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- LA CARBONARA
Mi vien da ridere solo a scrivere il titolo... e mi ci sono voluti tre anni e mezzo di blog per farmi venire il coraggio. Poi mi sono detta: perché no? la mia carbonara mi è stata insegnata 50 anni fa con dovizia di particolari tali da farmela credere la più giusta e sicuramente quando la faccio risulta essere buona per me, ma sempre anche per coloro ai quali l'ho proposta. Poi ho fatto qualche ricerca e ho ancora meno coraggio a trascrivere perché mai come in questo caso è vero tutto e il contrario di tutto. Quello che fa la storia sono i documenti, se una cosa è scritta ha un valore diverso, si riesce a risalire il più possibile vicino alla comparsa della ricetta scritta di un piatto e non solo semplicemente raccontata di bocca in bocca e magari realizzata con qualche differenza e di nuovo raccontata diversa. Nel caso della carbonara checché se ne dica, è un piatto tutto sommato recente, intorno ai 75 anni, non di più e quindi ci sono prove attendibili della sua comparsa, sia tramandata a voce, sia scritta. Che poi minatori e carbonari sull'Appennino si preparassero una pasta con qualcosa di grasso e formaggio e qualcuno fra loro occasionalmente abbia aggiunto un uovo non si stenta a crederlo, ma riferimenti precisi attendibili che da questo venga tutto non ce ne sono, anzi. Per cominciare una tabella comprensibile della differenza fra Cacio e Pepe, Gricia, Amatriciana, Carbonara, visto che molti pensano che da una derivino le altre, ma non sembra essere proprio così nel caso della Carbonara. L'articolo più completo e credibile che posso passarvi per concentrare le notizie storiche è di Luca Cesari su Gambero Rosso a questo link, dove troverete informazioni davvero insospettabili: https://www.gamberorosso.it/notizie/articoli-food/carbonara-storia-origini-e-aneddoti-di-una-ricetta-mitica/ e qui: https://www.ricettestoriche.it/2018/03/11/la-storia-della-carbonara-capitolo-2-gli-esordi-1951-1960/ Cose che in parte sapevo, raccontatemi appunto 50 anni fa, ma che da sola mai mi sarei permessa di trascrivere, incredibili tipo che Luigi Carnacina e Gualtiero Marchesi usavano la panna. Sembrerà quasi impossibile ma nella mia collezione ho il numero della Cucina Italiana di agosto 1954 citato da Luca Cesari e ho fotografato la pagina perché possiate ridere, tant'è questa è la prima pubblicazione in Italia della ricetta di Carbonara. Se allargate la foto leggerete groviera, aglio e pancetta! O che il tanto sbandierato guanciale è tutto sommato recente, introdotto intorno al 1960 e che solo negli anni '90 finalmente la ricetta si è stabilizzata negli ingredienti conosciuti: guanciale, uovo, formaggio, pepe. Così ho fotografato anche il Carnacina dove finalmente c'è il guanciale ma anche la panna, e pure Il Talismano della Felicità, visto che molti dicono che ai tempi di Ada Boni la carbonara non venisse nominata, anche se lei aggiunge le uova nelle edizioni successive alla prima del 1949, e ce n'è pure una di magro, vegetariana ante-litteram, . E tutte le ricette adesso sarebbero improponibili, cipolla! panna! prezzemolo! e stiamo parlando di mostri sacri della cucina. Tutte edizioni originali in mio possesso. Se poi la verità sta nel racconto che trovate ai link sopra dello chef Renato Gualandi, scomparso nel 2016, che, vuoi si dica una volta a Riccione una volta a Roma, l'avrebbe preparata per la prima volta il 22 settembre 1944 agli alleati con quello che aveva, il loro bacon, le uova in polvere e chissà cosa, si scopre che c'entrano poco le origini povere, la romanità e quant'altro. A questo punto qui c'è come faccio io e a me piace così e la difficoltà non sta negli ingredienti che come si è visto possono mutare, ma piuttosto nella preparazione precisa, nei tempi giusti, in qualche particolare da non sottovalutare. Di solito uso la pancetta, e spesso quella affumicata, e d'altronde la mia versione è pre uso del guanciale, non avendo a disposizione il bacon, e comunque mi piace personalmente di più. Non a fettine ma a cubetti, e messa a sobbollire con una generosa quantità di olio in un pentolino alto, a fuoco giusto perché si sciolga il grasso fino a prendere un colore ambrato e rimanga la carne morbida ma non troppo croccante, una cosa giusta. Quindi questa è la prima operazione da fare. Messa al fuoco l'acqua occorre calcolare con esattezza i tempi per procedere. Mentre cuoce la pasta, al dente, quasi sempre spaghetti, la pancetta finisce di sciogliersi sul minimo, si mette la terrina, vuota dove si condirà, a scaldare nel forno o nel microonde come viene meglio, passaggio importantissimo. Sul tavolo pronte le uova, andrebbero uno a persona, ma a me sembra sempre troppo e faccio magari tre per quattro persone o due per tre persone. Il formaggio grattugiato, io parmigiano con a volte divagazioni nel pecorino. Il pepe Negli ultimi attimi mentre cuoce la pasta, calcolati alla perfezione, si prende il piatto caldo, si posa su un canovaccio piegato perché non raffreddi subito, si rompono le uova dentro, io uso anche l'albume, si mescolano velocemente con una forchetta, si butta la pasta calda appena scolata, si mette immediatamente il formaggio che mescolando si deve sciogliere con il caldo della pasta, e poi si butta la pancetta e si finisce di mescolare. Questa è la tempistica veloce che secondo me fa la differenza più degli ingredienti usati. Le uova non devono cuocersi con il caldo del piatto, non deve venire una stracciatella di uova, la poca acqua che si porta dietro la pasta servirà per dare una specie di cremosità che con il formaggio diventa perfetta e successivamente completata dal grasso della pancetta. Ultimo il pepe, necessario per sprigionare tutti i sapori. Orribile il passaggio in padella, poco gradevole la pancetta a fettine, se poi rosolata, diventa troppo croccante, inutile il formaggio all'ultimo, non si scioglierà a dovere. Questo è quanto hanno insegnato a me, un caro amico che non ho mai più rivisto dagli anni dell'adolescenza, tale Ennio Manchi, che lavorava in trasferta, frequentava il negozio, e che ricordo con affetto, sparito dalla mia vita quando mi sono sposata e trasferita in campagna, ma che oltre alle ore divertenti trascorse assieme mi ha lasciato il sapere di una carbonara per me speciale, mangiata per la prima volta con lui più di 50 anni fa, insieme al racconto suo della nascita di questo piatto, fedele, ho scoperto più tardi, alle notizie che ne danno gli storici della cucina. Non t'ama chi amor ti dice ma t'ama chi ti prepara la carbonara e tace La mia considerazione personale a questo punto è che forse bisognerebbe avere un poco più di ascolto per le opinioni di tutti, ognuno ha il suo vissuto e le proprie esperienze, specie quando si parla di cucina, che segue modi e luoghi, usanze, tempi e ingredienti spesso al bisogno o di quello che si ha a disposizione soprattutto quando una ricetta non è antica e codificata. È possibile che fra vent’anni metteranno chissà cosa nella carbonara e sogghigneranno di noi che non lo usavamo e ci criticheranno ferocemente per quello che usiamo oggi. Che ne so ... gli spaghetti saranno di farina di grilli conditi con cavallette fritte e ci sarà chi riderà leggendo il mio blog. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DONNA
