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- FIOR D'ORCHIDEA
La siccità dei mesi scorsi ha avuto una importante rilevanza sui fiori quest'anno. Il mio lillà ha solo una decina di fiori, trovo pochissimi iris nei campi e praticamente quasi nessuna orchidea. Forse cambierà qualcosa ora dopo le piogge. Volevo lo stesso scrivere due parole sulle orchidee selvatiche, non per fare un elenco di nomi botanici che per altro non sono nemmeno sicura di conoscere bene, più di tutto mi preme ricordare di come siano protette a livello non solo nazionale ma europeo, tanto da essere inserite nella Cites (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora). Alcune varietà hanno una protezione totale in tutta Italia, alcune una protezione parziale. Non si possono cogliere i fiori, non si possono raccogliere le capsule dei semi, per nessuna ragione può essere estratto il bulbo sotterraneo. Sembrerà banale un post per dare solo questa informazione ma in realtà c'è ancora chi non sa che sono protette ma soprattutto c'è ancora chi non sa che sono orchidee spontanee. Mi sono trovata tempo fa a pranzo in un agriturismo dove i tavoli erano allegramente decorati da mazzolini di Anacampis morio con l'unica giustificazione che ce n'era il bosco pieno e figuriamoci se sono orchidee e se sono protette. Lo so, sono noiosa forse anche pedante ma tant'è non ho resistito a spiegar qualcosa. E poi a dirla tutta non c'è solo questo da dire, c'è altro. In fin dei conti questo è un blog di erbe commestibili! Una delle cause della estinzione delle orchidee selvatiche sono le proprietà che sono state attribuite al suo bulbo. La forma di quest'ultimo, somigliante ai genitali maschili, due tuberi ovali vicini, ha fatto sì che si creasse l'aspettativa di un potere afrodisiaco o che servisse per agevolare la procreazione, anche perché legato alla leggenda di Orchis, il focoso figlio del Satiro, che tentò di violentare una sacerdotessa e per questo punito e fatto a pezzi da bestie feroci. Dai pezzi sbranati crebbero le orchidee, per ricordare come fosse bellissimo e i suoi tuberi per rimarcare l'oltraggio del quale si macchiò. In medicina il prefisso orchi- è infatti usato per le malattie dell'apparato maschile. Ovvio che ho messo una foto presa da un vecchio libro di mia madre, non ho scavato e estratto i bulbi solo per fare una fotografia. Con queste premesse era adoperato il bulbo seccato e macinato per produrre una farina, il Salep, dal profumo dolce e conturbante, che è ancora in uso nei paesi arabi e mediorientali, oggi quasi solamente in Turchia, utilizzata per bevande simili alla cioccolata e gelati da passeggio. Questi paesi non hanno aderito alla Convenzione di cui sopra, ma quello di cui non mi capacito che si possa tranquillamente acquistare su internet, visto che ne è proibito il commercio in tutta l'Unione Europea, tanto è vero che, per esempio in Germania, viene usata la gomma guar come sostituto per chi vuole assolutamente berlo. Eppure con le moderne tecnologie, basta frugare un po' sul web e, vicino a improbabili composti in polvere sostitutivi artificiali, c'è tranquillamente la possibilità di comperare quello vero. A questo punto diventa difficile convincere che non è il caso di consumare i tuberi di orchidea. Tra l'altro la scienza non ha minimamente confermato le famose proprietà afrodisiache e tanto meno quelle procreatrici, ma solo un debole potere antidiarroico. È semplice da capire come estraendo il bulbo se ne impedisca la propagazione, visto che le orchidee in genere hanno una riproduzione complicata per seme e comunque raccogliendo il fiore si finisce per impedire anche quello visto che senza fiore il bulbo non arriva a maturazione. In Turchia però le orchidee per produrre il Salep sono coltivate, quindi ... Di forme e colori diversi, alcune orchidee sono talmente specializzate nella loro forma, per invitare gli insetti all'impollinazione, da assomigliare all'insetto stesso. Di altre orchidee, quelle che qui da noi sono fiori preziosi coltivati, e in altre parti del mondo fiori spontanei, non parlo se non per ricordare la Vanilla planifolia Jacks. ex Andrews, da tempo coltivata nei paesi tropicali per i suoi frutti profumatissimi, la Vaniglia o Vainiglia, come l'abbiamo sempre chiamata un tempo, famosa per il suo uso in cucina. - foto dal web - Come scrivevo sopra non mi attarderò a scrivere i nomi botanici, potrei sbagliarli, ci sono centinaia di libri sull'argomento, uno fra tutti Orchidee d'Italia - Guida alle orchidee spontanee . Tra i siti che si occupano di orchidee ho trovato questo, molto chiaro e semplice da consultare, se qualcuno vuole approfondire. Il Matese è uno dei luoghi dove sono concentrate le più varie specie di Orchidee spontanee italiane. https://www.matesenostrum.com/orchdee-spontanee-specie Fotografi che si occupano solo di fotografare orchidee selvatiche, e fra i miei amici Antonio Andreatta, al quale ho rubato le foto più belle, come quelle che seguono che si distinguono molto facilmente dalle mie sopra. Per chi serba il cuore di un'Orchidea, Le paludi sono rosa a giugno. Emily Dickinson Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- HEMEROCALLIS, IL GIGLIO TURCO
