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- LA FUMARIA
Perché ora, a gennaio, un post su quest'erba? Perché il tempo davvero matto nel quale viviamo mi ha permesso nei giorni scorsi, prima della nevicata, di trovare una pianta di Fumaria capreolata incredibilmente sviluppata e fiorita come mai potrei dire avevo visto qui. Mentre più in basso è pianta davvero infestante, insieme alla varietà officinalis, quella con i fiori rosa rossi, a questa altezza è un po' più difficile trovarla. Trovarla, poi, rigogliosa e completamente fiorita a metà gennaio, questo non me lo aspettavo. Fiorita completamente, in una giornata di sole invernale talmente forte che non sono riuscita a fotografare meglio di così. L'ho notata perché si faceva ben vedere attorcigliata ai rami spogli di una vitalba, che a sua volta aveva preso possesso della vecchia recinzione. Questa proprietà le viene curiosamente dalle foglioline che sono in grado di avvolgersi come viticci per salire e diventare quasi un rampicante. I fiori invece dovrebbero esserci da giugno, senz'altro sono anche questi il risultato dell'eccezionale primavera tardiva venuta al posto dell'autunno. Osservando le foglie, specie di questa varietà, si può vedere una vaga somiglianza con il Papavero qui>>> o la Celidonia qui>>> e infatti appartiene alla stessa famiglia, le Papaveraceae, sono cugine in pratica. I fiori invece non assomigliano per niente a nessuna delle due, piccoli, lunghi, riuniti a grappolo con la cima più scura. Così come queste altre contiene un alcaloide che ne fa un'erba potenzialmente tossica, sconsigliata per il consumo alimentare. Le sue proprietà sono prettamente medicinali, quando anche nella farmacopea contadina si sapeva come usarla. Proprietà antinfiammatorie, toniche e spasmolitiche per il fegato e le vie biliari, lassative e diuretiche, vermifughe. L'uso esterno contro dermatiti, congiuntiviti, eczemi. Una volta, quando era banale saperlo, veniva considerata l'erba che portava ai cento anni, in grado di curare anche le malattie inventate degli ipocondriaci. Adesso a fare da soli riusciremmo solo ad intossicarci, anche se non è tra le piante più tossiche. L'uso è quindi riservato solo agli erboristi esperti, o a chi, fortunato, ne ha memoria. Talmente importante come pianta curativa che ho letto come i Francesi le dedicassero un giorno dell'anno, il 3 di marzo. Perché invece in quasi tutti i paesi del mondo il suo nome fa riferimento al fumo non l'ho capito bene. Ho letto che sarebbe per il colore grigio (???) delle foglie, che da lontano assomiglia a una nuvola di fumo...o perché bruciando fa un fumo irritante, o solo estirpandola pare produca un odore acre simile al fumo, o anche perché il gusto è amaro sgradevole come il fumo. Pare abbia delle proprietà tintorie, probabilmente sul giallo. Proverò. Fumaria officinalis foto di Actaplantarum Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- A BAGNOMARIA... 🤔 ma che Maria era a bagno?
Ma ci sarà pur stata una Maria che stava a bagno, mi son chiesta per tanti anni ... fino a che non l'ho saputo. Sì, c'è stata, anche se in parte la sua figura è avvolta dalla leggenda. Molti sostengono si trattasse di Miriam, sorella di Mosè, quella che lo mise nella cesta sul Nilo e di lei parla la Bibbia, chiamandola profetessa e dandole importanza pari a quella dei due fratelli Mosè e Aronne. La sua figura si confonde con quella di una certa Maria la Giudea, considerata la prima donna alchimista della storia ma non ci è dato sapere se era la stessa. Di certo si sa che una Maria di cui si parla in un testo del IV sec. d.C., esistette davvero, scrisse molti libri di alchimia, di cui non rimane traccia originale, ma che sono citati da vari autori dopo di lei. E che fece molte scoperte, procedimenti chimici usati tuttora. E uno di questi, guarda un po'! ... è proprio il Bagnomaria, usato in chimica , in distilleria, che si è portato dietro il nome della sua scopritrice, a bagno come fa Maria, e solo in tempi più recenti usato come metodo di cottura in cucina e specie in pasticceria. Per quello che hanno insegnato a me, il vero Bagnomaria, è quello che si usa, per esempio, per far sciogliere il cioccolato. Servono una pentola e una ciotola. La pentola messa sul fuoco con un po' di acqua, la ciotola deve aderire perfettamente ai bordi, per fare uscire meno vapore possibile e non deve toccare l'acqua sotto. Nella ciotola viene messo il cioccolato, sommariamente tritato, e inserito nella pentola dove è messa dell'acqua, la quale scaldandosi non deve mai toccare il fondo del contenitore con il cioccolato e in pochi minuti questi si scioglierà. Provare per credere. Se il recipiente del cioccolato è a contatto con l'acqua calda si scioglie con più difficoltà, e formando dei grumi. Questo è il vero Bagnomaria ed è questa la sua caratteristica, la cottura più dolce, a temperatura costante, indiretta, che avviene tramite il vapore, senza che l'acqua, che quasi non dovrebbe mai bollire, entri in contatto con il recipiente dove è contenuto l'alimento. Con questo sistema difficilmente impazziranno le creme o le salse, ed è non solo utile , ma indispensabile se volete sciogliere della cera (pericolosissimo farlo direttamente sul fuoco) o del sapone. Un altro modo chiamato da tutti Bagnomaria è quello che si usa in forno come per il cream caramel, o gli sformati. I contenitori sono messi in una teglia direttamente con acqua che arriva a due terzi e si posta la teglia in forno. E anche quando si vuol raffreddare rapidamente una pietanza e si mette il contenitore con la pietanza in un altro con acqua fredda o ghiaccio si dice comunemente a Bagnomaria. Ormai più di quarantacinque anni fa, mia mamma, in uno dei suoi più felici acquisti, comperò una pentola a vapore che funziona più o meno come un Bagnomaria. Utilissima, è dotata di doppia parete che crea un' intercapedine dove viene inserita l'acqua che scaldandosi non viene mai a contatto con la vivanda da cuocere. Questo permette, a fiamma bassissima, di mantenere una temperatura costante dove il cibo non brucerà e non attaccherà mai. Quindi polenta, marmellate, risotti si possono portare a cottura senza mai mescolare. In questo tipo di pentole, per altri tipi di cotture, tipo verdure, non è necessario usare troppo condimento, che peraltro non raggiungendo la temperatura alta, non riuscirebbero a friggere. Così le verdure o la carne avranno bisogno di pochissima acqua. Ha una valvola, da dove svitandola viene inserita l'acqua, che permette la fuoriuscita del vapore quando questa bolle. Non è una pentola a pressione. Ripeto, utilissima. "A bellessa a nö fa boggî a pûgnatta" La bellezza non fa bollir la pentola. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- DEL RUMFÒ, RONFÒ, RUMFORD
