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- LAVANDA
"...E intanto nell’ombra dei loro armadi tengono lini e vecchie lavande..." Genova per noi P. Conte Ero davvero indecisa se fare il post sulla Lavanda, troppe cose da dire, troppi ricordi da narrare... Il profumo di Lavanda, lo Spigo, come lo chiamava lei, ha accompagnato la vita di mia madre da sempre, fino all'ultimo momento, quando voleva due gocce di olio essenziale sul polso... e per me rimarrà lei e quel profumo un legame inscindibile. Ha trasmesso a me l'amore per quell'odore, non posso concepire di aprire un cassetto del comò, un'anta dell'armadio e non sentirne uscire la fragranza. Intanto di Lavanda (da lavare, anche se qualcuno dice da "livendulo" colore livido), ne esistono diverse varietà, proprio tante. Ho avuto occasione di vederle in Provenza l'anno scorso in un orto botanico dove c'erano tutte, ma mamma riconosceva la "sua lavanda" e con la sua consueta inconsapevolezza sapiente, che si basava su nessuna conoscenza botanica, rispondeva a chi le proponeva piantine o oli essenziali sospetti: -no,no, questa non è la vera lavanda. Ad esser sinceri aspetto che arrivi anche a me quell'istinto... Diciamo che riesco a dire questa mi piace, questa no. Mettendo insieme alcune informazioni, credo di aver capito che lei voleva Lavanda appartenente alle tre varietà più pregiate: la Lavandula latifolia, dalle foglie un poco più larghe delle altre e fiori grandi, la Lavandula officinalis che può essere molto alta, con i fusti quadrangolari e le foglie più grigio verdi, e la Lavanda angustifolia, il nome "angustifolia" deriva dalla forma stretta delle sue foglie, argentee alla base della pianta, e quindi da queste identificabile: Sono le più pregiate, che rendono meno in olii essenziali, per ottenere un litro di olio essenziale servono 130 kg di fiori, che però conserva tutte le proprietà medicinali. Secondo me queste tre sono riconoscibili anche dal punto di colore, appunto lavanda e dall'odore particolare, unico, che non dà fastidio, come invece più penetrante e canforato quello di altre specie, o inesistente. Alla fine degli anni '50 l'industria del dopoguerra, in pieno sviluppo, cominciò a chiedere sempre più olio essenziale da essere utilizzato nei prodotti detergenti così da queste tre cultivar fu "creato" un ibrido, il cosiddetto Lavandino. Di questa varietà bastano 40kg di fiori per ottenere un litro di olio che perde però gran parte delle proprietà e non può essere usato per scopi medicinali, solo come profumatore e trova impiego anche dai pittori per diluire i colori, specie dai ceramisti. Il Lavandino, si distingue per avere tre steli ogni tralcio e una colorazione più intensa, è quello usato in Provenza, specie a livelli più bassi, per i famosi campi blu che si vedono in tutte le fotografie. Nella foto gli altopiani verso Sault In Provenza si narra che la fata Lavandulina passando di lì e vedendo i campi della sua terra incolti pianse e dai suoi occhi blu caddero lacrime color lavanda che si sparsero su tutto il paesaggio... da quel giorno la Provenza è coperta di Lavanda e le ragazze bionde di quei paesi hanno tutte gli occhi blu-viola ... Una volta veniva raccolta nel grembiule e "a grembiule" veniva pagata. Consiglio a chi volesse andare, di arrivare almeno fino al paesino di Sault, dove sul plateau de Sault e il plateau d’Albion è coltivato il 70% della vera Lavanda angustifolia . lavanda stocheas Poi ne esistono tante altre, la Lavanda stocheas per esempio, anch'essa ricca di proprietà, con la quale i Romani facevano lo Sticadore , un preparato medicinale per curare crampi e nausee. Per un certo periodo ne ho avuta anche una pianta bianca, dall'odore particolarmente canforato. Le Proprietà... quanto tempo avete per leggere tutto? Si dice che crescesse nel giardino dell'Eden e che Adamo ed Eva ne portassero via un rametto quando furono scacciati... Da tempo immemorabile è usata per disinfettare, lavare, profumare. Gli Egizi già facevano largo uso delle sue proprietà, e così Greci e Romani, Inglesi e Francesi e ogni medico antico da Dioscoride a Avicenna ne ha descritto gli usi, fino a Renè Gatefosse, padre dell'aromaterapia, che bruciandosi nel suo laboratorio, istintivamente mise la parte ferita dentro l'olio essenziale di lavanda trovando sollievo e guarigione pronta e riportando così in auge i poteri curativi di questa pianta. Per esperienza, purtroppo personale, posso dire che tanti anni fa le garze di Fitostimoline che usai per una bruciatura terribile di mio figlio, erano imbevute fra gli altri ingredienti, anche con estratto lavanda. Di recente ho visto che fra gli ingredienti non c'è più. Intanto va cercato il vero olio essenziale della vera lavanda, e dico così perché essendo uno dei più usati è anche il più contraffatto, a parte trovarlo di Lavanda angustifolia o silmili, spesso viene sofisticato (già anticamente si sostituiva con il terebinto) o addirittura ottenuto sinteticamente che la Lavanda non l'ha nemmeno vista. Per una prova empirica basta metterne una goccia su un foglio di carta, dovrebbe allargarsi e nel giro di un giorno non lasciare traccia, mentre con un olio artefatto la macchia e l'odore rimangono. Una volta trovato, ha proprietà incredibili, tante ancora sconosciute, ed è da usare in piccolissime dosi, se ne possono usare due gocce sulle tempie per il mal di testa, per calmare le vertigini e la nausea, qualche goccia per un massaggio lenitivo per uno strappo muscolare, o un reumatismo, per una puntura di insetto, per una ferita che tarda a rimarginare, qualche goccia sul cuscino per dormire meglio, calma l'ansia, l'agitazione, il nervosismo, seda e tranquillizza, pur essendo al contempo un tonico per il sistema nervoso. Per una buona conservazione, per tutti gli usi che se ne vuole fare, va raccolta quando è ancora così, parzialmente chiusa, quando è ricca di oli. Per ottenere un olio essenziale casalingo è necessario un alambicco per una distillazione a vapore. Gli oli aromatici contenuti nei fiori sono talmente volatili che la distillazione avviene spesso nei campi direttamente perché non ne vada sprecato. Con poca grammatica e tanta pratica quest'anno, da sola, sono riuscita a distillare un poco della Lavanda di mamma, come già faceva mio padre, e ho ottenuto una minima quantità di olio essenziale, ma soprattutto un'acqua (idrolato) che sto usando per un sacco di cose, dal lavarmi, spruzzata come doposole, metterne diluita nell'acqua delle pulizie, o nella lavatrice al posto dell'ammorbidente. Un successo. Per conservarla non ho trovato di meglio che metterla porzionata in freezer come già avevo fatto con quella di rose. Per il resto dalle mia piante di Lavanda faccio dei deliziosi Mazzolini (qui>>>) come profumatori per cassetti e armadi e non solo, anche come antitarme, specie uniti a qualche foglia di alloro. Anticamente si diceva "Mettere nella lavanda" quando si teneva particolarmente ad una cosa o una persona. Ogni tanto ricordo di metterne qualche spiga dentro ai cuscini, quando li rifaccio annualmente, sempre perché concilia il sonno. D'altra parte già due regine di Inghilterra, Elisabetta I, aveva una domestica, tale Alice Blizard stipendiata solo per procurare l'enorme quantità di erba che la regina usava giornalmente, sia sotto forma di tisana, si dice circa dieci tazze di tè di Lavanda al giorno, che come confettura, per dare "conforto al cervello", e voleva al suo passaggio pavimenti cosparsi di fiori di Lavanda E così volle anche la regina Vittoria, sempre gelatina di Lavanda a tavola, brandy e gin aromatizzati alla Lavanda, mobili