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  • CARCIOFINI SOTT'OLIO

    Dopo tanto tempo fra erbe, raccogli le erbe, porta le erbe, racconta le erbe, oggi mi sono concessa un pomeriggio. D'altra parte si aspetta la pioggia benedetta e riuscirò a stare un po' a casa, viste le previsioni, l'altra sera, tornando, al supermercato, ho trovato un po' di carciofini, ovvero gli ultimi carciofi piccoli che rimangono sulla pianta nei rami secondari e che vengono usati per essere conservati sott'olio. Il periodo che si trovano in vendita almeno qui da noi è questo, tra fine aprile e inizio maggio poi non ne arrivano più, e quelli dell'altra sera mi sembravano già abbastanza malconci da essere gli ultimi. Li ho presi lo stesso, mi piacciono troppo, e nonostante l'aspetto esteriore so che dentro poi saranno diversi, d'altra parte o faccio questi e devono essere piccoli, o non mi perdo a mettere sott'olio quelli più grandi divisi a spicchi, perché sono davvero tutta un'altra cosa, un altro sapore, al di là dell'aspetto estetico. Pulirli è meno tragico di quanto possa sembrare, basta osservare qualche accortezza. Si taglia sotto le punte, si taglia all'attaccatura del gambo, si arrotonda il fondo in modo da togliere in solo gesto anche le prime foglie più dure, e il carciofino è pronto da mettere a bagno con acqua fredda e limone. Puliti tutti, si fanno bollire in aceto, con un grano di pepe, una foglia di alloro, sale, uno spicchio d'aglio. Non serve molto liquido, appena appena coperti, e si fanno cuocere cinque minuti, non di più perché non serve, devono essere bei croccanti. Premuti leggermente in un canovaccio pulito e lasciati asciugare qualche ora, si sistemano poi per bene in una arbanella pulita e si coprono di olio di oliva, distribuendo il pepe, l'alloro e l'aglio bolliti insieme. Non metto mai prezzemolo nelle conserve, mi sembra diventi scuro e cambi sapore, aggiungerne un poco fresco al momento dell'uso è un attimo. Dovrebbero rimanere una decina di giorni per insaporirsi, io non ci riesco quasi mai, a meno che non ne trovi una quantità tale che mi permette di farli durare un po' di più. Classici nell'antipasto, sulla pizza, per una pasta veloce, un contorno, una bruschetta e chi più ne ha più ne metta. I più grandi, quando in questo periodo vengono venduti a cassetta, li pulisco con lo stesso metodo, taglio in quattro e dopo una brevissima sbiancatura di pochi minuti in acqua bollente li metto in congelatore e saranno pronti per fare torte, sughi, stufati. Metto in congelatore, in anni che si possono comperare senza un mutuo, anche quelli di prima scelta, tagliati a fette spesse, passati nella farina poi nell'uovo sbattuto e infine nel pane grattugiato pronti per friggere assolutamente in olio evo Altre ricette con i carciofi https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/02/15/torta-patate-e-carciofi-a-modo-mio https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/31/pasqualina-e-cappuccina Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • L'INSALATA RUSSA

    È arrivato il momento di parlare anche di lei, l' insalata russa... Perché si chiami, russa con le ricerche storiche ora si sa, ma dalla Russia è partita con il nome di insalata Olivier. L'originale, quella pensata dal tale chef francese Lucien Olivier, che in Russia, nella metà del 1800 la inventò, conteneva carne di selvaggina da piuma, lingua di vitello, gamberetti di fiume, olive, capperi ecc. era rifinita con la gelatina, assomigliava di più a un aspic che a come è arrivata qui, e infatti in Russia è ancora chiamata insalata Olivier e le diatribe sulla ricetta perfetta sono esattamente come qui per tanti nostri piatti e poco assomiglia alla nostra. Nel percorso dalla Russia a qui è successo che ha perso per strada molta della sua opulenza probabilmente per i cambiamenti sociali che ci sono stati dalla fine dell'ottocento, crisi e guerre che nel tragitto hanno tolto molti ingredienti costosi. Mi sovviene una striscia comica che ho visto tempo fa che recitava: "In Germania l'insalata Russa è chiamata francese, in Germania italiana, in Italia russa... è evidente che nessuno se ne vuole prendere la responsabilità". Per molto tempo è stata immancabile nei piatti degli antipasti delle feste, ora mi sembra un po' meno presente perché anche il cibo segue le mode. La ricetta di casa mia è come sempre, leggermente diversa da altre viste in giro, chissà se per la preoccupazione di mia madre, combattuta fra è buona ma poco salutare per le troppe uova o per la saggia avvedutezza del costo del troppo olio impiegato: - Tuttu quell'oio! - e pensare che mai avrebbe creduto in un mondo dove con pochi euro adesso ti porti a casa un vasetto di maionese enorme. Così il risultato raggiunto è buono, molto più leggero ed economico. Nessun segreto, semplicemente una delle patate bollite schiacciata e mescolata con poca maionese e con queste condite le verdure, chissà quanti faranno già così. Con questi pochissimi ingredienti, dal costo irrisorio, anche dovendo comperare gli ingredienti, ho ottenuto una quantità che può essere servita con generosità a quattro cinque persone: 3 patate medie grandi 2 carote 200 gr. di pisellini fini, ho messo i miei del congelatore, anche se sono un po' grossi 1uovo sodo Giardiniera sott'aceto, funghi sott'olio o simili a piacere come decorazione Ho fatto un video per far vedere quanto è semplice, anche recuperando la carota dell'orto un po' così... Amo bollire le verdure per queste preparazioni già tagliate a dadini e a vapore. Cuocendole quel poco che restino croccanti. Una patata invece la lascio a fette. Cotte le verdure le metto in una pirofila con qualche goccia di olio e un pochino di sale a raffreddare Per la maionese: un tuorlo d'uovo a temperatura ambiente 100gr. di olio di semi (di mais, di girasole, di arachidi o anche di oliva se piace) un cucchiaio di aceto, meglio di mele un cucchiaino di succo di limone sale Va di moda adesso usare anche l'albume, a me hanno insegnato che il tuorlo dell'uovo crudo è digeribile mentre l'albume resta notevolmente indigesto e quindi non lo metto. C'è poi chi non farebbe mai la maionese senza pastorizzare l'uovo, ognuno faccia come crede. Per pastorizzare le uova non ci sono grossi problemi, basta scaldare l'olio a 120° e far bollire l'aceto...ma sarà davvero così? non proprio... anche se sono in molti ad asserirlo, così come si dice per lo sciroppo di zucchero a 120 gradi per le preparazioni dolci. L'eventuale salmonella che può essere all'interno dell'uovo non credo si elimini semplicemente con un po' di aceto e olio caldo, troppe sono le varianti, la temperatura dell'uovo, la quantità, ecc. ecc. La salmonella sul guscio può essere eliminata lavando velocemente le uova con acqua calda solo pochissimo prima di usarle. Un vantaggio di usare le uova pastorizzate è che sicuramente dura di più chiusa in un barattolo in frigo. L'importante è che non corriate a lavarvi le mani appena avete rotto l'uovo se poi fate la maionese con l'uovo crudo. La procedura per farla con il frullatore a immersione è ormai conosciuta a tutti: si versa uovo, sale, succo di limone, eventualmente la senape, in un contenitore alto e stretto. Si mette il frullatore a immersione posato sopra l'uovo, si aziona senza mai sollevarlo fino a che l'uovo non schiuma un po', a questo punto si aggiunge a filo l'olio intiepidito e si continua con il frullatore sul fondo fino a che non si forma la maionese, per ultimo l'aceto caldo C'è chi mette anche l'olio subito, in questo caso però a freddo. In rete ci sono centinaia di video di dimostrazione. Anche l'aggiunta di un cucchiaino scarso di senape pare aiuti a emulsionare la maionese. C'è ancora chi fa la maionese con le uova sode, chi mette lo yogurt, a me va bene tutto, ma è un'altra cosa ne più buona ne meno buona