... possa l’Hemerocallis al di là degli alberi salvarmi dalla mia miseria ... Canti Classici (cit.Andrea De Donato) L'Hemerocallis, "bellezza di un giorno", più o meno questo è il significato di questo fiore di un arancio caldo, che se si è fortunati si può incontrare nei boschi adesso a giugno, e certamente nei giardini di una volta dove formava abbondati bordure profumate, fino a diventare infestante. Se ne parlo qui fra erbe e fiori mangerecce e ricette di campagna è perché questo bellissimo fiore è commestibile. Confesso che la prima volta che mi è stato proposto in un piatto ho pensato che mai avrei mangiato un giglio e lì feci il primo errore, nel senso che l'Hemerocallis non è propriamente un giglio anche se la sua somiglianza lo fa confondere spesso con il così detto Giglio di San Giovanni, il Lilium bulbiferum, presente nello stesso periodo, sempre allo stato selvatico, protetto e non commestibile. Alcuni caratteri distintivi permettono l'identificazione. L'Hemerocallis ha foglie nastriformi in grossi cespi solo alla base, il fiore arancio striato, leggermente pendulo sullo stelo gracile privo di foglie. Il Giglio ha portamento eretto con lo stelo rigido dove sono presenti le foglie. Per questa somiglianza e per il medesimo periodo di fioritura spesso vengono chiamati entrambi Giglio di San Giovanni, ed è per questo che il nome botanico è sempre importante e non bisogna affidarsi solo al nome popolare. - a sinistra Hemerocallis, a destra Lilium - il Lilium nella foto, protetto non va raccolto, questo si è trovato, ahimè, sulla strada di una falciatrice durante la fienagione. È necessario non fare confusione perché il Lilium potrebbe essere tossico, mentre l'Hemerocallis si mangia. Identificato non resta che portarlo nel piatto. L'uso in cucina è antico come il tempo, già è nominato negli scritti del Confucianesimo, Dioscoride ne parla e forse per questo è chiamato Giglio turco. In Cina dove è largamente usato, in cantonese chiamato "verdura d'oro", intere famiglie vivono della coltivazione e la raccolta di questo fiore, che poi essiccato è portato ai mercati. SI mangiano i fiori interi, i petali dal sapore dolce e profumati leggermente di limone, meno gli steli e i tuberi, usati anche dalla medicina popolare cinese. Le foglie no, è meglio di no. Raccolti quando appassiscono, prima che cadano, oppure quando il bocciolo è pronto a sbocciare, usati freschi per una meravigliosa decorazione per piatti e insalate, zuppe, fritti, cotti stufati in padella pochi minuti, o fatti seccare, poi reidratati in acqua tiepida e saltati velocemente in padella con erbe aromatiche e spezie sempre tenendo conto del sapore tendente al dolce. Nel mondo occidentale ha trovato largo spazio anche nei giardini dove forma angoli tappezzati molto gradevoli, ed è stato ibridato in altri colori. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELLA CICORIA E DELLA CIOFÈCA, il ☕️ di una volta
Non c'è cicoria che guardi in su che non abbia le sue virtù Con il nome di Cicoria vengono individuate molte piante, spesso il Tarassaco (qui >>>), quasi uguale nella foglia e, in definitiva, molte insalate visto che la cicoria comune è la madre di quasi tutte quelle che mangiamo, ma solo quella con il delizioso fiore azzurro è Cichorium intybus L., 1753 fiore di cicoria E' una delle piante più antiche conosciute e mangiate dall'uomo, tracce del suo uso si riscontrano nelle grotte preistoriche. E' facilmente individuabile in estate con i suoi fiorellini azzurri dalla forma simile a una margherita, in primavera le sue foglie tenere possono essere consumate in insalate o bollite sole o nel misto di verdure e per certe ricette può essere ripassata in padella con aglio e olio. Ha proprietà digestive leggermente lassative, disintossicanti, depurative, per fegato e reni. Queste qualità si concentrano a fine estate nella radice, che fin dal 1600 viene utilizzata per una bevanda che sostituisce il caffè senza averne gli effetti eccitanti, anzi ha solo effetti benefici sull'organismo, dati dall'acido caffeico contenuto. Il nome di questo decotto spesso viene associato alla parola ciofèca, che in parole povere vuol dire "bevanda dal sapore cattivo", tanto per capirci... e per comprendere perché abbandonata per preferirle il caffè, tralasciando completamente i risultati positivi che aveva sulla salute. Per provare a fare questo succedaneo del caffè, come una volta, è ora il momento di raccoglierla, in autunno, dove mesi fa abbiamo visto i suoi fiori, cercando le piante più grosse e evitare le piante più piccole per goderne la primavera prossima. Tolgo le foglie al colletto, pulisco e lavo e le preparo per bollirle Lavo accuratamente le radici con una spazzolina o una paglietta e taglio a rondelle per accelerare il processo di essiccazione. In questo mi aiuta come sempre la stufa a legna, ma se ho premura e una quantità limitata, mi aiuto con qualche passaggio in microonde 5 minuti alla volta alla massima potenza. Tra una volta e l'altra tiro fuori e mescolo. A questo punto tosto in padella (ancora possiedo quella apposta per la tostatura), ma si può fare in una normale senza il coperchio, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno. Mi regolo dal profumo che sprigiona che assomiglia vagamente a quello del caffè, facendo attenzione che non bruci. Ora posso macinarlo e metterne a bollire un bel cucchiaio in una tazza d'acqua per due o tre minuti, filtrare e bere. Se ho a disposizione dell'orzo o della segale crudi, tosto anche quelli e faccio una miscela in proporzioni come più mi piace e, nella versione di lusso, aggiungo qualche cucchiaino di caffè. Si può fare anche nella classica moka, l'importante è riempire il filtro a metà. Ci conosce la cicoria leva la palandrana al farmacista Può sembrare una cosa lunga, ma stamattina ho raccolto, essiccato e macinato. Ho pulito e bollito la verdura e questo a mezzogiorno è il risultato. Buon appetito e buona bevuta ☺️. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- 🌱🌱 TARASSACO 🌱🌱