"Preparare la pentola prima di appiccar il fuoco alle legna; quando la pentola bolle è follia volerne crescere il bollore, appena levata la pentola dal fuoco, si tolgono le legna e si spengono i tizzi che sopravanzano per servirsene in parte un'altra volta." - Scuole femminili di campagna - 1879 - Nella mia prima esperienza letteraria "Donne da Ieri a Oggi", che seguiva le varie mostre sull'argomento, affrontavo il tema delle cucine di una volta. La prima più rustica, ancora esisteva negli anni 70 del secolo scorso sull'Appennino e altrove, legata al procedimento di essiccazione di castagne e granturco, della quale ho già parlato in Pane Profumo di Pane (qui>>>) . Il fuoco in terra al centro della stanza, sopra a mattoni refrattari, una catena appesa al soffitto di liste di castagno, dove appendere il paiolo o la campana. Modello di fuoco semplice, aperto, che si ripeteva anche nelle cucine più antiche, direttamente sotto un grande camino, a volte a livello più alto per cucinare più agevolmente, ma sempre con l'inconveniente di riempire spesso i locali di fumo e con un'alta dispersione del calore. - Cameriera che travasa la zuppa dal paiolo - seconda metà del XVIII secolo -olio su tela - Poi, nella seconda metà del 1700, fece la sua comparsa Benjamin Thompson, conte di Rumford, eclettico personaggio con le sue avveniristiche idee sulla termodinamica e con i suoi esperimenti sulla natura del calore e tanto altro. Potete trovare facilmente notizie in rete sulla sua figura di ingegnere, fisico, spia, inventore, che non si fermò agli studi sui camini e alla cottura dei cibi, visto che in un certo senso è anche l'inventore della tanto strombazzata oggi cottura “Low and Slow, ma fu ministro in Germania, commerciante in America, membro della Royal Society a Londra, avventuriero per il mondo, sposato con la vedova di Lavoisier a Parigi, dove è sepolto. A questo link un articolo su di lui http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/12/21/il-conte-rumford-e-la-cottura-a-basse-temperature/ Insomma qui lo cito per il focolare da lui inventato detto "caminetto di Rumford". Come dai suoi studi si sia poi arrivati alla costruzione in tutte le case di una cucina in muratura, chiamata, guarda caso qui in Liguria, rumfò o ronfò, con un fuoco chiuso, dove una pentola bolle con pochi legnetti, mi è sconosciuto e mi manca il passaggio, ma si intuisce che il suono onomatopeico di "ronfò" riporta alla mente una storpiatura del nome Rumford. Di fatto questo nuovo modello di cucina trattava di una costruzione in muratura con sul piano piastrellato una o più postazioni di fuoco, ottenute inglobando nella costruzione grossi contenitori rotondi di ghisa come braciere, con griglia, dove da uno sportello veniva infilata la legna e sopra messa la pentola, infilata a metà direttamente nel fuoco. Un altro sportello sotto permetteva la pulitura dalla cenere. Sul piano anche bocche quadrate sempre con griglia e sportello sotto, dove veniva posata la brace calda e con questa fatto scaldare un piccolo pentolino, una caffettiera. Il fumo usciva da un'apertura sul retro del braciere e veniva convogliato in un tubo nascosto nel muro che portava al camino sul tetto. Chi ha la mia età ricorda di aver visto adoperarlo. Mia nonna nella casa in via Entella a Chiavari lo aveva in cucina e lo usava soprattutto per fare il minestrone, che per lei era inconcepibile cucinato sul gas. Più la famiglia era ricca e più c'erano fuochi e spesso anche uno o più forni. Il corredo di questa cucina comprendeva le vecchie pentole in rame o più facilmente alluminio, svasate con il cerchio, o comunque con una parte adatta a essere infilate nel focolare a diretto contatto con il fuoco, che per me restano insostituibili per certe cose. Per quanto riguarda queste campagne solo i più abbienti lo avevano davvero, in quanto il runfò poco scalda l'ambiente e non serve che per cucinare. Ricordo un anziano che ripeteva "I mettu u fêugo in te in bancâ, cacciu via da legna e i nu se scadu" Mettono il fuoco in una cassapanca, sciupano legna e non si scaldano" contrari come erano allo spreco di legna solo per far da mangiare, rispetto al fuoco vivo aperto nel mezzo della stanza che scaldava, e seccava le castagne, oltre a far bollire il paiolo. Perché di questo post? perché forse, finalmente dopo una vita passata a desiderarlo, dopo aver gelosamente conservato i pezzi del vecchio runfò di questa casa, forse e dico per il momento solo forse, riuscirò ad avere anche io una piccola postazione di cucina in muratura tipo runfò. Per questo ho colto l'occasione per parlarne e per avere l'occasione unica di fotografare i pezzi che servono per costruirlo, visto che da una veloce ricerca in rete non ho trovato quasi niente e penso che a qualcuno farà piacere sapere come erano fatti. Se con mio figlio riusciremo, seguiranno foto della lavorazione e del pezzo finito, ma ora avevo premura di parlarne E qui un pensiero per mio figlio che un giorno fa l'idraulico, un giorno il boscaiolo e l'agricoltore, un giorno l'operaio, un giorno il muratore, un giorno il cuoco. Nella foto sopra alcuni pezzi del braciere che vanno inseriti nella muratura e del pezzo dove va la legna e sotto la cenere, mancano i cerchi, un altro pezzo rotondo con la griglia, gli sportelli, che sono ancora in fase di restauro. Posterò le foto appena possibile, così come quelle del lavoro finito. Per il momento metto la foto di quello bellissimo dell'amica Franca del B&BFiume (qui>>>), ricostruito fedelmente all'esterno, e a disposizione dei suoi fortunati clienti. Se invece volete vederne uno originale in zona c'è quello di Palazzo Rocca a Chiavari, quando sarà possibile di nuovo visitarlo. O quello bellissimo in una casa di Valletti e infine come si trovano ancora pochissimi esemplari nei ruderi di case abbandonate L'equipaggiamento completo comprendeva oltre a ganci, molle e paletta per cenere e braci, questo curioso aggeggio, chiamato "u diâo", il diavolo, il quale serviva affinché nel momento che venivano tolti cerchi o pentola, non uscisse il fumo. Questo tipo di cucina fu in uso fino al dopoguerra quando venne poi sostituita nelle campagne con la stufa economica smaltata a legna, sempre più spesso e velocemente ovunque con il fornello a gas, che veniva però acceso solo per fare il caffè quando arrivavano ospiti o la camomilla se qualcuno stava male. Mia madre, giovane sposa nel 1950, fu tra le prime nella sua campagna ad avere il fornello a gas di bombola, per via di mio padre che allora di mestiere vendeva bombole di ossigeno e acetilene ai fabbri saldatori. L'uso quotidiano che mio padre imponeva a mia madre fu oggetto di diverse discussioni in casa. Mia madre restia ad usarlo per far bollire una pentola, ne vedeva solo lo spreco di energia costosa, e dovette anche vincere la paura di saltare per aria, di dimenticarselo aperto e morire, quando era così facile con due sticchi raccolti nel bosco e il ventaglio di piume di gallina fare fuoco nel runfò! "Quando la scienza del cucinare sarà ben compresa e sarà acquisita una intima conoscenza della precisa natura dei cambiamenti chimici e meccanici prodotti dai vari processi culinari, potremo allora, e non prima di allora, migliorare con sicurezza l’arte della preparazione del cibo. L’esperienza, non assistita dalla scienza, può condurre, e lo fa frequentemente, a utili miglioramenti; ma il progresso di tali miglioramenti è non solo lento ma vacillante, incerto e molto insoddisfacente." - Sulla costruzione del focolare da cucina e degli utensili da cucina, insieme con commenti e osservazioni riguardanti vari processi di cucina e proposte per migliorare quella utile arte - Benjamin Thompson, conte di Rumford - Boston Ed. 1874 - Cliccando a questo link si accede al testo in inglese >>> https://archive.org/details/completeworksco00sciegoog/page/n188/mode/2up?view=theater Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELLA CAPONATINA ... e DELLA PASTA 'NCASCIATA