ma è un'altra cosa. Personalmente ho imparato verso i quindici anni da un gentile amico di mio papà, con il quale andavamo a pesca di trote e una domenica sera tornando, per cuocere il pescato a casa sua, mi insegnò la maionese a mano, quando di frullatori a immersione non se ne aveva notizia. Adesso se devo davvero farne tanta uso frullatori a immersione e non, ma se è per un tuorlo finisco per far prima a mano, scodella e forchetta o frustina. Procedimento quasi identico: in una fondina arrotondata sciolgo il sale con un cucchiaio di aceto (io di mele), aggiungo il tuorlo emulsiono un attimo comincio ad aggiungere olio versato a filo, forchetta che sbatte senza fermarsi, quando comincia a emulsionarsi si aggiunge il limone . A dir la verità non misuro nemmeno l'olio. Questo piccolo video è in tempo reale, cioè il tutto non dura cinque minuti, salvo qualche interruzione perché mi cadeva questo o l'altro ma si vede quanto è semplice. Ho recuperato sicuramente più maionesi impazzite con il frullatore di quelle a mano, e l'unico metodo che ho trovato valido è ricominciare da capo con un tuorlo e aggiungere la maionese impazzita come fosse l'olio. Olio sì, ma che olio? Un tempo la facevo solo con olio evo, specie se ligure leggero, adesso più spesso con olio di mais spremuto a freddo, insomma non un olio di semi di quelli ottenuti con solventi vari. Fatta la maionese, si schiaccia bene la patata come per fare il purè, bella fina e liscia e si mescola a un cucchiaio di maionese, si condisce con questa le verdure pronte e raffreddate, alla quale si possono aggiungere due cucchiai di giardiniera, o di soli cetriolini se piacciono, noi in casa qualche pezzetto di fungo sott'olio. Oggi non ne avevo sottomano non li ho messi. Si controlla se piace o serve aggiungere sale. Si sistema artisticamente in un piatto, io chissà perché lo preferisco ovale, tutto a cupola e si copre di un velo di maionese. Si procede poi con le decorazioni come si vuole. Di solito fettine di peperone rosso, di carota, olive spaccate. L'insalata russa era una delle poche occasioni per tirare fuori l'affetta uovo, uno degli oggetti più inutili che esistano, ma di grande soddisfazione per mia madre quando doveva tagliare più di un uovo e quello che uso i suoi 60 anni passati li ha e fosse mai che taglio un uovo con il coltello per l'insalata russa. Qualsiasi aggiunta all'interno come al solito è lecita per il gusto proprio. C'è chi non la considera nemmeno insalata russa senza tonno sott'olio, o molti mettono carne di pollo o cubetti di prosciutto cotto e chi sono io per proibire di metterli? In casa mia quella non era insalata russa, se mia madre doveva scegliere cosa aggiungere, sceglieva una verdura magari fagiolini, o metteva più giardiniera. Quel che posso assicurare che abbondare di maionese non fa di questa pietanza qualcosa di migliore, ma uccide il gusto degli altri ingredienti, rendendo tutto pesante. Basta il velo sopra che la ricopre, per il resto si può fare come uno vuole. Un consiglio per prepararla per tempo: preparare le verdure condite anche uno, due giorni in anticipo e finire nel piatto di portata solo poco prima di portare in tavola. Questa insalata russa si può servire a cucchiaio, magari su una foglia di radicchio rosso, accanto all'antipasto di salumi, o se ci si vuol sbizzarrire, pressata dentro a una formina rotonda o dentro a un mini bicchiere da finger food. Un antipasto, anche quello ormai datato, erano gli involtini di prosciutto cotto, ripieni di insalata russa, volendo o non volendo ricoperti di gelatina, che sarei giusto dell'idea di riproporre per queste prossime feste. Magari più piccoli, giusto come un finger e non ricoperti di gelatina ma solo decorati. Dimenticavo: per gli appassionati di storia, pare che la maionese debba il suo nome a Mahòn, sull'isola di Minorca, quando il duca di Richelieu durante l'assedio, chiese al cuoco di preparare qualcosa di freddo con quel poco che era rimasto, così da non accendere nemmeno i fuochi. Il duca vinse e la salsa si continuò a fare ricordando Mahòn --- maionese. Circola voce che qualcosa di simile già esisteva e che fosse addirittura chiamata "salsa genovese" ... chissà quale sarà la verità Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • CARDO DEI LANAIOLI

    Quando il cardo fiorisce e da un albero la cicala canora diffonde l'armonioso frinire battendo le ali, è giunto il tempo dell' estate ... Esiodo - Le opere e i giorni - VII sec. A.C Da tempo volevo parlare dei cardi selvatici spontanei nei nostri prati, e il momento giusto mi sembra questo, per scrivere almeno di uno fra i più appariscenti, il Cardo dei Lanaioli. Adesso, che le sue infiorescenze svettano fino a due metri di altezza e si incontrano ai bordi delle strade, negli incolti, sui ruderi, e con l'Associazione sto portando avanti il progetto della lana con Federica ( qui>>>Federicadellalana ) . Se si chiama "dei Lanaioli" un motivo c'è. Appunto i suoi capolini secchi sono da tempi antichi usati per cardare la lana e "pettinare" i tessuti, ma non strettamente per un uso casalingo come si potrebbe pensare, bensì anche industriale fino ad arrivare a coltivazioni di specie che fornissero fiori sempre più grandi. Se inizialmente questi erano usati manualmente si arrivò poi al montaggio su nastri e su macchinari enormi. Ancora oggi aziende del settore ( qui>>>FratelliPiacenza ) usano il fiore di cardo per la garzatura dei loro tessuti pregiati foto del Lanificio F.lli Piacenza - Biella cardatrice manuale Museo della Frutticoltura A. Bonvicini Il riconoscimento è facile in questo periodo, appunto per l'imponenza che la pianta ha, alta, spinosissima, grandi foglie strette e lunghe, con la nervatura centrale sul retro grossa e con grosse spine. Foglie che avvolgono il fusto come a formare una coppa, adatta a trattenere l'acqua piovana e recenti studi hanno dimostrato che se in questa raccolta rimangono insetti, la pianta se ne nutrirebbe come ad essere quasi carnivora, infatti un tempo quest'acqua veniva considerata magica per la sua capacità di sciogliere gli insetti e si credeva fosse bevuta da elfi e fate e che Venere si lavasse con questa acqua tanto che il nome antico della pianta era Lavacrum veneris. Questa caratteristica dà il nome al genere Dipsacus, da " sete ", mentre fullonum, nel caso di questo selvatico, deriva dai fullones , etimo di origine etrusca che indicava coloro che si occupavano della lavorazione della lana. È una delle possibili spiegazioni del toponimo Follonica, in provincia di Grosseto. In realtà botanicamente non è nemmeno un cardo come gli altri, appartenendo ad una altra famiglia. Come altri cardi è mangereccio, quando la rosetta basale spunta in primavera, le spine più tenere, e successivamente le coste private delle spine. Bollito, condito semplicemente con olio e limone, deve piacere il gusto amaro. Mescolato con altre erbe commestibili, nei vari misti primaverili. Ha anche proprietà diuretiche, in fitoterapia si usa la radice, ma anche le foglie in tisana possono favorire la disintossicazione dell'organismo in caso di gotta, artrite, reumatismi, così come il decotto era usato per lavaggi per problemi alla pelle come psoriasi, foruncoli, ecc. foto dal web Un uso meramente decorativo con i capolini secchi, spesso spruzzati di vernice dorata o colorati nelle composizioni di fiori secchi, insieme a lunaria, grano, semprevivi, ecc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • ZEPPOLE E FRISCEU DI SAN GIUSEPPE