lucidati con cera profumata alla Lavanda, tanto era di moda che per Londra scendevano dalle colline ragazze a venderne mazzolini: "Lavanda, dolce lavanda in fiore sei mazzi a un penny oggi vedete Lavanda, dolce lavanda in fiore Signore compratela finché potete" Questo già succedeva in tempo di peste, quando si erano intuite le proprietà disinfettanti della Lavanda, e si usavano nel famoso Aceto dei quattro ladri del quale esistono mille e una ricetta. E non si sa di preciso se da Francia o Inghilterra, arriva la ricetta del Confetto del Bacio, strumento di seduzione, che le donne preparavano agli uomini che tornavano stanchi dal lavoro, forse anche per profumare l'alito e che consta di mescolare albume d'uovo appena sbattuto con fiori di lavanda tritati, con l'aiuto di zucchero a velo, cercare di fare delle palline da passare prima nella noce moscata in polvere e poi in noccioli di ciliegia tritati... Non amo molto la Lavanda nel cibo, ma nulla impedisce di usarla per profumare gelatine e marmellate fatte con mele con un procedimento simile a quello delle Rose (qui>>>). Per il gelato, basta lasciare alcune ore i fiori nel latte per aromatizzarlo. Se volete approfondire l'argomento in generale, consiglio, fra i tanti libri, questo: "La lavanda" di Philippa Waring Dimenticavo l'Oleolito, una certa quantità di fiori, diciamo un terzo di fiori e due terzi di olio, già fatti seccare un po', sommariamente pestati, nel solito vaso di vetro, coperti di olio di mandorle o di sesamo o di riso, un giorno con una garza perché evapori l'acqua residua, tenuto trenta/quaranta giorni, questa volta al buio, coperto con carta stagnola o più semplicemente dentro a un sacchetto di carta. Gli usi sono gli stessi dell'olio essenziale, massaggi lenitivi, decongestionanti, tonificanti, purificanti, defaticanti, antidepressivi, miorilassanti, antireumatici, antinfiammatori, antisettici, cicatrizzanti, contro l’emicrania, ecc. ecc. Può essere unito, per le proprietà sulla pelle, a quello di Iperico (qui>>>) e di Achillea (qui>>>) o di Calendula (qui>>>), senza mescolare mai più di tre olii insieme. Si può, con poca cera d'api reperita presso un apicoltore, ricavare una crema casalinga per il corpo, da utilizzare dopo bagno, sulla pelle umida. Innanzitutto la cera vergine presa dall'apicoltore deve essere ripulita dalle impurità con un semplice procedimento. Si scioglie assolutamente a Bagnomaria (qui>>>) , (con attenzione, la cera è infiammabile), poi si passa in un colino con una pezzuola, su una teglia coperta di carta da forno, per avere un prodotto utilizzabile con più facilità. Se si vuole particolarmente pulita si può ripetere l'operazione. Ottenuta la cera pulita si procede con: 50gr. di Oleolito 40gr. di acqua distillata 10gr. di cera d'api olio essenziale di lavanda Far sciogliere la cera, sempre a bagnomaria, e unire l'oleolito quel tanto da mescolare i due composti. Fuori dal fuoco, come fosse una maionese, unire l'acqua appena intiepidita a filo mentre con un frullino (adattissimo quello della schiuma del cappuccino) si procede a montare. Una volta raffreddata e solo allora, se si vuole, si aggiungono le gocce di olio essenziale. In questa fase si può posizionare il contenitore sopra ad una ciotola con acqua fredda per favorire il rassodamento, fino ad avere una consistenza omogenea e cremosa. Questo procedimento era davvero difficile da fotografare da sola, ma penso che si capisca abbastanza bene. Il tutto non dura che pochi minuti, con una soddisfazione però, almeno per me incredibile. Questo è un procedimento di base per fare le creme casalinghe. Sarebbe opportuno aggiungere un conservante che si può comperare facilmente a costo davvero minimo su internet. Il più conosciuto dalle apprendiste-cosmetiche è il Cosgard, ecocertificato da Greenlife, ma consiglio comunque di informarsi prima di usarlo. Per conto mio, è talmente facile e veloce che ne faccio poca e la uso io e distribuisco in famiglia. Potrei parlare ancora tanto di lavanda ... ma la nostalgia è canaglia e vado a piangere un po'... La foto di incipit del post, non particolarmente perfetta, è ricavata da un video, che ripresi per aver un ricordo di mia madre, dove seduta in giardino, in mezzo alla sua lavanda, dopo aver avuto quella terribile diagnosi, credendo di esserne uscita, mi disse: - Ora devo solo risorgere- Questa era mia madre ... Aveva indosso il suo bel giacchino color lavanda... Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- L'IPPOCASTANO, LA CASTAGNA D'INDIA.
"Il nostro castagno è in piena fioritura dai rami più bassi alla cima, è carico di foglie e molto più bello dell'anno scorso". Anne Frank 13 maggio 1944 Di scrivere dell'Ippocastano mi è tornato in mente quando alle prime foto di castagne di quest'anno, riscopro come alcune persone non sappiano distinguere le castagne buone da quelle matte, appunto dell'Ippocastano o Castagno d'India. Al di là del gusto amarissimo che a me verrebbe in mente come sia quasi impossibile mangiarle, c'è che sono tossiche, in quanto ricche di una particolare saponina. E invece la notizia è che i casi di intossicazione da castagne d'India sono circa il 12 per cento, secondi solo alle intossicazioni da bulbi velenosi. Quest'anno le castagne sono incredibilmente grosse e la confusione può essere ancora più facile. Il riconoscimento messe al confronto con la vera castagna è quanto mai facile, se invece si dovesse trovare una qualità per volta può sorgere qualche dubbio. Le differenze si notano distintamente nelle foto sotto, sia nelle foglie, sia nel riccio, sia nella castagna vera e propria. - foglia, ricci e castagne dell'Ippocastano - La castagna d'India, frutto di Aesculus hippocastanum, è sempre più tondeggiante, mancante della cosiddetta "torcia", la parte finale a punta che, per dirla facile, è in pratica la rimanenza del fiore. La base, ilo, anche quella più rotonda e dove facilmente si può appoggiare la castagna. Il colore scuro, più lucido. Il riccio completamente diverso ha poche spine e spesso contiene una castagna sola, massimo due. Le foglie composte di 5 o 6 o 7 foglie grandi fino oltre 20cm, riunite alla base e sono tra le primissime a cadere già a fine settembre. La castagna commestibile, frutto di Castanea sativa, è di forma vagamente triangolare, più o meno schiacciata, con una parte piana dove si appoggia, con all'apice la"torcia" bene in evidenza formata spesso da un residuo di peli o fili sottilissimi di colore chiaro. La base, l'ilo, ossia la cicatrice dove era attaccata, l'ombelico praticamente, è di forma rettangolare, di colore più chiaro, ma la castagna non si può appoggiare. Il riccio tutto spine sottilissime e acuminate, che può contenere tre castagne ma possono arrivare a otto. La foglia semplice di forma allungata, appuntita, commestibili anche esse, degli usi delle quali ho parlato qui: https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/12/03/sua-maest%C3%A0-il-castagno-non-si-butta-via-niente-tantomeno-le-foglie Le saponine contenute nelle castagne matte però diventano preziose per le proprietà come decongestionante, antinfiammatorio e astringente. Uso interno in forma di tisane o tinture in maniera casalinga è sempre sconsigliato perché non è possibile misurare il contenuto di escina, il principio attivo, pertanto occorre avvalersi di preparati di sicura provenienza erboristica, evitando assolutamente prove fai da te. È nota l'azione che ha sull'emorroidi, specie sanguinanti, o quante creme a base di ippocastano si trovino per cellulite e vene o semplicemente defaticanti. Il contenuto di saponine, come