Assittato supra la verandina, in compagnia di tanticchia di malinconia, tentò di consolarsi con un piatto, enormi, di caponatina. "La danza del gabbiano", A.Camilleri 2009 Sono arrivata tardi a innamorarmi del sud, solo alla fine degli anni '90 ho messo piede in Sicilia la prima volta, nonostante lo desiderassi da tanto, e in tutto quello che c'è di meraviglioso in questa terra non si può lasciare da parte quanto si mangia bene lì. Poi d'improvviso mio figlio va a lavorare due anni tra Palermo e Catania, e mi telefona per descrivermi la granita con la panna, le stigghiole .... Fortuna vuole che sulla mia strada compaiano Caterina e Roberto di Milano, lei di origini messinesi, che proprio in quegli anni ristrutturino la loro casa a Gesso e vuoi non andare a vedere? e così torno ad assaggiare delizie siciliane. E come lo sapeva bene Camilleri, che di piatti siciliani ha adornato i suoi romanzi... Così questo è il mio modo di salutarlo, dopo che ho imparato ad amare la Sicilia, dove l'antico popolo dei Liguri arrivò prima di tanti altri, (il re ligure Siculo diede il nome all'isola prima chiamata Trynakria) e tracce di similitudine restano fra i dialetti liguri e siciliani e forse per quello mi ci sono sempre trovata bene. Come per il resto dell'Italia anche qui le ricette cambiano di casa in casa, mi perdoneranno quelli che non le fanno così, e soprattutto mi perdoni Adelina ... Per la Caponatina Taglio a tocchetti una bella melanzana, una volta si lasciavano un po' in acqua e sale, al giorno d'oggi le varietà sono state addolcite e non ce n'è più bisogno. In realtà questo procedimento non serve solo per togliere l'amaro ma anche per "asciugare" la polpa della melanzana in modo che assorba meno olio in frittura, quindi se è il caso si può sempre fare. Se si fa ricordarsi di sciacquare e asciugare per bene. Così come un tempo la buccia era particolarmente dura e spesso andavano pelate. Friggo i tocchetti in olio di oliva (meglio) o di arachide senza infarinare. Preparo una salsa con pomodori datterini e cipolla e un ciuffo di basilico Nella padella faccio cuocere in un po' d'acqua il sedano a tocchetti qualche minuto per ammorbidirlo, consumata l'acqua, unisco un poco d'olio evo, abbondanti olive verdi snocciolate a filetti, capperi. Rosolato il tutto per qualche minuto, aggiungo la salsa di pomodoro, faccio insaporire l'insieme, a fuoco lento e metto a piacere zucchero e aceto, nelle dosi che più mi aggradano. In ultimo incorporo le melanzane fritte e lascio cuocere ancora un po' sempre a fuoco bassissimo, con attenzione perché non attacchino e si amalgami il sapore degli ingredienti. A fine cottura una spolverata di mandorle a filettini o tritate. Va servita rigorosamente fredda, anche il giorno dopo, guarnita con qualche ciuffo di basilico, perfetta per un antipasto o un aperitivo di quelli di moda oggi dove mangi per bere e bevi perché hai mangiato. Questa è la Caponatina, nella versione semplice, la Caponata è più ricca in verdure, in pinoli e uvetta, almeno io la so così. Non ho osato rifare per il post la Pasta 'ncasciata a' missinisi, la difficoltà di reperire gli ingredienti giusti, fosse la pasta particolare o la tuma classica, l'avrebbe trasformata in una pasta al forno con melanzane e questo non aveva senso. Lascio la ricetta così come me l'hanno trasmessa direttamente da Messina, con qualche curiosità. Piatto povero, ma unico e completo, veniva fatto per il mezzo agosto, il ferragosto, con un ragù che comprendeva allora frattaglie di pollo, salame, uova sode e la tuma, questo particolare formaggio fresco, una cagliata senza sale, che viene abbondantemente usato per questa ricetta. Per la cronaca tuma, è esattamente lo stesso vocabolo che usiamo in Val di Vara per definire la cagliata... Per farla, necessarissima la teglia rettangolare che compare nella fiction, 'a cascia, che vorrebbe riprodurre il tegame di terracotta di una volta, cotto un tempo coperto di braci, da dove potrebbe derivare il termine 'ncasciata, anche se molti danno per traduzione "nel cacio" vista l'alta presenza di formaggio. Ecco la mia ricetta: la pasta: spaccatelle, una pasta secca caratteristica, in mancanza maccheroni rigati. melanzane tagliate a fette lasciate in sale e fritte un sugo di carne trita fatto con carne rosolata nell'olio di frittura delle melanzane, sfumata di vino e con aggiunta di passata di pomodoro uova sode a fettine salame o mortadella a fettine tuma a fettine formaggio grattugiato (pecorino meglio) Cotta al dente la pasta, si condisce con il sugo Si formano poi strati nella teglia di pasta, salame, uova, melanzane, tuma Si finisce con uno strato di pasta, sugo e abbondante formaggio In forno il tempo di sciogliere i formaggi e formare la crosticina La giostra degli scambi, 2018 Rai Non fate come me, non aspettate così tanto per andare in Sicilia e grazie a Camilleri che l'ha fatta conoscere anche nelle piccole cose di tutti i giorni, a tutto il mondo. Andò a casa, si mise il costume da bagno, fece una nuotata lunghissima, rientrò, s'asciugò, non si rivestì, nel frigorifero non c'era niente, nel forno troneggiava una teglia con quattro enormi porzioni di pasta 'ncasciata, piatto degno dell'Olimpo, se ne mangiò due porzioni, rimise la teglia nel forno, puntò la sveglia, dormì piombigno per un'ora, si alzò, fece la doccia, si rivestì coi jeans e la camicia già allordati, arrivò in ufficio. Andrea Camilleri, "Il cane di terracotta" 1996 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. 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- CICERI E TRIA
nu ssapire tenìre ttre ccìceri a mmucca ... Ogni tanto mi piace fare un'incursione fra i piatti che mi sono piaciuti di più in giro per l'Italia, soprattutto in questo periodo di reclusione forzata per tutti, perché non viaggiare con la cucina? Un giorno in Piemonte, un giorno in Lazio, un giorno in Puglia come oggi e ancor meglio nel Salento con Ciceri e Tria, Cìciari tthria. La cucina è cultura, è storia, è geografia, è arte, il cibo è il mezzo più semplice per avvicinare i popoli, perché mangiare mangiamo tutti. Ho assaggiato Ciceri e Tria la prima volta da Le Zie a Lecce, locale caratteristico di cucina tradizionale che sembra fermo nel tempo. La sensazione è quella di entrare in una casa privata, a casa di zia appunto, per il pranzo domenicale di una volta. Ciceri sta per ceci e Tria sta per pasta, una sorta di tagliatelle di semola larghe circa due cm. e lunghe 10-12, piatto in uso nel giorno di San Giuseppe. La particolarità sta nel fatto che questo piatto, una sorta di zuppa pochissimo brodosa, oltre alla pasta fatta bollire, ne contempla una parte fritta nell'olio ed entrambe aggiunte ai ceci. Occorre mettere in ammollo i ceci almeno 12 ore prima, poi farli a cuocere coperti di acqua fredda con cipolla, aglio, sedano, carota, una foglia di alloro fino a che non sono teneri. Nel caso si può ovviare alla lunga cottura con la pentola a pressione. Nel mentre si impasta della farina di semola rimacinata e un pizzico di sale , con tanta acqua tiepida quanto basta per avere un impasto morbido da poter tirare a sfoglia e ritagliare in tagliatelle larghe e corte Si può considerare 50gr di farina e 50gr di ceci secchi a testa per una porzione abbondante da piatto unico. Cotti i ceci, consumata quasi tutta l'acqua, una parte di questi va passata con le verdure e rimessa nella pentola aggiustando di sale. Nel contempo in un pentolino piccolo e alto, così che rimanga ben profondo, in olio evo di oliva, si scalda uno spicchio d'aglio per insaporire e poi si toglie prima che bruci, si frigge, poco per volta, un terzo della pasta fino a che non diventa color nocciola. Si fa bollire in acqua il resto della tria, si scola al dente e si unisce ai ceci, insieme a qualche cucchiaio dell'olio di frittura, si mescola, si ritira dal fuoco, si uniscono le tagliatelle fritte e una spolverata di pepe e si serve. La ricetta originale vorrebbe che si unisse tutto l'olio usato per la frittura, ma sinceramente a me sembra un po' troppo ... Merita due parole la storia del nome: Ciceri si comprende dal latino, significa ceci, Tria invece è un etimo derivante probabilmente dall'arabo "ittriyya", antico tanto da essere nominato in Liber De Coquina, il più vecchio libro di ricette dell'occidente, scritto intorno alla fine del 1200 presso la Corte di Napoli, dove viene nominata, udite udite la Tria Januensis, e cioè un piatto genovese ... chissà se erano "Trenette"? ... e devo dire che almeno in questa zona, che parla un ligure arcaico, non il vero genovese, triaa inteso come verbo, ha ancora il significato di tagliare in un particolare modo come quello usato per tagliare la pasta... eh lo dico sempre, che il mondo è piccolo... Per chi volesse il Liber suddetto è scaricabile in Pdf dal web, tradotto. Non facile da leggere, ma ci si può provare, soprattutto le ricette che ovviamente non comprendono tantissimi degli ingredienti conosciuti da noi ora... come pomodori, patate, zucche e zucchini, fagioli, ecc. arrivati in Europa 200 anni dopo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FAVE E CICORIA
