Search Results
Search this site
402 risultati trovati con una ricerca vuota
- BISCOTTI DI MELIGA
Sono questi biscotti facilissimi, chiamati chissà perché Galletti in casa, quelli in campagna, da fine inverno, quando la farina fine era finita, le galline uova non ne facevano ancora, lo zucchero chi lo aveva, l'ultimo, prima che con i raccolti si potesse comperare, lo si centellinava. Sono di una bontà secondo me infinita per le poche e povere cose che ci sono dentro. In tempi di svaligiamento supermercati ritroviamo ricette antiche semplici da vera sopravvivenza con un risultato più che ottimo. Di "Meliga" in quanto fra Piemonte e Liguria il mais prese il nome di meliga da "miglio" quando ancora non si era capito bene di cosa si trattasse, poi nell'entroterra genovese-spezzina contratto in mêga. Facili e veloci. Verso questi tempi nelle dispense di una volta era finita o quasi la farina di grano, se c'era, c'era più quella di polenta, la farina gialla di mais, e proprio perché gialla sembrava così che nei biscotti ci fosse pure l'uovo. Farina finissima di mais, setacciata fine con il setaccio da farina bianca, c'è differenza fra setaccio fine per farina bianca e quello per farina gialla, più rado. Dunque farina di mais fine 400gr., burro morbido 80gr. , zucchero 100gr., latte quanto basta per avere un impasto morbido. Se l'impasto risulta troppo morbido si può stendere tra due fogli di carta forno Si può anche mettere 300gr. di farina gialla e 100 di bianca. Stendere, rigare con una forchetta, tagliare dei rettangoli a piacere, ma anche tondi, non cambia niente, li faccio così da sempre solo per distinguerli nel caso siano mescolati a altri. Cuocere in forno caldo a 180° per una quindicina di minuti, sorvegliando che non brucino. Sono biscotti da inzuppo tanto nel vino quanto nel latte anche se il giorno dopo diventano più morbidi ... se ci arrivano al giorno dopo ... Buoni così, anche senza zucchero a velo. Sono passati anni da quando mi è stata data questa ricetta, chi me l'ha passata non c'è più, ma non dimentico i pomeriggi insieme a chiacchierare di dolci per le feste: come li fai tu, come li faccio io, per poi arrivare a - ma questi, i biscotti per tutte le mattine li hai mai provati? - Oracolo: Ecco fatto, il segreto è questo: bisogna usare le mani. Sati: Perché? Oracolo: I biscotti, come ogni cosa, richiedono amore Matrix Revolution Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI FAVE, SALAME E ERBEGGIA
Uno degli appuntamenti immancabili, che segnava l'arrivo della primavera sulle nostre tavole liguri, erano fave, le baxane*, e piselli freschi, questi ultimi chiamati erbeggia nel Tigullio. Calcolata attentamente la semina perché i primissimi fossero pronti a Pasqua e se, negli anni di Pasqua bassa, qualche volta non si riusciva, non potevano assolutamente mancare il 1 maggio. Ancora oggi se per la Domenica Santa sono una specie di benvenuto, il pre antipasto, il per così dire amouse bouche, per la festa del lavoro la fanno da padrone insieme a pecorino e salame. Non è un caso che si trovino insieme in questo giorno e non solo per appetibilità. Nelle case dei contadini, anche il primo salame era arrivato a stagionatura giusta, e, passata la Pasqua, senza l'agnello, le pecore davano proprio il latte per un primo sale. Non c'è ricetta né da cuocere né da assemblare, ma solo l'accortezza di scegliere ingredienti inappuntabili da portare in tavola. Per i genovesi il salame è quello di Sant'Olcese, qui in campagna una volta era quello preparato in casa, tutti avevano almeno un maiale. Ora io preferisco quello dell'Antico Salumificio Castiglione di Castiglione Chiavarese garanzia di bontà e qualità. Per Fave e Piselli, se si ha la possibilità, è meglio prenotare per tempo presso una Azienda agricola del territorio, in riviera uno dei tanti orti che aderisce a Antichi Ortaggi del Tigullio fra i quali spicca il dolcissimo Pisello di Lavagna. Il formaggio è per tradizione quello dei pastori sardi emigrati che pascolano ancora oggi le loro pecore nei monti intorno a Genova e possibilmente fresco. Un buon tagliere circondato di baxane e erbeggia in ta teiga pe u salamme e furmaggio de pegua e il Primo Maggio cominciava così, all' arrivo degli amici, mentre qualcuno faceva fuoco sotto le ciappe per cuocere la carne. qui>>>IN SCIÂ CIÀPPA e si aspettavano i Maggianti con le Cantâele qui>>>IL LILLÀ LA MIA CANTÂELA. Qualche anno fa, da un'amica ho gustato per la prima volta (non è mai troppo tardi per assaggiare cibo nuovo) il Cunduçin di Lavagna, un piatto semplicissimo, derivato dal più classico Cundigiun del quale un giorno parlerò, niente altro che un'insalata di piselli e fave sgranate, crude, con cipollotto fresco tagliato sottile, condite con abbondante olio ligure e salato alla bisogna. Il mio oggi, perché un po' di erba la devo mettere ovunque, è con l'aggiunta di qualche ciuffo di Sciguelli qui>>> una piccolissima dadolata di pecorino e qualche grana di ribes rosso, provare per credere. * tutte le parole in genovese sono tratte da il Dizionario Genovese-Italiano - Giuseppe Olivieri Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELL'ERBA CAGLIO, I GALIUM