- Quello di cui ho bisogno è il dente di leone che fiorisce a primavera. Il giallo brillante che significa rinascita anziché distruzione. La promessa di una vita che continua, per quanto gravi siano le perdite che abbiamo subito. Di una vita che può essere ancora bella. - (Suzanne Collins) Da quando vado raccogliendo erba in compagnia, mi sono resa conto di come sia difficile per alcuni identificare il Tarassaco o dente di leone o dente di cane o piscialetto dalle altre erbe simili. Credo di averlo riconosciuto da sempre, non ricordo un momento della mia vita che non sapevo cosa era, prima ancora di distinguere il sedano dal prezzemolo... quando all'arrivo della primavera mia madre scendeva nei prati, e io con lei, e ne faceva dei grandi "grilletti"(insalatiera in genovese), tagliato fine crudo e condito a volte con uova sode, a volte con cipolla, a volte con acciughe salate o patatine novelle bollite, o lo si raccoglieva per il misto di erbe, il nostro Prebuggiun (qui>>>). Così cercherò di descrivere come faccio io, quali sono le mie empiriche valutazioni per riconoscerlo, anche se non me ne rendo nemmeno conto e spesso è l'istinto che mi guida. Intanto se andiamo a cercare in modo scientifico, scopriamo che esiste il genere e la tribù Tarassaco e quindi ne esistono diverse varietà con leggere differenze che da semplice raccoglitrice poco mi riguardano se non per mera informazione, visto che sono infinitesimali e non inficiano sulle proprietà e gli usi, che sia uno che sia l'altro. Aggiungo inoltre che una possibile confusione a scopo alimentare, fra Tarassaco, Sciscerba (qui>>>), Cicoria (qui>>>), Crepis, o tante altre simili, usate comunemente, poco avrebbe di conseguenze se non un gusto diverso, più o meno amaro. Ma crudo è in assoluto il migliore, il più tenero e il più appetibile e quindi vediamo come fare. Sempre scientificamente il riconoscimento avviene tramite il fiore e quindi eccolo: secondo l'orologio di Linneo si apre dopo mezzogiorno, tra l'una e le due un sole giallo con tanti petali, della grandezza di una bella moneta inconfondibile anche da chiuso, per la presenza delle "brattee" che altri non hanno, un fiore solo per ogni lungo stelo, lo stelo grosso e cavo, tanto che si può costruire una trombetta 😀 Quando fiore e stelo non sono presenti, scostando le foglie e raggiungendo il centro è possibile, specie in primavera, con la prima fioritura, trovare il bocciolino chiuso al centro della rosetta questo non succede con altre, nella foto sotto una pianta di Cicoria, dove le foglie sono simili ma al centro della rosetta non c'è il bocciolo chiuso Osservando le foglie lunghe e lanceolate, il nome Dente di cane o Dente di leone è dato dalla punta spesso più accentuata dei lobi che assomigliano a un dente. il colore verde con a volte una sfumatura rossastra nel gambo, completamente glabre, senza peli, lisce, sottili. Queste sono tutte foglie di Tarassaco, prese nello stesso prato da piante vicine, ma evidentemente di varietà diverse. Si riconoscono però in tutte i "denti", anche nella più foglia più arrotondata alla base, da qualche parte, si può trovare la punta arcuata appuntita che assomiglia a un dente e che empiricamente se fornisce il riconoscimento e il nome dialettale. Caratteristica che erbe simili non hanno. queste sotto invece sono foglie di piante molto simili a confronto, tutte commestibili, e con fiore giallo simile ma diverso da quello del Tarassaco, meno la Cicoria che lo ha azzurro. E anche qui potete vedere i "dentini" Al tatto quella di Tarassaco è sicuramente quella più sottile e liscia e completamente senza peli La rosetta è facilmente composta da molte foglie, più spesso si tratta di tante rosette che nascono dalla stessa radice Una volta sfiorito il fiore si trasforma in un pappo formato da tanti peli bianchi che tutti abbiamo soffiato da bambini, e per questo il Tarassaco è conosciuto anche con il nome di Soffione e ha dato origine a infinite leggende e poesie. Per riassumere le informazioni per riconoscere il Tarassaco cercate bocciolo, fiore, stelo cavo e soprattutto dente: Una volta riconosciuto si può approfittare e mangiarne in ogni modo. Crudo tagliato fine, io tutti i giorni in stagione. Un consiglio, per mangiarlo crudo si deve guardare bene le foglie una a una, tagliarlo fine, sul tagliere, tenendo con la sinistra il mazzetto e con la destra il coltello metterlo a bagno tagliato e poi in un canovaccio o nella centrifuga per insalata per togliere l'eccesso di acqua. Se lavate le foglie prima risulterà quasi immangiabile. Certamente il tempo che lo tenete a bagno deve essere brevissimo, solo quello necessario per lavarlo. Cotto insieme alle altre erbe nel misto del Prebuggiun (qui>>>) Ma ben più affascinanti sono gli usi dei fiori. Ancora chiusi, semplicemente mescolati a sale grosso e usati durante l'inverno come capperi. Più interessante ancora il profumatissimo sciroppo di fiori di Tarassaco. Raccolti in una bella giornata di sole, quando si aprono, dopo mezzogiorno, cerco di evitare il passaggio in acqua, ma nel caso sciacquo molto molto velocemente e metto ad asciugare. Premendo fra il pollice e l'indice della mano destra tengo solo i petali gialli eliminando il calice e metto in una casseruola con due o tre limoni tagliati a pezzi e faccio bollire per trenta minuti. Calcolo 1l e mezzo di acqua per 350gr. di fiori più o meno. Lascio raffreddare, qualche ora , ma anche tutta la notte. Filtro, peso e aggiungo 800gr. di zucchero, se si vuole di canna, ogni litro/chilo di liquido filtrato. Rimetto sul fuoco e faccio bollire fino a ottenere la consistenza sciropposa, come tutti gli sciroppi 20-30 minuti. Assomiglia talmente al miele per profumo colore e consistenza che che viene comunemente chiamato miele vegan di Tarassaco. L'importante è ricordare che è uno sciroppo ottenuto con zucchero, e non ha sicuramente le proprietà di un miele fatto dalle api. Le proprietà curative del Tarassaco sono tali che esiste la"tarassacoterapia" a base di composti di radici e/o foglie. A casa si può preparare un macerato di fiori messi in acqua bollente per una notte, o anche il decotto amaro della radice, ma anche il consumo quotidiano crudo non può che far bene al fegato. Oltre alle proprietà depurative ne ha altre diuretiche tanto da essere chiamato Piscialetto e si può facilmente intuire il perché 😅 Ho perso il mio sorriso, ma non preoccuparti. Ce l’ha il dente di leone (Nhat Hanh) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- FIOR DI GIAGGIOLO