Lascio da parte le sterili polemiche sulla festa della donna si, la festa della donna no... la strumentalizzazione o meno. Bisogna analizzare il momento storico nel quale è nato questo giorno e riflettere di conseguenza. Contesto e momento ignorato e travisato da molti, ripetuto in maniera sbagliata e quasi ossessiva dai più, perché l'importante è aver qualcosa da sbandierare nel bene o nel male, se poi è la verità o meno, poco importa. Insomma la storia falsa delle donne morte nell'incendio della fabbrica non muore mai, il perché non mi è dato saperlo, ma sta di fatto che non ce ne è traccia in nessuna fonte ufficiale e non c’è cronaca che lo registri. Se vi può consolare in ogni paese europeo o meno esiste una storia fantasiosa sulle origini della festa della donna. In realtà dalla nascita dei primi movimenti delle donne operaie, che si battono per i diritti alle donne e primo fra questi il diritto di suffragio, cioè il diritto di voto, (da qui il nome di suffragette) in America e in Europa, in qualche maniera si festeggiano vari Women's Days qui e là per ribadire i diritti che allora le donne non avevano. Alla conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen del 1910, presenti le maggiori femministe dell'epoca e fra queste Clara Zetkin si decide per un giorno uguale per tutti, ma non è ancora l'OTTO MARZO. Scoppia la prima guerra mondiale e a San Pietroburgo le donne uscite per le strade rivendicano la fine della guerra, vogliono pane per i loro figli e invocano il ritorno degli uomini dalla guerra. E' il 23 febbraio 1917 del calendario giuliano, il nostro OTTO MARZO. Non riescono a fermarle quelle donne e ciò dà inizio alla rivoluzione di febbraio che accenderà altre rivolte che porteranno al crollo dello zarismo. Il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca, riprende la proposta di Clara Zetkin e decide l' OTTO MARZO, la « Giornata internazionale dell'operaia » a ricordo di quella protesta, e in modo da fissare un giorno comune per tutti i Paesi. Non è ancora così in Italia, l'Italia è ancora un paese dove un ministro del Regno, Pietro Bertolini, medico, dimostra in parlamento l'inferiorità mentale della donna affinché non le sia dato il voto, documentato dagli studi scientifici del neurologo tedesco Paul Julius Möbius. L'Italia è ancora un paese dove le donne non hanno diritto a un'istruzione superiore, dove non ereditano dal padre se c'è un maschio in casa e figuriamoci dal marito, dove non possono essere testi per un processo o per un testamento. Purtroppo erediteranno dal marito, quello che insieme a lui hanno contribuito a costruire durante il matrimonio, solo nel 1975. Per il voto dovranno aspettare la fine della seconda guerra mondiale, quando dopo aver partecipato alla resistenza ed essere state coinvolte nella guerra anche come civili, le viene loro concesso quasi come premio. È il 1945, e sarà la vera prima libertà della donna, dentro la cabina elettorale, non c'è il padre, non c'è il marito...ma si deve aspettare ancora un anno per dichiarare la donna eleggibile e finalmente il 10 marzo del 1946 le donne votano alle amministrative. Le uniche non ammesse al voto sono le prostitute schedate. A quel punto l'Unione Donne Italiane a connotazione socialista e comunista ripropone anche in Italia l' OTTO MARZO e Teresa Mattei insieme a Rita Montagnana e Teresa Noce, sceglie di adottare la mimosa come simbolo, proprio perché un fiore semplice, comune, che era facile da trovare nei campi e che secondo lei a quei tempi non andava di certo comperato. Le ricordava la lotta sulle montagne quando i partigiani lo regalavano alle staffette. Ma nei primi anni cinquanta, gli anni della guerra fredda, distribuire in quel giorno la mimosa diventa un gesto «atto a turbare l'ordine pubblico», figuriamoci fare riferimento a una festa della donna di connotazione di sinistra. I vari tentativi portati in parlamento del riconoscimento di tale data cadono nel vuoto. È solo dopo l' OTTO MARZO 1972, in seguito a una famosa manifestazione a Roma, dove la polizia caricò e manganellò le donne che, con cartelli, proclamavano a gran voce il diritto all'aborto, (potete vedere un filmato su you tube) che non fu più possibile arrestare il fenomeno del femminismo in Italia e si cominciò a festeggiare l'OTTO MARZO. Se siete arrivati/e a leggere fino a qua, forse ora troverete un po' più comprensibile il perché e il percome anche un ramoscello di mimosa rappresenti molte cose. Perché in un modo o nell'altro sia giusto ricordare quanto sono costate certe conquiste e soprattutto quanto siano recenti. Che fino al 1956 sopravvisse lo Jus corrigendi, il potere correttivo dato legalmente al marito, in parole povere diritto di legge, di picchiare la moglie che non si comportasse come desiderava il marito. Anche se, bisogna dirlo, in base all'articolo 29 della Costituzione, che sanciva l'uguaglianza morale dei coniugi, veniva punito l'abuso di questo diritto qualora avesse implicato un ricovero di almeno venti giorni ...!!! Pretendetelo il rametto di mimosa per ricordare, soprattutto a voi stesse, che non è più così, che non deve essere più così, e che non è stato facile, anzi non è ancora facile. - Il marito e la moglie sono una persona sola. Questa persona è il marito - Blockstore -1853 8 MARZO 2021 Il mio pensiero è ancora lo stesso, semmai immalinconito dal vedere passare gli anni senza grandi cambiamenti. In questi anni la violenza sulle donne è ormai cosa di tutti i giorni e non solo perché finalmente se ne parla, ma purtroppo perché è nel quotidiano. Ancora nel momento di grave crisi chi ne paga le spese per prime sono le donne, se non c'è lavoro certamente non c'è per le donne. Di contro una continua malcelata "imitazione" del maschile come a rivendicare il diritto di essere come l'uomo fosse la soluzione. Il diritto è quello di essere trattata uguale, pari stipendio per lo stesso lavoro, stesso potere decisionale, valutazione in merito ai risultati conseguiti che si sia uomo o donna, stesse possibilità di carriera, lo dimostrano i dati che individuano le donne laureate in numero maggiore degli uomini ma non allo stesso modo occupate, libertà di gestire la propria autonomia, ecc. Certo io non mi sono mai sentita pari ad un uomo, mi hanno insegnato che ero una persona, molto tardi ho scoperto che ero anche una donna, quasi fosse quel qualcosa in più, non certamente in meno. Non mi sono mai messa in competizione con gli uomini e ho sempre sospettato che loro avessero paura a mettersi in competizione con me, non ho mai permesso che mi apostrofassero in qualche frase con esclamazioni tipo - sei una donna - se qualcuno ci ha provato se ne è amaramente pentito, così come non ho mai usato le lacrime o il mal di testa come scusa o mezzo di persuasione. Ma forse bisogna pensare anche a chi questa forza non ce l'ha, a chi è stata vessata fin da piccola inculcandole il malo pensiero di essere meno, di valere meno perché donna, così come chi è stato educato come maschio l'essere superiore e spesso questo avviene con l'esempio in casa più che con le parole. E invece noi siamo ancora qui che ci perdiamo in inutili diatribe su direttore e direttrice senza ricordare che sono le parole che cambiano mano a mano che il mondo cambia non noi che cambiamo a secondo di come veniamo chiamate. Commettendo lo stesso errore di sempre: quello di entrare in competizione ed l'essere identificate come maschio ci facesse sembrare superiore, dimenticando che siamo persone e non personaggi. persona: un essere dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- M'AMA NON M'AMA? 😍 la Pratolina ci ama!