Galium aparine Nel vaso del mio Mirto Tarantino (qui>>>) a custodia dell'ingresso di casa, è nata una piantina di Galium aparine, così mi è venuto in mente che non ne ho ancora parlato, di questo e degli altri Galium. Pianta facilissima da trovare, infestante, conosciuta come attaccamani o attaccaveste, in grado di "arrampicarsi" sui vestiti grazie agli uncini piccolissimi, quasi invisibili, presenti su foglie e fusto. Impossibile non riconoscerla, un po' perché è ovunque, quando c'è è quasi sempre in quantità tappezzante. È una pianta commestibile, scarsamente usata in questa zona per cibarsene, e per le proprietà curative. Invece è proprio così, si mangia, ed è un'erba che non presenta problemi a riconoscerla o a usarla se per caso non si è realmente allergici ai suoi componenti. Di sapore particolare, piacevole, leggermente salato, può dare un minimo fastidio cruda perché "gratta", le cime vanno bene in frittate, minestre e zuppe senza problemi, da sola o in un misto. Della famiglia del caffè, i suoi semi erano tostati per ottenere una bevanda simile, senza caffeina, e pure in infusione danno un buon tonico. Ha fiori piccolissimi bianchi Galium aparine - foto di Actaplantarum I Galium sono parenti prossimi di piante come la Robbia, e hanno cugini lontani in arbusti come il caffè o alberi come la china. Si riconoscono per le foglie o simil foglie, in realtà botanicamente sarebbero stipole cresciute, disposte in cerchio intorno al gambo, sempre quadrangolare, che partono dallo stesso punto. I Galium devono il nome a gala, dal greco latte, alcune specie servono per cagliare il latte. Pare che anticamente costruendo contenitori intrecciando fusti di Galium si osservò come il latte contenuto cagliava velocemente. Più di altri si usava per questo scopo il Galium verum, dai piccolissimi fiori gialli. A differenza dell' aparine questo non attacca. Galium verum Galium mollugo - foto di Actaplantarum Con foglie più piccole e arrotondate, portamento più eretto, fiorellini impercettibili bianchi, nascosto in mezzo alle altre piante comuni si trova facilmente anche il Galium mollugo. Le proprietà terapeutiche sono simili in tutti i Galium e sono importanti anche se messe un po' da parte, non dalla medicina omeopatica e dalla farmacopea erboristica. In infuso e in tintura sono un ottimo tonico linfatico, aiutano a eliminare i liquidi, sgonfiano le gambe, collaborano a risolvere casi di cistiti da vescica irritabile. Esistono ottime preparazioni pronte da comperare in farmacia, sempre con il consiglio di un buon erborista. Per uso esterno si usano per cicatrizzare le ferite noiose e per tante affezioni della pelle. Galium odoratum - foto di Actaplantarum Lassù nelle faggete in alto c'è il Galium odoratum, con proprietà ancora più importanti. Ancora più ricco di cumarina, è rilassante e usato anche in caso di insonnia e mal di testa. Messo nelle macedonia di frutta, nel vino bianco e nella grappa, per ottenere un ottimo digestivo profumato dall'intenso colore verde. In Belgio si usa fare la "bevanda di maggio", il Maintrank o Maiwein. Verso fine aprile, prima che i fiori di Asperula odorata, nome popolare del Galium odoratum, si aprano completamente sono raccolti e mescolati a zucchero, spicchi di arancia, in vino Riesling o l’Elblinge o anche più secco Müller-Thurgau. Dopo 48 ore, per bloccare la fermentazione, viene aggiunto un alcolico che può essere cognac, porto, cointreau, o altro e viene servito fresco come aperitivo. La ricetta, diversa da zona in zona, ha più di 1000 anni e l'uso di servirlo si ritiene derivi dai monaci di Arlon, che conoscendo le proprietà del Galium cercavano di mantenerle nel vino, offrendolo poi ai viandanti di passaggio. Nel terzo fine settimana di maggio tutti gli anni a Arlon, si tiene la sagra del Maintrank dove è possibile assaggiarlo per tutte le vie del centro. Se riesco ad andare in faggeta e trovare l'Asperula voglio provare a fare qualcosa di simile. cliccando sulla foto si apre il link alla ricetta Una leggenda narra che la Madonna partorì su una mangiatoia di Galium, probabilmente per le conosciute proprietà rilassanti e antiparassitarie. Tutte le varietà erano usate per favorire il sonno e quindi si imbottivano materassi e cuscini, specialmente quelli delle puerpere e dei neonati, anche perché si pensa funzioni contro pulci, cimici e altri insetti, il che in altre epoche non era poco, specialmente riferito a dove si dormiva. Il profumo che acquista la pianta seccando viene usato anche dall'industria farmaceutica per migliorare il sapore di alcune medicine. Ho letto che le radici servono per tingere di rosso, come la cugina Robbia, non lo sapevo e non ho ancora provato. I fiori gialli del Galium verum tingono di giallo. Mi ha detto Schorlemmer che hai piantato nel tuo giardino dell' asperula, e siccome non ci sarà assolutamente possibile venire a servircene laggiù, non ti resta che portarlo qui, dove noi faremo trovare puntualmente gli altri ingredienti... Scrivo con tutte e due le finestre aperte, e quando verrai la settimana prossima, come spero, avremo lillà e citiso pronti ad accoglierti... Engels, Lettera a Laura Lafargue, 23 luglio 1888, Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA VITALBA
Chi agisce male, come un albero soffocato da rampicanti, rende se stesso come desidera il suo nemico Amo la natura tutta e quindi mi riesce difficile parlare male di una pianta, ma davvero nel caso della Clematis vitalba, ghisserna, guzzerna o liàssa, in Liguria, e altre dello stesso genere non trovo parole benevole. Vedo i boschi intorno a me soffocare nel suo abbraccio mortale, creare impenetrabili barriere che non fanno nascere altro e non sono molti anni che è così perché fino a che i contadini si sono occupati della terra se ne guardavano bene dal lasciarla crescere indisturbata. Pur non essendo un parassita finisce per togliere luce e nutrimento alle piante stringendole e asfissiandole. Riconosciuta botanicamente come l'unica liana presente in Europa, nonostante il fusto legnoso è incapace di reggersi da sola e per questo si appoggia a tutto, recinzioni, muri, alberi ecc. trascinandoli poi a terra sotto il proprio peso. Basta pensare che in Piemonte è chiamata visrabbia per il suo comportamento aggressivo. Difficilissima da estirpare, la radice si