... la brace qua copre, là desta, passando, frr, come in volo, spargendo un odore di festa, di nuovo, di tela e giaggiolo. G.Pascoli Quest'anno tutto sembra correre più degli altri anni, complice l'inverno poco freddo, le giornate soleggiate e infine adesso finalmente la pioggia, che accelera lo sbocciare di tutto quello che ardentemente la aspettava. Già da metà aprile in giro ho visto Giaggioli fioriti, le orchidee dei poveri, che una volta usavo per adornare l'altare il giorno di San Filippo Neri, essendo la seconda metà di maggio, più o meno, l'epoca di sbocciatura qui. Se la natura sembra essere precipitosa, la mancanza d'acqua ha fatto si che tutti i fiori siano pochi, molto meno degli altri anni. Gli Iris che si trovano ancora qui nei poggi, selvatici, in campagna, una volta invasivi, sono quelli dal grande fiore blu violaceo, con tre petali ritti interni e tre pendenti esterni spesso ondulati. Giaggioli li abbiamo sempre chiamati e Iris invece le varietà diverse da giardino, ma è una distinzione che non esiste, sono tutti Iris, anche se forse mia madre intendeva per giaggioli quelli con il rizoma e per iris quelli con i bulbi venduti come fiori da giardino. - foto dal web- Ho scoperto poi la parola derivare da "ghiacciolo" per via dell'Iris bianco, frequente nelle campagne toscane e preso a simbolo della città di Firenze, chiamandolo erroneamente Giglio Fiorentino. Un curioso aneddoto vuole che lo stemma Ghibellino fosse fiore bianco in campo rosso, ma alla vittoria dei Guelfi i colori furono invertiti. Dagli anni '50 esiste una competizione che promuove la ricerca di un Iris dello stesso rosso di quello del Gonfalone della città, che ancora nessuno è riuscito a riprodurre. Sotto Piazzale Michelangelo a Firenze un giardino racchiude le tremila specie di colori diversi, che sono uscite fino adesso dalle ibridazioni ed è uno spettacolo vederli in questi giorni fioriti. Con queste genti vid’io glorioso e giusto il popol suo, tanto che il giglio non era ad asta mai posto a ritroso né per division fatto vermiglio… La Divina Commedia - XVI canto del Paradiso. IL GIARDINO DELL'IRIS - qui>>> E spinse Iri, ch’à d’oro le piume, a recare un messaggio: «Iri veloce, va’, reca ad Ettore questo messaggio... Iliade, XI,18 il nome Iris da Iride, messaggera funesta di Zeus, con ali d'oro, vestita di gocce di rugiada riflettenti la luce. Lascia dietro di sé, scendendo dall'Olimpo, un arco iridescente di mille colori, preferita da Giunone, alla quale invece porta solo buone notizie, e che la trasforma in arcobaleno. Fiore conosciuto da tempi antichissimi, pare che il faraone Thutmosis III, 1500 anni prima di Cristo, lo portò dalla Siria e che alcune raffigurazioni della pianta si vedano nel tempio di Amon a Karnak. Se è arrivato fino a noi è anche per le sue proprietà usate specialmente in profumeria. È nello stemma di Firenze, perché le colline toscane ne sono coperte, specie della varietà Iris pallida, coltivato da tempi remoti per essere inviato alle profumerie, soprattutto di Grasse in Francia, ma ovunque nasca un profumo. Anche se negli ultimi anni la produzione è diminuita tantissimo, per via del lavoro quasi esclusivamente manuale di raccolta, essiccazione e pulitura del prezioso rizoma, che dura anche tre anni prima di avere il prodotto finito, aspetta il riconoscimento di una Igp che lo valorizzi ulteriormente. È ormai diffuso l'uso di prodotti di sintesi che non potranno mai dare lo stesso risultato, Anche se pochi lo sanno il suo profumo fa parte anche del bouquet di alcuni liquori. Ed è appunto la radice o meglio il rizoma che contiene la preziosa fragranza, anche se già il fiore la annuncia. Dopo tre anni della messa a dimora viene tolto dalla terra, pulito dalle barbe uno per uno con un roncolino, i migliori, rizoma bianco, spellati e messi a seccare al sole, altri recuperati anche così e detti rizoma nero, seccati a fette. Solo alla fine di tutti i passaggi si sentirà il profumo intenso di violetta che non si avverte nel rizoma fresco. Tutto il lavoro è svolto manualmente. Oltre ai profumi e ai liquori è usato anche in cosmetica, per esempio macinato per essere aggiunto a ciprie e a talchi. Si racconta che la Contessa di Castiglione usasse cospargersi con la polvere di Iris, chiamata per questo la polvere della Contessa, per far cadere gli uomini ai suoi piedi Al link sotto un interessante video sulla lavorazione del rizoma in Toscana Come tante piante bulbose o con rizoma ha una mappa di protezione che varia da regione a regione e da varietà a varietà. Non ho notizie certe sulla sua commestibilità, pare che fosse usato per tosse e depressione, in casa noi mai usato, anzi, ritenuto se non proprio velenoso, quasi. Come per tante altre cose ho trovato notizie contrastanti quindi mi attengo a ciò che ho sempre fatto o visto fare. Quello che invece proverò sarà di mettere un rizoma secco nel cassetto della mia biancheria, come facevano le nostre nonne, per sentirne sprigionare il profumo ogni volta che lo apro. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CARCIOFINI SOTT'OLIO
Dopo tanto tempo fra erbe, raccogli le erbe, porta le erbe, racconta le erbe, oggi mi sono concessa un pomeriggio. D'altra parte si aspetta la pioggia benedetta e riuscirò a stare un po' a casa, viste le previsioni, l'altra sera, tornando, al supermercato, ho trovato un po' di carciofini, ovvero gli ultimi carciofi piccoli che rimangono sulla pianta nei rami secondari e che vengono usati per essere conservati sott'olio. Il periodo che si trovano in vendita almeno qui da noi è questo, tra fine aprile e inizio maggio poi non ne arrivano più, e quelli dell'altra sera mi sembravano già abbastanza malconci da essere gli ultimi. Li ho presi lo stesso, mi piacciono troppo, e nonostante l'aspetto esteriore so che dentro poi saranno diversi, d'altra parte o faccio questi e devono essere piccoli, o non mi perdo a mettere sott'olio quelli più grandi divisi a spicchi, perché sono davvero tutta un'altra cosa, un altro sapore, al di là dell'aspetto estetico. Pulirli è meno tragico di quanto possa sembrare, basta osservare qualche accortezza. Si taglia sotto le punte, si taglia all'attaccatura del gambo, si arrotonda il fondo in modo da togliere