preannuncia il nome, ne fa anche un ottimo detergente e questo forse si può provare a fare in casa. Non fanno molta schiuma, ma hanno un potere lavante, un po' come le famose noci esotiche. Occorre sbucciarle, tritare, far seccare e poi se ne usa un cucchiaio, chiuso in un sacchettino, in una bacinella. È necessario sbucciarle perché con la buccia si possono usare solo con i capi colorati. Per lo stesso potere lavante si può aggiungere questo trito anche all'acqua del bagno, verificando prima eventuali allergie. La saponina si attiva con l'acqua calda. È pianta tintoria, il decotto, specie quello dei ricci, dà un bellissimo e resistente colore. Usata anche in ecoprint, la foglia rimane benissimo sulla stoffa. -- foto e lavoro di Oniq - Ma l'uso in assoluto più conosciuto, che tutti prima o poi abbiamo sentito, è quello di tenere una o due castagne in tasca o nella borsa per sconfiggere i malanni invernali, quali raffreddore e tosse. Nessuno saprà mai dire perché, ma personalmente l'ho sempre fatto, come sarebbe possibile affrontare un duro inverno di malanni senza la castagna in tasca? E poi non era bello sapere di avere qualcosa di magico da portarsi appresso, quando la nonna te la dava e ti consigliava di custodirla gelosamente? Il perché o se è vero non aveva molta importanza. Un altro uso delle donne di una volta era metterle nell'armadio e nei cassetti come antitarme, basta bucarle con un ago, passare un filo e farne una collana da appendere, o spaccarle in due, mettere i pezzi in un sacchetto di garza e sistemare nel cassetto insieme a due foglie di alloro, chiodi di garofano, lavanda, bucce di arancio secche. Sacchetti che se ben confezionati, a costo zero, possono decorare un regalo di Natale e diventare un piccolo omaggio anche essi. - Ippocastano vicino a casa mia, soffocato dalla vitalba - L'Ippocastano è un albero imponente, decorativo, usato nei viali delle città. Arrivato dall'Oriente, forse portato da Costantinopoli 500 anni fa, è stato chiamato Ippo-castano perchè si curavano i cavalli e forse una volta si otteneva una farina con i suoi frutti macinati usata come stimolante per i cavalli bolsi, ma son prove da non ripetere, credo completamente abbandonate . Castagna d'India perché spesso si chiamavano così le cose che arrivavano da lontano, non avendo bene a mente dove stava l'india o la Turchia. Un po' come il mais, chiamato granoturco perché arrivava da paesi sconosciuti, anche se in realtà è arrivato con la scoperta dell'America. A maggio si riempie di meravigliose pannocchie alte anche più di 20cm, contenenti anche 50 fiori leggermente profumati, che attirano le api. È una pianta che vira il colore per informare che all'interno non c'è più polline, da giallo diventa rosa, rosso, anche se esiste una varietà a fiori rossi. Non facile da trovare nei boschi in campagna, non si naturalizza, più frequente nei parchi, lungo i viali, sono stata presa dallo sconforto quando oggi ho visto l'unico esemplare vicino a casa mia soffocato dalla vitalba e irraggiungibile dai rovi alla base. Presto non si vedrà nemmeno più. Ne ricordavo altre piante vicino alla chiesetta nel bosco, dedicata a San Rocco dopo una pestilenza, costruita su terreno nostro dalle famiglie riconoscenti salvate da un'epidemia di colera e infatti lì le ho trovate, per fortuna ancora in salute. L'ippocastano più famoso è certamente quello che tenne compagnia ad Anne Frank nei mesi di isolamento nascosta nella casa di Amsterdam, era l'unica cosa che si vedeva dalla finestra della soffitta dove era nascosta e Anne ne osservava i cambiamenti stagionali e li annotava nel diario. La pianta, malata, nonostante i tentativi di curarla, è stata abbattuta nel 2010 per evitare disastri a persone e al Museo dedicato alla ragazza. Da esso sono stati creati 150 cloni innestati in giro per il mondo. - Ippocastano di Anne Frank dalla finestra della soffitta - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. 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- BISCOTTI DI MELIGA
Sono questi biscotti facilissimi, chiamati chissà perché Galletti in casa, quelli in campagna, da fine inverno, quando la farina fine era finita, le galline uova non ne facevano ancora, lo zucchero chi lo aveva, l'ultimo, prima che con i raccolti si potesse comperare, lo si centellinava. Sono di una bontà secondo me infinita per le poche e povere cose che ci sono dentro. In tempi di svaligiamento supermercati ritroviamo ricette antiche semplici da vera sopravvivenza con un risultato più che ottimo. Di "Meliga" in quanto fra Piemonte e Liguria il mais prese il nome di meliga da "miglio" quando ancora non si era capito bene di cosa si trattasse, poi nell'entroterra genovese-spezzina contratto in mêga. Facili e veloci. Verso questi tempi nelle dispense di una volta era finita o quasi la farina di grano, se c'era, c'era più quella di polenta, la farina gialla di mais, e proprio perché gialla sembrava così che nei biscotti ci fosse pure l'uovo. Farina finissima di mais, setacciata fine con il setaccio da farina bianca, c'è differenza fra setaccio fine per farina bianca e quello per farina gialla, più rado. Dunque farina di mais fine 400gr., burro morbido 80gr. , zucchero 100gr., latte quanto basta per avere un impasto morbido. Se l'impasto risulta troppo morbido si può stendere tra due fogli di carta forno Si può anche mettere 300gr. di farina gialla e 100 di bianca. Stendere, rigare con una forchetta, tagliare dei rettangoli a piacere, ma anche tondi, non cambia niente, li faccio così da sempre solo per distinguerli nel caso siano mescolati a altri. Cuocere in forno caldo a 180° per una quindicina di minuti, sorvegliando che non brucino. Sono biscotti da inzuppo tanto nel vino quanto nel latte anche se il giorno dopo diventano più morbidi ... se ci arrivano al giorno dopo ... Buoni così, anche senza zucchero a velo. Sono passati anni da quando mi è stata data questa ricetta, chi me l'ha passata non c'è più, ma non dimentico i pomeriggi insieme a chiacchierare di dolci per le feste: come li fai tu, come li faccio io, per poi arrivare a - ma questi, i biscotti per tutte le mattine li hai mai provati? - Oracolo: Ecco fatto, il segreto è questo: bisogna usare le mani. Sati: Perché? Oracolo: I biscotti, come ogni cosa, richiedono amore Matrix Revolution Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI FAVE, SALAME E ERBEGGIA
Uno degli appuntamenti immancabili, che segnava l'arrivo della primavera sulle nostre tavole liguri, erano fave, le baxane*, e piselli freschi, questi ultimi chiamati erbeggia nel Tigullio. Calcolata attentamente la semina perché i primissimi fossero pronti a Pasqua e se, negli anni di Pasqua bassa, qualche volta non si riusciva, non potevano assolutamente mancare il 1 maggio. Ancora oggi se per la Domenica Santa sono una specie di benvenuto, il pre antipasto, il per così dire amouse bouche, per la festa del lavoro la fanno da padrone insieme a pecorino e salame. Non è un caso che si trovino insieme in questo giorno e non solo per appetibilità. Nelle case dei contadini, anche il primo salame era arrivato a stagionatura giusta, e, passata la Pasqua, senza l'agnello, le pecore davano proprio il latte per un primo sale. Non c'è ricetta né da cuocere né da assemblare, ma solo l'accortezza di scegliere ingredienti inappuntabili da portare in tavola. Per i genovesi il salame è quello di Sant'Olcese, qui in campagna una volta era quello preparato in casa, tutti avevano almeno un maiale. Ora io preferisco quello dell'Antico Salumificio Castiglione di Castiglione Chiavarese garanzia di bontà e qualità. Per