comporta come quella della vite tanto cammina in superficie quanto sottoterra, e vit-alba avrebbe origine appunto da "vite con i fiori bianchi". Ma ahimè al contrario della buona vite, proprio osservando il fiore bianco, si capisce come questa appartenga alla famiglia delle Ranuncolacee, per quanto ne so io quasi tutte tossiche, ed è anche delle Clematis, tossiche anche per contatto prolungato, chiamata erba dei mendicanti proprio perché usata un tempo per procurare piaghe e ferite sulla pelle allo scopo di impietosire i passanti. E così quando sento raccontare di persone che si ostinano a raccogliere i giovani getti per mangiarla in frittata non capisco. E ancora di più quando sento: - mia nonna sempre mangiata mai morta - ho già descritto in altri post il perché e il come sia sconsigliato davvero al giorno d'oggi con ben altre buone erbe a disposizione accanirsi a mangiare ancora piante che contengono sostanze che si accumulano intossicando. Tenendo presente poi che i contenuti tossici variano da specie a specie, nel caso della Clematis flammula, difficile da riconoscere per un profano, aumentano. foto dal web - NON RACCOGLIETE LA VITALBA SOPRATTUTTO NON COSÌ Si dimentica che quando qualcuno la mangiava (perché non aveva altro) raccoglieva solo il primo centimetro, massimo due, che contengono meno tossicità, venivano bolliti e spremuti con cura, mentre ora vedo mazzi di germogli lunghi anche 20 cm e (orrore) vengono serviti anche come zuppa. Inoltre ci sono persone che in questo periodo confondono germogli di Clematis con germogli di Luppolo, di Rovo e chi addirittura chiama tutto "asparagi selvatici" che son ben altra cosa. A questo link le differenze ASPARAGI E NON ASPARAGI qui>>> Noi in casa mai mangiata Diversi anni fa a una cena locale insieme a vecchi contadini, parlando dei giovani e del loro uso indiscriminato di certe sostanze, uno se ne uscì dicendo - Beati noi, che ci fumavamo le sigarette di ghisserna, ci girava un po' la testa, ci veniva nausea e ci credevamo furbi!- Ho scoperto quella sera come sigarette fatte con questa pianta fossero in uso fra chi non aveva soldi per fumare altro! Con grande rischio, ma altri tempi e altri fisici, e forse se si moriva più giovani non era tutta colpa della fatica. Per conoscenza il Ministero della Salute ne ha proibito l'uso negli integratori alimentari Fra i pochi impieghi possibili c'è quello di intrecciarla, ma anche qui bisogna trovare il ramo giusto, la vite per esempio è più flessibile. L'unico uso che mi ha soddisfatto appena un po' è stato in una decorazione natalizia per una vetrina. Quando i fiori si trasformano in acheni piumosi, un tralcio con un filo di lucine può essere particolare visto che i piumini sono duraturi. Anche i fiori bianchi possono essere una decorazione visto la loro resistenza anche senza acqua. I semi piumati un tempo erano usati per riempire dei piumini leggerissimi per scaldare Questa avversione non è solo mia personale, in alcuni paesi al mondo, vedi la Nuova Zelanda, è stata dichiarata "organismo non desiderato" ed è proibito coltivarla, distribuirla, possederla. Esistono diverse varietà di Clematis tutte molto simili. Di recente ho scoperto l'uso nei Fiori di Bach per coloro che vivono nel mondo dei sogni, per chi vive a un metro da terra, con la testa fra le nuvole, niente ... pare che io non riesca ad usarla neanche così perché per me... Forse il segreto è non tenere i sogni nel cassetto. Bisogna usarli. Bisogna osarli. Renzo Piano
- TÓCCO DE CÀRNE E FÓNZI NÉIGRI sugo di carne e porcini
Argomento scabroso e delicato. Carne, pomodoro, battuto di verdure e aromi danno luogo in tutta Italia a una ricetta dal medesimo uso e cioè condire un buon piatto di pasta, ma dal gusto diverso. Ragù alla bolognese, la cui ricetta è depositata ufficialmente alla Camera di Commercio, ragù alla napoletana, ragù barese, braciole e polpettine con il sugo, e poi... il Tócco o tuccu genovese. Tócco perchè mentre nel ragù bolognese la carne è tritata, in quello napoletano è a pezzi grossi, nel barese cambiano i tipi di carne noi, genovesi che siamo, lasciamo la carne intera, in un solo pezzo: il Tócco di carne, così che alla fine l'intingolo serva per il condimento della pasta e il pezzo, come secondo. Quando lo faccio, preferisco sempre quello con l'aggiunta di funghi porcini secchi. - Il sugo non è santo, ma dove casca fa miracoli - Quindi serve un pezzo di carne per il sugo, a Genova si usa il matamà o perfi, un pezzo che è nella zona del sottocollo. Per prima cosa ho messo a bagno in acqua tiepida, una bella manciata di funghi porcini di qua, alta Val di Vara, quelli che voleva Gioacchino Rossini, gourmet eccellente, mangiava solo questi e se li faceva mandare dalle Suore Agostiniane di Varese Ligure... per fortuna io riesco ancora a trovarne qualcuno e a farlo seccare. Nella solita pentola di terra faccio appassire un trito di carota cipolla sedano, un spicchio di aglio, una foglia di alloro Faccio rosolare anche la carne, per bene a lungo girandola spesso aggiungo una manciata di pinoli e i funghi lasciati a pezzi abbastanza grandi, sfumo con vino caldo, dove, mentre si scaldava, ho messo dentro un rametto di rosmarino a profumarlo. Andrebbe vino bianco, ma l'avevo rosso aperto... evaporato il vino aggiungo la salsa, la mia, non troppa, nel caso anche un poco di concentrato. Aggiungo l'acqua dei funghi, filtrata, e lascio andare da parte sulla stufa, dove il calore è meno intenso, sorvegliando attentamente perché i funghi tendono ad attaccare. Controllo il sale. Lascio a "croccu-à", parola onomatopeica che descrive il rumore che deve fare di croc-croc, sobbollendo lentamente per qualche ora, e questo vale anche per il ragù con la carne tritata. Sembra strano ma non ho capito il significato di sugo di carne e non ne ho fatto uno ben cotto finché una delle mie donne anziane, alle quali chiedevo di descrivermi esattamente le loro ricette, tanti anni fa mi ha detto questa frase: - Ú sûgo u deve croccu-à - Ora sto sempre attenta che il sugo mi parli mentre è sul fuoco, e dato che l'anziana adesso sono io, passo volentieri. Questo il risultato La carne si sfalda solo alla pressione della forchetta, si possono condire ravioli, pasta e anche polenta, servendo anche un pezzo della gustosissima carne. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- QUANDE FEUGGISCE I FÒ... QUANDO FIORISCONO I FAGGI