È gennaio, è davvero inverno, la natura dorme o sembra dormire. In realtà sta preparando il vestito nuovo per la primavera che verrà. Una volta era quasi ora di andar per erbe, la prima vera verdura fresca che si aveva a portata di mano, prima di quella coltivata nell'orto, ma è ancora oggi il momento di disintossicare l'organismo dal pesante cibo invernale, o di cominciare a pensare alle cure di bellezza per essere in forma l' estate prossima, e quindi non rimane che tornar per erbe. La prima, la più timida ma la più tenace, quella che ci accompagnerà fino all'inverno prossimo è la Pratolina. Chi non conosce la margheritina di campo? Diffusissima, facilmente riconoscibile, il suo nome scientifico Bellis perennis che tradotto letteralmente significa "guerra perenne", ma a me piace pensare di più a "perennemente bella", infatti resiste anche a temperature secche di -15° e proprio con il freddo a ingrassare le sue foglie e prima di fiorire diventa una pianta utile per l'alimentazione. Ovviamente come per tante specie botaniche non esiste solo la Bellis perennis ma anche altre, difficilmente riconoscibili per i profani come me. Non si è soliti mangiarla da sola ma nel misto di erbe; è infatti la prima che vi presento fra le erbe del "Prebuggiun", la preziosa pietanza ligure composta da diverse erbe spontanee commestibili semplicemente bollite e condite così con olio o usate per ripieni e frittate. A questo proposito ricordo che presto inizieranno gli incontri con l'Associazione Culturale Erbando dove sarà possibile insieme a me imparare a riconoscere tutte le erbe dal vero; iscrivetevi alla mailing list per ricevere le date, o contattatemi (qui>>) se volete un evento vicino a casa vostra. Si raccoglie ovviamente la rosetta basale delle foglie, si pulisce dalla terra, si lava insieme alle altre e si fa bollire. Nel caso della Pratolina, spesso considerata un'infestante per il modo con il quale tappezza i prati, è utile tutto, anche il fiore. Alla fine dell'inverno i boccioli semplicemente messi sotto sale (grosso, marino) usati come fossero capperi, i fiori nelle insalate. Ma non finisce qui. Il tè di margheritina è ricostituente e depurativo ed espettorante in caso di tosse, calma e tonifica; per la sua azione decongestionante è usato sul viso e per le occhiaie; gli antichi Romani avevano schiavi che si occupavano solo di raccogliere sacchi di fiori che lavati e pestati venivano tenuti con garze sulle ferite e sui traumi quasi come l'arnica. E il vino? due manciate di pianta intera, fiori e foglie senza la radice, in un litro di vino bianco per quindici giorni, filtrare e conservare per bere a piccoli bicchierini contro il mal di testa da cattiva digestione. Ma udite udite l'oleolito è un ottimo rassodante per seno, cosce e addome. Con la solita formula di una manciata di fiori, fatti leggermente appassire per togliere l'umidità e messi in un contenitore dove non passi la luce, coperti di olio di oliva. Dopo venti giorni è pronto. Chi di noi bambine, non ha fatto una coroncina di margheritine per adornarsene, senza sapere il ripetersi di un gesto antico che significava il non aver ancora scelto l'amato? E chi non ha provato a fare m'ama non m'ama con i suoi petali come la moglie di Luigi IX, Margherita di Provenza, che sapendolo lontano alle crociate, profeticamente per prima interrogò le margherite, conservando i petali per poi mostrarglieli al suo ritorno, come prova del suo amore? Chissà se sapeva che i petali della margherita, come tante altre cose in natura, seguono la sequenza di Fibonacci, e così cominciando con 1- m'ama è più facile avere una risposta positiva? Ma perchè la pratolina alla sera si colora chiudendo le corolle? Potevo non dirvelo? Narra la leggenda, che una sera, durante la fuga d'Egitto, la veste della Madonna sfiorò il prato tappezzato di margherite e queste, timide, per l'emozione arrossirono chinando il capo... ☺️ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- LA SPONGATA A MODO MIO
A volte mi vien da chiedermi per quale motivo mi imbarco in progetti dai quali poi qualsiasi sia la riuscita non saprò mai se è così che doveva essere. Avevo voglia di un dolce diverso e domani per l'Epifania ho pensato alla Spongata. Un dolce che condivide Emilia, Toscana e fine Liguria di Levante. Vista tante volte tra valli piacentine, a Pontremoli, a Sarzana, a Berceto, tutti luoghi a poche decine di chilometri qui intorno, ma non ricordo se l'ho assaggiata o no. Parto dall'idea di mia madre che una pietanza dove ci sono cose buone non può essere cattiva e leggendo qui e là decine di ricette scopro per l'ennesima volta che ognuno la fa come vuole, e ogni paese ha la sua per così dire RICETTA ORIGINALE, così decido di fare come mi sento e come sempre, con quello che ho, perché oramai l'ho in testa. In linea di massima si tratta di due dischi di pasta con in mezzo un impasto di frutta secca mescolata a vino e miele, e questo è quello che ho fatto: Per la pasta: 300 gr. di farina bianca 100 gr. di burro morbido 100 gr.di zucchero 70 gr. di vino bianco Per il ripieno: 100 gr. di noci 70 gr. di mandorle non sbucciate 50 gr. di pinoli 50 gr. di uvetta 100 gr. di miele 250 gr. di vino bianco 100 gr. di pane grattugiato cannella a piacere estratto di vaniglia Ho preparato prima il ripieno, frullando le noci, le mandorle e i pinoli e anche l'uvetta, così non infastidisce nessuno. Ho scaldato il miele, messo il vino bianco fino a portarlo a bollore e aggiunto la frutta secca tritata, amalgamato il tutto con un cucchiaio e alla fine aggiunto il pane grattugiato. Lasciato asciugare un po' sul fuoco, poi messo a raffreddare. Ovviamente si può lasciare la frutta a pezzi più grandi, qualcuno intero e si possono aggiungere le nocciole che io non posso mettere. Ho impastato una specie di pasta brisee, senza difficoltà solo con il burro e il vino. Nel caso aggiungere pochissimo altro vino. Ho diviso la pasta in due. Ho allargato con il matterello un disco sottile per una tortiera da 25 cm a bordi bassi, ho unito il ripieno allargando con un cucchiaio e ho ricoperto con un altro disco di pasta. Ho chiuso bene i bordi premendo e ho cercato di formare sulla superficie qualche disegno come ho visto fanno con degli appositi stampi. Ho infornato a forno caldo a 180° fino a un colore ambrato, circa 40 