fav’ e fogghie Tra le pulizie di primavera di questi giorni c'è stato anche il riordino del cassetto dei legumi secchi che è l'ora di consumare e anche per decidere quale seminare, tanto sono sempre i miei, sia quelli per la semina che quelli che mangio. Ho ritrovato un pugno di fave secche pugliesi, giusto quelle per farmi un po' di Fave e Cicoria come ho imparato laggiù, in Puglia. Trovo difficilmente qui le fave decorticate necessarie e soprattutto quasi impossibile da trovare italiane. Non facile nemmeno laggiù ormai e non certo nella grande distribuzione, solo localmente in piccoli mercati, spesso che arrivano da Marocco, Tunisia, ecc. Intanto la varietà di fave: chiara, seccata fresca giovane. Poi decorticate da secche, oggi con la macchina decorticatrice elettrica, una volta a mano con un particolare mazzotto di legno su di un attrezzo artigianale presente in tutte le case pugliesi. La fava privata del nasello o dell'occhio, ilo in termine botanico, seccata al sole, veniva poi una ad una appoggiata in verticale e con un colpo secco divisa in due e privata della buccia. Ho ritrovato queste foto sul web per far capire tutto il lavoro manuale che c'era dietro a un piatto pur così semplice. foto da amici dell'orto Questo lavoro, così almeno mi è stato spiegato laggiù, serviva per avere le fave pronte senza bisogno di ammollo, che venivano messe nella pignatta di terra con acqua e lasciate a cuocere per ore e ore nel camino fino a che morbide con qualche colpo di cucchiarella di legno diventavano puré. Avendo la possibilità di cuocerle sulla stufa a legna e quindi di lasciarle a cuocere anche tutto il giorno faccio ancora così, non sono ancora riuscita a portarmi a casa la pignatta di terra adatta ma ci spero. In realtà i pareri sono discordanti c'è chi dice di lasciare in ammollo le fave tutta la notte, comunque in un modo o all'altro le fave vanno messe a freddo coperte d'acqua e fatte sobbollire a lungo. È opportuna l'aggiunta di una patata a fette, di una foglia d'alloro, metto anche una cipolla a volte, c'è chi mette anche una costa di sedano. Per la dose difficile da dire, va secondo la fame, ma potrebbero essere 80gr. di fave secche a testa. È meglio schiumare ogni tanto e alla fine quando le fave si presentano disfatte, oggi come oggi un colpo di frullatore ad immersione e il purè è fatto. Il giusto accompagnamento sono le Cicorielle ... ma saranno davvero cicoria? Ho scoperto vivendo laggiù, che in realtà sono diverse erbe di campo esattamente come il nostro Prebuggiun (qui>>>). Certo la percentuale di Cicoria(qui>>>) è alta ma con l'aggiunta di zangùne che sarebbe la nostra sciscerbua (qui>>>), sprùsceni o aspraggine (qui>>>), paparina il papavero (qui>>>), e altre, meglio se prevalgono le amare per contrastare il dolce delle fave, insomma le erbe commestibili selvatiche che conosciamo benissimo anche qui e che è uno dei motivi che mi hanno fatto amare tanto la Puglia. Le erbe bollite, vanno messe nel piatto vicino al purè e conditi entrambi con profumato e gustoso olio pugliese e andrebbe mangiato il tutto senza mescolare, raccolto un po' uno un po' l'altre con una fetta spessa di buon pane di semola al posto del cucchiaio. Piatto antico, citato da Aristofane, fav’ e fogghie, proveniente dalle prime polente di grano pestato, certamente ritenuto povero, in realtà faceva parte della dieta di Federico II, gran gourmet e gourmand, colui che ispirò, se non chissà, scritto, il più antico libro di cucina occidentale Liber de Coquina, raffinato intenditore di cibi e spezie arabe, amava mescolare le cucine di vari paesi stupendo i suoi ospiti con una tavola opulenta. D'altra parte era pur chiamato "Stupor mundi" e poche figure storiche mi affascinano quanto lui, dalla sua nascita che ho già raccontato nella mia pagina delle donne a tutto quello che ha fatto e costruito, non c'è posto nel sud Italia dove non si respiri la sua presenza. Parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo, nipote del Barbarossa, si interessò di ogni forma d'arte e di scienza. Non sono una storica e tantomeno un blog di cucina è il posto più giusto per parlarne ma da donna lasciatemi riportare almeno l'affascinante storia della sua nascita, ma soprattutto di sua madre Costanza d'Altavilla, sposata anziana, per quell'epoca, al figlio di Federico Barbarossa Enrico VI di Svevia, quando lei avrebbe voluto invece farsi monaca. Proprio per l'età, 40 anni superati e per il lungo periodo passato in convento, cercarono di screditare la sua gravidanza, insinuando non fosse vera e bisbigliando che il nascituro, futuro inviso pretendente di troni, potesse essere in realtà avuto, chissà, facendo partorire una monaca. Per fugare ogni dubbio di pettegolezzo medioevale Costanza, accusando nei pressi di Jesi le doglie, mentre era in viaggio per raggiungere il marito, fece installare nella piazza una grande tenda dove pubblicamente fu possibile assistere al parto. Era il 26 dicembre 1194, nevicava. “..se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui…” (Federico II, puer Apuliae Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA PANZANELLA DELLA LELLA
Chi vuol trapassar sopra le stelle en’tinga il pane e mangi a tirapelle un’insalata di cipolla trita colla porcellanetta e citriuoli vince ogni altro piacer di questa vita considerate un po’ s’aggiungessi bassilico e ruchetta oh per averne Non è contratto che non si facessi” Il Bronzino, pittore del '500 Ma veramente con questo caldo si ha voglia di cucinare? o si ha fame di cose calde? No, perché si può anche fare come gli antichi: in estate fra le mille ricette di pan bagnat, cundigiun, panzanelle, frise e friselle si può scegliere. Oggi è il giorno della Panzanella Gli ingredienti semplici poveri freschi: pomodori, cipolla, una pagnotta di pane, possibilmente raffermo, aceto, acqua. E poi quello che si vuole, cetrioli quasi sempre, olive, capperi, sedano, acciughe sotto sale, radicchio tagliato fine. Nella citazione del pittore di inizio post del '500 si ritrova la portulaca, la rucola, e il basilico e non ci sono i pomodori, perché ancora abbastanza sconosciuti in quanto arrivati da poco dalle Americhe Amici e parenti toscani mi confermano paese che vai panzanella che fai. Nella sua semplicità ci sono però regole precise. Non tentare di farla senza un buon pane toscano sciapo, la mollica di un qualche, magari buonissimo, altro pane italiano, bagnato tende a diventare più una pappetta mentre quello toscano rimane più sbriciolato. Il pane va assolutamente di almeno due giorni, perché si imbibisca nel modo giusto di acqua, e non va ammollato troppo, spruzzato di aceto e sbriciolato con le mani. Se non piace l'aceto non si fa la Panzanella. La cipolla, affettata sottile, si può lasciarla in acqua e aceto perché non tutte sono dolci uguali e non tutti gradiscono un gusto troppo acre. I pomodori meglio non così sottili, il cetriolo come si vuole, e poi tutto mescolato con il pane ammollato e strizzato e spezzettato a mano, condito con buon olio, pizzico di sale e personalmente gradisco l'origano, ma spesso viene usato il basilico. Il composto così condito è meglio se riposa in frigorifero una mezz'ora, in realtà anche di più, perché gli ingredienti si insaporiscano fra loro, poi a me piace metterlo, poco prima di servirlo, dentro una pagnotta svuotata, tagliata la calotta, e se sono in vena, dentro ad una rosetta di pane per ognuno dei commensali. Ovviamente l'involucro esterno può non essere di pane toscano, ma sempre un pane molto alveolato con una bella crosta. Mangiata va mangiata come un'insalata, anche così nel piatto, il resto è decorazione, anche se il pane esterno si insaporisce e non è niente male. Nella foto degli ingredienti si vede uno spicchio di aglio. La panzanella non lo prevede, ma a me piace strofinare lo spicchio di aglio all'interno della pagnotta dove metterò la panzanella, per darle appena appena un profumo in più. Per oggi mi sono dovuta arrangiare con quello che avevo, ma sabato arriva una nipote dalla Toscana e con lei il pane sciocco autentico e allora vai di Panzanelle Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- L'ERBA LISCA