fiore di faggio - foto di actaplantarum -Gulli, quande semenemmu?- e lui, girando lo sguardo verso il monte: - Quande feuggisce i fò - Negli anni quante volte gli ho sentito ripetere questa frase... Il fatto è che qui, terra di frontiera, si parla un dialetto che ha un po' di tutto quello che c'è in confine, e soprattutto in persone anziane sopravvivevano parole antiche che nessuno ormai usa più e io dove "fuggissero" i faggi per tanti anni non l'avevo mai capito. In realtà "feuggisce" non significa propriamente fiorire, ma quando "fogliano" cioè mettono le foglie. Fino che a forza di vederlo guardare là verso il monte, ogni volta che lo diceva, ho finalmente capito che se per i faggi era l'ora di germogliare e coprirsi di quella peluria che rende di un verde tenero la cima, era pure tempo di mettere le sementi nell'orto, di quelle a foglia, tipo insalate e soprattutto il basilico che teme il freddo e appena nato, non avrebbe sopportato una gelata tardiva e i faggi sanno quando è il momento giusto e lo dicevano a Gulli. Il mio albero è il castagno, per me vivere circondata da castagni è il massimo, ma al fascino della faggeta lassù in alto non si resiste. Più alto e austero il faggio, con un sottobosco più spoglio, ha contribuito, prima che i castagni venissero impiantati in gran numero in queste zone dell'Appennino, a sfamare le genti di montagna. Come il tiglio si mangiavano le foglie, e le faggiole, i semi. Le faggiole contengono però sostanze tossiche e devono essere arrostite prima di essere consumate. Questi semi danno un olio secondo solo a quello di oliva. Preziosissimo, chiamato l'oro del bosco, si trova a prezzi proibitivi per le problematiche legate alla raccolta, al trasporto, tenendo conto anche che il faggio fruttifica dopo 40 anni e abbondantemente solo ogni cinque-sette anni. Le faggiole restano uno dei più importanti alimenti per la fauna selvatica, scoiattoli e uccelli e altri, ed erano importanti per l'allevamento dei maiali. faggiola -dal web- È albero comune in tutta Europa, antropizzato proprio per tutto quello che offriva all'uomo. Cresce meglio fra i 700 e i 1600 mt. dove si incontrano più spesso le faggete, ma si trova anche in pianura se c'è ombra e vento e terreno umido. Sono tredici le faggete primordiali d'Europa in Italia riconosciute patrimonio dell'Unesco, sparse per tutto il territorio dall'Aspromonte al Pollino, dall'Abruzzo, al Lazio, Il fogliame fitto crea un'ombra rinfrescante che fa della faggeta il posto migliore per ripararsi dal caldo torrido. La scarsa luminosità al suolo crea un sottobosco pulito, che alle prime piogge autunnali è l'habitat giusto per i funghi . Le radici spesso formano intricati disegni affascinanti. Qui sul Monte Zatta c'è un faggio monumentale, non tanto per le misure quanto proprio per le radici che mi riprometto di fotografare meglio se riuscirò a tornare lassù. Il legno leggero, resistente, adatto ad essere curvato e lavorato al tornio, è usato per arredamenti, e spesso per oggetti di uso alimentare. Le sedie di Michael Thonet devono il loro successo alla possibilità che offriva il legno di faggio. Oggi per le famose sedie di Chiavari, inizialmente costruite in ciliegio o acero, viene usato anche il faggio F.lli Levaggi - Chiavari Più prosaicamente nessuno qui in campagna, tornava a casa senza fascine di faggio per accendere il fuoco, e una provvista della sua legna è necessaria quando l'inverno si fa duro. Qui la faggeta fa parte dell'antica Communalia, i "terreni sui quali ogni componente di una determinata comunità, secondo regole tramandate da secoli, aveva il diritto di esercitare un godimento, come quello del pascolo, della coltivazione o dell'uso civico di legnatico"(cit.). e il nonno di mio marito tutte le mattine possibili, all'alba, si recava sul monte con l'asino e lo riportava carico di fascine e legname raccolto, e dopo colazione lo aspettava una giornata di lavoro. Morto all'inizio degli anni '60, quando mi sposai nel '75, continuammo a bruciare per qualche anno la legna raccolta da lui e pazientemente accatastata. Persino la cenere di faggio è fra quelle usate per avere una lisciva (qui>>>) migliore. Non fosse abbastanza il legno, oltre le foglie, ha anche proprietà curative. Le foglie schiacciate curano le ulcere, la corteccia chiara e liscia, era usata per le febbri e dalla distillazione del legno si ottiene un componente altamente disinfettante, repellente per gli insetti e una volta purificato espettorante e balsamico. Una storia tristissima è legata al nome. In tedesco faggio si dice Buche e Wald foresta. Là in quel luogo terribile, nella Germania orientale, a Buchenwald, i faggi ci sono ancora e hanno assistito impotenti alla tragedia delle circa 50.000 persone seviziate, usate come cavie e sterminate. *Quasi tutte le foto, si riconoscono, le più belle, sono sempre di Antonio Andreatta al quale rubo costantemente certa che mi perdoni ogni volta. È che succede che io penso e lui ha già scattato la foto a km di distanza. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- BUNOMMO ... O BELL'OMMO?