Fave e Piselli, se si ha la possibilità, è meglio prenotare per tempo presso una Azienda agricola del territorio, in riviera uno dei tanti orti che aderisce a Antichi Ortaggi del Tigullio fra i quali spicca il dolcissimo Pisello di Lavagna. Il formaggio è per tradizione quello dei pastori sardi emigrati che pascolano ancora oggi le loro pecore nei monti intorno a Genova e possibilmente fresco. Un buon tagliere circondato di baxane e erbeggia in ta teiga pe u salamme e furmaggio de pegua e il Primo Maggio cominciava così, all' arrivo degli amici, mentre qualcuno faceva fuoco sotto le ciappe per cuocere la carne. qui>>>IN SCIÂ CIÀPPA e si aspettavano i Maggianti con le Cantâele qui>>>IL LILLÀ LA MIA CANTÂELA. Qualche anno fa, da un'amica ho gustato per la prima volta (non è mai troppo tardi per assaggiare cibo nuovo) il Cunduçin di Lavagna, un piatto semplicissimo, derivato dal più classico Cundigiun del quale un giorno parlerò, niente altro che un'insalata di piselli e fave sgranate, crude, con cipollotto fresco tagliato sottile, condite con abbondante olio ligure e salato alla bisogna. Il mio oggi, perché un po' di erba la devo mettere ovunque, è con l'aggiunta di qualche ciuffo di Sciguelli qui>>> una piccolissima dadolata di pecorino e qualche grana di ribes rosso, provare per credere. * tutte le parole in genovese sono tratte da il Dizionario Genovese-Italiano - Giuseppe Olivieri Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELL'ERBA CAGLIO, I GALIUM
Galium aparine Nel vaso del mio Mirto Tarantino (qui>>>) a custodia dell'ingresso di casa, è nata una piantina di Galium aparine, così mi è venuto in mente che non ne ho ancora parlato, di questo e degli altri Galium. Pianta facilissima da trovare, infestante, conosciuta come attaccamani o attaccaveste, in grado di "arrampicarsi" sui vestiti grazie agli uncini piccolissimi, quasi invisibili, presenti su foglie e fusto. Impossibile non riconoscerla, un po' perché è ovunque, quando c'è è quasi sempre in quantità tappezzante. È una pianta commestibile, scarsamente usata in questa zona per cibarsene, e per le proprietà curative. Invece è proprio così, si mangia, ed è un'erba che non presenta problemi a riconoscerla o a usarla se per caso non si è realmente allergici ai suoi componenti. Di sapore particolare, piacevole, leggermente salato, può dare un minimo fastidio cruda perché "gratta", le cime vanno bene in frittate, minestre e zuppe senza problemi, da sola o in un misto. Della famiglia del caffè, i suoi semi erano tostati per ottenere una bevanda simile, senza caffeina, e pure in infusione danno un buon tonico. Ha fiori piccolissimi bianchi Galium aparine - foto di Actaplantarum I Galium sono parenti prossimi di piante come la Robbia, e hanno cugini lontani in arbusti come il caffè o alberi come la china. Si riconoscono per le foglie o simil foglie, in realtà botanicamente sarebbero stipole cresciute, disposte in cerchio intorno al gambo, sempre quadrangolare, che partono dallo stesso punto. I Galium devono il nome a gala, dal greco latte, alcune specie servono per cagliare il latte. Pare che anticamente costruendo contenitori intrecciando fusti di Galium si osservò come il latte contenuto cagliava velocemente. Più di altri si usava per questo scopo il Galium verum, dai piccolissimi fiori gialli. A differenza dell' aparine questo non attacca. Galium verum Galium mollugo - foto di Actaplantarum Con foglie più piccole e arrotondate, portamento più eretto, fiorellini impercettibili bianchi, nascosto in mezzo alle altre piante comuni si trova facilmente anche il Galium mollugo. Le proprietà terapeutiche sono simili in tutti i Galium e sono importanti anche se messe un po' da parte, non dalla medicina omeopatica e dalla farmacopea erboristica. In infuso e in tintura sono un ottimo tonico linfatico, aiutano a eliminare i liquidi, sgonfiano le gambe, collaborano a risolvere casi di cistiti da vescica irritabile. Esistono ottime preparazioni pronte da comperare in farmacia, sempre con il consiglio di un buon erborista. Per uso esterno si usano per cicatrizzare le ferite noiose e per tante affezioni della pelle. Galium odoratum - foto di Actaplantarum Lassù nelle faggete in alto c'è il Galium odoratum, con proprietà ancora più importanti. Ancora più ricco di cumarina, è rilassante e usato anche in caso di insonnia e mal di testa. Messo nelle macedonia di frutta, nel vino bianco e nella grappa, per ottenere un ottimo digestivo profumato dall'intenso colore verde. In Belgio si usa fare la "bevanda di maggio", il Maintrank o Maiwein. Verso fine aprile, prima che i fiori di Asperula odorata, nome popolare del Galium odoratum, si aprano completamente sono raccolti e mescolati a zucchero, spicchi di arancia, in vino Riesling o l’Elblinge o anche più secco Müller-Thurgau. Dopo 48 ore, per bloccare la fermentazione, viene aggiunto un alcolico che può essere cognac, porto, cointreau, o altro e viene servito fresco come aperitivo. La ricetta, diversa da zona in zona, ha più di 1000 anni e l'uso di servirlo si ritiene derivi dai monaci di Arlon, che conoscendo le proprietà del Galium cercavano di mantenerle nel vino, offrendolo poi ai viandanti di passaggio. Nel terzo fine settimana di maggio tutti gli anni a Arlon, si tiene la sagra del Maintrank dove è possibile assaggiarlo per tutte le vie del centro. Se riesco ad andare in faggeta e trovare l'Asperula voglio provare a fare qualcosa di simile. cliccando sulla foto si apre il link alla ricetta Una leggenda narra che la Madonna partorì su una mangiatoia di Galium, probabilmente per le conosciute proprietà rilassanti e antiparassitarie. Tutte le varietà erano usate per favorire il sonno e quindi si imbottivano materassi e cuscini, specialmente quelli delle puerpere e dei neonati, anche perché si pensa funzioni contro pulci, cimici e altri insetti, il che in altre epoche non era poco, specialmente riferito a dove si dormiva. Il profumo che acquista la pianta seccando viene usato anche dall'industria farmaceutica per migliorare il sapore di alcune medicine. Ho letto che le radici servono per tingere di rosso, come la cugina Robbia, non lo sapevo e non ho ancora provato. I fiori gialli del Galium verum tingono di giallo. Mi ha detto Schorlemmer che hai piantato nel tuo giardino dell' asperula, e siccome non ci sarà assolutamente possibile venire a servircene laggiù, non ti resta che portarlo qui, dove noi faremo trovare puntualmente gli altri ingredienti... Scrivo con tutte e due le finestre aperte, e quando verrai la settimana prossima, come spero, avremo lillà e citiso pronti ad accoglierti... Engels, Lettera a Laura Lafargue, 23 luglio 1888, Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA VITALBA