Latito dal blog da un po' di tempo, ma a parte impegni vari, è difficile parlare di erbe abitando in campagna nell'estate più calda e siccitosa che io ricordi, anche se mi capita di trovare sui social inviti a gite di riconoscimento o di raccolta e mi chiedo come sia possibile. Gli articoli di questo blog nascono dalle mie passeggiate cercando e riconoscendo un'erba, ricordando letture e parole sentite a proposito di questa, esperimenti fatti da sola o con amiche o tradizioni di famiglia di una vita, difficile trarre ispirazione dai prati secchi di questo periodo. Da tempo però volevo parlare di un'erba che sapevo esistere ma non riuscivo a trovare, un'erba con una storia per me fantastica, il cui utilizzo finirà per essere dimenticato e speravo, per scrivere il post, di riuscire a fare un'intervista con chi ancora poteva ancora raccontare, o chi poteva mostrarmi un manufatto ottenuto da questa pianta. Ad oggi non l'ho trovato, spero che proprio questo articolo mi porti magari a conoscere qualcuno che la ricorda e che l'ha usata. Tutto quello che scriverò sarà quindi riportato da articoli letti qui e là. Ma l'erba sì, quella l'ho trovata! Nei miei ormai frequenti viaggi dalla Val di Vara a Portofino, sulla strada costiera, nelle pareti scoscese, tra la macchia mediterranea così diversa dalla natura che mi circonda qui, ho finalmente riconosciuto i lunghi ciuffi di "erba lisca". Ampelodesmos mauritanicus è il nome botanico di questa pianta, che cresce in abbondanza sul monte di Portofino, anche se è frequente in tutte le zone in riva al mare fino all' Africa. I ciuffi alti fino a due metri, con foglie strette e lunghe anche un metro, taglienti sul margine (altrove è conosciuta come Tagliamani) le spighe ancor più alte, non possono essere confuse con qualcos'altro. - foto di Actaplantarum - https://www.actaplantarum.org/galleria_flora/galleria1.php?view=1&id=737 Sembra impossibile ma attorno a quest'erba fino a pochi decenni fa, fioriva un'intensa attività lavorativa nella baia di San Fruttuoso. Molti, anche da fuori, venivano a raccogliere quest'erba per conto dei cordai, coloro che, fatta seccare, battuta e filata, la usavano per produrre corde e reti per una particolare pesca a strascico. Reti che leggere e morbide che resistevano al sale e all'acqua di mare e venivano issate a bordo con più facilità e venivano richieste da tutti i pescatori del Levante Ligure. Anche i cavi per la Tonnarella di Camogli erano fatti con questa pianta. Per qualche motivo che mi è sconosciuto, visto che comunque non è un'erba così difficile a crescere e a propagarsi, basterebbe un'oculata conservazione e raccolta, è adesso tutelata e le poche corde ancora prodotte a San Fruttuoso sono fatte con fibra di cocco che arriva da lontano, di solito dall'India. Il resto è tutto nylon, dimenticando come una fibra naturale sia completamente biodegradabile. Con la sospensione della raccolta è scomparsa completamente l'attività dei cordai, una volta fiorente in Liguria in tutti i paesi costieri, che usando anche altre fibre vegetali come canapa, lino ecc. provvedevano per la richiesta di tutti i tipi di cavi, anche grossi, per navi di una certa importanza. Nel video sotto viene raccontata un po' la storia di questi personaggi, mostrato come si fanno le corde, anche se mi piacerebbe riuscire a conoscere qualche pescatore o poter fotografare se ancor esiste, una rete fatta con la lisca. In questi anni non sono riuscita a trovare nemmeno nessuno che ricordasse la pianta, così le notizie scritte sopra sono prese da questo articolo: https://www.portofinoamp.it/attivita-tradizioni/i-cordai La strada stretta e l'impossibilità a fermarmi mi ha impedito di fare fotografie dettagliate, ma dovrò fare una passeggiata nel Parco di Portofino o sopra Sestri Levante dove so essere presente, per documentarmi e osservarla meglio. Continuando a leggere qui e là ho scoperto che la pianta era anche usata per costruire il fondo dei setacci per la semola e gli steli delle sue spighe per fare le "busiate" un tipo di pasta fresca in uso fra Sicilia e Calabria simile ai fusilli fatti con il ferretto. Busiate da Buso, cioè lo stelo della Disa, nome dato all' erba lisca in quelle zone. Le Busiate sono ottime con il Pesto alla Trapanese, che la storia suggerisce essere una derivazione di quello portato in Sicilia dai Genovesi, quando al ritorno dai viaggi in Estremo Oriente, attraccavano al porto di Trapani e si mettevano a fare il loro pesto di basilico e aglio. I siciliani poi trasformarono “l’agghia pistata” vista fare, aggiungendo mandorle e pomodorini, con un'interazione fra culture e sapori che mi fa sempre sorridere quando sento inneggiare al "solo noi, solo qui, solo così". Un valore così grande come la capacità tutta italiana di cambiare gusto e pietanza di casa in casa con spesso gli stessi tre ingredienti, invece di essere portata in palmo di mano, viene invece sovente demonizzata. Basta uscire dai propri ristretti confini, a volte solo mentali, per poter gustare piatti incredibili che magari sono frutto semplicemente di un incontro con un nostro lontano parente, che è passato un giorno, tanto tempo fa, di lì. Mi scuso per la divagazione e provo a fare le busiate e mi perdoneranno siciliani e calabresi se sono venute come sono venute. Avrei fatto meglio a imparare quando, durante il mio soggiorno in Puglia voleva insegnarmele la vicina che aveva imparato dalla suocera messinese! Dunque servono Acqua tiepida e farina, io preferisco sempre farina di semola o se non si trova semola rimacinata, ma va bene anche 00 Un impasto non troppo morbido, lasciato riposare un pochino, meglio coperto in frigorifero. Da piccole porzioni di impasto lavorate a cilindri di circa 4 mm.di spessore, taglio dei pezzi di 6-7 cm. Con uno stecchino di bambù, perché non sono riuscita a raccogliere una spiga di lisca, mettendolo ad angolo cerco di avvolgere la pasta creando una spirale. Ruotando con due mani il bastoncino sulla spianatoia la pasta si allargherà permettendo di staccarla. Non è stato facilissimo all'inizio e le mie busiate sono suscettibili di miglioramento, ho seguito un tutorial su you tube e mi sento di consigliare a chi volesse provare: Serve la spianatoia di legno, altrimenti non scivola la pasta Bisogna indovinare la misura giusta di lunghezza e dimensione della pasta e la consistenza dell'impasto, troppo morbido si attacca al bastoncino. Per qualche motivo che mi è rimasto sconosciuto la pasta all'inizio mi rimaneva ammucchiata, facendole sembrava mi venissero sempre meglio, certo serve ancora tanto esercizio. Ho seguito questo tutorial: https://www.youtube.com/watch?v=7HEDEbQs-jM&ab_channel=Annamariatrafornoefornelli Lasciate asciugare le ho cotte e condite con il pesto trapanese. Anche per questo ho sbagliato qualcosa, poco basilico ed è venuto un po' troppo rosso con il pomodoro che spiccava come gusto. Per farlo ho usato: un mazzetto di basilico ma ne servivano decisamente due 250gr. di pomodori di Pachino 50gr. di mandorle pelate uno spicchio di aglio 50gr. di pecorino sale e olio quanto basta Andrebbe pestato al mortaio ma con un giro di frullatore si fa sicuramente prima. Le abbiamo comunque gustate e sono pronta per correggere gli errori la prossima volta, in attesa, chissà, di poterle assaggiare in bel viaggio al sud che oramai sogno anche di notte. - Quannu a pasta è ‘nta pignata, ci voli ‘a tavula cunzata - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- AGOSTO, ASADO MIO TI CONOSCO