Liguria in questo periodo martoriata da piogge intense ... certo la terra aveva bisogno di acqua, ma forse non così tutta in una volta e con questa veemenza... Per pensare positivo, guardo l'erba che assetata dal caldo estivo, beneficando dell'acqua, pare rinascere, e prima dei geli invernali ci regala ancora qualche giro fra i campi a raccogliere la seconda ondata di erbe per il Prebuggiun (qui>>>) Fra queste non ho ancora parlato del Bunommo, o come lo chiamano in altre parti Boccione Maggiore, nome scientifico Urospermum dalechampii. Nel titolo accenno anche l'uso in Liguria, di chiamarlo Bellommo... chissà se sarà stato Buono o Bello quell'uomo che ha dato il nome a quest'erba? Di fatto è questa un'erba carnosa, di un verde splendente sull'olivastro, di grande soddisfazione quando si trova. Rappresenta certamente la parte amara messa nel misto ligure, non ho mai provato a cuocerlo da solo appunto per il suo gusto particolare che a chi piace a chi no, ma non manco di metterne una buona dose nel Prebuggiun, anche per la sua resa dopo la cottura. C'è invece chi lo mangia, pianta giovane in primavera, anche crudo nelle insalate. È una delle piante che ho imparato facilmente dal fiore e solo così sono riuscita a ritrovarla per raccoglierla. Nel dubbio, togliendo una foglia, dalla parte dove si è tagliata, accostandola al naso si sente un forte odore dell'amaro simile al carciofo. Appunto il suo fiore, una bellissima simil-margherita, ma con tanti capolini di un giallo più delicato delle comuni tarassaco e simili, tanto da farlo sembrare quasi un fiore da giardino e con il cuore scuro che lo contraddistingue. Bellissimo anche il bocciolo chiuso, che alcuni mettono sotto sale come i capperi. Può, come sempre, sembrare simile alle alle altre quando non è fiorito, ma lo distingue l'aspetto appunto delle foglie carnose e di colore verde intenso, se non pelose ispide. Come le altre va raccolta affondando il coltello seghettato alla base delle foglie, così da danneggiare il meno possibile la radice ma da non disfare la rosetta. Le foto sotto spero possano essere di aiuto per il riconoscimento, evidenziano le differenze tra varie specie selvatiche commestibili che fanno sempre parte del Prebuggiun. Non vanno tenute conto le differenze fra le lunghezze, essendo piante di età diverse, ma servono solo per l'aspetto, insomma ho fotografato quello che ho trovato: al link troverete il post dedicato ad ogni pianta 1 - CICORIA - (Cichorium intybus ) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/11/27/CICORIE-il-mio-caff%C3%A 2 - TARASSACO - (Taraxacum officinale) qui >>> https://www.lellacanepa.com/singlepost/2018/04/12/%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1-TARASSACO-%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1 3 - GRUGNIN - (Hypochaeris radicata) qui >>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/20/IL-GRUGNIN 4 - SCISCERBOA - (Sonchus oleraceus e asper) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/04/10/A-L%C3%8AA-%E2%80%99NA-SCIX%C3%88RBOA- 5 - BUNOMMO - (Urospermum dalechampii) 6 - TALEGUA - ( Reichardia picroides ) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/10/10/LA-TALEGUA-Reichardia-picroides-%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1 Come ho già scritto sopra il Bunommo è erba selvatica commestibile utile bollita nei misti per tutti gli usi di una comune verdura cotta, ripieni, minestre ecc. ecc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- QUANDO MIA NONNA FACEVA IL GHEE SENZA SAPERLO...
Yavajjivet sukham jivet Rinam kritvaa ghritam pibet... Brihaspati Finché la tua vita è felice chiedi credito e bevi del ghee... Da tempo avevo in mente di scrivere questo articolo, se ho tergiversato è perché cercavo di ricordare la parola dialettale con la quale era conosciuto qui. Niente, non mi viene più e in paese non c'è più nessuno che lo sa. In realtà non era mia nonna ma mia suocera, classe 1903, che mi aveva insegnato a farlo, quando non avevamo il congelatore e c'erano periodi che si riusciva ad avere più latte e quindi formaggio e burro più di quello che si consumava. Se per il formaggio non c'erano problemi di conservazione, per il burro diventava più difficile e molto semplicemente un giorno mi disse facciamo il... niente, non so più quella parola, e l'ho cercata tanto fra le conoscenze, ma, ahimè, sono anni che nessuno lo fa più, e se qualcuno lo ricorda, ancora meno viene ricordato come veniva chiamato. Anni e anni dopo, quando improvvisamente il mondo divenne tutto Kombucha e Kefir seppi anche del Ghi o Ghee e poffarbacco! era quello di mia suocera. Ignara delle proprietà, lo faceva solo per un problema di conservazione e in italiano ho scoperto poi che si chiama burro chiarificato. Stasera l'ho rifatto, così per vedere se ero ancora capace, visto che fa così bene e perché l'ho visto in vendita a prezzi folli, ci sarà un perché. Dunque quali sono queste proprietà? Leggendo qui e là favorisce la digestione, rafforza il sistema nervoso e il cervello, migliorando la concentrazione, la memoria, la vista, lubrifica le articolazioni. È il grasso meglio accettato dal fegato e quindi il più digeribile, aiuta nelle ulcere gastrointestinali e le coliti. Pulisce il sangue. Così dicono, ma forse la verità è un'altra, e quella che ho imparato è in fondo all'articolo. Intanto per il momento procedo a fare questo burro chiarificato. Farlo non è così difficile, anche se ci ho perso un po' la mano, e in rete esistono decine e decine di video. L'importante è che si parta da un prodotto ottimo, se non si ha a disposizione burro certo di malga da affioramento della panna, conviene farselo in casa. Di come si faceva il burro ho già detto qui>>Burro, grazie me lo faccio Ho usato una confezione da 250gr. di panna liquida fresca, quella che è nello scaffale frigo del latte e ho usato il frullatore a immersione con la frusta, ma si può usare anche con il coltello, proprio per dimostrare che ci vogliono 5 minuti. Nelle foto i passaggi: da panna liquida passa velocemente a panna montata, continuando la massa grassa si unisce e si separa da quella liquida. Si cola e sotto l'acqua corrente fredda letteralmente si lava, con l'aiuto di una spatola. Una volta andavo alla fontana e lo lavavo bene premendo con le mani, poi si forma un panetto. Per chiarificarlo si taglia a pezzetti e si mette a fuoco bassissimo in una pentola a fondo spesso, senza mescolare mai Appena sciolto affiora