Chi agisce male, come un albero soffocato da rampicanti, rende se stesso come desidera il suo nemico Amo la natura tutta e quindi mi riesce difficile parlare male di una pianta, ma davvero nel caso della Clematis vitalba, ghisserna, guzzerna o liàssa, in Liguria, e altre dello stesso genere non trovo parole benevole. Vedo i boschi intorno a me soffocare nel suo abbraccio mortale, creare impenetrabili barriere che non fanno nascere altro e non sono molti anni che è così perché fino a che i contadini si sono occupati della terra se ne guardavano bene dal lasciarla crescere indisturbata. Pur non essendo un parassita finisce per togliere luce e nutrimento alle piante stringendole e asfissiandole. Riconosciuta botanicamente come l'unica liana presente in Europa, nonostante il fusto legnoso è incapace di reggersi da sola e per questo si appoggia a tutto, recinzioni, muri, alberi ecc. trascinandoli poi a terra sotto il proprio peso. Basta pensare che in Piemonte è chiamata visrabbia per il suo comportamento aggressivo. Difficilissima da estirpare, la radice si comporta come quella della vite tanto cammina in superficie quanto sottoterra, e vit-alba avrebbe origine appunto da "vite con i fiori bianchi". Ma ahimè al contrario della buona vite, proprio osservando il fiore bianco, si capisce come questa appartenga alla famiglia delle Ranuncolacee, per quanto ne so io quasi tutte tossiche, ed è anche delle Clematis, tossiche anche per contatto prolungato, chiamata erba dei mendicanti proprio perché usata un tempo per procurare piaghe e ferite sulla pelle allo scopo di impietosire i passanti. E così quando sento raccontare di persone che si ostinano a raccogliere i giovani getti per mangiarla in frittata non capisco. E ancora di più quando sento: - mia nonna sempre mangiata mai morta - ho già descritto in altri post il perché e il come sia sconsigliato davvero al giorno d'oggi con ben altre buone erbe a disposizione accanirsi a mangiare ancora piante che contengono sostanze che si accumulano intossicando. Tenendo presente poi che i contenuti tossici variano da specie a specie, nel caso della Clematis flammula, difficile da riconoscere per un profano, aumentano. foto dal web - NON RACCOGLIETE LA VITALBA SOPRATTUTTO NON COSÌ Si dimentica che quando qualcuno la mangiava (perché non aveva altro) raccoglieva solo il primo centimetro, massimo due, che contengono meno tossicità, venivano bolliti e spremuti con cura, mentre ora vedo mazzi di germogli lunghi anche 20 cm e (orrore) vengono serviti anche come zuppa. Inoltre ci sono persone che in questo periodo confondono germogli di Clematis con germogli di Luppolo, di Rovo e chi addirittura chiama tutto "asparagi selvatici" che son ben altra cosa. A questo link le differenze ASPARAGI E NON ASPARAGI qui>>> Noi in casa mai mangiata Diversi anni fa a una cena locale insieme a vecchi contadini, parlando dei giovani e del loro uso indiscriminato di certe sostanze, uno se ne uscì dicendo - Beati noi, che ci fumavamo le sigarette di ghisserna, ci girava un po' la testa, ci veniva nausea e ci credevamo furbi!- Ho scoperto quella sera come sigarette fatte con questa pianta fossero in uso fra chi non aveva soldi per fumare altro! Con grande rischio, ma altri tempi e altri fisici, e forse se si moriva più giovani non era tutta colpa della fatica. Per conoscenza il Ministero della Salute ne ha proibito l'uso negli integratori alimentari Fra i pochi impieghi possibili c'è quello di intrecciarla, ma anche qui bisogna trovare il ramo giusto, la vite per esempio è più flessibile. L'unico uso che mi ha soddisfatto appena un po' è stato in una decorazione natalizia per una vetrina. Quando i fiori si trasformano in acheni piumosi, un tralcio con un filo di lucine può essere particolare visto che i piumini sono duraturi. Anche i fiori bianchi possono essere una decorazione visto la loro resistenza anche senza acqua. I semi piumati un tempo erano usati per riempire dei piumini leggerissimi per scaldare Questa avversione non è solo mia personale, in alcuni paesi al mondo, vedi la Nuova Zelanda, è stata dichiarata "organismo non desiderato" ed è proibito coltivarla, distribuirla, possederla. Esistono diverse varietà di Clematis tutte molto simili. Di recente ho scoperto l'uso nei Fiori di Bach per coloro che vivono nel mondo dei sogni, per chi vive a un metro da terra, con la testa fra le nuvole, niente ... pare che io non riesca ad usarla neanche così perché per me... Forse il segreto è non tenere i sogni nel cassetto. Bisogna usarli. Bisogna osarli. Renzo Piano
- TÓCCO DE CÀRNE E FÓNZI NÉIGRI sugo di carne e porcini
Argomento scabroso e delicato. Carne, pomodoro, battuto di verdure e aromi danno luogo in tutta Italia a una ricetta dal medesimo uso e cioè condire un buon piatto di pasta, ma dal gusto diverso. Ragù alla bolognese, la cui ricetta è depositata ufficialmente alla Camera di Commercio, ragù alla napoletana, ragù barese, braciole e polpettine con il sugo, e poi... il Tócco o tuccu genovese. Tócco perchè mentre nel ragù bolognese la carne è tritata, in quello napoletano è a pezzi grossi, nel barese cambiano i tipi di carne noi, genovesi che siamo, lasciamo la carne intera, in un solo pezzo: il Tócco di carne, così che alla fine l'intingolo serva per il condimento della pasta e il pezzo, come secondo. Quando lo faccio, preferisco sempre quello con l'aggiunta di funghi porcini secchi. - Il sugo non è santo, ma dove casca fa miracoli - Quindi serve un pezzo di carne per il sugo, a Genova si usa il matamà o perfi, un pezzo che è nella zona del sottocollo. Per prima cosa ho messo a bagno in acqua tiepida, una bella manciata di funghi porcini di qua, alta Val di Vara, quelli che voleva Gioacchino Rossini, gourmet eccellente, mangiava solo questi e se li faceva mandare dalle Suore Agostiniane di Varese Ligure... per fortuna io riesco ancora a trovarne qualcuno e a farlo seccare. Nella solita pentola di terra faccio appassire un trito di carota cipolla sedano, un spicchio di aglio, una foglia di alloro Faccio rosolare anche la carne, per bene a lungo girandola spesso aggiungo una manciata di pinoli e i funghi lasciati a pezzi abbastanza grandi, sfumo con vino caldo, dove, mentre si scaldava, ho messo dentro un rametto di rosmarino a profumarlo. Andrebbe vino bianco, ma l'avevo rosso aperto... evaporato il vino aggiungo la salsa, la mia, non troppa, nel caso anche un poco di concentrato. Aggiungo l'acqua dei funghi, filtrata, e lascio andare da parte sulla stufa, dove il calore è meno intenso, sorvegliando attentamente perché i funghi tendono ad attaccare. Controllo il sale. Lascio a "croccu-à", parola onomatopeica che descrive il rumore che deve fare di croc-croc, sobbollendo lentamente per qualche ora, e questo vale anche per il ragù con la carne tritata. Sembra strano ma non ho capito il significato di sugo di carne e non ne ho fatto uno ben cotto finché una delle mie donne anziane, alle quali chiedevo di descrivermi esattamente le loro ricette, tanti anni fa mi ha detto questa frase: - Ú sûgo u deve croccu-à - Ora sto sempre attenta che il sugo mi parli mentre è sul fuoco, e dato che l'anziana adesso sono io, passo volentieri. Questo il risultato La carne si sfalda solo alla pressione della forchetta, si possono condire ravioli, pasta e anche polenta, servendo anche un pezzo della gustosissima carne. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- QUANDE FEUGGISCE I FÒ... QUANDO FIORISCONO I FAGGI