Estate vuol dire sagra. In Liguria Sagra vuol dire Asado. Punto. Può chiamarsi Sagra di come vuoi, ma un piatto di Asado c'è sempre. Una moda degli ultimi trenta - quarant'anni, mi sono chiesta anche dove e come sia iniziata ma non sono riuscita a trovarne il bandolo. Ho pensato di mio, ma è proprio una mia deduzione fantasiosa, che l'emigrazione di ritorno degli Italiani del Sudamerica, tra i quali molti liguri, a causa della crisi politica ed economica degli anni '70/'80, abbia importato questa usanza diventata ormai un rito estivo immancabile per fare festa con gli amici. Infatti la parola Asado, di fatto arrosto, arrostito, indica una modalità di cottura della carne usata dai gauchos delle Pampas. foto da WebFoodCulture In pratica Asado significa arrostito in verticale, (mentre la tradizionale cottura orizzontale, la grigliata per intenderci, è la Parilla) e spesso si trattava di grossi pezzi di animale cotti con la pelle, l'Asado con cuero e contemplava davvero tante ma tante ore di cottura. Da noi è stato riadattato alla carne che abbiamo e alle condizioni che abbiamo. Anche per questa, che sembra una ricetta semplice, con pochi ingredienti, è possibile scatenare polemiche su polemiche per cosa mettere nella bagna, per come appenderlo, per come cuocerlo, per quanto cuocerlo ecc. ecc. Quindi, vi racconto del mio, anzi quello di mio figlio e altro non so. La cosa più importante resta sempre la scelta della carne, se la carne è buona pochi saranno i problemi. Avere un referente di fiducia che vi vende della ottima carne è il primo più importante passo. Rigorosamente carne di bife, vitellone, la porchetta è un'altra cosa, altri animali non sono contemplati nella tradizione dell' Asado, da noi quasi esclusivamente vitello. Tutto sommato non si tratta di un pezzo particolarmente pregiato, di costo molto elevato e questo forse ne ha propagato l'uso. Essenzialmente si tratta della punta di vitello, intera, dal fiocco alla pancia, privata delle ossa e del grasso più evidente. Di media può pesare tra i 14 e i 20 kg. con l'osso, che diventano 9/10 o poco più disossato. Viene trattato la sera prima della cottura con erbe e spezie e vino. E qui scatta la ricetta segreta dell'Asador... ognuno ha la sua. Chi ci mette il limone, chi no, chi usa il vino bianco chi rosso, chi ci mette i pinoli ... Con la pratica uno impara a conciarlo come preferisce, con i gusti che più piacciono. Indispensabili Rosmarino, Timo, Salvia, Cipolla tritati e mescolati a sale grosso marino, non meno di 35gr. di sale a chilo di carne, e qualunque altra erba aromatica voluta, ginepro, mirto, origano, prezzemolo, con i quali massaggiare per bene la carne, per poi lasciarla a bagno in vino bianco secco, almeno 5 litri per 10 kg di carne, con il succo di qualche limone, senza esagerare, peperoncino se piace, ma almeno un pochino ci vuole, pepe in grani, foglie di Alloro spezzate e segreto dei segreti qualche pinolo. La carne va conciata la sera prima, conservata in un luogo fresco, coperta, contando che la cottura inizierà molto presto, essendo una "slow cooking", una cottura lenta, come va di moda per tante altre cose adesso. Per cuocerlo infatti occorre preparare l'ambiente opportuno, all'aperto, fatto di lamiere, che impedendo il disperdersi del calore del fuoco e riflettendolo, permetteranno una cottura graduale della carne che inizialmente va posizionata a circa un metro dalla fonte di calore. Dunque il mattino dopo, le cinque supponiamo, si inizia preparando questo fuoco di legna forte, che bruci molto lentamente con un ottimo potere calorico, a grossi pezzi, tipo olivo, faggio, ecc., non legna resinosa o che rilasci odori e gusti forti. quando resteranno belle e sostanziose braci accese, si mette la carne opportunatamente legata con fil di ferro ad un apposito "ferro da Asado" che può essere in croce, "a la cruz", (come l'originale) o a griglia larga, dotato di un meccanismo che permetta di girarlo al momento giusto per ottenere una cottura perfetta ma lenta, in modo che i succhi della carne rimangano il più possibile all'interno mantenendola morbida. Ogni tanto una spennellata con la bagna, devo dire che io non uso quella della marinatura ma ne preparo una uguale fresca. L'Asador non abbandona la sua carne nemmeno per un attimo, perché ne controlla la cottura in ogni particolare, così come mantiene attive le braci senza mai permettere che il fuoco si spenga o sia troppo vivo. Man mano si avvicina la carne per avere una rosolatura perfetta della superficie Dopo le sei - otto ore di cottura, dipende dal peso, dallo spessore della carne, e a questo proposito è opportuno, nel caso si cuociano più pance, che queste siano più o meno uguali, l'Asado è pronto e deve essere tagliato a fette sul posto e portato in tavola il più velocemente possibile perché non raffreddi. L'Asado ben cotto deve essere rosato al punto giusto, la carne morbida all'interno, il grasso ben rosolato, non troppo magro ma nemmeno solo grasso. L'Asado fa festa da solo, è concessa la presenza di taglieri di salumi e formaggi per ingannare l'attesa nella cottura, mentre si beve qualche bicchiere di vino tinto, insalata verde con pomodori e cipolla per accompagnarlo e se proprio si vuole rimanere in tema, qualche empanadas, meglio con il ripieno di verdure, niente primi pesanti, perché arrivare sazi al piatto di Asado è un vero peccato. Se proprio non se ne può fare a meno le immancabili patatine fritte, ma non erano contemplate nel mezzo delle Pampas. Importante ricordare, anche se poco usata qui, la salsa di accompagno, il Chimichurri, questa la ricetta originale rioplatense, per 10 persone: 1/2 bicchiere di olio di oliva 1 tazza di acqua calda 1/2 bicchiere di aceto di vino (rosso) 1/2 bicchiere di vino (rosso) 1 peperoncino tritato 1 pomodoro a dadini 1 cipollotto tritato finissimo 1 cucchiaio di prezzemolo tritato 2 spicchi di aglio schiacciati 2 foglie di alloro tritato 1 cucchiaino di origano 1 cucchiaino di pepe 1 cucchiaino di paprika dolce Mettere tutto insieme dentro a una bottiglia. Macerare due ore agitando ogni tanto. È importante terminare il pasto, da parte degli invitati soddisfatti, con le congratulazioni e "un aplauso para el asador!" E questo è lui, il mio Asador personale, qualche anno fa, che mi abbraccia soddisfatto dal suo Asado cotto perfetto per il mio compleanno. Qualunque tentativo di riprodurre l'Asado nel forno di casa fa sì che il risultato sia tutta un'altra cosa, anche se una buona punta di petto arrosto non è male. L'unica volta che mi è venuto qualcosa di simile è stato nel forno a legna, quello della pizza, dove incrociando due teglie avevo per così dire appeso un pezzo di carne intero, piccolo e l'avevo cotto al calore della brace. Pur non essendo la stessa cosa, ci si avvicinava molto sia per la cottura da appeso che per la presenza del fuoco di legna. Hasta la vista compañeros, te quiero.