una schiuma che si toglie piano piano. Si lascia sul fuoco minimo che più minimo non si può, (non deve assolutamente friggere) e dopo una ventina di minuti sul fondo si vedono altre particelle e il tutto avrà una colorazione più dorata. Occorre togliere tutte le parti bianche per bene, se ne rimangono. Si filtra con un telo pulito e si lascia raffreddare, diventerà solido, pur rimanendo morbido, di un giallo quasi trasparente. Questo non sarà un metodo perfetto, ma è quello che ricordo. Si conserva per mesi, semplicemente così nel vasetto chiuso, meglio al buio, senza essere in frigo, come una qualunque conserva. A questo punto per l'utilizzo in cucina si deve ricordare di usarne il 20% in meno di quello che adopereremmo. Con questo procedimento rimangono i soli grassi saturi, si eliminano le caseine, le proteine del latte, l'acqua e non rimangono proteine e carboidrati. In questo modo si alza il punto di fumo a 250°, facendo del burro chiarificato il grasso migliore per le dorature e le fritture. Quello che ho fatto è quindi burro chiarificato, sicuramente più digeribile e con un punto fumo più alto e quindi più sano, ma senza valenze curative specifiche, e non è il vero Ghee. Quello vero, usato nella medicina ayurvedica, è sì burro chiarificato, ma viene sottoposto a ulteriori processi di cottura con l'aggiunta di erbe e spezie a secondo dell'uso curativo che se ne vuol fare ed è reperibile solo nei centri specializzati con il nome vero di Gruta, in sanscrito ghrita, घृतम् . Ghee o ghī è solo la parola storpiata usata dagli inglesi durante la colonizzazione dell'India. Questo sì che ha importanti proprietà terapeutiche, privo completamente di colesterolo, cura gastriti e ulcere, è utile per l'intestino, per arrossamenti della pelle e tensioni muscolari, contratture ecc. La storia del Ghee o meglio Ghrita è antica come l'uomo, appare in scritti orientali già dal 3000 a.c., e si ha conoscenza della sua preparazione da almeno 6000 anni. Gli induisti credono che il dio supremo Prajapati, lo ottenne strofinando le mani e gettandolo nel fuoco creò la vita. È adoperato nei rituali di tutte le religioni indiane. È usato anche per la cura della pelle, dei capelli, come balsamo delle labbra, ecc. È usato per le lampade votive. In senso pratico la scelta di chiarificare il burro è data per le alte temperature del sud dell'India così da favorire la conservazione, esattamente come mia suocera. Attenzione negli acquisti a pagare una cosa per quello che non è. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- PALME INTRECCIATE
Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni. Levitico 23,40 -Genova-Intreccio delle Palme- foto di Alfred Noack - dal web AGGIORNAMENTO MARZO 2024 Una aggiunta a questo articolo di qualche anno fa, per dare qualche notizia storica e curiosa in più sull'uso delle palme intrecciate in Liguria. La tradizione è noto, deriva dall'entrata trionfante di Gesù in Gerusalemme la domenica prima della Pasqua, dove la folla lo accolse osannante agitando rami di palma e di ulivo. La gente, come pure Gesù, si stava riunendo a Gerusalemme per il Sukkot, la festa ebraica che ricorda il pellegrinaggio del popolo nel deserto e la religione impone agli ebrei di recare in mano rami di palma, di mirto, di salice legati con un filo di canapa. Le prime notizie della benedizione delle palme sono del VII secolo, anche se era già presente prima nella liturgia di Gerusalemme, Siria ed Egitto. Col giungere in Europa il rito, arrivò pure la tradizione di intrecciare le palme da benedire, per condividerle poi con amici e parenti. I cristiani per distinguersi dagli ebrei che usano la palma verde, e per mantenerli morbidi da poter intrecciare, iniziarono legare i ciuffi della pianta per sbianchirne i rami. L'usanza radicò al sud, tra Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia e al nord solo in Liguria, forse per il porto di Genova e i frequenti scambi fra i paesi mediterranei. Insomma se ancora oggi andate a Milano o In un'altra città del nord non vedreste una palma intrecciata. Diventata quasi una forma d'arte, si ammirano in Sardegna veri e propri capolavori di intreccio di sa pramma pintada, arrivando a dare un significato simbolico ad ogni nodo o intreccio. tratto da "La tradizione della Palma intrecciata in Sardegna" >>> Parmureli, così vengono chiamati tra Sanremo e Bordighera, mentre nella riviera di Levante Parmê, i Palmizi, cioè i rami di palma intrecciati. L'aneddoto curioso che riguarda i Parmureli è che quelli portati in processione dal Papa e dai Cardinali, provengono da Sanremo e Bordighera, e in origine dal Palmeto storico del Beodo, il palmeto spontaneo di Phoenix dactylifera, più a nord al mondo, che soffre ora dell'attacco del punteruolo rosso, anch'esso purtroppo. Perché papi e cardinali da quasi 500 anni portino i Parmureli di Sanremo si deve al curioso intervento di un capitano di mare, tal Benedetto Bresca da Sanremo, il 10 settembre 1586 durante l'innalzamento e la posa dell'obelisco di 25 metri e dal peso di 300 tonnellate in Piazza San Pietro. Papa Sisto V ordinò il silenzio alla folla per la tensione dovuta al difficile lavoro degli operai che tiravano le corde di canapa, pena la morte per chi avesse parlato. Ma le corde per lo sforzo stridevano e si surriscaldavano e stavano cedendo. Un grido: "aiga ae corde", acqua alle corde, l'architetto Fontana afferrò il consiglio al volo, bagnate le corde, l'obelisco andò a posto. Il Papa non punì il capitano, per aver parlato, anzi gli chiese cosa volesse di ricompensa. Il Bresca chiese e ottenne di provvedere per sempre le palme dalla sua città, portate ogni anno in Vaticano con una barca che lungo il Tevere poteva fregiarsi della bandiera pontificia avendo così la precedenza sulle altre. A lui è intitolata una piazza a Sanremo. Quante volte me l'ha raccontata mio padre, praticamente tutti gli anni. Erezione dell'Obelisco Vaticano in Piazza San Pietro. Jean-Pol GRANDMONT - Opera propria Ai palmizi benedetti furono poi affidate virtù particolari: lo scambio fra amici e parenti per l'augurio di pace e buona salute, per lo stesso motivo conservare salute e pace in famiglia si appendeva sopra il letto, la capacità di difendere la casa dai fulmini e dai danni di una tempesta (chi in Liguria non ha avuto un anziano che correva palma in mano per attaccarla alla finestra al primo tuono e fulmine), e anche stalle e bestiame godevano di questa protezione. Per