minuti. Sfornata l'ho girata a raffreddare e infine coperta di zucchero a velo È un dolce delle festività natalizie e quindi per domani l'Epifania, era l'ultima occasione per provare. Dolce di quasi certa provenienza mediorientale, partendo dal porto di Luni dove commercianti ebrei scaricavano le merci e da lì la "Via della Spongata", passando per Sarzana e Pontremoli, arrivando a Parma e un po' in tutto il nord Italia con mille varianti, mano a mano che gli Ebrei si insediavano e conosciuto anche con la complicità dei pellegrini cristiani che in barba al divieto del Sinodo del 1642 dove si proibiva di mangiare cibi ebraici, assaggiavano questo impasto o qualcosa di simile, portandone con sé il ricordo in ogni luogo dove si fermavano per questa o quella devozione. Ma chissà se sarà davvero così la storia che ho letto, anche le origini sono controverse. Incredibili le varianti via via dal Piacentino a Parma, da Sarzana a Pontremoli. Marmellate al posto del miele, mostarda, spezie diverse, pasta più o meno sottile. Ecco pronta, profumata, bella tonda, zuccherata il suo aroma eccezionale ha il sapore di Natale sulla tavola dorata sarà di spicco la Spongata* Sono piuttosto soddisfatta del mio risultato, è quello che mi aspettavo. Dalle ricette che ho trovato si possono aggiungere noce moscata e altro, ma io con le spezie vado piano, cambiare proporzioni e modo della frutta secca, aggiungere le uova nella pasta e fare una frolla, insomma dovrò girare ad assaggiare di casa in casa le vari spongate. Così a naso, con scarsa conoscenza di abbinamenti vini, mi sembrava che ci stesse bene un vino, che a me normalmente non piace, tipo Passito o Sciacchetrà che non avevo, ma ho trovato, fra i regali, uno Zibibbo siciliano di ignota provenienza che sì per stasera va bene, tanto non esco, non sono più la Befana di una volta 😜 *dal web Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- A L'ÊA ’NA SCIXÈRBOA ...🌿🌿🌿
Fra le erbe che resistono anche ai freddi invernali e spuntano per prime c'è la scixèrboa o sciscerbua, un'erba molto comune ovunque, in campagna come in città, dove c'è una fessura nel marciapiede o al limite di un prato incolto o persino in un vaso sul balcone. È pianta che accompagna la civiltà umana quasi da sempre, dopo la cicoria è una delle prime usate per l'alimentazione, tanto che nella specie più comune, il Sonchus oleraceus, oleraceus significa "simile a verdura dell'orto" Plinio il Vecchio racconta come Teseo se ne fece un gran piatto prima di entrare nel labirinto ad uccidere il Minotauro. Comunemente chiamata crespigno, grespino, in Liguria è conosciuta appunto come sciscerbua, una parola che non definisce solo quest'erba ma era usata anche per identificare le giovani ragazze un poco vanerelle, leggere, in quel periodo che non esiste più, fra l'adolescenza e la giovinezza, quando l'essere anche un poco insipide era loro perdonato. Infatti non è erba dal sapore particolarmente accentuato, leggermente amaro che sta bene e ha il suo perché nel misto ligure di erbe che è il Prebuggiun,(qui>>>) ma che io non uso da sola, o perlomeno così mi è stato insegnato. Il suo genere scientifico è il Sonchus e per quello che mi riguarda ne riconosco due o forse tre. In questa foto una pianta molto simile che nulla ha a vedere con un Sonchus, ma confondibile. A dimostrazione di come è facile sbagliare. Nulla di grave è commestibile anch'essa, ma è pur sempre un'altra cosa. È una Mycelis muralis (L.) Dumort, detta anche Lattuga dei boschi. La differenza si sarebbe vista se avessi aspettato la fioritura. La confusione è possibile perché anche il gruppo dei Sonchus subisce infinite varietà, Sonchus oleraceusL., Sonchus asper L. Hill, Sonchus tenerrimus L., riconoscibili scientificamente solo dai frutti. Un seme di sciscerbua può rimanere nel terreno fertile anche 10 anni. Per l'identificazione, a scopo alimentare, di una o dell'altra non ci sono molti problemi, vista la facilità di reperimento ovunque. Le foglie, a forma di lancia, dentate, potrebbero far credere a un tarassaco, ma da un'attenta osservazione se ne vedono le differenze sia nel colore che nella forma e nella consistenza. Spesso il gambo, cavo, vira al rossiccio, e le foglie in qualche varietà sembrano quasi essere spinose. Ogni dubbio è fugato con il fiore che non è singolo, come nel tarassaco, ma in capolini simili a margherita, di colore giallo, riuniti insieme, che poi diventano fioccosi con il seme. a destra fiore di sciscerbua tanti capolini su uno stelo A sinistra fiore di tarassaco, uno stelo cavo per ogni fiore, fiore molto più grande I suoi utilizzi in cucina sono i soliti di un misto di verdure: bollite e condite con olio e limone, ripassate in padella, nei ripieni di torte e Pansoti (qui>>>). Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- IL PURÈ
La cucina è semplicità e la semplicità è la cosa più difficile Joël Robuchon Mi è giunta voce che alcune persone trovano difficoltà a preparare un purè morbido e omogeneo, senza grumi, o troppo "annacquato". Visto che sta benissimo con lo zampone, il cotechino e le lenticchie, roba da questi giorni, cercherò di scrivere come lo faccio da sempre o meglio come da sempre l'ho visto fare da mia madre, talmente spesso che il dubbio di un purè non riuscito non mi ha mai sfiorato. Il purè piaceva molto a mio padre e sulla nostra tavola era presente anche due volte alla settimana, quando invece lui non avrebbe mai mangiato una patata bollita o bevuto un bicchiere di latte. Con gli anni e tornando tardi dal negozio gli rifilò qualche volta quello preparato in polvere da reidratare, esistono marche di soli fiocchi di patate disidratate, gli altri più conosciuti lo sono al 99%, il rimanente 1% sono monodigliceridi per dare cremosità, tutto sommato esistono cose peggiori. Per mera curiosità aggiungo che si possono ottenere dei simil fiocchi di patate da poter utilizzare, semplicemente facendo seccare una purea di patate bollite e passate, meglio con un essiccatore, e poi frullate fino ad ottenere una polvere fine. Al momento di utilizzarli basterà aggiungere acqua o latte. Non son proprio come quelli comprati, ma insomma, si può fare. https://www.italiaspezie.com/legumi-cereali-e-farine/745-fiocchi-di-patate.html I segreti per avere un buon purè, per chi non li sapesse, sono pochi, forse però