in solo gesto anche le prime foglie più dure, e il carciofino è pronto da mettere a bagno con acqua fredda e limone. Puliti tutti, si fanno bollire in aceto, con un grano di pepe, una foglia di alloro, sale, uno spicchio d'aglio. Non serve molto liquido, appena appena coperti, e si fanno cuocere cinque minuti, non di più perché non serve, devono essere bei croccanti. Premuti leggermente in un canovaccio pulito e lasciati asciugare qualche ora, si sistemano poi per bene in una arbanella pulita e si coprono di olio di oliva, distribuendo il pepe, l'alloro e l'aglio bolliti insieme. Non metto mai prezzemolo nelle conserve, mi sembra diventi scuro e cambi sapore, aggiungerne un poco fresco al momento dell'uso è un attimo. Dovrebbero rimanere una decina di giorni per insaporirsi, io non ci riesco quasi mai, a meno che non ne trovi una quantità tale che mi permette di farli durare un po' di più. Classici nell'antipasto, sulla pizza, per una pasta veloce, un contorno, una bruschetta e chi più ne ha più ne metta. I più grandi, quando in questo periodo vengono venduti a cassetta, li pulisco con lo stesso metodo, taglio in quattro e dopo una brevissima sbiancatura di pochi minuti in acqua bollente li metto in congelatore e saranno pronti per fare torte, sughi, stufati. Metto in congelatore, in anni che si possono comperare senza un mutuo, anche quelli di prima scelta, tagliati a fette spesse, passati nella farina poi nell'uovo sbattuto e infine nel pane grattugiato pronti per friggere assolutamente in olio evo Altre ricette con i carciofi https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/02/15/torta-patate-e-carciofi-a-modo-mio https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/31/pasqualina-e-cappuccina Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI PERVINCA
... pur viva è la boscaglia, viva sempre ne’ fior della pervinca... - Il bosco - G.Pascoli Ogni volta che arriva la stagione dei fiori, ognuno che vedo mi sembra sempre il più bello, il più perfetto. Fra questi tra i primi della stagione ci sono senz'altro i fiori di Vinca e ricordo sempre la prima volta che bambina li vidi nel bosco, meravigliata, credendo che un fiore così dovesse essere scappato da un giardino. Invece siamo noi che dal bosco l'abbiamo presa e portata ad abbellire gli angoli ombrosi, anche da paesi lontani. Tappezzante, in grado di sconfiggere qualsiasi altra erba, con una piccola talea in poco tempo si può avere un tappeto sempreverde che non teme il gelo e che a primavera si copre di fiori tra un azzurro e il viola tendente al grigio, il color pervinca appunto. Per questo motivo in alcuni paesi questa selvatica è messa al bando e si preferiscono varietà tropicali coltivate meno resistenti e meno espansive, anche se la nostra con le sue radici fitte contribuisce a tenere fermi i terreni in pendio. Presente nei boschi di tutta Italia, fino a più o meno 1000 mt., normalmente in due varianti la Vinca minor e la Vinca major, più una in Sardegna Vinca difformis. Il nome dal latino con il significato di "legare" proprio per i rami flessuosi e resistenti. Le foglie verdi lucide su tralci dapprima irti e poi striscianti a formare nuove radici. Occasionalmente si può trovare bianca, a volte raramente con le foglie variegate, quelle nei garden in diversi colori provengono dai tropici. Se si vuole abbellire un angolo ombroso del terrazzo con pochi vasi si può avere un effetto spettacolare. - foto dal web - Ahimè, questa però non si mangia, anzi meglio fare attenzione per la presenza di una certa tossicità importante, quindi niente usare i fiori, neanche per abbellire un piatto... e quanto me ne dispiace. Sono certi i suoi effetti, usati in farmacologia per medicinali legati all'irrorazione cerebrale, affezioni vascolari dell’encefalo, per migliorare le funzioni del cervello come vasodilatatore, se è capitato a qualcuno di assumere per qualche motivo una medicina di questo tipo, dopo per esempio un'ischemia è possibile che fosse a base di Vincamina, l'alcaloide estratto proprio dalla Vinca minor. Per usi esterni pare faccia bene alla pelle con dermatosi, eczemi e fermi il sangue. L' infuso di foglie sembra sia una cura di bellezza per il viso, applicato come impacco sulle pelli delicate, io non ho ancora provato, nel caso diventassi bellissima vi saprò dire. Fiore pallido, pervinca timida Conosco il luogo dove sbocci, Ai piedi delle montagne, la tua fronte si piega per incantare meglio i nostri occhi amorevoli! » La pervinca , Alphonse de Lamartine In tempi antichi, conoscendone bene gli effetti, veniva usata per filtri d'amore e indicata come il cibo di cui si nutriva Venere e chiamata Viola delle streghe. Ancora adesso navigando per internet si trovano pseudo ricette antiche e me ne stupisco molto, visto che non è davvero il caso di fare prove per avere poi possibili disturbi sia a poco dall'assunzione che dopo qualche tempo; dalle solite nausee e vomito a mal di testa e allucinazioni, per arrivare nel giro di una settimana al coma. Aux quatre coins du lit, aux quatre coins du lit Quatre bouquets de pervenches, quatre bouquets de pervenches Quindi nonostante le proprietà magiche di rendere la nostra unione d'amore grondante di fedeltà lasciamo perdere, nel caso si può arrivare a infilare le foglie nei materassi come facevano una volta, o a spargerle sotto il letto dell'amato perché ci resti fedele, dato che l'altra usanza, quella francese, di legare quattro mazzetti di pervinca ai lati del letto delle spose vergini credo sia difficilmente attuabile. Venivano anche sparsi fiori sul cammino che gli sposi facevano il giorno delle nozze, al giorno d'oggi abbandonate le pretese di fedeltà e tantomeno di verginità sarà opportuno farsi bastare il significato associato a questo fiore: tenacia nel preservare i bei ricordi. Per questo la Pervinca è anche un fiore dei morti visto che con i suoi rami si intrecciavano corone funebri a perenne ricordo di chi lasciava questa terra Frammezzo a ciuffi di primule, in quel fragrante pergolato S’arrampicava la pervinca con le sue ghirlande, E qualcosa mi diceva che ogni fiore Si beava dell’aria che respirava. Gli uccelli a me d’intorno saltellavano per gioco, E pur non sapendo leggere nei loro pensieri, Il loro minimo sussulto Mi sembrava un guizzo di piacere. I rami in boccio aprivano i loro ventagli, Per irretire i soffi della brezza, E per quanto dubiti son sicuro Che là regnava il piacere. Se questi pensieri non so allontanare, Se tale è il senso della mia convinzione, Non ho forse ragione di dolermi Di ciò che l’uomo ha fatto dell’uomo ? (W. Wordsworth, 1798 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI QUEL CHE SO SUI RAMOLACCI O RAVANELLI SELVATICI
