blogger. Dopo tanti anni non so in preda a cosa, ho deciso di provare a farla . Ispirata forse da quell'unico cavolo nero, quella striminzita verza e le due foglie di bietole nell'abbandon'orto, che null'altro mi hanno fatto venire in mente se non una mini ribollita per me. La pietanza non è ligure, ma della vicina Toscana e di preparazione un po' lunga ma non difficile, facilitata per me dalla presenza della stufa. Per fortuna si può surgelare così fatta in abbondanza si mette via. Serve oltre all'imprescindibile cavolo nero, della verza e qualche foglia di bietola, ma in realtà se si hanno delle verdure avanzate si possono aggiungere, essendo questo un piatto povero di recupero. Non so le dosi, le verdure che ho adoperato sono quelle in foto, e ne sono venute tre porzioni abbondanti. Poi due pugni di fagioli cannellini, messi a bagno, io non li avevo, ho messo una varietà di fagioli piccoli di qui tipo il Patanin o fagiolo dall'occhio, che sarebbe poi l'unico fagiolo del Vecchio Mondo prima della scoperta dell'America. Due patate medie. Due cucchiai di pelati o polpa di pomodoro. Carota, cipolla e sedano. Pane raffermo, non ne avevo ho usato le friselle. Il nome viene dalla modalità di cottura che avviene in più fasi e più si ri-cuoce più viene buona. Infatti la cottura può anche avvenire in giorni diversi. Si inizia bollendo i fagioli in acqua con un rametto di rosmarino. Cotti e scolati senza buttare via l'acqua di cottura, se ne schiaccia o frulla una parte e l'altra si lasciano interi. In una pentola capiente, magari fosse di terracotta, si fa un soffritto in olio di carota cipolla e sedano, non c'è per una volta l'aglio ma arriverà più tardi. Taglio a pezzi grossi, perché è una minestra, ma è una mania mia, si può fare un trito anche finissimo. Appassito bene il tutto si uniscono il cavolo nero, il cavolo verza, la bietola tagliati grossolanamente e si fanno appassire per bene. Dopo qualche minuto le patate tagliate a tocchetti. Poca polpa di pomodoro Ho aggiunto l'acqua dei fagioli, ho salato, con anche un po' del mio dado vegetale, e lasciato sobbollire sulla stufa per tanto, anche un'ora e mezzo, dipende un po' dalla quantità che se ne fa, aggiungendo del brodo vegetale (acqua+il mio dado) se tende ad asciugarsi tutto. Dimenticavo! Un rametto di timo. E questa è la prima bollitura. A questo punto ho aggiunto la crema di fagioli e ancora brodo se necessario. Dopo una mezz'oretta i fagioli interi, lasciando amalgamare e insaporire per un'altra mezz'ora e si controlla il sale. Il risultato deve essere appena un po' brodoso, non tanto. Ed è un'altra bollitura. bolle la ribollita bolle Ora si prepara per l'ultima bollitura. Se non si è ancora usata è il momento di una pentola di terra. Ho sfregato con uno spicchio d'aglio alcune friselle integrali, perché non avevo pane raffermo e meno che mai toscano come servirebbe, le ho messe sul fondo, le ho coperte di zuppa, un altro strato di friselle e un ultimo di zuppa. Ho chiuso ermeticamente con un coperchio e ho lasciato lì a fuoco spento. Dopo almeno tre ore, si dice che è ancora meglio il giorno dopo, va rimessa sul fuoco, aggiunto altro brodo e portata a bollitura, si impiatta con un bel giro d'olio e una macinata di pepe ci sta bene. Assolutamente niente formaggio. Imprescindibile questa l'ultima bollitura con il pane, che deve durare una decina di minuti almeno. Se dato il lungo tempo di preparazione si vuole mettere via in congelatore, è meglio conservarla prima di questa ultima cottura, così che tirata fuori si può scaldare, comporre con il pane, lasciare coperta in attesa, portare all'ultima bollitura e ottenere un piatto quasi identico al fresco. Questa ultima è più che altro un sobbollire, a fuoco lento per far scaldare il tutto fino al cuore. Le varie cotture si possono fare in giorni diversi, per esempio un giorno si fanno cuocere le verdure, il giorno dopo si aggiungono i fagioli e si fa ribollire, l'ultimo giorno si fa bollire con il pane. Proprio perché era un piatto di recupero, quando si mettevano un po' tutti gli avanzi di verdura della settimana, per avere un piatto di magro del venerdì, non per questo caldo e corroborante. L' Artusi la chiama "Zuppa toscana di magro alla contadina" e cuoce i fagioli con le cotiche Mi sono aperta una bottiglia di Rosso di Montepulciano, (non bevo Chianti), e mi sono gustata questa zuppa succulenta ammirando l'acquarello dell'amico e maestro Roberto Curotto che rappresenta dei cavoli. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • LA GALINSOGA

    Nell'orto abbandonato prospera ora indomita la Galinsoga. Una delle poche erbe della quale non conosco nessun nome volgare. In pochi anni ha rimpiazzato con successo altre infestanti, pare complice il clima sempre più caldo, insieme al terribile Erigeron, quello che ingenuamente i primi tempi credevo fosse un tipo di aster, la settembrina, solo per una certa somiglianza e per il periodo di fioritura, ma ahimè non lo era. Questo post è solo per dare un nome a questa pianta che fa parte delle piante vagabonde o viaggiatrici. Portate per curiosità negli orti botanici, nello specifico questa da tali Ruiz e Pavon, due giovani spagnoli, che, incaricati dello studio delle piante del Sud America, la dedicarono a un medico di corte, Ignacio Mariano Martinez de Galinsoga, nominato poi Intendente dell'Orto Botanico di Madrid. Era la fine del '700 e da allora, questa come tante altre piante, arrivate dal nuovo mondo, conquistò il vecchio. Per chi come me ama anche la storia delle piante può divertirsi leggendo questi due articoli: https://www.inomidellepiante.org/storie/effetti-collaterali-linarrestabile-galinsoga-e-i-corsetti-malefici https://www.inomidellepiante.org/storie/ruiz-e-pavon-e-la-spedizione-botanica-nel-vicereame-del-peru Riconoscerla è facile, ce n'è talmente tanta che se non lo capisci la prima volta che ne vedi una, puoi tranquillamente fare allenamento con tutte le altre che trovi in qualsiasi campo. La foglia è leggera, ovata o anche lanceolata, più o meno dentata, l'infiorescenza piccola e insignificante, bianca con il centro giallo. Arriva a 50 cm. non di più. Odore praticamente nullo, sapore non l'ho assaggiata, c'è chi dice buonissima Principalmente gradisce i terreni coltivati, meglio se umidi, anche se è pianta di poche pretese e infesta le colture di ogni genere in tutte le latitudini meno l'Antartide. Parlo di Galinsoga, ma come sempre sono le Galinsoghe, compresi ibridi che si formano, ma tant'è questo non è un post botanico scientifico e poco mi interessa se è questa o l'altra, anche perché mi sembra difficile distinguerle per un profano. Sempre leggendo qui e là scopro che è commestibile, sia cruda in insalata che cotta in minestre. Ci penso ancora un po', poi mi deciderò ad assaggiarla. Nei paesi da dove proviene, specie la Colombia, fa parte di una zuppa, di patate e pollo, l' Ajiacco, dove essiccata è l'elemento insaporitore. Nelle ricette che si trovano è chiamata guasca, e l'ignaro chef scrive "non so se si trova in Italia". Tranquillo, c'è. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

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