importanti. Primo LE PATATE Devono essere di una varietà morbida non acquosa, farinose, che tendono a disfarsi. Non importa pasta gialla o bianca, meglio non appena raccolte, ma già un po' vecchie, il purè è pietanza invernale e le patate con il tempo tendono a perdere una parte di acqua. Con la buccia, messe in acqua fredda e sbucciate il più rapidamente possibile che non raffreddino. Sbucciate a fette, meglio cotte a vapore. Per passarle, mai il frullatore, diventerebbero una colla non recuperabile, anche se so di chi lo fa con il Bimby e simili, ma è un'altra cosa. Il meglio è con il passaverdure con i buchi piccoli, credo che ormai sia l'unica cosa per la quale lo uso. Intere con la buccia, più o meno della stessa misura, si possono schiacciare con lo schiacciapatate come ho già detto più volte senza sbucciarle, altrimenti a che servirebbe? Però se ha i buchi piccoli, altrimenti si corre il rischio di avere qualche grumo. Nel caso di ritrovarselo con i grumi non resta che passarlo manualmente a un setaccio. Al limite schiacciate velocemente con la forchetta, difficile riuscire, ma a volte per una persona due patate si può fare. Sempre rimesse nella pentola dove si sono cotte, che è rimasta calda, ovviamente svuotata l'acqua. Personalmente se ho fretta, sbucciate, a fette, cinque minuti di pentola a pressione, con il cestello del vapore, sono più che sufficienti. IL LATTE Non deve essere aggiunto freddo, ma appena raggiunto il bollore. Impossibile definire esattamente la quantità necessaria, la proporzione latte-patate è data dalla capacità di assorbirne di queste ultime. Una volta passate, mescolando velocemente e aggiungendo il latte caldo poco per volta si arriva alla consistenza desiderata, su una fiamma bassissima, non deve cuocere oltre. Se si dovesse aggiungere troppo latte non è facile se non impossibile, anche cuocendo ancora, farlo rassodare di nuovo. Insomma il terzo segreto è la velocità, pochissimi minuti da quando le patate son cotte a quando diventano purè. Scuola di cucina vuole che si usi una frusta in modo da inglobare aria che lo renderebbe più soffice, io mi sono sempre trovata bene con il cucchiaio di legno, come mi hanno insegnato, quello tenuto da parte per il purè, poi c'è quello dei sughi e degli umidi e un altro per le creme e i dolci. Raggiunta la compattezza desiderata, per me ben sostenuto sul cucchiaio, si aggiunge qualche fiocchetto di burro, e una spolverata di noce moscata e si aggiusta eventualmente di sale, che deve essere messo con le patate a bollire. Potrei dire che mia madre non ha mai aggiunto il burro e siamo sopravvissuti benissimo, ma certo mettendolo è più buono, sulla noce moscata poca ma ci va. Molti aggiungono parmigiano, se non ci mettevamo il burro figuriamoci il parmigiano, ma ovvio che ogni ingrediente dà sapore, se poi si mette, come leggo in giro, panna e/o pezzetti di salumi o di formaggio credo diventi proprio un'altra cosa. È invece possibile divertirsi a fare dei purè colorati aggiungendo carote, spinaci, ortica, barbabietola bollite e passati a parte e aggiunti alla purea prima di mescolare con il latte. I purè colorati sono molto coreografici da mettere in tavola e buoni, ma il vero purè resta quello di patate. Il purée più famoso al mondo è quello di Joël Robuchon, chef francese pluristellato, morto qualche anno fa. La sua ricetta si avvale della varietà Ratte, una particolare patata dalla forma allungata, burrosa, con il gusto che ricorda quello della nocciola, ma credo che molto influisca anche la quantità di burro che mette su un chilo di patate ... Potete vederlo qui all'opera, tutto sommato il procedimento è quello di mia mamma, che sarebbe però svenuta a vedere usare tutto quel burro. Il risultato finale sinceramente a me piace più sostenuto di come sembra rimanere nel video https://www.youtube.com/watch?v=vrzs170Wfbc&ab_channel=BonApp%C3%A9titBienS%C3%BBr Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL DONO DEL FUOCO
Forse la prima cosa considerata sacra dall'uomo è stato il fuoco, arrivato dal cielo, e da quel momento tutto è stato diverso. L'autonomia nel produrre, trasportare, controllare il fuoco è stata la grande conoscenza che ci ha indotto a credere come noi fossimo superiori agli altri animali e simili a un dio al quale lo avremmo rubato. Al fuoco sono dedicati i riti più antichi, i fuochi del solstizio, i fuochi dei Santi, al fuoco erano messi eretici e streghe, il fuoco purifica, il fuoco disinfetta. E alle donne era assegnata la custodia del fuoco sacro, vedi le Vestali. Se vuoi vedere una donna da poco mettila attorno al fuoco Anche nella nostra cultura contadina tutto era accentrato intorno al fuoco e quindi saperlo gestire, usare al meglio la legna, nessuna donna sarebbe mai tornata a casa dai campi senza la fascetta di sticchi indispensabile per accendere un fuoco e fare bollire una pentola, era solitamente affidata alla donna, mentre la provvista della legna grande era compito dell'uomo di casa. C’è un’usanza delle campagne di una volta ormai dimenticata, il dono del fuoco. Tempi nei quali i fiammiferi erano rari e costosi e lasciarsi spegnere il fuoco sembrava quasi una disgrazia. Era d’uso allora recarsi dal vicino e farsi regalare un tizzone acceso. Dico farsi regalare perché a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiedere un compenso per il fuoco domandato. Il fuoco donato agli uomini da un essere superiore, fosse Dio, Giove o chi per loro, non appartiene a nessuno e nessuno può ricavarne profitto, può rifiutarsi di condividerlo e chi lo riceve non ha l’obbligo di ringraziare. Facciamo che i doni scambiati in queste ore abbiano la valenza e l’importanza che aveva una volta il fuoco domandato, senza nulla pretendere, semplici ma indispensabili. Facciamo che sciolgano i cuori, sgelino il ghiaccio di certi atteggiamenti duri, scaldino con la presenza più che con la sostanza, brucino le distanze spesso mentali. Per una volta, proviamoci, domandiamoci l’un l’altro un fuoco d’amore e non ci sarà bisogno di ringraziare Voi date ben poco quando date dei vostri beni. E’ quando date voi stessi che date davvero (Khalil Gibran) L'ASSOCIAZIONE CULTURALE ERBANDO E LELLA CANEPA AUGURANO BUONE FESTE Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA BÛCHE DE NOEL, IL TRONCHETTO DI NATALE VERO, E ....