- IL VISCHIO
Un'altra fine anno, un altro Capodanno. Questo tempo uggioso, pieno di nebbia e pioggia, oltre a immalinconirmi, mi ha impedito di andare per boschi a cercare il vischio. D'altra parte non avrei nemmeno nessuno da baciare sotto al classico ramo appeso in casa, quindi mi sarei accontentata di trovarlo senza coglierlo. Nonostante siano ormai anni che non lo appendo più per i baci ho sempre cercato di averne un ramo in casa, essendo questa una delle usanze più antiche dell'uomo. La pianta mi ha sempre incuriosito perché qui nella mia valle non si trova, e anche mia madre ha desiderato tutta la vita trovarlo in un bosco, come andavano raccontando fungaioli e cacciatori che sapevano dove Finché un giorno, non tantissimi anni fa, a pochi chilometri, valicando il passo delle Cento Croci ed entrando in Val Taro, proprio lungo la strada, ho visto i primi alberi, nel caso peri, prugne e mele, con il vischio sopra. Essendo in un terreno privato li ho potuti ammirare solo da lontano, ed è diventato un appuntamento ogni volta che mi recavo a Borgotaro. Oggi quegli alberi sono secchi, e non c'è più vischio, in seguito ho saputo che in quelle zone non è difficile trovarne, anche se sta diventando sempre più raro. L'ho ritrovato invece salendo la strada che porta al parco del Pollino, in Basilicata, proprio ai primi di dicembre di qualche anno fa, in un viaggio magico, che forse proprio perché aveva un che di stregato doveva riservarmi, oltre al resto, anche la sorpresa di un albero coperto di decine di grossi ciuffi di vischio, che ho potuto osservare con calma, ma ero tanto emozionata che non ho fatto che due sole foto. Pochi km dopo, in una trattoria del posto, altro incontro magico che conservo nel cuore come uno dei ricordi più belli, direttamente dalla forestale, venni a sapere che, contrariamente a quanto si pensa, non è una pianta protetta dappertutto sul territorio nazionale, ma solo a protezione regionale, più al nord come il Trentino, la Lombardia e forse il Piemonte, anche se lì trattandosi di una zona di Parco, dubito si potesse raccogliere. Il Vischio, di qualsiasi varietà si tratti, se Viscum album, il più comune, con le bacche bianche perlacee, su piante da frutto, tigli, salici ecc, . Loranthus europaeus Jacq dalle bacche giallo oro, che vegeta sulle querce e sui castagni o Phoradendron leucarpum quest'ultimo arriva dall'America del Nord ai nostri fioristi, è una pianta emiparassita. Per emiparassita si intende una pianta che integra il nutrimento che le abbisogna prendendolo da una pianta ospite. Infatti non vivrebbe se le sue radici fossero messe sulla terra, anche se è in grado di crescere attraverso la fotosintesi. Si pensa solitamente che questo farà morire certamente la pianta dove si attacca, non è del tutto vero, anche se spesso dà una mano al deperimento di quest'ultima. Essendo una delle piante più antiche che accompagna l'uomo da secoli, una delle più magiche e sacra, dalle molteplici proprietà, centinaia sono le leggende alle quali è legata. Fra le più note quelle della tradizione del bacio e del perché appenderlo sopra alla porta. Celti e Druidi ritenevano le piante, specie quelle trovate su quercia, talmente sacre, nate da un fulmine scagliato da un dio, che venivano raccolte con un'apposita cerimonia al termine di un banchetto e solo un sacerdote poteva coglierle, con un falcetto d'oro e facendole cadere su di un drappo bianco, o prese al volo, circondato da altri sacerdoti che le riponevano in un bacile d'oro. Creduto il Vischio, in grado di ridare la possibilità di generare a qualsiasi essere sterile e quindi simbolo di fecondità per come era in grado di crescere senza radici, e di guarire quasi tutti i mali. In realtà avrebbe davvero proprietà medicinali, si parla anche di un certo effetto su alcuni tumori che viene studiato adesso, o di come regoli la pressione, e si sa che veniva usata nella medicina popolare, a me è rimasto solo il memore della sua tossicità e a livello casalingo è davvero sconsigliato farne uso, o di quando con le bacche se ne faceva una colla per acchiappare gli uccelli, pratica oggi proibita. - Enea occupa l'ingresso ed asperge di acqua fresca il corpo ed attacca il ramo sulla soglia davanti. Compiuti dunque i riti, consegnato il dono alla dea, giunsero ai luoghi ridenti, alle amene verzure, le sedi beate dei boschi fortunati: Qui l'aria è più pura e veste di luce purpurea le pianure, vedono un loro sole e stelle loro. - Eneide, libroVI L'uso di appendere il vischio alla porta pare derivi da un passo dell'Eneide che riconosce nel Vischio il ramo d'oro con il quale Enea, volendo rivedere il padre Anchise morto, si presenta alla porta degli inferi, consigliato dalla Sibilla Cumana, per calmare le ire di Caronte e offrirlo a Proserpina e appenderlo sulla porta della città di Dite, all’ingresso dei Campi Elisi, potendo così proseguire per incontrare il padre fra i beati. - Se non ti commuove l’esempio di una tale pietà , almeno riconosci questo ramo!» e mostrò il ramo che teneva nascosto sotto la veste. Il cuore di Caronte, gonfio d’ira, si mise in pace: egli non disse più nulla - Il bacio sotto al ramo di Vischio è invece leggenda nordica. La dea Frigg, madre del dio Sole Baldur, temendo la profezia che le annunciava la morte del figlio e quindi la fine della vita sulla terra, si fece promettere da tutti gli elementi, animali e piante, che non gli avrebbero fatto del male, ma dimenticò il Vischio e il dio del male ne approfittò per confezionare una freccia che diede in mano a Hoder ,il dio cieco dell'inverno, che la scagliò proprio contro il figlio della Dea, uccidendolo. Pianse la madre affranta sul corpo dell'amato Baldur e le sue lacrime si trasformarono nelle traslucide perle del Vischio, riportando in vita il figlio. Felice la dea baciò chiunque passasse di lì, appunto sotto il Vischio adorno per la prima volta di bacche bianche ... Nel caso vi accingeste a raccoglierlo per usarlo come portafortuna, sappiate ancora che non va raccolto con le mani nude e mai che mai preso con la mano sinistra e lasciato cadere a terra ma afferrato al volo. Dopo decine di baci sotto il vischio e qualche ramo raccolto personalmente, posso affermare con cognizione di causa che quello usato da me doveva essere proprio stato raccolto malamente non avendo ricevuto meno che meno nessuno degli effetti fantastici che mi aspettavo. Con ciò stasera se avessi un ramo di vischio e qualcuno da baciare proverei ancora una volta. Auguri e baci Ho derubato i boschi i fiduciosi boschi gli alberi ignari porgevano le loro galle e i muschi lusinghe alla mia fantasia esaminai curiosa i loro ninnoli li afferrai li portai via cosa dirà l’austero abete cosa la quercia? Emily Dickinson Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL NOSTRO CRÈME CARAMEL
Il dolce preferito di mio padre, insieme al gelato, era il budino. Preferito nel senso che in tavola doveva esserci tutti i giorni, si poteva arrivare fino al pomeriggio... qualche volta alla sera, ma prima o poi se ne usciva con la frase: - Ma ancheu ina lecàia a nō gh'é? in pö de læte dôçe ...?- Ma oggi una ghiottoneria, una prelibatezza, non c'è? un po' di lattedolce...? e mia madre aveva pronto il budino, nello specifico crème caramel o alla cioccolata. Lattedolce o anche læte a-a spagnòlla, in Liguria, perché di lì pare che arrivino le prime ricette di creme, catalana o brûlée che siano, da altre parti Latte in piedi. Quello che dannava mia madre era l'alto numero di uova presenti nelle ricette di alta pasticceria che trovava nei libri di quei tempi, addizionati di panna e relativi, e nel tentativo di salvare il fegato e la glicemia di mio padre riduceva riduceva fino ad arrivare, per il budino al cioccolato, con un litro di latte a un tuorlo d'uovo solo, ma poi mio padre se ne accorgeva e ricominciava ad aumentare. Poi un giorno arrivò l'Elah, che oltretutto le diede ragione, non essendoci traccia di uova nella composizione e se qualcuno le avesse detto dove trovare la carragenina (ingrediente presente in tutti i budini in polvere per gelificare) sarebbe sicuramente diventata una donna felice. Quindi nella mia carrellata di dolci di una volta non poteva mancare il nostro crème caramel casalingo. Oggi l'ho fatto: mezzo litro di latte tre uova medie o anche solo due grandi 120gr. di zucchero una bacca di vainiglia buccia di limone bio Per il caramello 125gr. di zucchero 1-2 cucchiai di acqua una goccia di succo di limone con queste dosi mi sono venute sei monoporzioni. Messo a scaldare a fuoco bassissimo il latte con metà dose zucchero (60gr.) con qualche pezzo di buccia di limone e la bacca di vainiglia. Sì, oggi l'ho voluto fare proprio così, mia madre per conservare il più a lungo il baccello, allora