Insomma, sono stata tutto il giorno senza titolo perché davvero non sapevo come chiamare questa erba perché fosse riconoscibile il post. In comune con tante altre ha cento nomi popolari, che si intersecano con altre erbe simili ma diverse, non poi così usata qui, nonostante ci sia chi la inserisce nelle erbe del Prebuggiun. Ho già scritto e detto più volte come i misti di erbe siano il risultato di quello che si trova, dove si è, nel momento che si raccoglie, quindi qualsiasi erba commestibile è possibile. Nel caso di questa, specialmente qui nel Tigullio, non si usa proprio a meno che piaccia il suo sapore, destinato però a ricoprire il gusto delle altre e a dare un'impronta particolare. Ramolaccio spesso chiamato, ma tanti chiamano così la radice, chi la crede un ravanello chi pensa sia il rafano, chi confonde con la rucola. Partendo da uno dei nomi più usati qui intorno, Ravizzun, si capisce che è simile a qualcosa tipo rapa, un ravanello selvatico più o meno e di questo mantiene il piccante e il pungente, anche nell'odore, anche nelle foglie. Nella pianta erbacea selvatica però non si sviluppa molto la radice, che al contrario esiste nelle varietà orticole seminate chiamate appunto Ramolaccio, fino ad arrivare al Rafano, e in botanica questa selvatica ha il nome scientifico di Raphanus raphanistrum Ulteriori confusioni, per me povera mortale, derivano dalle sottospecie, che cambiando colore del fiore da giallo a bianco con qualche sfumatura di viola lo fanno assomigliare alla rucola. Tutto questo mi interessa a livello di conoscenza, perché fra una e l'altra, riconosciute per odore, forma della foglie se non proprio per la specie esatta sono tutte commestibili, basta che appunto piaccia. Solitamente quando mi incapono su una pianta, cerco il posto dove cresce in abbondanza, e la osservo per almeno due stagioni, in tutte le sue fasi di crescita, dalla rosetta basale fino al fiore per essere ragionevolmente sicura. Se alla fine ho il conforto di qualche amico più esperto di me con il quale discuterne, meglio ancora. Giorni fa mi sono fermata nel posto dove ho scoperto l'anno scorso cresceva in abbondanza questo Raphanus, e non ci sono dubbi che lo fosse, visto che mesi fa ne ho potuto osservarne anche il fiore in questo pezzo di incolto a bordo strada. Come si evince il fiore ha quattro petali in croce, tanto che un tempo si identificavano come "Crocifere", ora diventate Brasiccaceae, la stessa famiglia di Cavoli, Rape e Ravanelli, Senape ecc., ed ecco spiegato il motivo del sapore e dell'odore. Pioveva talmente forte che non sono riuscita a fotografare quello che ho trovato, praticamente tutto infestato da nuove piantine tenerissime, ma tornerò. Così appena nate, dalle temperature miti dei giorni scorsi e l'acqua che ne ha favorito lo sviluppo, non ne avevo mai viste tante tutte assieme, quasi da non riconoscerle, ma il forte odore che pervaso l'auto mentre tornavo a casa e la certezza del luogo non mi hanno lasciato dubbi, anche se come si può vedere dalle foto, le foglie giovani sono abbastanza diverse da quelle della pianta adulta. Sono sicura che siano il risultato dei semi caduti dalle tante piante che avevo trovato lì l'anno scorso, anche se così tenere e così tante non mi era ancora capitato. LEGGERE L'AGGIORNAMENTO IN FONDO ALLA PAGINA Della pianta si mangia tutto, specie quando la radice è così bella bianca e sempre ricordando il piccante che lascia, anche se le foglie bollite ne perdono gran parte lasciando come un gusto di cavolo, quindi se piacciono, per esempio, i cavoli neri. Preferisco, quando ne ho voglia, gustarle da sole, saltate in padella con aglio, per accompagnare per esempio un bollito. Certamente come i suoi parenti stretti, ha virtù innegabili, ormai riconosciute anche dalla scienza ufficiale, si studiano gli effetti sul cancro, si sa dell'effetto disintossicante su fegato e bile, proprietà che contribuivano una volta a mantenere sani gli organi del popolo volgare, che di questa povera erba si nutriva in abbondanza essendo essa infestante. Ne parla già Plinio, anche se non sembra l'ami, molto pur ammettendone le qualità. https://www.latin.it/autore/plinio_il_vecchio/naturalis_historia/!19!liber_xix/26.lat Talmente tenere che al ritorno ho provato a metterne qualche foglia sulla pizza, le foglie possono essere facilmente confuse con la rucola, colore, sapore e odore diversi anche se simili. È stato un esperimento riuscito direi. AGGIORNAMENTO APRILE 2022 Sono ripassata dall'angolo dei ramolacci e vedi un po' cosa ho trovato! Insieme ai numerosi ramolacci cresciuti, anche questa pianta! Probabilmente, vedendola adesso fiorita, una Calepina, sempre della stessa famiglia, e sempre con il gusto un po' piccante che ricorda la rucola ... Ah! poveri noi erbandi dilettanti! Probabilmente le piante fotografate sopra e messe sulla pizza sono appunto di Calepina, troppo diverse dal ramolaccio anche se simili nell'odore e nel gusto. Come più volte rimarco nel post, per essere sicuri, bisogna avere la costanza di osservare più volte la pianta nel corso dei mesi se non degli anni specie per chi come me ha imparato e continua ad imparare sul campo senza supporto di una conoscenza scientifica. Quindi sono ormai quasi certa che quelle che avevo portato a casa tenere non fossero ramolacci, d'altra parte pioveva a dirotto (l'unico giorno di pioggia in mezzo a mesi di siccità assoluta) e avevo raccolto frettolosamente senza osservare bene bene, i dubbi li avevo e sono ritornata proprio perché non ero convinta. Spargendomi il capo di cenere chiedo scusa per le fotografie delle rosette basali erroneamente descritte come ramolaccio anche se tutto il resto scritto su questa pianta resta valido. Spero che questa mia esperienza abbia convinto anche i più renitenti a quanto serva anzi sia assolutamente necessaria un'osservazione attenta del luogo, del come, del quando e di tutto lo sviluppo della pianta. e insieme vicino i Ramolacci che avevo trovato l'anno scorso Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- EVENTO STRAORDINARIO