... E IL MIO PASTICCIATO 🤣😂😜 Giorni fa ho ritrovato questa ricetta e meraviglia! perfettamente eseguita su you tube con semplici spiegazioni, anche se in francese. La Bûche de Noël è un dolce francese, classico delle feste natalizie, diventato di successo popolare dopo la seconda guerra mondiale e che in molti paesi del nord ha il posto dei nostri panettoni. Nato intorno alla metà del 1800, ma dalla controversa paternità, chi dice sia il cioccolatiere Bonnat a Lione, o Pierre Lacam famoso gelataio del principe di Monaco, che brevettò la ricetta nel 1895. Ricetta originale che all'inizio prevedeva un pasta genoise generosamente farcita con crema al burro e arrotolata, ricoperta di cioccolato a sembrare corteccia, così come è appunto quella che sapevo e che ho trovato, che non è il solito rotolo alla marmellata che si è abituati a fare velocemente. Attualmente invece i pasticceri francesi si inventano di tutto, tanto da ogni anno, per Natale, ambire alla bûche signature, quella che viene definita la più bella e che contiene le caratteristiche, il simbolo, lo stile della pasticceria che deve rappresentare. Spesso abbandonato il rotolo classico, le patisserie francesi in questo periodo sono ricche di monoporzioni ad ogni gusto e sapore. Qui sotto le foto le bûche signature 2021 decretate le migliori, che si possono ammirare nelle vetrine parigine. https://frenchly.us/7-best-buche-de-noels-by-french-pastry-chefs-2021-edition/ In origine pare che l'idea sia venuta per celebrare il ceppo di Natale che, specie nei paesi del nord, è tradizione lasciar bruciare nel camino durante tutte le feste, insieme a riti più o meno scaramantici, tipo innaffiarlo di vino o spargendo del sale. In ogni paese cambia il tipo di albero, qui in Liguria sicuramente si usava un bel ceppo di alloro che doveva durare nel camino fino all'anno nuovo e addirittura si tenevano da parte gli ultimi tizzoni spenti per accendere quello dell'anno successivo. Ora, perché scrivere un post se già esiste una bellissima versione dettagliata della ricetta francese? Perché a qualcuno potrebbe essere sfuggito e mi fa piacere segnalarlo, perché è fatto molto bene e soprattutto mostra alcuni piccoli suggerimenti forse non così noti, per esempio la seconda cottura della copertura o come stringere il rotolo. Ovviamente ho provato a farlo, ed è per quello che il titolo del post è il Tronchetto di Natale vero e... che sarebbe poi ... e il pasticcio che ho fatto io, ma dato che mi interessava più che altro le tecniche, sono andata un po' così, non l'ho riempito di crema al burro, (della mia più semplice ho già parlato qui>>>IL DOLCE DI MENELIKKE). Non sono riuscita a fare i rotolini di cioccolata per simulare la corteccia, probabilmente oltre a non avere la manualità necessaria, nemmeno il cioccolato era quello giusto. Sono comunque soddisfatta di quello che ho imparato, anche senza altre piccole decorazioni che avrei potuto aggiungere, bastava un rametto di pungitopo, (NON AGRIFOGLIO È TOSSICO, in tavola non si sa mai) ma non avevo più tempo, alla fine la cucina è sempre un delirio da pulire. Come i pasticceri francesi si possono fare infinite variazioni, sia sulla pasta che sul ripieno. Altri consigli: Per provare basta metà dose, è venuto davvero tanto. Per bagnarlo a me non è servita tutta quella quantità di bagna, quella avanzata l'ho messa in una bottiglietta in frigo, in fin dei conti è sciroppo di zucchero. Importante i tempi di cottura che però per il mio forno non così professionale ho dovuto aumentare di uno o due minuti Così come la copertura al cacao da cuocere, lo rende diverso dal solito rotolo che si è abituati a fare. Bisogna farla cuocere bene e raffreddare alla perfezione Interessante il metodo per stringere alla perfezione il rotolo già arrotolato, funziona alla grande, così come quello di lisciare con la spatola l'impasto per averlo perfetto sopra e sotto, per chi non lo sapeva si vede bene come fare. Importantissimo tenerlo in frigo, e in freezer, io non l'ho fatto e si vede, pensando che con la marmellata non servisse, si ammoscia un po' e poi per esempio ho provato a spruzzarlo con lo spray oro e volavano via i foglietti di cioccolata. Non ho valutato l'idea che se non potendo mangiare tutto quel tronchetto con tutta quella crema al burro da sola, avrei potuto conservarlo in freezer tirarlo fuori alla bisogna rifinendo le decorazioni all'ultimo minuto. Sotto alcune foto della mia preparazione, poi il video su youtube, dove ci sono anche le dosi e gli ingredienti oltre alla dettagliata lavorazione https://www.youtube.com/watch?v=exVf3QeYpPk&ab_channel=APPRENDRELAPATISSERIEFRANCAISE Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- ELLEBORO, LA ROSA D' INVERNO
La mia mente vacilla e l'intelletto s'oscura; abbi tu, o fior, di me pietà, appresta alle mie labbra il succo eletto che nelle foglie tue celato sta. L'Elleboro - Pietro Gori, 1882 In questo periodo in quasi tutte le nostre case c'è una Poinsettia, pianta di origine messicana, forzatamente obbligata a far diventare rosse le sue foglie perché fa tanto Natale, con grande dispendio di energie in serre riscaldate dove si fingono luce e calore dell'inverno centroamericano che le sarebbero congeniali. Difficile rinunciarci. Eppure è una moda relativamente recente, solo dopo gli anni '60 divenne accessibile a tutti, sebbene fosse arrivata in Europa già da più di un secolo. Moda iniziata per decorare i boulevard di Hollywood, quando il rosso divenne il colore di queste feste, sbarcata in Germania intorno agli anni '50 dove iniziarono le coltivazioni intensive. Ma precedentemente, il primo fiore invernale, che rappresentava il Natale, è sempre stato l'Elleboro, un fiore selvatico. Come sempre ne esistono diverse varietà, qui nel sottobosco fra le sterpaglie, cresce l' l'Helleborus viridis, completamente verde, abbastanza