    - A San Giöxèppe, se ti pêu, inpî a poêla de friscieu - Tradizione antichissima quella delle frittelle per il giorno di San Giuseppe. Una di quelle feste che si è sovrapposta ad altre di fine inverno nelle popolazioni non ancora cristiane, l'ultima degli antichi romani ad essere sostituita con quella dedicata del 19 marzo. E non solo ligure, in tutta Italia si frigge, da nord a sud, tanto da far conquistare al Santo l'appellativo di "San Giuseppe frittellaro". Una leggenda racconta che San Giuseppe dopo la fuga dall'Egitto, si arrangiò a vendere frittelle, visto che non poteva più esercitare il mestiere di falegname. Per questo fino a qualche anno fa, quando ancora esistevano, erano loro, i falegnami, che davanti alle loro botteghe allestivano un banchetto provvisorio e il bancâ (il falegname) offriva a amici e passanti i frisceu, dolci e salati, ripieni di uvetta o verdura. Fra tanti uno era pieno di bambagia e chi lo trovava doveva pagare da bere a tutti. nonno Giuanin, nella sua piccola falegnameria in Via Entella a Chiavari - A éuggio se fa sôlo i frisceu - La ricetta è semplice e più o meno uguale in tutta Italia. Questa è la mia, simile alla pastella che uso per fare le verdure appastellate nel fritto misto alla genovese, con l'aggiunta di un rosso d'uovo per sancire la festività. Quella antica vuole il lievito di birra unito alla farina il mattino presto perché la pastella per i frisceu sia pronta da friggere per il mezzogiorno. Per far prima ora uso la farina autolievitante, per esempio quella della Spadoni, per circa 250gr., un rosso d'uovo e l'acqua che basta a formare una pastella ancora abbastanza sostenuta, perché di mio, aggiungo il bianco montato a neve. Come dicevo, i frisceu sono cucchiaiate di questo impasto messe in olio abbondante a formare friggendo delle palline. Nell'impasto si può mettere la qualsiasi, per tradizione il Prebuggiun ( qui>>> ), i fiori di Boraggine ( qui>>> ), la lattuga, la cipolla, il baccalà, e in quelli dolci lo zibibbo (l'uvetta). Mio padre, di origini piemontesi, preferiva, in questo giorno, le frittelle di mele come si fa nel fritto misto piemontese, la fetta rotonda con il buco e in ricordo suo così li faccio ancora. La mela deve essere necessariamente Renetta, qualsiasi altra mela si perde. Dopo averla sbucciata e privata del torsolo e tagliata a fette, immergo ogni fetta nella pastella e poi nell'olio bollente. Attenzione ... una è di cipolla 😂😂😂 - San Giuseppe frittellaio è un dì per metà festaio - Al sud, per San Giuseppe, si fanno le zeppole, di ogni misura, e dopo aver passato due anni a rimpinzarmi di queste a Taranto, non posso fare a meno di rifarmele qui tutti gli anni. Sempre al Sud per questa giornata, si organizzano anche le Mattre , le Tavolate di San Giuseppe, mirabolanti tavole ripiene di ogni ben di Dio che vengono offerti alla folla. Una volta venivano riservate ai poveri mendicanti di ogni paese, e per me assistere a una di queste feste, proprio a San Marzano di San Giuseppe, è stata davvero una esperienza emozionante. Tornando alle zeppole , i puristi le intendono fritte, in realtà in ogni pasticceria si trovano a piacere anche quelle al forno. Si tratta di una pasta choux, la pasta dei bignè, servita con crema pasticcera e decorata con una amarena sciroppata. La ricetta viene direttamente da Taranto e fra le tante che potete trovare questa ha veramente poco burro. Dunque in 250gr di acqua metto 50gr di burro a pezzetti a sciogliere sul fuoco, quando prende il bollore butto tutto di colpo 150gr. di farina e faccio cuocere mescolando fino a che non ottengo una palla. Metto a intiepidire, poi uno alla volta, facendolo assorbire bene, aggiungo un uovo intero alla volta, fino a tre, per questa dose. Con l'aiuto di un sac à poche e una bocchetta stellata grande, formo, su quadratini di carta forno (anticamente su di un piattino unto) un anello a due giri. A olio caldo, ma non troppo, poso delicatamente dentro, ogni zeppola con la carta in su, aspetto qualche secondo e tolgo la carta. Lentamente la zeppola si gonfia, la giro e la tolgo quando è di un bel colore ambrato e bella gonfia. Si capisce che la pasta deve essere bella sostenuta, quindi attenzione ad aggiungere l'ultimo uovo, e l'olio deve essere ben caldo, ma meno che per i frisceu , per permettere alla zeppola di gonfiare. Se l'olio è troppo caldo secca senza gonfiare. Una volta fritte le decoro con una crema pasticcera, un'amarena sciroppata e zucchero a velo. Con lo stesso impasto si possono fare e mettere in forno statico a 180° e aspettare che gonfino ben bene. Per la crema pasticcera, semplicemente metto un cucchiaio raso di farina, (o di amido di mais, o di fecola), e di uno di zucchero e un bicchiere di latte scarso, per ogni uovo, in una pentola. Aggiungo qualche semino preso con la punta de coltello, da una bacca di vainiglia, due pezzetti di scorza di limone e sul fuoco basso porto a cottura sempre mescolando. Appena si rassoda e si formano le bolle alle pareti della pentola tolgo e metto a raffreddare. Se qualcuno appartiene al popolo di "quelli che gli impazzisce sempre la crema" conviene provare a cuocerla a bagnomaria qui>>> o nel microonde qui>>>qui Non resta che deliziarsi il palato sperando nella primavera che si avvicina anche se San Giuseppe ha la barba bianca e quindi può ancora nevicare ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti . Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • CHI NEL MARZO... DATE EVENTI

    Con le difficoltà avute della rete internet e il meteo contrario, pubblico solo ora le date dei prossimi incontri sulle erbe del Prebuggiun. Quest'anno tante nuove location e anche quelle storiche. MARTEDÌ 17 MARZO - MARTEDÌ 24 MARZO PASTIFICIO DASSO E ULIVETO IN MUSICA Non ci sono parole per descrivere questo imperdibile evento che abbiamo studiato assieme con il Pastificio Dasso. Alle 11 nel pastificio tavolo con le erbe a disposizione per raccontarne storia e differenze per un riconoscimento empirico. Possibilità di comporre un erbario da portarsi a casa. Nel mentre illustrazione di pulitura e cottura delle erbe Alle 12 - 12,30 Pranzo in Pastificio con Benvenuto della cucina Taglierini alle ortiche Ravioli di borragine Al termine passeggiata di riconoscimento delle piante dal vero nel curatissimo uliveto di Nino Trifiletti "La favola della Mignola" dove gli olivi ascoltano la musica di Mozart. Le Università di Pisa e Firenze hanno studiato come le vibrazioni sonore agiscano in connessione stimolano il metabolismo, allontanano parassiti e rendono le piante più vigorose. La musica di Mozart è la più indicata perché ricca di frequenze specifiche, viene utilizzata perché, secondo gli studi, riflette le sequenze di Fibonacci e predilige il modo maggiore, armonizzandosi con la natura. SABATO 21 CIRCOLO CASONE ACLI - CASSANA DI BORGHETTO VARA Segnalo questo evento, organizzato da loro, limitandomi ad aggiungere il telefono della referente. Se qualcuno fosse dei dintorni e volesse partecipare può chiedere non ci sono problemi DOMENICA 22 MARZO AZ. AGR. SCHIAPPASSE SIMONA - NEIRONE Altro paradiso delle erbe i campi dell'Az.Agr. di Simona a Neirone, ormai una tradizione. Come sempre passeggiata di riconoscimento e al termine aperitivo con assaggi. PALME DA GAGGERO - CARASCO Si avvicina a grandi passi la Pasqua e in Liguria ancora viva la tradizione dei Parmê, caratteristici rami di palme intrecciati. Giovedì e venerdì potrete provare a intrecciarli con me da Gaggero Garden, sarò lì dalle 10 della mattina. Nel frattempo se volete sapere la curiosa storia che fa sì che il palmiere del Santo Padre venga, da quasi 450 anni, da Sanremo e Bordighera potete leggerla qui: https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/24/palme-intrecciate DOMENICA 29 MARZO I LIBERTI DELLA TERRA - SAN MARCO D'URRI - È la domenica delle palme e dopo la passeggiata, la prescinseua e le chiacchiere sulle erbe se qualcuno vuole intrecciare le palme con me sono disponibile. ANTICIPI DI APRILE Finisce Marzo e sono già disponibili diverse date per Aprile Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • TORTA MIMOSA ovvero PAN DI SPAGNA o GENOISE?