carissimo e non facilmente reperibile, non lo apriva e prendeva i semi, ma lo faceva bollire con il latte, lo toglieva, lo sciacquava e lo faceva asciugare per la volta dopo e così per tre o quattro volte. Ho scoperto che la bacca si apriva dopo sposata... e il regalo più assurdo che le ho fatto è stato, non tanti anni fa, quando le ho portato un vasetto di semi di vaniglia, comperati nella famosa Antica Drogheria Torrielli di Genova qui>>>, dicendole che poteva adoperare tutti quelli che voleva. Mentre si scalda il latte, sbatto le due o tre uova intere con i restanti 60gr. di zucchero, con un colino passo il latte, che non deve bollire, e a filo lo unisco alle uova, sbattendo. In un pentolino sul fuoco metto l'altro zucchero, il cucchiaio di acqua, senza mescolare fino a che non prende il bollore, aggiungo la goccia di limone (che dovrebbe impedirne l'indurimento repentino) e ora sì mescolando, arrivo a un passo dal color caramello, attenzione è un attimo, perché passi di cottura e diventi amaro. Nella foto si vede che eravamo lì lì. Distribuisco il caramello nei contenitori singoli o in uno, di metallo o di silicone unisco la crema di latte e uova e faccio cuocere a bagnomaria, con l'acqua a tre quarti, in forno per 60-70 minuti a 180°. Se l'avessi avuto avrei messo sopra ogni stampino un amaretto di quelli secchi. A fine cottura si lascia raffreddare, si mette in frigorifero prima di servire. Si possono fare il giorno prima e tenere in frigorifero dove dura anche 5-6 giorni. Al momento si tira fuori dallo stampo, passando prima la lama del coltello dentro, lungo il bordo per staccare e si appoggia sopra il piattino, si gira e con un colpetto scende. Se si serve con della panna montata non si offende. In questa ricetta mancano, rispetto alla ricetta originale classica, intanto la panna, le uova in più che dovrebbero esserci, forse anche un po' di zucchero, e pure un ulteriore filtraggio prima di metterlo negli stampini e una particolare attenzione a non sbattere troppo per non creare bolle d'aria che in cottura avrebbero lasciato dei buchi. Ma a noi piaceva così tutto bucherellato, con l'amaretto che si ammorbidiva e nei buchi colava il caramello... Slurp! Per capire l'importanza del budino in casa mia non mi resta che dirvi che ho ereditato più di 20 stampi, nella foto sotto solo quelli grandi e vecchi, poi venne la Tupper, poi il silicone, gli stampini monouso, di ogni forma e materiale... Mi sento in dovere per domenica prossima di preparare il finto budino di cioccolata, quello che avrebbe voluto essere il bonet degli avi piemontesi, ma che non lo fu mai, con le limitazioni di mia madre, quando fu sostituito con quello dell'Elah mio padre quasi non se ne accorse ... Lily lesse gli ingredienti per il Budino passatutto... «E dice di usare uno stampo per gelatina se ne abbiamo uno. Ce l'abbiamo, nonna?». La nonna sorrise. I dolcetti dei desideri. Il budino passa-tutto Lorna Honeywell Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- GALANTINA SEMPLIFICATA
Ricordi vaghi di bambina, di nonna che esaltava la Galantina come piatto elegante delle feste importanti, Natale in primis, io non capivo se galantina e gelatina fossero la stessa cosa, o se nella galantina c'era la gelatina ... insomma un'infanzia provata da dubbi tanto da non sapere cosa era quando me la mettevano nel piatto. Credo che le ultime volte che è stata portata in tavola fosse comperata fatta dalla migliore rosticceria, che così si faceva prima. Fino a quando, già sposata da qualche anno, per un pranzo di un Natale mi imposi di farla per dimostrare le mie alte qualità di cuoca. Tutto pronto, nei vassoi da servire, perfettamente tagliato a fette, nella mia dispensa fresca di allora e vado a salutare i parenti arrivati. Seduti a tavolo, mi preparo a servire e ... il vassoio della Galantina di Pollo ... vuoto e solo quello lì, non toccati gli antipasti e il resto, in un angolo l'affezionato cane di casa che mai aveva rubato qualcosa, con lo sguardo soddisfatto! In questi giorni nel tentativo di preparare qualcosa di fresco, soprattutto pronto per il sabato e la domenica, con un pollo giacente in frigo, mi è tornata alla mente, magari semplificata. Perché quando mi viene in mente di fare una cosa, anche se non ho tutti gli ingredienti, modifico e semplifico ... poi non la si potrà chiamare vera galantina, perché non è che adesso ho il tartufo e i pistacchi a disposizione, ma la mangeremo lo stesso. La ricetta rivendicata più in uso da più parti di Italia, chi dice Bologna, chi dice Marche, prevede infatti tartufi, pistacchi e soprattutto un passaggio di marinatura della carne nel Marsala per due ore. Quello che ho ritenuto indispensabili per far prima, invece è che: il pollo sia disossato ci siano più tipi di carne nel ripieno la presenza di un qualcosa che renda la pietanza elegante e diversa dalla solita carne ripiena Occorre disossare il pollo, senza farlo come un professionista in qualche modo sono riuscita con l'aiuto di un coltello ben affilato. È necessario rendere la superficie del pollo uniforme e piatta il più possibile, quindi ho provveduto a pareggiare togliendo parte del petto da tutte due le parti, sistemato poi su un foglio di pellicola, con l'aiuto di un batticarne e sopra di un foglio di carta forno, ho battuto ben bene. Ho salato e pepato e coperto la superficie di fette di prosciutto cotto, ma andrebbe bene anche mortadella. Ho preparato un trito con la carne del petto di pollo, un poco di macinato di vitellone, circa un etto, un altro etto di pancetta affumicata perché quella avevo ma soprattutto per dargli un tocco un po' così ho aggiunto sale, pepe, un nonnulla di noce moscata, un uovo e un etto di parmigiano impastando con le mani e l'ho sistemata sulle fette di prosciutto ho messo pezzi di fungo secco, appena rinvenuti in acqua calda e pezzetti di gherigli di noce e un pezzo di luganega al centro. con l'aiuto della pellicola ho formato stretto stretto il rotolo, ma dato che non mi piace cuocere nella pellicola, l'ho tolta e ho chiuso il rotolo nella carta forno. A questo punto avrei dovuto usare un telo da cucina dove fasciarlo e legarlo stretto stretto, (una volta veniva cucita la pelle del pollo) ma da anni per queste cose ho imparato ad usare la rete elastica che si trova facilmente in vendita. Basta avere un cilindro rotondo rigido, va benissimo un pezzo di tubo, io uso un vecchio contenitore al quale ho tagliato il fondo, dove arrotolare la rete, poi facendo passare la carne nel contenitore, uscendo dall'altra parte, viene legata dalla rete automaticamente con poca fatica e risultato perfetto. Ho chiuso in cima e in fondo con spago da cucina. A questo punto se si vuole seguire la tradizione delle vecchie ricette, si sarebbe dovuto preparare un brodo con le ossa del pollo, carota, sedano e cipolla e filtrato usare questo per cuocere la galantina. Io non l'ho fatto, perché volevo fare tutto in serata, ho semplicemente messo la galantina in acqua fredda, e portata a bollore, fatta cuocere a fuoco basso per un'ora e mezza. Da un piccolo pollo di supermercato è venuto fuori un rotolo comunque di una 40 di cm, quindi ho usato la pescera, che qui in campagna non è che sia molto sfruttata altrimenti, e questa di avere la pentola per cuocere è una cosa da tener conto nel voler realizzare questo piatto. Devo dire che la tentazione di infilarci dentro una po' di erba, quel pizzico di maggiorana era tanta ma ho resistito, proprio per fare qualcosa di diverso, ma non è detto che la prossima volta ... Da cotta, ho seguito la prassi di tutte le carni ripiene cotte in brodo, cioè l'ho messa sotto ad un peso per tutta la notte, in caregóia, si dice qui, cioè sotto carico. La mattina dopo sistemata in frigo in attesa di essere tagliata per pranzo. All'assaggio la scelta della pancetta affumicata si è rivelata azzeccatissima. La praticità di questa pietanza è che si può, anzi si deve, preparare con almeno 36 ore di anticipo, così semplificata tutto sommato facile e veloce, fa parte dei così detti rifreddi, quindi comodissima se si aspettano ospiti e non si vuole stare a spignattare, di grande resa e di bell'effetto, per un costo tutto sommato economico, fredda tagliata a fette sottili per una cena estiva, dentro a dei panini per un picnic, e a proposito ... attenzione al cane di casa. pane casalingo con farina del posto, cicoria rossa e pomodoro, fette di zucchina marinate a crudo, maggiorana fresca tutto dell'orto, fettine sottili di galantina, feta e fiorellino Vi descriverò un cappone in galantina fatto in casa mia e servito a un pranzo di dieci persone; ma poteva bastare per venti, poiché, pelato, risultò chilogrammi 1,500. Pellegrino Artusi Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