fiore di faggio - foto di actaplantarum -Gulli, quande semenemmu?- e lui, girando lo sguardo verso il monte: - Quande feuggisce i fò - Negli anni quante volte gli ho sentito ripetere questa frase... Il fatto è che qui, terra di frontiera, si parla un dialetto che ha un po' di tutto quello che c'è in confine, e soprattutto in persone anziane sopravvivevano parole antiche che nessuno ormai usa più e io dove "fuggissero" i faggi per tanti anni non l'avevo mai capito. In realtà "feuggisce" non significa propriamente fiorire, ma quando "fogliano" cioè mettono le foglie. Fino che a forza di vederlo guardare là verso il monte, ogni volta che lo diceva, ho finalmente capito che se per i faggi era l'ora di germogliare e coprirsi di quella peluria che rende di un verde tenero la cima, era pure tempo di mettere le sementi nell'orto, di quelle a foglia, tipo insalate e soprattutto il basilico che teme il freddo e appena nato, non avrebbe sopportato una gelata tardiva e i faggi sanno quando è il momento giusto e lo dicevano a Gulli. Il mio albero è il castagno, per me vivere circondata da castagni è il massimo, ma al fascino della faggeta lassù in alto non si resiste. Più alto e austero il faggio, con un sottobosco più spoglio, ha contribuito, prima che i castagni venissero impiantati in gran numero in queste zone dell'Appennino, a sfamare le genti di montagna. Come il tiglio si mangiavano le foglie, e le faggiole, i semi. Le faggiole contengono però sostanze tossiche e devono essere arrostite prima di essere consumate. Questi semi danno un olio secondo solo a quello di oliva. Preziosissimo, chiamato l'oro del bosco, si trova a prezzi proibitivi per le problematiche legate alla raccolta, al trasporto, tenendo conto anche che il faggio fruttifica dopo 40 anni e abbondantemente solo ogni cinque-sette anni. Le faggiole restano uno dei più importanti alimenti per la fauna selvatica, scoiattoli e uccelli e altri, ed erano importanti per l'allevamento dei maiali. faggiola -dal web- È albero comune in tutta Europa, antropizzato proprio per tutto quello che offriva all'uomo. Cresce meglio fra i 700 e i 1600 mt. dove si incontrano più spesso le faggete, ma si trova anche in pianura se c'è ombra e vento e terreno umido. Sono tredici le faggete primordiali d'Europa in Italia riconosciute patrimonio dell'Unesco, sparse per tutto il territorio dall'Aspromonte al Pollino, dall'Abruzzo, al Lazio, Il fogliame fitto crea un'ombra rinfrescante che fa della faggeta il posto migliore per ripararsi dal caldo torrido. La scarsa luminosità al suolo crea un sottobosco pulito, che alle prime piogge autunnali è l'habitat giusto per i funghi . Le radici spesso formano intricati disegni affascinanti. Qui sul Monte Zatta c'è un faggio monumentale, non tanto per le misure quanto proprio per le radici che mi riprometto di fotografare meglio se riuscirò a tornare lassù. Il legno leggero, resistente, adatto ad essere curvato e lavorato al tornio, è usato per arredamenti, e spesso per oggetti di uso alimentare. Le sedie di Michael Thonet devono il loro successo alla possibilità che offriva il legno di faggio. Oggi per le famose sedie di Chiavari, inizialmente costruite in ciliegio o acero, viene usato anche il faggio F.lli Levaggi - Chiavari Più prosaicamente nessuno qui in campagna, tornava a casa senza fascine di faggio per accendere il fuoco, e una provvista della sua legna è necessaria quando l'inverno si fa duro. Qui la faggeta fa parte dell'antica Communalia, i "terreni sui quali ogni componente di una determinata comunità, secondo regole tramandate da secoli, aveva il diritto di esercitare un godimento, come quello del pascolo, della coltivazione o dell'uso civico di legnatico"(cit.). e il nonno di mio marito tutte le mattine possibili, all'alba, si recava sul monte con l'asino e lo riportava carico di fascine e legname raccolto, e dopo colazione lo aspettava una giornata di lavoro. Morto all'inizio degli anni '60, quando mi sposai nel '75, continuammo a bruciare per qualche anno la legna raccolta da lui e pazientemente accatastata. Persino la cenere di faggio è fra quelle usate per avere una lisciva (qui>>>) migliore. Non fosse abbastanza il legno, oltre le foglie, ha anche proprietà curative. Le foglie schiacciate curano le ulcere, la corteccia chiara e liscia, era usata per le febbri e dalla distillazione del legno si ottiene un componente altamente disinfettante, repellente per gli insetti e una volta purificato espettorante e balsamico. Una storia tristissima è legata al nome. In tedesco faggio si dice Buche e Wald foresta. Là in quel luogo terribile, nella Germania orientale, a Buchenwald, i faggi ci sono ancora e hanno assistito impotenti alla tragedia delle circa 50.000 persone seviziate, usate come cavie e sterminate. *Quasi tutte le foto, si riconoscono, le più belle, sono sempre di Antonio Andreatta al quale rubo costantemente certa che mi perdoni ogni volta. È che succede che io penso e lui ha già scattato la foto a km di distanza. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- BUNOMMO ... O BELL'OMMO?
Liguria in questo periodo martoriata da piogge intense ... certo la terra aveva bisogno di acqua, ma forse non così tutta in una volta e con questa veemenza... Per pensare positivo, guardo l'erba che assetata dal caldo estivo, beneficando dell'acqua, pare rinascere, e prima dei geli invernali ci regala ancora qualche giro fra i campi a raccogliere la seconda ondata di erbe per il Prebuggiun (qui>>>) Fra queste non ho ancora parlato del Bunommo, o come lo chiamano in altre parti Boccione Maggiore, nome scientifico Urospermum dalechampii. Nel titolo accenno anche l'uso in Liguria, di chiamarlo Bellommo... chissà se sarà stato Buono o Bello quell'uomo che ha dato il nome a quest'erba? Di fatto è questa un'erba carnosa, di un verde splendente sull'olivastro, di grande soddisfazione quando si trova. Rappresenta certamente la parte amara messa nel misto ligure, non ho mai provato a cuocerlo da solo appunto per il suo gusto particolare che a chi piace a chi no, ma non manco di metterne una buona dose nel Prebuggiun, anche per la sua resa dopo la cottura. C'è invece chi lo mangia, pianta giovane in primavera, anche crudo nelle insalate. È una delle piante che ho imparato facilmente dal fiore e solo così sono riuscita a ritrovarla per raccoglierla. Nel dubbio, togliendo una foglia, dalla parte dove si è tagliata, accostandola al naso si sente un forte odore dell'amaro simile al carciofo. Appunto il suo fiore, una bellissima simil-margherita, ma con tanti capolini di un giallo più delicato delle comuni tarassaco e simili, tanto da farlo sembrare quasi un fiore da giardino e con il cuore scuro che lo contraddistingue. Bellissimo anche il bocciolo chiuso, che alcuni mettono sotto sale come i capperi. Può, come sempre, sembrare simile alle alle altre quando non è fiorito, ma lo distingue l'aspetto appunto delle foglie carnose e di colore verde intenso, se non pelose ispide. Come le altre va raccolta affondando il coltello seghettato alla base delle foglie, così da danneggiare il meno possibile la radice ma da non disfare la rosetta. Le foto sotto spero possano essere di aiuto per il riconoscimento, evidenziano le differenze tra varie specie selvatiche commestibili che fanno sempre parte del Prebuggiun. Non vanno tenute conto le differenze fra le lunghezze, essendo piante di età diverse, ma servono solo per l'aspetto, insomma ho fotografato quello che ho trovato: al link troverete il post dedicato ad ogni pianta 1 - CICORIA - (Cichorium intybus ) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/11/27/CICORIE-il-mio-caff%C3%A 2 - TARASSACO - (Taraxacum officinale) qui >>> https://www.lellacanepa.com/singlepost/2018/04/12/%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1-TARASSACO-%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1 3 - GRUGNIN - (Hypochaeris radicata) qui >>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/20/IL-GRUGNIN 4 - SCISCERBOA - (Sonchus oleraceus e asper) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/04/10/A-L%C3%8AA-%E2%80%99NA-SCIX%C3%88RBOA- 5 - BUNOMMO - (Urospermum dalechampii) 6 - TALEGUA - ( Reichardia picroides ) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/10/10/LA-TALEGUA-Reichardia-picroides-%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1 Come ho già scritto sopra il Bunommo è erba selvatica commestibile utile bollita nei misti per tutti gli usi di una comune verdura cotta, ripieni, minestre ecc. ecc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- QUANDO MIA NONNA FACEVA IL GHEE SENZA SAPERLO...