    Quanti rossi d'uovo sbattuti con la forchetta per le torte che faceva mia madre per tutte le feste possibili. In una casa dove si festeggiava anche il compleanno dei ragni, eravamo sempre a sbattere e avercelo! uno sbattitore elettrico. Mi sarei messa a piangere al primo robot con le fruste che arrivò in casa. E mi annoiavo a morte a sbattere, oltre che stancarmi: - Mammaaa, va bene così?- - No, devono diventare quasi bianchi, essere belli gonfi, devono scrivere - Si usavano solo i tuorli di uova freschissime e mai state in frigo ( e chi ce l'aveva allora) e la regola era un cucchiaio di zucchero e quasi due di farina finissima per ogni tuorlo Le uova aperte una per una separando tuorlo da albume per controllarne la freschezza, i tuorli sbattuti a lungo con lo zucchero. Quando il composto "scriveva" si poteva aggiungere la farina a poco a poco setacciandola e girando con dall'alto al basso con il cucchiaio di legno piatto (quello tenuto per i dolci). Nel frattempo si erano montati a neve ferma gli albumi e lì sbatti sbatti sbatti fino a che la forchetta non stava ferma diritta nel mezzo e si univano anche questi al composto con delicatezza. Nella tortiera imburrata e infarinata, SENZA SBATTERE e in forno per 45minuti - un'ora a 180° Ora tutto è cambiato, bilancia, robot, e uova intere. Ieri volevo fare una torta mimosa per oggi e all'ultimo minuto ho tirato fuori le uova dal frigo, sono anni che le sbatto meccanicamente e soprattutto, anche se non so perché, uso uova intere con lo zucchero per almeno una decina di minuti e poi aggiungo la farina, sarà la potenza dello sbattitore ma il risultato mi soddisfa a sufficienza. Altrimenti, sempre con la planetaria o le fruste elettriche, come una volta: gli albumi montati bene a neve e messi da parte, i tuorli con lo zucchero, a mano si unisce la farina, poi gli albumi molto delicatamente per non smontare il tutto Le dosi per questa mia sono queste: 6 uova medie 225gr. di zucchero 225gr. di farina 00 un poco di polvere di vaniglia naturale teglia da 22 cm. imburrata e infarinata o imburrata e con la carta forno Per prima cosa preparo la teglia, imburro leggermente il fondo e applico un rotondo di carta forno ritagliato, imburro le pareti e o le infarino sbattendo via l'eccesso, o copro anche queste con una striscia di carta forno specie se non ho una teglia sufficientemente alta. Metto tutto nel robot, con la frusta e sbatto, sbatto, sbatto per almeno 10 minuti, nel frattempo mi ero setacciata la farina, quando sono montati per bene diventano chiari e gonfi, a mano la aggiungo a cucchiaiate sempre facendola cadere dal setaccio, piano con movimenti delicati dall'alto al basso, solo il tempo necessario per amalgamare la farina. Metto nella teglia e NON SBATTO per assestare, come vedo fare spesso, perché tutta la fatica fatta per montare l'uovo e creare delle bolle d'aria diventa inutile. NEL PAN DI SPAGNA NON VA MESSO IL LIEVITO, NON VA MESSO NESSUN GRASSO TIPO OLIO O BURRO. Cuocio a 180° per un'oretta, senza aprire il forno nella prima mezz'ora, solo verso la fine infilando uno stecchino per capire se è cotta. Se lo stecchino viene fuori asciutto va bene. Di norma si capisce anche dal profumo che esce dal forno. C'è chi la cuoce per meno a temperatura più bassa nel forno ventilato, non ho ancor provato. Senza aspettare molto, capovolgo su una griglia e metto a raffreddare. Per farcire o per qualsiasi uso è meglio quando è raffreddata completamente, ancora meglio dopo un giorno. Quando volevo fare le cose perfette facevo la pasta genoise, che poi è più o meno la stessa cosa, salvo che si monta a caldo, a bagno maria. Le uova vanno battute intere a bagnomaria, il che fa sì che lo zucchero si sciolga meglio e si incorpori meglio alle uova. Nelle foto si vedono le uova con lo zucchero a bagnomaria, trasferite poi nella planetaria, montate, la farina setacciata e unita, nella teglia pronta da cuocere Una volta raffreddato per bene, meglio il giorno dopo, con un coltello con i denti, tipo da pane, ho tolto tutta la parte scura, ho tagliato in tre dischi di un centimetro, più uno più sottile che è servito a pareggiare. Ho posato il disco superiore, al quale non ho tolto la crosta, alla rovescia su un pizzo da torta, facendolo diventare il fondo della torta. Avevo preparato e lasciato raffreddare una crema pasticcera fatta con 500gr. di latte 4 tuorli d'uovo 4 cucchiai di maizena 8 cucchiai di zucchero un scorzetta di limone Per far prima metto tutto nel microonde, cuocio per 4 minuti a 900w, tiro fuori mescolo, e faccio ancora cuocere per altri 4 - 5 minuti. Anche questa non è la ricetta della classica crema pasticcera vera di pasticceria, in quanto ci andrebbero più uova per quella quantità di latte. C'è chi anche per la crema usa le uova intere, tuorlo e albume e in questo caso si può arrivare a usarne solo due per mezzo litro di latte. Far raffreddare per bene e qui vorrei dire che io non sono fra quelli che mette la pellicola aderente sulla crema calda per non "fargli fare la pelle", è una cosa che non mi convince, la mescolo qualche volta e poi la copro ma non attaccata alla crema. Anche questa fatta la sera prima meglio. Il giorno dopo basta mescolare con forza per farla tornare morbida e vellutata. Avevo della panna, una confezione, l'ho montata e unita alla crema ben raffreddata. Ho imparato diversi anni fa a farcire le torte servendomi dell'anello regolabile in acciaio, se mettere tutto nella tortiera che si è usato per cuocere il pan di spagna, ricordandosi di foderare prima con la pellicola. Si mette per primo il disco che sarà il sopra della torta che poi andrà rovesciata su un piatto. Con l'anello invece si prepara la torta direttamente sul pizzo. Ho preparato uno sciroppo con acqua e zucchero e sciroppo di rose, perché in questo caso non potevo usare alcolici, altrimenti una aggiunta di limoncello non ci sta male. Qualche pasticceria la bagna con lo sciroppo di ananas. Ho bagnato con un pennello e poi farcito il disco, poi un altro e infine ho coperto tutta la superficie della torta, ricordandomi di tenere da parte la quantità di crema che mi servirà per rifinire la torta. Poso un piattino e sopra un piccolo peso, in questo caso il batticarne, metto tutto in frigo per almeno due ore. La torta si riposerà diventando più stabile, la crema più soda e il tutto più facile da tagliare. Stamattina è bastato togliere il piattino, aprire l'anello e la torta è perfetta per essere finita. Il primo disco, quello più sottile, l'avevo tenuto da parte tagliato a quadretti e passati tra le mani ridotti a briciole grandi e con questi ho coperto tutta la torta. Andrebbe tutta solo con briciole di pan di spagna giallo, ma odio buttare via cose buone, quindi intorno l'ho ricoperta con la crosta che avevo tolto mescolata a mandorle frullate. Si può rifinire la torta sempre con il coltello con i denti, per farla diventare a forma di cupola. Il pan di spagna sbriciolato ricorderebbe il fiore della mimosa. In realtà la torta mimosa nasce da un pasticcere di Rieti, Adelmo Rienzi, che vinse un premio di pasticceria a Sanremo nel 1962 con questo dolce, inventato per omaggiare la città dei fiori. La ricetta è mantenuta segreta, la torta è ancora prodotta dagli eredi di Adelmo, ma da sempre è riproposta abitualmente con pan di spagna, sbriciolato sopra per creare l'effetto mimosa. Diverse invece le storie che si narrano sulle origini del pandispagna che in Spagna si chiama di Genova Una è quella di un ambasciatore della Repubblica di Genova che portò al suo seguito un cuoco, tal Giobatta Cabona, il quale, alla richiesta di un dolce diverso, servì questa leggerissima torta montata a caldo, ispirata alla torta Biscotto di Savoia. Ebbe talmente tanto successo che gli spagnoli vollero chiamarla Genoise, e dato era stata fatta per gli spagnoli in Italia divenne Pan di Spagna. C'è chi invece racconta che la genoise sia stata inventata in Francia con l'aggiunta di una piccolissima quantità di burro, gli anni erano quelli più o meno la metà del '700 e io non c'ero per sapere come andò veramente. Non vorrei aver creato confusione, riassumendo: RICETTA CLASSICA PANDISPAGNA: uova montate con lo zucchero aggiunta di farina setacciata aggiunta albumi montati a neve a parte RICETTA GENOISE uova intere battute insieme allo zucchero a bagnomaria fino ad arrivare a circa 55° Montate in planetaria Aggiunta di farina setacciata, eventualmente una parte di fecola RICETTA SIMIL PANDISPAGNA CHE HO FRETTA uova intere montate con lo zucchero aggiunta di farina setacciata. Riguardo una piccolissima aggiunta di burro so che in tante ricette c'è, specie nella genoise, io non l'ho mai messo. Resta il fatto che il pan di spagna o la genoise è una delle prove che deve saper superare un pasticcere. Sostanzialmente i veri segreti sono: le uova non di frigorifero sicuramente meglio la lunga montatura degli rossi con lo zucchero quella perfetta degli albumi la mano leggerissima nel unire gli ingredienti senza smontare il tutto il non sbattere la teglia prima di metterla in forno Indubbiamente le ricette classiche garantiscono una torta più morbida, ma il risultato oggi è stato apprezzabile comunque, anche se mio figlio mi ha criticato la crema al microonde, venuta benissimo, che se non lo dicevo volevo vedere se se ne accorgeva. La mamma è quella persona che vedendo che i pezzi di torta sono quattro e le persone sono cinque, dice che i dolci non le sono mai piaciuti. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • FIOR DI BUCANEVE O DI CAMPANELLINO?