comune, o l'Helleborus foetidus, sempre tutto verde, ma con le corolle appena tinte di rosso ai margini, mentre salendo a quote più alte, più a nord, fin nei prati di montagna, si trova anche il bellissimo Helleborus niger, dal fiore bianco con l'interno giallo dorato, dal quale derivano le piante che si possono comperare in questo periodo nei garden. Ne scrivo ora perché leggermente anticipata la fioritura con la coltivazione, si trova pronto giusto per le festività natalizie, con un cespo verde compatto che può raggiungere i 30 cm, il fiore bianco che sfiorendo si sfuma di porpora, con un aspetto simile alla rosa selvatica e chiamato Rosa di Natale e ricomparso da qualche anno nei negozi dei fioristi, anche in più colori. Una pianta rustica, che sopravvive più facilmente della Stella di Natale ai climi freddi, anche all'aperto, riempiendo le zone a mezz'ombra, ed essendo perenne torna ad abbellire giardini e terrazzi tutti gli anni, con un minimo di cura. Avevo voglia di parlarne anche perché come pianta selvatica, è conosciuta fin dall'antichità per i suoi molteplici usi. La pianta come tutte le Ranuncolaceae, è altamente tossica, e come tanti altri veleni ha proprietà medicinali, ricordo che "farmaco" dal greco ha anche significato di veleno. Tutta la pianta è tossica, ma in special modo il rizoma e le sue radici contengono più di una sostanza potente che può condurre anche alla morte se usata in modo inappropriato. Soprattutto quello dal fiore bianco, che deve il "niger" del nome botanico per il colore nero della radice, mentre Elleboro potrebbe significare "che fa morire nutrendo". Come tutte le piante che avevano effetti sull'uomo anche questa entrò nell'elenco delle piante magiche e proprio nel medioevo fu usata come veleno, per fare fatture ed esorcismi, di elleboro pare si spalmino le streghe per riuscire a volare ai sabba, ma pure per curare scompensi cardiaci, come purgante, e soprattutto per curare la pazzia, anche se per questo uso già se ne parlava ai tempi di greci e romani quando si narrava di Ercole e Melampo guariti dalla follia grazie all'Elleboro nero, o raccontando del filtro magico di Circe che trasformò gli uomini in porci. Solo San Martino di Tours, nel suo soggiorno all'isola Gallinara, qui in Liguria al largo di Albenga, pare si nutrisse di Elleboro, senza conseguenza alcuna, non sapendo fosse così velenoso, ma d'altra parte lui era Santo. “ bisogna mandarlo per l’elleboro ad Anticira” Orazio Se a livello casalingo sono dimenticate dosi e modi di curarsi con questa pianta e non è proprio il caso di provarci, avendo attenzione anche se si usano i fiori per un bouquet su tavoli e simili, i contadini invece solo da pochissimi anni hanno smesso di curare gli animali con l'Elleboro, o forse qualcuno lo fa ancora, inserendo il rizoma appuntito sottopelle nel collo o nella coscia. La parte gonfiava formando un bubbone e l'animale guariva da diverse patologie. Rimaneva però il segno e l'animale era deprezzato in quanto si capiva che era stato malato. Ho letto da qualche parte che le bustine di polvere per starnutire, vendute a Carnevale non sarebbero altro che radice di Elleboro tritata, che per il potere irritante provocano forti starnuti. Non posso accertare se sia vero o meno, già come scherzo non mi pareva intelligente, nel caso fosse vero spero proprio che non sia più in vendita. Resta comunque da constatare quante nozioni si siano perse nella quotidianità, una volta fin da bambini si sapeva cosa ci circondava, cosa fosse velenoso e cosa no e come andava o non andava usato, anche senza nozioni scientifiche. I bambini una volta andavano a raccogliere gli Ellebori nei boschi per farne grandi mazzi da portare ai mercati dove erano venduti appunto come Rosa di Natale e guadagnare qualche soldo e sapevano di cosa si trattava. Il nome Rosa di Natale le viene da una leggenda che la crede fiorita nei pressi della grotta di Betlemme per le lacrime cadute da una pastorella che non aveva nulla da portare in dono al Bambin Gesù. Per contro la Poinsettia o Stella di Natale, Euphorbia pulcherrima, che l'ha sostituita ha pure una certa tossicità, se pur non così pericolosa, il lattice che secerne è irritante per la pelle, ma che dire allora del Vischio che è davvero tossico anch'esso? L'importante è saperlo. "Anna Onna, su svegliati, su lèvati e vammi in cerca dell'Elleboro nero, che il senno renda a questa creatura” La Figlia di Iorio G. D'Annunzio, 1903 * foto di Actaplantarum, cliccando sulla foto si accede alla scheda sul sito Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. 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- LE RADÌCCE di Chiavari
Nel lungo inverno, sono meno le verdure fresche di cui si può godere. Oltre le zucche, i cavoli, i carciofi e poco altro, qui nel Tigullio abbiamo le Radici di Chiavari, da noi chiamate abitualmente Radìcce. È uno dei cinque ortaggi appartenenti al marchio Antichi Ortaggi del Tigullio Non ha nulla a che vedere con altri ortaggi da radice tipo rapa o barbabietola o pastinaca, è semplice Cichorium intybus, in una varietà selezionata più per le sue radici che per le sue foglie. Si differenzia da altre radici in commercio, non di Chiavari, per la forma conica di notevoli dimensioni e il colore bianco. La differenza non è solo nella forma, ma è anche nell'effetto sull'intestino. Difficilmente quella originale di Chiavari vi darà fastidio, pur mantenendo le sue proprietà e il gusto amarognolo, proprio delle radici di Cicoria, in questa varietà è piacevole. E' una verdura altamente depurativa, tanto che nella tradizione genovese viene annoverata come piatto delle feste natalizie, contorno povero che disintossica dai bagordi dei pranzi, aiuta a smaltire i grassi che inevitabilmente in quei giorni si ingeriscono. Non si devono confondere le Radicce con la Scorzonera,(qui>>>) altra