Questo post è per un evento che si terrà domenica 10 Aprile all'Hostaria Tranquillo di Bargone. Nonostante non si parlerà di erbe lo pubblico volentieri qui sul mio blog perché l'idea è conseguita dalla Domenica Sarvega di qualche settimana fa. Sarò presente anche io ma soprattutto ci sarà lui, Giulio Cassinelli, il mito della focaccia ligure. Per chi non lo conoscesse ne avevo già parlato qui>>> CASSINELLI, IL MITO . Sono stati anni difficili per tutti, e molte cose non sono più come prima. Sarà quindi un'occasione speciale quella di poter incontrare Giulio e vederlo lavorare. La magia dell'impasto che lievita sotto le sue mani non è descrivibile da nessuna immagine, da nessun video, bisogna assistere dal vero. L'evento con inizio alle ore 15, darà modo di preparare con lui un impasto base ottimo per la focaccia al formaggio, per la torta pasqualina, per le focaccette fritte e una volta eseguito portarselo a casa dove può durare tre giorni in frigorifero. Saranno ovviamente descritti tutti gli usi e le preparazioni possibili con le modalità di cottura e una o più focacce al formaggio saranno cotte sul posto. Insieme sarà dimostrato ed eseguito da Giulio l'impasto della Focaccia Genovese all'olio, la focacetta con la cottura della stessa nel forno a legna, sempre con ricetta e consigli per la migliore esecuzione a casa nel forno elettrico. Al termine, intorno alle 18,30 - 18,45 un aperitivo con le focacce e focacette appena cotte, qualche altro assaggino della casa e vino bianco. Il tutto solo con un contributo di 25 euro a testa, pomeriggio, impasto e aperitivo. È possibile volendo prenotarsi a pranzo o a cena I posti sono limitatissimi per prenotare chiamare al 3421601908 Giulio è un ragazzo di 85 anni al quale io faccio fatica a stare dietro, sono figure che non esistono più, per l'immane lavoro manuale che hanno fatto durante la vita, per l'entusiasmo che sanno trasmettere, persone con le quali anche solo passare qualche tempo insieme non può che arricchire, esperienze come quelle che si possono fare una domenica pomeriggio così non sono facilmente accessibili. Ci sarò anche io, senza erbe questa volta, perché lui merita tutto lo spazio possibile, conosco Giulio da quando andavo ai suoi corsi tanti anni fa, poi la vita ci ha fatto incontrare e lui mi onora della sua amicizia. Solo un rammarico: quando assaggi la sua focaccia, morbida, cotta a puntino, unta il giusto, che non ti rimarrà mai indigesta, non puoi davvero più mangiarne altra. Conviene quindi imparare a farla con lui, domenica 10 Aprile all'Hostaria Tranquillo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA PIMPINELLA,🌿 buona e bella
“L'insalàtta no l' è bónn-a e nun l' è bèlla se no gh'è a Pimpinella e co-a Pimpirinella a va condîa da ’na fìggia bèlla ca l’agge pöco sentiménto ma tànto condiménto” La Pimpinella o Pimpirinella è la seconda delle erbe del Mio Prebuggiun che voglio presentarvi. Come dicevo in un altro post (vedi qui>>>) presto si comincerà ad andare per erbe, visto l'inverno mite che abbiamo avuto quest'anno e vi aspetto agli incontri di Erbando dove è possibile riconoscere le erbe dal vero. Questa è una delle più facilmente riconoscibili, non solo per le foglie particolari, piccoline, ovali e seghettate come un pizzetto, che potrebbero somigliare ad altre ma soprattutto per l'odore che emano se stropicciate fra le dita, un forte odore di cetriolo con infine un retro di mallo di noce. Alcuni sentono solo l'odore di noce tanto che è chiamata anche erba noce Il suo nome scientifico è Poterium sanguisorba, una volta Sanguisorba minor, forse per il colore rosso dei suoi fiori che nell'antichità veniva legato al sangue. In effetti la tradizione popolare le dà proprietà antiemorragiche; pare che infilata nel naso fermi l'epistassi. A me interessano le sue qualità in cucina, infatti Pimpinella deriva da "pepe" e il suo compito nel misto di erbe che è il Prebuggiun, è quello di insaporire, accendere il gusto delle altre erbe. Non si può fare una mescolanza senza la Pimpinella, dosata giusta, senza eccedere nella quantità, esattamente come si fa con il pepe. E' necessario mettere a bollire, insieme alle altre, la piantina intera con la rosetta basale, e dopo occorre togliere gli steli che nella cottura induriscono e sono spiacevoli da masticare. E lo stesso si può dire cruda nell'insalata, insaporisce piacevolmente. ... mangio teco radicchio e pimpinella. diceva infatti il Pascoli... Sempre da cruda, tritata fine si possono fare burri per tartine o mescolata a yogurt greco, olio, aglio e limone per fare un ottimo tzatziki, tutto l'anno, anche quando i cetrioli non ci sono. Un ultimo simpatico segreto, un bicchiere di vino bianco secco tenuto in frigo per due ore, con dentro un rametto di Pimpinella acquista un gusto particolare e costituisce un ottimo aperitivo estivo. Per una curiosa coincidenza a un'altra pianta dalle caratteristiche completamente diverse, ma pure con usi di cucina, venne dato il nome scientifico " Pimpinella Anisum", praticamente l'anice vera. Non può essere confusa con la Pimpinella del Prebuggiun perchè completamente diversa nel portamento, nelle foglie, nel fiore, ma qualora accadesse non ci sarebbe che una differenza nel sapore della pietanza. Per mia scelta, essendo un'ombrellifera, parente e somigliante con il prezzemolo, ma anche con la cicuta, non la cerco e non ambisco trovarla. Ecco un disegno della Pimpinella Anisum. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- LA TUSSILAGINE