    al timido sole di febbraio, al primo fiore di bucaneve Il 2026 è iniziato fra tante difficoltà, anche con un bellissimo sogno sfumato. Da un mese circa ci si preparava a partecipare a un evento internazionale che all'ultimo momento, passaporto, valigia e biglietti in mano, non si è concretizzato. Tornando a casa delusa per quella che poteva essere un'avventura bellissima, per tutto il lavoro preparato in un mese, salendo le scale di casa, nell'angolo dei vasi al riparo per il freddo, mi scappa l'occhio su di uno con foglie verdi e rigogliose e timido fra di esse vedo spuntare un bucaneve. Sempre la natura mi aiuta, la tenerezza di quel fiorellino che portai a casa anni fa, nell'entusiasmo di averlo finalmente trovato, e scorgerlo proprio nel momento che avevo bisogno di essere consolata, nonostante quest'anno di neve non se ne sia vista, ma ecco, aveva aspettato proprio oggi per me. Mi è venuto in mente quante persone non sanno davvero cos'è il bucaneve e spesso anche in pagine autorevoli lo vedo confondere con il campanellino, così un po' per distrarmi, un po' per scrivere quel poco che so, ho deciso di fare il post. Sono andata alla ricerca anche di questo, segnalatomi da Don Sandro in un bosco qui vicino, ma non l'ho trovato fiorito. Al momento per il campanellino posto foto prese da internet, ripromettendomi di sostituirle appena riuscirò a fotografarlo nei dintorni. La differenza fra i due si vede subito, ma il fatto di comparire più o meno nello stesso periodo, con foglie simili, ha creato la confusione BUCANEVE - Galanthus nivalis L. CAMPANELLINO - Leucojum vernum L . - foto di Actaplantarum Bucaneve e Campanellino condividono la famiglia, la stessa di Narcisi e dell'aglio, cipolla ecc. quindi con un bulbo sotto, ma in questo caso bulbo e tutte le parti della pianta sono tossiche, anche se come al solito vengono riconosciute importanti proprietà curative, da non provare assolutamente in maniera casalinga. Il Bucaneve è più diffuso, da nord a sud con poche esclusioni tipo Calabria e Sicilia, è possibile trovarlo fiorito anche in autunno, prima della neve, dal mare a poco più di 1000mt. Il Campanellino è più raro e difficile da trovare, sta piano piano sparendo, specialmente dalle pianure e vicino al mare, quasi solo nel nord Italia fino alla Toscana, presente per lo più in zone collinari montane. Pur avendo tanto in comune sono due piante diverse, che fanno solo di Galanthus nivalis il vero Bucaneve, d'altronde " nivalis " ne tradisce la presenza anche in caso di neve, da dove spesso spunta primo fiore ancora in pieno inverno. Al contrario " vernum " lega il Campanellino alla primavera ( primo vere) anche se il tempo di fioritura è quasi lo stesso, probabilmente la differenza è nella temperatura, motivo per cui non l'ho ancora trovato. I MIEI BUCANEVE PRONTI A FIORIRE Resto sempre meravigliata della mia costante connessione con la natura, spesso involontaria. Come poteva non venirmi in mente, trovando i primi bucaneve in boccio proprio ieri, sconfortata come ero, una delle tante leggende che se ne raccontano. Si dice che Eva scacciata dall'Eden, trovatasi nel freddo inverno piangesse il perduto stato di perfezione del Paradiso, senza sofferenza, freddo e fame. Mosso a pietà le fu inviato un angelo a donarle la speranza, sotto forma di bianchi boccioli nella neve e da allora , per ricordalo a tutti, nel gelo dell'inverno spuntano i bucaneve. Saranno leggende, sarà che la mia generazione è abituata a guardarsi intorno, a cogliere piccoli segnali che nessuno vede più, ma ieri tornando a casa, sconsolata e delusa, nel gelo del vento che soffiava, perché proprio su quel vaso abbandonato in un angolo, qualcuno di lassù ha fatto andare il mio sguardo? Perché proprio al primo bucaneve sbocciato, unico fiore in un giardino brullo e spoglio? Lui solo il cui compito è di consolare e donare speranza? Ora devo aspettare la prima notte di luna piena di febbraio (2 febbraio) coglierne uno e sarò felice tutto l'anno ... Se un mattino fra I capelli Troverai un po' di neve Nel giardino del tuo amore Verrò a raccogliere il bucaneve Passa il tempo sopra il tempo Ma non devi aver paura ... La stagione del tuo amore Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • SUCCEDE... nei SEPPONI di CARRO

    Succede che tu nasca a Milano, e che tu cresca con tutte le opportunità che una grande città così ti offre. Succede che poi un giorno una tua compagna di scuola ti inviti a passare le vacanze estive nel tranquillo paesino sull'Appenino Ligure, alle spalle delle Cinque Terre. Succede che lì in un attimo tutto si compia, che proprio lì, incontri chi accompagnerà i tuoi giorni futuri, chi cambierà la tua breve vacanza di giovane donna in una scelta di vita. Eh sì, proprio lei Silvia Bonfiglio , a Carro, incontra Maurizio , si innamora, lo sposa per non andarsene più. Carro è un grazioso paese adagiato su una collina dell'Appennino ligure, nell'Alta Val di Vara, con sullo sfondo le Alpi Apuane, una di quelle felici posizioni liguri che permettono alla mattina di fare un giro per funghi e alla sera un bagno nel più bel mare azzurro della Riviera di Levante, veramente una manciata di chilometri da Moneglia, Deiva Marina, Bonassola, Levanto. Un piccolo comune dove non manca nulla, famoso al mondo per gli antenati di Nicolò Paganini che lui veniva a trovare al paese, e che viene ricordato ogni estate con il Festival Paganiniano (qui>>>) , una serie di concerti di musicisti famosi. Ha pure il Santuario, la Cerreta , edificato presso la casa che diede i natali al Santo Antonio Maria Gianelli ( qui>>> ) , fondatore delle Figlie di Maria Santissima dell'Orto , le Giannelline di Chiavari, ma non c'è dubbio che qualche differenza con Milano ce l'ha. Silvia e Maurizio, da giovani sposi vivono a Genova, lui ha una ditta di elettrotecnica, agli inizi degli anni '90, Maurizio eredita l'antico castagneto del nonno, ormai abbandonato e rinselvatichito, impraticabile, frequentato solo da cinghiali e inizia a pulirlo, sistemarlo, recintarlo, tutto nei fine settimana, quando tornano al paese. Il bosco, denominato località Sepponi , probabilmente proprio dai ceppi, i seppi in dialetto, i grossi castagni che c'erano, era una volta famoso anche per gli ottimi funghi porcini che crescevano in simbiosi con gli alberi. Maurizio cerca di informarsi sulle varietà di castagne della valle, della storia del castagno così importante per la sopravvivenza della gente di quella vallata, impara a innestare i giovani polloni nati a caso dalle vecchie piante ormai tagliate. Recupera le marze di varietà che nessuno conosce più, e tutto questo ascoltando gli anziani, una cosa qui, una cosa chiesta là, una cosa capita, una intuita. foto da ETNOBOTANICA IN VAL DI VARA UN MARRONE DEI SEPPONI La passione fa fare grandi cose e e succede che dopo qualche anno Silvia e Maurizio scelgono la loro terra, le loro castagne, si trasferiscono definitivamente, creano l' Azienda Agricola Silvia Bonfiglio con il proposito di produrre inizialmente marroni, poi arriveranno le castagne per la farina, le api per l'impollinazione e il miele, i funghi secchi, e piano piano una produzione di confetture con frutta biologica del posto. Importante il recupero del vecchio seccatoio, fabbricato nel 1821, situato direttamente nel bosco, che una volta seccava quintali e quintali di castagne di tutto il paese, e intorno al vecchio casone gli eventi organizzati tutti gli anni, l'accensione del fuoco alla fine della raccolta, che brucerà per più di un mese costantemente, la festa del castagnaccio quando finalmente è pronta la farina, dopo che le castagne secche, private della buccia, sono state selezionate a mano UNA AD UNA per aver un prodotto di buonissima qualità, escursioni notturne alla luna piena e incontri con bambini. Qualche anno fa la loro farina ha vinto il Primo Premio Nazionale come migliore Farina di Castagne. A questo proposito vorrei ricordare qui, a tutti coloro che a settembre cominciano a fare castagnaccio convinti di comperare farina nuova, che la cosa non è possibile, stando che la raccolta avviene più tardi, dura per tutto il tempo che le castagne cadono e si cominciano a seccare a fine ottobre, per