Yavajjivet sukham jivet Rinam kritvaa ghritam pibet... Brihaspati Finché la tua vita è felice chiedi credito e bevi del ghee... Da tempo avevo in mente di scrivere questo articolo, se ho tergiversato è perché cercavo di ricordare la parola dialettale con la quale era conosciuto qui. Niente, non mi viene più e in paese non c'è più nessuno che lo sa. In realtà non era mia nonna ma mia suocera, classe 1903, che mi aveva insegnato a farlo, quando non avevamo il congelatore e c'erano periodi che si riusciva ad avere più latte e quindi formaggio e burro più di quello che si consumava. Se per il formaggio non c'erano problemi di conservazione, per il burro diventava più difficile e molto semplicemente un giorno mi disse facciamo il... niente, non so più quella parola, e l'ho cercata tanto fra le conoscenze, ma, ahimè, sono anni che nessuno lo fa più, e se qualcuno lo ricorda, ancora meno viene ricordato come veniva chiamato. Anni e anni dopo, quando improvvisamente il mondo divenne tutto Kombucha e Kefir seppi anche del Ghi o Ghee e poffarbacco! era quello di mia suocera. Ignara delle proprietà, lo faceva solo per un problema di conservazione e in italiano ho scoperto poi che si chiama burro chiarificato. Stasera l'ho rifatto, così per vedere se ero ancora capace, visto che fa così bene e perché l'ho visto in vendita a prezzi folli, ci sarà un perché. Dunque quali sono queste proprietà? Leggendo qui e là favorisce la digestione, rafforza il sistema nervoso e il cervello, migliorando la concentrazione, la memoria, la vista, lubrifica le articolazioni. È il grasso meglio accettato dal fegato e quindi il più digeribile, aiuta nelle ulcere gastrointestinali e le coliti. Pulisce il sangue. Così dicono, ma forse la verità è un'altra, e quella che ho imparato è in fondo all'articolo. Intanto per il momento procedo a fare questo burro chiarificato. Farlo non è così difficile, anche se ci ho perso un po' la mano, e in rete esistono decine e decine di video. L'importante è che si parta da un prodotto ottimo, se non si ha a disposizione burro certo di malga da affioramento della panna, conviene farselo in casa. Di come si faceva il burro ho già detto qui>>Burro, grazie me lo faccio Ho usato una confezione da 250gr. di panna liquida fresca, quella che è nello scaffale frigo del latte e ho usato il frullatore a immersione con la frusta, ma si può usare anche con il coltello, proprio per dimostrare che ci vogliono 5 minuti. Nelle foto i passaggi: da panna liquida passa velocemente a panna montata, continuando la massa grassa si unisce e si separa da quella liquida. Si cola e sotto l'acqua corrente fredda letteralmente si lava, con l'aiuto di una spatola. Una volta andavo alla fontana e lo lavavo bene premendo con le mani, poi si forma un panetto. Per chiarificarlo si taglia a pezzetti e si mette a fuoco bassissimo in una pentola a fondo spesso, senza mescolare mai Appena sciolto affiora una schiuma che si toglie piano piano. Si lascia sul fuoco minimo che più minimo non si può, (non deve assolutamente friggere) e dopo una ventina di minuti sul fondo si vedono altre particelle e il tutto avrà una colorazione più dorata. Occorre togliere tutte le parti bianche per bene, se ne rimangono. Si filtra con un telo pulito e si lascia raffreddare, diventerà solido, pur rimanendo morbido, di un giallo quasi trasparente. Questo non sarà un metodo perfetto, ma è quello che ricordo. Si conserva per mesi, semplicemente così nel vasetto chiuso, meglio al buio, senza essere in frigo, come una qualunque conserva. A questo punto per l'utilizzo in cucina si deve ricordare di usarne il 20% in meno di quello che adopereremmo. Con questo procedimento rimangono i soli grassi saturi, si eliminano le caseine, le proteine del latte, l'acqua e non rimangono proteine e carboidrati. In questo modo si alza il punto di fumo a 250°, facendo del burro chiarificato il grasso migliore per le dorature e le fritture. Quello che ho fatto è quindi burro chiarificato, sicuramente più digeribile e con un punto fumo più alto e quindi più sano, ma senza valenze curative specifiche, e non è il vero Ghee. Quello vero, usato nella medicina ayurvedica, è sì burro chiarificato, ma viene sottoposto a ulteriori processi di cottura con l'aggiunta di erbe e spezie a secondo dell'uso curativo che se ne vuol fare ed è reperibile solo nei centri specializzati con il nome vero di Gruta, in sanscrito ghrita, घृतम् . Ghee o ghī è solo la parola storpiata usata dagli inglesi durante la colonizzazione dell'India. Questo sì che ha importanti proprietà terapeutiche, privo completamente di colesterolo, cura gastriti e ulcere, è utile per l'intestino, per arrossamenti della pelle e tensioni muscolari, contratture ecc. La storia del Ghee o meglio Ghrita è antica come l'uomo, appare in scritti orientali già dal 3000 a.c., e si ha conoscenza della sua preparazione da almeno 6000 anni. Gli induisti credono che il dio supremo Prajapati, lo ottenne strofinando le mani e gettandolo nel fuoco creò la vita. È adoperato nei rituali di tutte le religioni indiane. È usato anche per la cura della pelle, dei capelli, come balsamo delle labbra, ecc. È usato per le lampade votive. In senso pratico la scelta di chiarificare il burro è data per le alte temperature del sud dell'India così da favorire la conservazione, esattamente come mia suocera. Attenzione negli acquisti a pagare una cosa per quello che non è. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. 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- PALME INTRECCIATE
Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni. Levitico 23,40 -Genova-Intreccio delle Palme- foto di Alfred Noack - dal web AGGIORNAMENTO MARZO 2024 Una aggiunta a questo articolo di qualche anno fa, per dare qualche notizia storica e curiosa in più sull'uso delle palme intrecciate in Liguria. La tradizione è noto, deriva dall'entrata trionfante di Gesù in Gerusalemme la domenica prima della Pasqua, dove la folla lo accolse osannante agitando rami di palma e di ulivo. La gente, come pure Gesù, si stava riunendo a Gerusalemme per il Sukkot, la festa ebraica che ricorda il pellegrinaggio del popolo nel deserto e la religione impone agli ebrei di recare in mano rami di palma, di mirto, di salice legati con un filo di canapa. Le prime notizie della benedizione delle palme sono del VII secolo, anche se era già presente prima nella liturgia di Gerusalemme, Siria ed Egitto. Col giungere in Europa il rito, arrivò pure la tradizione di intrecciare le palme da benedire, per condividerle poi con amici e parenti. I cristiani per distinguersi dagli ebrei che usano la palma verde, e per mantenerli morbidi da poter intrecciare, iniziarono legare i ciuffi della pianta per sbianchirne i rami. L'usanza radicò al