questo loro aspetto sacrale le palme dell'anno precedente non si buttano ma vanno bruciate, e dovrebbero fornire le ceneri per la cerimonia del Mercoledì delle Ceneri. foto Famiglia Cristiana Un velocissimo post solo di immagini per permettervi, di intrecciare la vostra palma per domani Per prima cosa si apre ogni foglia e la si divide. Si parte da una base di 14 o 16 foglie legate strettamente insieme, il più possibile diritte e uguali. Se non lo sono si cerca di uguagliarle il più possibile sfilando con un ago la parte in più. Si taglia la punta per agevolare il lavoro. Da questa base si parte tenendo il mazzetto come in fotografia e piegando una palma per volta alternando e intrecciando. Man mano che si procede con la lavorazione si deve stringere bene, per avere "la pancia" della palma, e si intrecciano solo le ultime cinque , quindi si procede a fermare il lavoro chiudendo ad una ad una. A questo punto si chiude lateralmente con vari metodi Buona lavorazione! Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- IL MANDARINO CINESE o KUMQUAT
Questo post è stato sollecitato dalle immagini della marmellata di Kumquat che ho fatto qualche giorno fa e quindi dedicato all'amica Silvia che me li ha regalati e a suo fratello Renato che li ha raccolti 😊 In verità avevo voglia di raccontare a qualcuno quello che, appassionata di Walt Disney, avevo scoperto in tempi non sospetti, quando la mia pianta di Citrus japonica, faceva bella mostra di sé, nel salone della casa di città (ebbene sì, ho avuto un travagliato trascorso cittadino anche io) come pianta d'appartamento. Ebbene, ricordate Eta Beta? Eega Beeva (alias Pittisborum Psercy Pystachi Pseter Psersimmon Plummer-Push) l'alieno che veniva dal futuro e parlava anteponendo la P a quasi ogni parola? La sua alimentazione, in Italia era a base di naftalina, ma in realtà successe, che al tempo della sua uscita, i fumetti fossero ancora in bianco a nero e i traduttori italiani non conoscendo le palline bianche che venivano disegnate decisero di identificarle in naftalina, ma in realtà erano Kumquat in salamoia, usati nella cucina degli States, allora frutto completamente sconosciuto in Europa ... Certo che poi originario della Cina, Kumquat è la pronuncia dei caratteri cantonesi 金橘, sia stato chiamato Citrus japonica ... meglio quindi mandarino cinese ... Come tutti gli agrumi è ricco di oli essenziali e proprietà che però, come altri agrumi possono interferire con alcuni farmaci. Ecco... ora immagino che dovrò comunque scrivere la ricetta della mia marmellata che è davvero buona. Non è che come frutto abbiano poi tutta questa polpa e quello che li rende particolari è il gusto della buccia, quindi la prima operazione da fare è quella di lavarli, lasciandoli a bagno magari un'oretta, senza bucarli, giusto per idratarli un po'. successivamente tagliati a metà come si vede in foto, è facile togliere i voluminosi semi In una pentola con il fondo spesso, a fuoco basso, con qualche cucchiaio d'acqua se serve e il coperchio per far sì che ammorbidiscano. A questo punto io uso l'estrattore. Con l'estrattore da una parte esce una polpa densa e dall'altra le bucce macinate, però dato che la buccia è aromatica e secondo me piacevole, la rimetto nella polpa e aggiungo 800gr. di zucchero a chilo. Chi non ce l'ha può usare il frullatore a immersione, il risultato è più o meno lo stesso. A fuoco fino a che non solidifica nel piattino, come al solito. Come al solito poco, a secondo della quantità, ormai non cuocio più nessuna marmellata più di mezz'ora quaranta minuti per i motivi sotto Attenzione a non superare la temperatura e il tempo di cottura perché lo zucchero non prenda il caramello, il che, come in tutte le marmellate, inficerebbe colore, gusto e il profumo del prodotto finito. Visto che altrove viene usato in salamoia mi viene in mente che probabilmente sarà buono anche con piatti salati, non mi resta che augurarmi che la Silvia venga presto a trovarmi così da fare qualche prova 😂 Dimenticavo... non ho buttato i semini... ma li ho interrati in un vaso... non si sa mai Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- GLI OCCHIETTI DELLA MADONNA
Avviso: Post ad alto tasso di romanticismo. Per parlare di un fiorellino molto comune, ma a mio vedere di una infinita bellezza nella sua semplicità. Per parlare di una ragazza selvaggia, che con i suoi vent'anni, andava incontro alla sua vita da sposa con delle idee ben ferme in testa, assolutamente non condivise in famiglia. Rifiutati giardinieri e fioristi, addobbai da sola il mio l'altare con il Biancospino (qui>>>), ma il bello fu la mattina delle nozze, la casa piena di gente, mia madre disperata che vagava raccogliendo fiori qui e là, cercando di confezionarmi qualcosa che assomigliasse ad un bouquet da sposa, del quale secondo lei mi ero completamente dimenticata. Ma era maggio e avevo da giorni adocchiato un cespuglietto, là proprio dietro la stalla, che stava per aprirsi e già con l'abito da sposa indossato, ho sceso di corsa la scala e torcendo con la mano il ciuffo di fiorellini azzurri, che erano giusto sbocciati per me quella mattina, li ho infilati in un velo di tulle, un po' di nastrino e di corsa in chiesa, perché una sposa qualcosa di blu deve averlo. I fiori erano piccoli e leggeri steli di Veronica Chamaedrys. Fra i primi fiori in primavera, tra l'erba verde ormai cresciuta, spunta questa varietà di Veronica, per il suo delicato colore chiamata Occhi o Occhietti della Madonna. Passeggiava Maria con il suo figlioletto Gesù nei campi fioriti di primavera, a un tratto il bimbo ebbe sete ma non c'era nessuna fontana nei dintorni. Dentro una bianca e delicata corolla, una goccia di rugiada, brillando alla luce del sole, attirò lo sguardo della Madonna, bastò la goccia a placare la sete del bimbo e l'azzurro degli occhi della Madre Santa rimase per sempre nei petali dell'umile fiorellino. Il nome Veronica è in origine Bernice, dal latino "portare alla vittoria" diventato Berenice, per poi essere trasformato in Veronica, a significare vera icona, nella tradizione cristiana, la donna che asciugando il volto di Gesù ne vide rimasta impressa l'immagine su di un panno di lino e per questo tale genere di piantine è sempre fiorito durante la Settimana Santa. Nella foto sotto un'altra Veronica con la quale facilmente confusa, la Veronica persica Veronica Persica - foto di Actaplantarum Un'altra Veronica, la Veronica officinalis, con