avere il prodotto finito non prima di dicembre. Quindi l'illusione di avere farina dell'anno subito appena si vedono cadere le prime castagne, è appunto un'illusione. Quella che si compera a settembre, ottobre, è farina dell'anno precedente, non per questo deve essere per forza cattiva, ma non è certamente fresca. Ogni anno in questi giorni ai Sepponi si ripete l'antica cerimonia dell'accensione del fuoco nel seccatoio, con una piccola festa tra i presenti che quest'anno, per le ovvie ragioni legate al Covid, si è svolta per forza in formato ridotto. É possibile seguire un filmato di qualche anno fa qui>>> https://www.youtube.com/watch?v=Ob-nADMebGU&ab_channel=TeleLiguriaSud Per chi non avesse nozione di cosa sia un essiccatoio per le castagne, comune una volta su tutto l'Appennino, si tratta di una costruzione in muratura, di forma quadrata, che presenta un piano terra dove viene acceso a pavimento un fuoco di grossi pezzi di legna che brucerà lentamente per più di un mese, sopra un soppalco, oggi di rete metallica, dove da una finestra a sotto tetto vengono messe le castagne in modo che secchino con il calore che sale attraverso. La costruzione è dotata di piccole aperture in alto che la fanno funzionare come un grande camino. Silvia e Maurizio continuano la loro opera di recupero e innesto di castagneti, di recente stanno cercando di restaurare anche il vecchio mulino del paese, hanno lottato e lottano contro il cinipide, contro il mal dell'inchiostro, cercando di invogliare i giovani al recupero dei boschi abbandonati della zona, organizzando ogni sorta di eventi direttamente nel bosco come anche corsi di innesto. Il loro lavoro è stato riconosciuto e il castagneto visitato dagli studiosi del settore. Nonostante l'immenso lavoro fisico che c'è dietro al lavoro delle castagne, oltre la cura del castagneto, confrontato tutta la filiera con l'esiguo guadagno che resta, Silvia e neppure Maurizio, rimpiangono la città e meno che meno ora, quando la loro scelta di vita ha ancora di più un senso, quando la libertà e la possibilità di lavorare all'aperto permette di lasciarsi alle spalle le problematiche quotidiane di questo periodo. È possibile trovare Silvia nei mercati e fiere della zona, dedicati alle produzione agricole di nicchia, con le sue marmellate, i funghi secchi, la farina e tutto quello che riesce a produrre in azienda e quest'anno le principali manifestazioni non si sono potute fare rendendo tutto ancora più difficile. Così, a crederci, succede che a volte i sogni si avverano ... Proprio per loro mi sembra adatta la favola del Fungo e la Castagna, che avevo scritto anni fa e con tutto il cuore a loro la dedico: FUNGO E CASTAGNA Quando Castagna, da bambina, provò ad infilare le sue tenere radici nell’ubertosa terra del sottobosco, lassù sulle pendici del verde Appennino Ligure, incontrò uno strano filamento bianco profumato. Ne restò inebriata e lui da lei avvinto. Decisero di proseguire insieme per la strada della vita. Castagna crebbe albero frondoso, indaffaratissimo a far foglie, fiori e frutti, era molto richiesta. Le sue foglie usate perfino come tortiera, il tronco come legno da costruzione e da ardere, e soprattutto lei, chiusa nel suo riccio spinoso aspettava di diventar farina, tanto attesa al finir dell’estate a servir da pane e companatico per il lungo inverno in arrivo. In tutto questo daffare non è che Castagna riuscisse a vedersi molto con l’amato nonostante egli fosse saldamente attaccato alle sue radici e la loro vita insieme mooolto felice. Si doveva risolver la questione e la soluzione si trovò, come sempre nelle coppie che funzionano, a mezza strada. Castagna si decise a cadere a terra ed egli a far capolino fuori, improvvisamente, quando meno lei se lo aspettava, per abbracciarla ancora con il suo profumo, nascosti fra le foglie gialle e rosse nel respiro umido dell’autunno AZIENDA AGRICOLA SILVIA BONFIGLIO Via Alfonso Garibotti, 7, 19012 Carro SP laboratorio e vendita, si prega telefonare per appuntamento o visita al castagneto 347 310 8995 SITO : http://www.boscosepponi.bio/index.html FB : https://www.facebook.com/CastagnetodeiSepponi/?ref=page_internal Negli ultimi anni Silvia e Maurizio si sono dedicati intensamente al recupero dell'antico Mulino del 1690 nei pressi del Torrente Travo del 1690, ripristinandolo totalmente e facendolo di nuovo funzionare ad acqua Un luogo magico, visitato ormai da studenti e studiosi, dove tutti gli anni, fra i tanti eventi, anche quello del riconoscimento erbe, unito alla possibilità di vedere il mulino funzionare. https://www.mulinodeltravo.it/ FB: https://www.facebook.com/mulinodeltravo Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • DELL'INTRECCIAR DI CESTI ... DELL'IMPAGLIAR DI SEDIE

    Da sempre mi sono interessata a questo tipo di manualità, ma non sono molti anni che sono riuscita in un vero approccio di intreccio cestini o impagliatura sedie. Poi la mia strada si è incrociata con Rossana Sciascia dell'Agriturismo Ca'Marcantonio che con semplicità mi ha fatto tornare a casa con il mio primo tentativo di cestino, da lei ho conosciuto Claudio Mariani e tutto è diventato ancora più chiaro, e in seguito Fortunato Caruso e altri. Scoprire poi che per tutto o quasi, cestini, sedie, fabbricare funi ci sia ancora una volta la presenza costante e indispensabile delle erbe fa si che in questi tempi conoscerle e provarle sia stato sempre più pressante. Avrei voluto fare e forse un giorno ci riuscirò, un post più dettagliato con più informazioni, ma in questo periodo si concentrano molte cose, dalla raccolta del prebuggiun a quella delle erbe da intrecciare, alle prime semine e io ho davvero, purtroppo, una vita sola e le giornate troppo corte per fare tutto quello che vorrei. Così ho deciso per queste brevi note per un'informazione di base. Come succede con le erbe commestibili, che sono molte di più di quelle tossiche o velenose, l'uomo ha provato ad intrecciare di tutto con risultati diversi, e sono sempre le più comuni quelle più usate. La prima volta che ho incontrato Rossana stava intrecciando foglie di canna comune, secche e poi inumidite, per rifare una sedia. Arundo donax è il nome botanico di questa semplice canna che possiamo trovare tutti lungo qualsiasi argine di fiume o palude o dove il terreno è semplicemente umido e alla quale dedicherò prossimamente un post visti i suoi numerosi utilizzi. Le foglie lunghe raccolte a inizio estate, essiccate all'ombra e poi reidratate e mantenute umide mentre si lavorano permettono di ottenere dei buoni sedili. Questo non è l'unico uso della canna comune, è una specie officinale, ha proprietà curative, con le dovute attenzioni per la presenza di un alcaloide che agisce nei confronti di febbre, raffreddori e altri malanni invernali. Gli Egizi usavano le foglie per fasciare i morti. È largamente usata per fare graticci, le arelle, per sostegno alle piante negli orti, bastoni, e strumenti musicali. Si stanno studiando le possibilità di produrre biomassa con questa pianta, da molti invece considerata ormai un'infestante. C'è da dire anche che non va confusa con il bambù come molti pensano, con il quale condivide solo la famiglia botanica. Un'altra pianta usata per impagliatura delle sedie e ancora più resistente sono alcune del genere Carex, devo ancora studiare un po' prima di poter dedicare un post, visto che ne ho trovato nelle zone umide dei boschi qui intorno e vicino al fiume, e ho riconosciuto uguale a quella che ho usato con Fortunato lo scorso settembre per impagliare la mia sedia. A guardarmi sembro brava, ma è tutto merito del maestro, la strada per imparare è ancora lunga e spero di poter avere ancora altre esperienze con Rossana e Fortunato. Fra le erbe di palude adatte c'è anche la Tifa della quale avevo già parlato qui>>> La Tifa I SALICI uno dei saliceti di Claudio Ma se di intrecci si parla non si può dimenticare le tante qualità di Salice che da sempre vengono impiegate per costruire ceste, cavagni, borse, arredi ecc. e aver conosciuto prima Rossana che me ne ha insegnato con semplicità i rudimenti e poi poter anche solo ammirare Claudio mentre con passione e una precisione non umana