sud, tra Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia e al nord solo in Liguria, forse per il porto di Genova e i frequenti scambi fra i paesi mediterranei. Insomma se ancora oggi andate a Milano o In un'altra città del nord non vedreste una palma intrecciata. Diventata quasi una forma d'arte, si ammirano in Sardegna veri e propri capolavori di intreccio di sa pramma pintada, arrivando a dare un significato simbolico ad ogni nodo o intreccio. tratto da "La tradizione della Palma intrecciata in Sardegna" >>> Parmureli, così vengono chiamati tra Sanremo e Bordighera, mentre nella riviera di Levante Parmê, i Palmizi, cioè i rami di palma intrecciati. L'aneddoto curioso che riguarda i Parmureli è che quelli portati in processione dal Papa e dai Cardinali, provengono da Sanremo e Bordighera, e in origine dal Palmeto storico del Beodo, il palmeto spontaneo di Phoenix dactylifera, più a nord al mondo, che soffre ora dell'attacco del punteruolo rosso, anch'esso purtroppo. Perché papi e cardinali da quasi 500 anni portino i Parmureli di Sanremo si deve al curioso intervento di un capitano di mare, tal Benedetto Bresca da Sanremo, il 10 settembre 1586 durante l'innalzamento e la posa dell'obelisco di 25 metri e dal peso di 300 tonnellate in Piazza San Pietro. Papa Sisto V ordinò il silenzio alla folla per la tensione dovuta al difficile lavoro degli operai che tiravano le corde di canapa, pena la morte per chi avesse parlato. Ma le corde per lo sforzo stridevano e si surriscaldavano e stavano cedendo. Un grido: "aiga ae corde", acqua alle corde, l'architetto Fontana afferrò il consiglio al volo, bagnate le corde, l'obelisco andò a posto. Il Papa non punì il capitano, per aver parlato, anzi gli chiese cosa volesse di ricompensa. Il Bresca chiese e ottenne di provvedere per sempre le palme dalla sua città, portate ogni anno in Vaticano con una barca che lungo il Tevere poteva fregiarsi della bandiera pontificia avendo così la precedenza sulle altre. A lui è intitolata una piazza a Sanremo. Quante volte me l'ha raccontata mio padre, praticamente tutti gli anni. Erezione dell'Obelisco Vaticano in Piazza San Pietro. Jean-Pol GRANDMONT - Opera propria Ai palmizi benedetti furono poi affidate virtù particolari: lo scambio fra amici e parenti per l'augurio di pace e buona salute, per lo stesso motivo conservare salute e pace in famiglia si appendeva sopra il letto, la capacità di difendere la casa dai fulmini e dai danni di una tempesta (chi in Liguria non ha avuto un anziano che correva palma in mano per attaccarla alla finestra al primo tuono e fulmine), e anche stalle e bestiame godevano di questa protezione. Per questo loro aspetto sacrale le palme dell'anno precedente non si buttano ma vanno bruciate, e dovrebbero fornire le ceneri per la cerimonia del Mercoledì delle Ceneri. foto Famiglia Cristiana Un velocissimo post solo di immagini per permettervi, di intrecciare la vostra palma per domani Per prima cosa si apre ogni foglia e la si divide. Si parte da una base di 14 o 16 foglie legate strettamente insieme, il più possibile diritte e uguali. Se non lo sono si cerca di uguagliarle il più possibile sfilando con un ago la parte in più. Si taglia la punta per agevolare il lavoro. Da questa base si parte tenendo il mazzetto come in fotografia e piegando una palma per volta alternando e intrecciando. Man mano che si procede con la lavorazione si deve stringere bene, per avere "la pancia" della palma, e si intrecciano solo le ultime cinque , quindi si procede a fermare il lavoro chiudendo ad una ad una. A questo punto si chiude lateralmente con vari metodi Buona lavorazione! Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- IL MANDARINO CINESE o KUMQUAT
Questo post è stato sollecitato dalle immagini della marmellata di Kumquat che ho fatto qualche giorno fa e quindi dedicato all'amica Silvia che me li ha regalati e a suo fratello Renato che li ha raccolti 😊 In verità avevo voglia di raccontare a qualcuno quello che, appassionata di Walt Disney, avevo scoperto in tempi non sospetti, quando la mia pianta di Citrus japonica, faceva bella mostra di sé, nel salone della casa di città (ebbene sì, ho avuto un travagliato trascorso cittadino anche io) come pianta d'appartamento. Ebbene, ricordate Eta Beta? Eega Beeva (alias Pittisborum Psercy Pystachi Pseter Psersimmon Plummer-Push) l'alieno che veniva dal futuro e parlava anteponendo la P a quasi ogni parola? La sua alimentazione, in Italia era a base di naftalina, ma in realtà successe, che al tempo della sua uscita, i fumetti fossero ancora in bianco a nero e i traduttori italiani non conoscendo le palline bianche che venivano disegnate decisero di identificarle in naftalina, ma in realtà erano Kumquat in salamoia, usati nella cucina degli States, allora frutto completamente sconosciuto in Europa ... Certo che poi originario della Cina, Kumquat è la pronuncia dei caratteri cantonesi 金橘, sia stato chiamato Citrus japonica ... meglio quindi mandarino cinese ... Come tutti gli agrumi è ricco di oli essenziali e proprietà che però, come altri agrumi possono interferire con alcuni farmaci. Ecco... ora immagino che dovrò comunque scrivere la ricetta della mia marmellata che è davvero buona. Non è che come frutto abbiano poi tutta questa polpa e quello che li rende particolari è il gusto della buccia, quindi la prima operazione da fare è quella di lavarli, lasciandoli a bagno magari un'oretta, senza bucarli, giusto per idratarli un po'. successivamente tagliati a metà come si vede in foto, è facile togliere i voluminosi semi In una pentola con il fondo spesso, a fuoco basso, con qualche cucchiaio d'acqua se serve e il coperchio per far sì che ammorbidiscano. A questo punto io uso l'estrattore. Con l'estrattore da una parte esce una polpa densa e dall'altra le bucce macinate, però dato che la buccia è aromatica e secondo me piacevole, la rimetto nella polpa e aggiungo 800gr. di zucchero a chilo. Chi non ce l'ha può usare il frullatore a immersione, il risultato è più o meno lo stesso. A fuoco fino a che non solidifica nel piattino, come al solito. Come al solito poco, a secondo della quantità, ormai non cuocio più nessuna marmellata più di mezz'ora quaranta minuti per i motivi sotto Attenzione a non superare la temperatura e il tempo di cottura perché lo zucchero non prenda il caramello, il che, come in tutte le marmellate, inficerebbe colore, gusto e il profumo del prodotto finito. Visto che altrove viene usato in salamoia mi viene in mente che probabilmente sarà buono anche con piatti salati, non mi resta che augurarmi che la Silvia venga presto a trovarmi così da fare qualche prova 😂 Dimenticavo... non ho buttato i semini... ma li ho interrati in un vaso... non si sa mai Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