prelibatezza ligure, anch'essa radice buona da mangiare, ma che non è una cicoria, con sapore dolce e dimensione inferiore. Pur appartenendo alla stessa famiglia sono due generi completamente diversi. E' un piatto povero, di facile esecuzione ma salutare. Un tempo le donne avevano il compito di fregarle fino a farle venire belle bianche, ora con un comune pelapatate tolgo la parte superficiale. Lavo bene e taglio in due o tre pezzi. Ho anche pelato e tagliato qualche patata morbida e, come dice la regola, metto sul fuoco in una pentola di acqua fredda. Non sapete la regola delle verdure? "tutto quello che cresce sotto la terra, acqua fredda, tutto quello che cresce sopra la terra, acqua calda" 😜 Incoperchio e faccio cuocere una quindicina di minuti - venti da quando bolle, e comunque controllo ogni tanto con una forchetta. Il piatto è pronto, resta da condirlo con buon olio ligure nuovo, una goccia di aceto o limone, se piace e sale. L' intestino ne beneficerà, ringraziando. "E sêuxoe son comme e radicce: un pö ciù ò un pö mêno, amâe o son tutte." Le suocere son come le radici: un po' più o un meno sono amare tutte Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- L'OMBELICO DI VENERE
...Come sempre, il paesello taceva e sembrava deserto, abbandonato; sui muri si apriva con le sue piccole coppe di carne verde l'ombelico di Venere ... Dopo il Divorzio - Grazia Deledda 1903 Per una volta riuscirò a parlare di una pianta facilmente riconoscibile, difficile da confondere con altre. La sua caratteristica forma rotonda, un dischetto con una depressione al centro, il verde tenero, la consistenza di pianta grassa, il posto dove cresce sui muri ombrosi dei boschi ma anche sulle rocce umide a picco sul mare sempre e solo se non troppo baciate dal sole, la rende inconfondibile. Il particolare aspetto la fa assomigliare vagamente alla zona dell'ombelico e se di corpo si parla, per la sua bellezza non può che essere di Venere. Chissà quante volte l'abbiamo incontrata nelle nostre passeggiate, inizia adesso a mostrarsi in riviera, per fiorire prima che venga il caldo, con un lungo ramo di piccole campanelline pendule di un bianco sporco tendente al verde, raramente sfumato di rosa. Forse mai abbiamo pensato di raccoglierla per mangiarla... L'utilizzo alimurgico di questa pianta non è molto in uso da queste parti, forse dimenticato, anche se in tempi diversi veniva addirittura bollito, meglio a vapore, insieme ad altre piante. Invece è buona in insalata e soprattutto decorativa e spesso inaspettata dagli ospiti quando se la trovano nel piatto insieme ad altre foglie più comuni. Da raccogliere giovane, prima che fiorisca. Inutile stare qui a descrivere il gusto, ognuno di noi ha la sensibilità sua e esperienza mi ha insegnato che questi particolari sapori sono tutti da recuperare. I recettori della nostra lingua stanno velocemente andando verso una globalizzazione che non esce da o dolce o salato, i bambini non sono più minimamente abituati, per esempio, all'amaro, che è uno dei quattro sapori fondamentali indispensabili per la sopravvivenza, amari sono quasi tutti i veleni che in minima dose diventano però medicina, quindi è perfettamente inutile che stia qui a scrivere che ha un sapore fresco e delicato, provare provare provare. Un ultima cosa, ha anche blande proprietà. Pestata veniva usata per le scottature, ma anche per sciatica e reumatismi, forse quando davvero non c'era altro Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CALICANTO 🤗 un profumo che abbraccia
Guardo fuori in questa giornata uggiosa e vedo il Calicanto nel giardino di casa, apro la porta e mi arriva il suo profumo come un abbraccio. La pianta mi è stata regalata anni fa e nel linguaggio delle piante significa protezione e aiuto per la persona che lo riceve, forse per le tante leggende che lo identificano. Quella che mi piace di più si riferisce a una notte di dicembre di tanti anni fa, in un mondo in letargo, uomini, animali, piante dormivano mentre in una grotta nasceva un bambino. Lì, fuori la grotta, una piantina di Calicanto, a quel vagito si era svegliata improvvisamente e coperta di boccioli gialli, credendo arrivata la primavera. Sentendo il pianto del bimbo e non sapendo come consolarlo si sporse con i rami fin dentro, aprì le corolle spargendo intorno un profumo soave, e il bimbo sorrise... da allora il Calicanto fiorisce sempre a Natale. 🤗 Per questo si dice che il profumo di Calicanto dia forza e serenità. Un rametto in camera alla sera fa risvegliare più tonici e distesi.E' anche buona usanza fregarsi i polsi e le caviglie al mattino per infondere tono, rinforzare le ossa e i fasci nervosi. Così mi preparo l'oleolito di fiori di Calicanto. Dopo averli fatti appena appena appassire, ne metto una manciata in un vasetto scuro e copro con olio di mandorle. Sistemo il vasetto con olio e fiori in un sacchetto di carta al riparo dalla luce, su di uno scaffale in alto in cucina dove la temperatura è un po' più alta, per favorire il rilascio dell'essenza. Dopo venti giorni filtro e il mio olio per massaggi ricostituenti è pronto in tempo per l'arrivo della primavera. E' utile anche per le pelli arrossate di mani e viso. Mentre in dosi attente i fiori anche essiccati possono essere usati mescolati ad altre erbe Attenzione a non usare i semi, che potreste ancora trovare secchi della stagione precedente, sono fortemente tossici. Come potrò dimenticare l’odore del calicanto nelle notti di febbraio, la volatile gioia d’acuta verdezza traboccante nel buio della strada deserta... L. FALLACARA Da tutti chiamato comunemente Calicanto, in realtà un suo nome scientifico è Chimonanthus praecox (L.) Link, il vero Calicanto, Calycanthus floridus, ha una fioritura estiva, fiori rosso porpora solo leggermente profumati. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.