incrocia, accavalla, tira, spinge flessuosi rami per far uscire dalle sue mani incredibili manufatti è per davvero una fortuna. Claudio non compera nulla, tutto il materiale che usa è preso in natura, negli ultimi anni per averne a sufficienza ha impiantato nei propri terreni un saliceto, con molte varietà dei salici che usa, semplicemente con delle talee e la sua generosità innata lo ha portato a insegnarci anche questo, e giusto questo è il momento migliore. Claudio mentre impianta un nuovo saliceto con talee sue a casa di un'amica Questa la borsa che ha fatto per me l'anno scorso prendendo spunto da una vecchia sporta per la spesa usata dagli anni 30-40 in poi e che solo lui poteva rifarmi identica. Al momento mi accontento di raccogliere lungo il fiume, a fine inverno, così come mi hanno insegnato loro, i giovani rami lunghi sottili e flessibili, prima che escano i nuovi germogli, e adesso con questa luna nuova è già quasi tardi e così sono andata ieri. I giovani rami, se non sono usati subito, da secchi devono essere lasciati a bagno per farli tornare flessibili prima di usarli. Sulle varietà di salice Salix purpurea, Salix alba, ecc. è necessario davvero parlarne in un altro post dedicato, anche per le innegabili proprietà che sono derivate da queste piante. Per chi ancora non lo sapesse proprio da una varietà di salice fu isolato l'acido acetilsalicilicilico e poi riprodotto sinteticamente con il nome di Aspirina, visto che da millenni gli uomini usavano la corteccia del salice o pure le foglie di mirto per curare dolori e febbri Intanto se qualcuno vuole provare può passeggiare lungo un qualsiasi corso d'acqua e approfittare di quello che trova. I miei sono solo piccoli tentativi ma mi rendono così felice di esserci riuscita. Sulle erbe da intreccio, per esempio su quello di fare funi con le erbe, o sulla lavorazione dei giovani polloni di castagno ridotti a strisce sottili per la lavorazione delle corbe, c'è ancora molto da dire ma piano piano ci riuscirò, conosco persone che intrecciano qualsiasi essenza vegetale sia duttile e flessibile, anche se sta sparendo questa arte. una delle mie piccole prove Ho scritto adesso questo post perché domenica 27 non potrò essere presente a una delle riunioni annuali di intreccio che fa Rossana nel suo agriturismo visti i miei impegni con le erbe, spero di riuscire il prossimo. Il suo casale è completamente immerso nei boschi in Alta Val di Vara, a pochi km da Sestri Levante e dalle Cinque Terre, e da Varese Ligure e Rossana non si ferma all'intrecciare, ma fila la lana, lavora l'argilla, coltiva la terra, scrive libri ... e tutto condivide con piacere con chi lo desidera. Potete contattarla al suo Agriturismo Ca' di Marcantonio per vedere e comperare i suoi manufatti, per chiederle dei corsi, per farvi impagliare le sedie, per filare la lana e molto altro. Alberto Anzi e Rossana Sciascia Loc. Marcantonio - Fraz. Chiama 19010 Maissana - La Spezia P.IVA 01225020112 Tel. Fax. 0039 0187 845 720 Cell. 0039 329 392 4199 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • SULL' ARANCIO AMARO, LA MARMALADE E IL FIOR D'ARANCIO

    Giardino Pantesco di Donnafugata - bene del FAI Torno torno la casa c'era "u jardinu", un ettaro d'àrboli da frutta: aranci, mandarini, limoni, limongelli...* A. Camilleri - Da quanti anni non mi capitavano delle belle arance amare da poter trasformare nella famosa Marmalade! >>>Pour Marie Malade   Come ho già scritto in un altro post dedicato a varie marmellate, la parola marmellata in Europa si può usare legalmente solo per le marmellate di agrumi e pare che questo derivi dalla marmellata di arance che i cuochi fiorentini inventarono per la Regina Maria di Francia debilitata per le frequenti gravidanze. Aggiornamento: Pare che da gennaio 2025, la parola marmellata si possa usare anche per altra frutta. L'etimologia esatta della parola vuole derivi dal portoghese marmelo,  la mela cotogna con le quali si confezionarono le prime composte. L'arancio amaro arrivò in Europa prima di quello dolce, portato dagli Arabi che lo scoprirono in India. In Sicilia, ormai spariti, presso ogni villa, tenuta, casa di campagna c'era una costruzione in pietre a secco, rotonda ma anche quadrata, u jardinu , dove venivano coltivati gli agrumi, spesso un albero solo che veniva consegnato da padre in figlio come bene prezioso simbolico della famiglia. Il muro difendeva dai venti caldi e favoriva un microclima che tratteneva l'acqua. Anche in Liguria vicino ad ogni casa c'era un arancio amaro e qualcuno sopravvive ancora, c'era nella casa dei nonni a San Salvatore e mi sono chiesta sempre perché, leggendo più avanti nel post sono tentata di pensare che sapendo come agisce sul sistema nervoso, se lo tenevano ben vicino. Un po' come la pianta dI gelsomino vero, ormai sostituita in maniera aberrante da quello falso senza saperne le conseguenze >>>FIOR DI GELSOMINO foto di Citrus x aurantium - Actaplantarum - Le proprietà dell'Arancio Amaro, conosciuto anche come Melangolo, Citrus × aurantium, credo   siano dimenticate dai più, perché non ne sento parlare molto. Un giorno le riscopriranno e così torneranno di moda. Questo frutto, specie nella buccia, contiene sinefrina, un alcaloide che ha un'azione simile all'adrenalina, era ed è usata in preparati dimagranti ed energizzanti... che i cuochi fiorentini avessero ragione? Con tutte le cautele del caso, perché allo stesso modo aumenta la pressione e il rischio cardiovascolare. I preparati che derivano dall'arancio amaro devono essere somministrati da un medico che conosca bene il paziente che vuole dimagrire. Sempre perché naturale non vuol dire privo di controindicazioni. Dagli Arabi arriva non solo l'arancio ma anche la capacità di distillare i fiori di questo agrume, ottenendo così l'olio di Neroli, prezioso alleato per calmare, rilassare il sistema nervoso, utile nelle depressioni, nei periodi bui, dentro ha il sole delle arance del Mediterraneo. Per lo stesso motivo i fiori d'arancio non potevano mancare in occasione di matrimoni. Le zagare, come mi insegnò un calabrese che mi diede del suo meraviglioso miele di zagare, sono i fiori di tutti gli agrumi, arancio, limone, mandarino, anche se tendenzialmente si individuano con quel nome solo i fiori di arancio. Olio di Neroli perché deriva dalla moglie di quel Orsini duca di Bracciano e principe di Nerola, Anna Maria de la Tremoïlle de Noirmoutier, che lo introdusse in Francia alla fine del '600. Inutile dire che è largamente usato in profumeria. Purtroppo, puro è carissimo. In Liguria è nota l'Acqua di Fior d'Arancio, l'idrolato ottenuto dalla distillazione dei fiori di arancio amaro, una volta prodotto in grande quantità, in provincia di Imperia, nella valle di Vallebona, veniva e viene usata per profumare i dolci liguri, in primis il nostro pandolce e anche le chiacchiere. A Genova si può acquistare dalla Antica Farmacia dei Frati, cliccando sulla foto si va al link di riferimento. Con le belle arance che mi sono state regalate mi sono preparata una super marmelade, a modo mio, seguendo come sempre il mio istinto dopo aver letto e ascoltato decine di ricette. Ho pelato con un pelapatate le arance, togliendo solo la parte arancio, che poi in parte ho tagliato a striscioline. Ho tagliato a metà le arance pelate per togliere i semi, operazione da fare su un piatto per recuperare il succo. Ho passato questi pezzi nell'estrattore. Ormai faccio tutte le marmellate con l'estrattore, se non si possiede l'estrattore, o si hanno grosse quantità è uguale con la macchina della salsa, altrimenti si possono spezzettare e mettere sul fuoco con un bicchiere di acqua e frullare con il frullatore ad immersione dopo qualche minuto. Ho pesato la polpa ottenuta e ho aggiunto nella pentola lo zucchero nella proporzione di 800gr. per ogni chilo di frutta passata. Controllare il bollore con un fuoco non troppo basso, all'inizio sembrerà che si formi molto liquido, ma gli agrumi hanno un alto potere gelificante e anche se non sembra, da fredda rassoda tantissimo. Importante schiumare per avere un prodotto finito limpido. Dopo aver schiumato, ho aggiunto parte delle scorze tagliate a striscioline, che avevo appena tuffato in acqua bollente per un minuto. Tutte sembravano tante, le rimanenti l'ho messe in congelatore, qualcosa ne farò. Non serve tantissimo tempo, la pectina si degrada con la cottura e si ottiene l'effetto contrario, continuando la cottura si ha la caramellizzazione  dello zucchero perdendo colore e profumo della frutta. Per una quantità limitata, tra uno e due chili non faccio bollire più di mezz'ora - quaranta minuti. Personalmente ormai mi regolo con il colore, ma il metodo del piattino freddo funziona sempre. ...e da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare  il sentore di alcova delle prime zàgare. Era un giardino per ciechi... Il Gattopardo Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • STRUDEL