A fine inverno, senza foglia alcuna, con premura di apparire per primo, esce il fiore della Tussilagine, Tussilago farfara L. . Non sarà difficile riconoscerlo visto la singolare caratteristica, di apparire all'improvviso con il suo stelo squamoso, ma senza altro cenno di pianta intorno, in terreni argillosi, umidi, ai bordi di fossi, all'ombra. Mai uno solo, ma in gruppo tanti capolini gialli, simili a margherite, alti anche 20cm. Il nome non mente sull'uso: Tussi da tosse, e da tempo immemorabile è usato per calmare la tosse e come espettorante. Ma in questo post non troverete dosi per farvi tisane o altro. Mi affido, come sempre, a quello che mi hanno insegnato e cioè non è pianta adatta all'uso casalingo. Studi recenti hanno confermato la presenza di alcaloidi pericolosi per il fegato, ed è anche una pianta con caratteristiche che possono provocare allergie. Assolutamente sconsigliata alle donne incinte e ai bambini, in alcuni paesi è proibita. So di persone che addirittura la mangiano, fanno i fiori fritti, qualcuno ritiene che il calore distrugga questi componenti, ma non è proprio così, io dico sempre: perché rischiare? Resto fedele, per la tosse al mio Sciroppo di Piantaggine (qui>>>) meno problematico. Sciroppo di lenzuola e la tosse s'invola Invito a fare ricerche dove sarà sconsigliato qualsiasi uso casalingo, e in effetti lo scopo di questo post è per riconoscerla, avere il piacere di saperne il nome e basta. Nel Nord Europa, viste le tante innegabili proprietà, ne è stata selezionata una varietà, coltivata per uso erboristico, dove non sono presenti elementi dannosi all'uomo. Quando facevo domande imbarazzanti a mia madre chiedendo: - Se si chiama Tussilago e serve per la tosse perché non la prendiamo e la usiamo? - Lei mi rispondeva: - non lo so, ma mi hanno insegnato a non prenderla e se proprio non se può fare a meno usarla per pochissimo tempo.- Vorrei la macchina del tempo per stare un po' con mia bisnonna e farle tante domande su come e perché lei sapesse il cosa, il quando e il come di tante cose, nel suo limitatissimo mondo senza internet, senza foto, senza libri, sapendo appena scrivere e leggere. A differenza di mia bisnonna io queste notizie le ho prese leggendo, parlando con uno o con l'altro, magari in tempi quando non sospettavo nemmeno che avrei tenuto un blog, per la curiosità di sapere come mai non la usassimo, quindi non ho documenti sugli studi da citare, ma ricordo e qui ve la riporto come la so. foto di Wikipedia Dopo il fiore, nella tarda primavera-estate, le foglie, che ai principianti profani potrebbero ricordare quelle della Malva (qui>>>) in realtà nell'aspetto si differenziano molto, più spesse, con sfumature rossastre nel gambo, con la pagina inferiore coperta di una lanugine biancastra che poi cade, il margine dentato e tutta la pianta poi con un portamento completamente diverso. Anche queste largamente usate fin dall'antichità, i contadini una volta ne facevano una specie di tabacco da fumare, facendole fermentare, seccare e trinciandole poi. Le sigarette fatte con le stesse foglie essiccate erano una specie di cura per l'asma. Il cataplasma, o una garza imbevuta con l'infuso, sembra serva a alleviare la pelle infiammata, con addirittura proprietà anti rughe... mah, chissà, questa la potrei anche provare 😂😂😂 Sono tornata a maggio ed ecco le foglie dove due mesi fa si vedevano spuntare solo i fiori. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- CARDAMINE
Un'altra erba talmente infestante da non poter fare a meno di scriverne, specie in questo periodo che si trova un po' dappertutto, persino sui vasi nei terrazzi. Un'altra erba commestibile poco conosciuta qui nella mia zona dal punto di vista alimentare, io stessa non ne vado matta come mi succede per tutte le erbe che hanno un che di "piccante" nel sapore. È più facile mi succeda di usare i fiorellini bianchi come guarnizione nelle insalate, sulle tartine, nel mio Burro Fiorito qui>>>. A fine inverno spunta un po' ovunque e forse a questo deve uno dei suoi nomi volgari Billeri o crescione primaticcio, preferendo l'ombra e l'umido, con la sua rosetta di piccole foglie leggere, riconoscibili per la forma tondeggiante attaccate allo stelo quasi senza picciolo. Subito, velocemente spunta l'infiorescenza, un grappolo di fiori bianchi, con quattro petali, dai quali si vede come appartenga alle ex-crucifere, ora Brassicaceae e dalla foto si nota anche le foglie sul fusto sono diverse da quelle della rosetta e hanno piccolissimi peli quasi invisibili che non si notano al tatto, ma le fanno avere, in questa specie, il nome di Cardamine hirsuta. Il frutto lungo, una siliqua, esplode appena lo si sfiora, quando i semi giungono a maturazione. Altre varietà di Cardamine sono presenti in natura. Tutte hanno sapore che ricorda il crescione e forse è per quello che non mi interessa più di tanto. Molte persone credono infatti che questo sia il crescione. Tutti i posti vengono bene per spuntare, nella foto sotto esce tutto intorno da un cesto pieno di terra, piccolissima ma riconoscibile e completa. Rosetta basale, fogliolina lungo lo stelo, peletti, fiore e semi. È ricca di vitamine e sali minerali, sempre se usata cruda, la cottura li eliminerebbe in gran parte. Su alcune varietà di Cardamine deposita le uova una farfalla comune: l'Aurora, l'Anthocharis cardamines. ...Si vouz cherchez l'aurore Trouvez la cardamine ... Quidonc >>> foto da flickr Non ha fama di pianta fortunata, in certi posti si crede che raccogliendola c'è la possibilità di essere morsi da un serpente entro l'anno o che la casa sia colpita da un fulmine ... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