    Di Voi, Signore e Signorine, molte sanno suonare bene il pianoforte o cantare con grazia squisita, molte altre hanno ambitissimi titoli di studi superiori, conoscono le lingue moderne, sono piacevoli letterate o fini pittrici, ed altre ancora sono esperte nel tennis o nel golf, o guidano con salda mano il volante di una lussuosa automobile. Ma, ahimè, non certo tutte, facendo un piccolo esame di coscienza, potreste affermare di saper cuocere alla perfezione due uova al guscio. Ada Boni "Il Talismano della Felicità" 1927 Era il tempo delle mele... è il tempo dello strudel. La ricetta della pasta per il mio strudel, lo confesso subito, è tratta paro paro dal Talismano della Felicità, un must dei libri di cucina, che tutte le brave spose di una volta dovevano avere nel corredo, e io, come si dice, lo ebbi e tanto lo usai, come si vede... Un libro utilissimo, completo, dove prendere spunti su tutto, e da parte mia, che difficilmente seguo una ricetta come è scritta, questa invece ha un piccolo segreto ed è talmente facile e scarna di ingredienti con una riuscita superlativa, che non l'ho mai abbandonata. Provare per credere. Per un buon Strudel, occorrono innanzitutto le mele, per quanto mi riguarda cerco di usare quelle che ho, in questi giorni sono sommersa dal raccolto delle mele e scelgo quelle ammaccate, non perfette, che so non si conserveranno e quelle uso, a caso, mescolate. Alcuni preferiscono la Mela Renetta , adatta quando è soda e acidula. Per il resto 250gr. di farina , in questo che ho fatto ieri più di metà era integrale, un uovo , un pizzico di sale, mezzo cucchiaio di zucchero, mezzo bicchiere di acqua, 50gr. di burro, che per questo ho sostituito con pari olio di arachide , sempre perché non riesco a non modificare una ricetta, ma soprattutto perché volevo farlo e non avevo burro. Nella farina a fontana metto l'uovo e zucchero e sale, poi l'acqua intiepidita quel tanto o anzi, quel poco per far sciogliere il burro, o appena intiepidita con l'olio, impasto velocemente, sbattendo con forza sul tavolo, poi formo una palla. E qui il passaggio importante. Nel frattempo ho messo sul fuoco una pentola più grande della palla di pasta, e più alta, vuota , con il coperchio e la faccio scaldare. Una volta calda, tolgo il coperchio e la giro sulla palla di pasta, che non tocchi ne alle pareti ne in altezza e lascio così per un quarto d'ora. Passato questo tempo la palla di pasta sotto la pentola è diventata estremamente elastica e facile da tirare, perché la pasta dello strudel deve essere così sottile " da poter leggere una lettera d'amore" messa sotto ... Tiro la sfoglia su di un canovaccio da cucina pulito, o anche sul tappetino di silicone, bene infarinato, per poterla più agevolmente arrotolare una volta farcita. Ungo appena appena con un poco di burro liquefatto, sempre se ce l'ho. A questo punto posso mettere sopra tutto quello che voglio: tradizionalmente mele a fettine, qualche cucchiaio di marmellata qualsiasi (meglio albicocca, prugna, mela) qua e là pinoli , mandorle a fettine (le preferisco con la buccia), uvetta sultanina appena ammollata in acqua tiepida (ma se piace rum), ma anche noci spezzettate, buccia di limone, un pizzichino di cannella se piace, e sopra a tutto due cucchiai di pane grattato finissimo fatti rosolare in poco burro e una spolverata di zucchero Lascio liberi i bordi perché arrotolando il ripieno tende ad uscire e riempie. Quando ho messo tutto quello che voglio, o quello che ho, delicatamente prendendo i lembi del canovaccio ( o quelli del tappetino di silicone) sollevo e lentamente arrotolo facendo scivolare poi direttamente nella teglia. Chiudo bene ai lati e spolvero la superficie di zucchero e qualche pinolo per decorazione Un milione di anni fa, la prima volta che lo feci, pensando la ricetta un po' misera, raddoppiai le dosi, ottenendo un rotolo lungo un metro che non sapevo in che teglia mettere e dovetti piegare per poterlo infornare... 😂😂😂 Cottura dolce, forno medio, per un'oretta. Cotto, spolverizzo con zucchero a velo. Toglietevi l'illusione che sia un dolce trentino, tirolese o austriaco... se ne ha notizia già in Mesopotamia nell'VIII se. a.c., e poi in Grecia, in seguito lo portarono i Turchi con 200 anni di dominazione in Ungheria , dove all'originale dolce ottomano, la Baclava , vennero aggiunte le mele così facili da trovare in quella zona. Con la conquista dell'Ungheria da parte dell'Austria arrivò a Vienna che lo nominò Strudel, dalla traduzione letterale della parola vortice o gorgo o mulinello, proprio perché la pasta va arrotolata intorno alle mele e non come tanti fanno, semplicemente chiusa intorno al ripieno. Se si vuole fare i goduriosi è possibile servirlo con crema pasticcera, crema inglese, zabaione o con una pallina di gelato alla crema... SLURP...​ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • CHIARA, LA CHEF

    Chiara è una di quelle persone che trovi mentre sei incasinato, dove devi dare il massimo e non sai manco tu qual è, ma ti giri e nel marasma trovi i suoi occhi e le sue mani che han capito al volo senza tanto parlare. Come si diceva in casa mia "a l' è precacci-nna", dinamica, che si dà da fare, intuitiva, veloce e attenta al risultato. Ci si riconosce subito, anche se di generazioni diverse, e da evento a evento abbiamo stretto confidenza ridendo a battute e a spritz condivisi. Originaria di un paesino vicino a Legnano, anno 1989, ma già con un buon bagaglio di esperienze. Che voleva cucinare se lo ricorda da quando aveva tre anni, insieme ai profumi e ai gusti di quello che le preparava la nonna quando tornava dall'asilo. Frequenta il Collegio Arcivescovile Castelli di Saronno diplomandosi in Tecnica dei servizi della ristorazione. Accetta un colloquio per un'esperienza in riviera ligure, a Sestri Levante, e qui rimane, ormai da diversi anni. Dopo un buon numero di stagioni in diversi locali, decide di provare a lavorare in autonomia, come personal chef per qualsiasi evento, per qualsiasi tipo di richiesta riguardante la ristorazione, per venire a cucinare a casa vostra o fare un corso per imparare qualsivoglia piatto. Particolarmente attenta alle esigenze di cucina vegetariana e vegana, allergie varie, usa solo prodotti di alta qualità. Disponibile per eventi internazionali, le piace portare la cucina che ama sulle tavole di tutto il mondo. Perché un post su di lei? Perché con la curiosità che la contraddistingue, qualche passione che ci unisce, volevate mica che non ci mettessimo ad andare per erbe e a provare piatti nuovi o antichi insieme? Mi fa piacere anche farla conoscere a chi magari ignora che anche qui, come ormai dappertutto, ci si può affidare alle mani di persone competenti come lei, che possono alleggerire il lavoro di giornate che potrebbero diventare pesanti, senza rinunciare per questo al buono, fatto bene, elegante e senza spostarsi da casa propria. Ma se devo descriverla con una parola è: determinata, e passando ieri qualche ora con lei mi ritornava in mente questa frase del Dalai Lama: Le decisioni sono un modo per definire sé stessi. Sono il modo per dare vita e significato ai sogni. Sono il modo per farci diventare ciò che vogliamo. Alcuni piatti di Chiara: Trovate Chiara Lattuada al 349 724 8341 Su Istagram come >>> lattuada.chiaramya Su fb come >>> https://www.facebook.com/chiara.lattuada.771 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

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