fiori che variano dal bianco al rosa, dal lilla all'azzurro, ebbe un grande successo in anni passati, chiamata Tè svizzero, per l'abitudine di usarla in tisana, le erano riconosciute grandi proprietà, sia per le affezioni respiratorie che per l'effetto che ha sull'intestino. Nonostante siano entrambe commestibili non ne ho mai fatto uso in cucina. Spesso la Veronica è confusa con il Nontiscordardime, il Myosotis alpestris, o con l'Edera terrestre, la Glechoma hederacea. Immagini tratte da -Questi nostri Fiori- ed. Capitol Oltre alle evidenti differenze botaniche, i petali degli Occhietti della Madonna, più delicati, cadono quasi immediatamente dopo la raccolta, e comunque scoloriscono, se fatto un mazzetto si cerca di conservarli a bagno. Tornando alle mie nozze, quel giorno non caddero i petali, il mazzolino durò tutto il giorno, fino a che, come da tradizione lo passai ad un'amica. Qual'è il tuo fiore preferito? Qualsiasi fiore, a turno, quando si trova nella stagione giusta -Vita Sackville West - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- FIOR DI MIMOSA
Ogni anno, mentre scopro che Febbraio È sensitivo e, per pudore, torbido, Con minuto fiorire, gialla irrompe La mimosa. G. Ungaretti Inutile aspettare marzo per parlare di mimosa. Lo strano inverno tiepido di quest'anno l'ha fatta fiorire in riviera già da15 giorni, se non più, appena passato Natale già sembrava primavera con tutto quel giallo profumato ovunque. Perché scriverne in un blog di erbe commestibili? perché la mimosa lo è, come già ho ricordato qui >>> Fior d'acacia, glicine e maggiociondolo molto più della Robinia chiamata a sproposito acacia, ma chissà perché l'ho sempre vista usare molto meno in cucina. Una confusione fra le due piante, anzi tre: l'Acacia quella a fiori bianchi a grappolo, che non è un'acacia ma una Robinia e la Mimosa gialla che non è una Mimosa ma un'Acacia e la vera mimosa sarebbe quella a fiori tipo piumino rosa, l'Albizia. Perché Mimosa sarebbe solo un genere botanico di piante con la caratteristica di contrarre le foglie se toccate. In casa abbiamo sempre chiamato la mimosa comune gialla Gaggìa e ho poi scoperto che questa è un'altra ancora, l’Acacia farnesiana, con fiori gialli più grandi e profumo simile più intenso, così tanto per complicare ancora di più, anche se mia madre, venendo di moda il rametto di mimosa per la festa della donna, si ostinava a dire "non è la vera gaggìa", ma sono dovuti passare anni di letture prima che capissi. In comune hanno la famiglia botanica delle Fabaceae, e ce ne sarebbero altre ... Già m’accoglieva, in quelle ore bruciate sotto ombrello di trine, una mimosa, che fiorì la mia casa ai dì d’estate, coi suoi pennacchi di color di rosa ... Le mie piante - G.Pascoli Fatta un minimo di chiarezza, si fa per dire, parliamo dell'uso in cucina. Importante: è commestibile solo il fiore, le foglie meglio di no. non usare nelle pietanze fiori di fioristi imbevuti di sostanze chimiche per mantenere il fiore, concimi ecc. non usare fiori raccolti ai bordi delle strade trafficate Esistono diversi piatti con il termine mimosa nel nome, la più famosa la Torta Mimosa, un pan di Spagna sbriciolato per avere l'effetto fiori, o l'Insalata Mimosa a base di patate, pesce e tuorlo d'uovo sbriciolato, forse in origine preparati proprio con i fiori della Mimosa e poi abbandonati per poter preparare questi piatti tutto l'anno. A parte le onnipresenti frittelle, possono essere usati per decorare, accompagnare asparagi o verdure ripassati in padella, insaporire un burro per condire dei tagliolini sfiziosi, aggiunti all'ultimo ad un risotto al parmigiano, o usati con tutta la fantasia che si vuole, tenendo presente che a tutti può non essere gradito il gusto dolce, che ricorda un po' la camomilla, il retrogusto leggermente amaro e il profumo molto aromatico che trasmette al piatto. È necessario usare fiori freschissimi e accertarsi delle eventuali allergie dei commensali, io per esempio non posso usarli, se non per piccole decorazioni. Il profumo cambia con il passare dei giorni e ancora più intenso è quella della suddetta Gaggìa se si pensa che in Sicilia venivano usati mazzi di questo fiore per confondere i sensi delle ragazze per far all'amore, gli Arabi preferivano stordirle con il gelsomino. La storia della mimosa scelta per la festa della donna l'otto marzo ha origini più semplici e innocue. Teresa Mattei insieme a Rita Montagnana e Teresa Noce, decisero per questo fiore perché pareva un fiore povero, presente ovunque, facilmente e gratuitamente recuperabile nelle campagne, ma la storia della festa della Donna già l'ho raccontata qui>>>Donna Tra le proprietà insospettabili della mimosa ci sono quelle degli oli essenziali ricavati dai fiori, specie dell'Acacia farnesiana e usati in profumeria, oleoliti anche fatti anche in casa con fiori e corteccia che hanno qualità elasticizzanti per le pelli mature. Basta mettere un pugno di fiori in un barattolo coperti di olio, meglio di mandorla o di jojoba o di sesamo, e lasciare coperto da una garza, per una ventina di giorni massimo un mese, meglio riposta al buio sopra una mensola in alto dove arriva il calore di un termosifone, per esempio. Quest'anno ho deciso di fare un oleolito misto di fiori di calicanto e di mimosa per poi confezionarmi una crema da notte. Il metodo più semplice per farsi una crema è descritto qui >>>Calendula Fiorrancio Non uso conservanti di nessun genere, perché ne faccio poca e vado da un fiore all'altro cambiando a secondo quello che mi offre la stagione, finita mimosa e calicanto ci sarà il lillà. Molte proprietà sono nella corteccia usata da tempi antichi ma non ho esperienze personali in merito da raccontare. Ho letto di utilizzi per la pelle, per cicatrizzare le ferite e altro, ma preferisco il consiglio di un esperto erborista, anche perché si è visto c'è acacia e acacia. Ricca di tannini è usata anche per colorare stoffe. E infine nominata nella Bibbia in vari passaggi, quando nell'Esodo per la costruzione dell'Arca dell'Alleanza dove erano custodite le Tavole della Legge si nomina l'acacia, si intende proprio quello di una varietà di mimosa. 1 Bezaleel fece l'arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. 2 La rivestì d'oro puro, dentro e fuori. Le fece intorno un bordo d'oro. 3 Fuse per essa quattro anelli d'oro e li fissò ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull'altro. 4 Fece stanghe di legno di acacia e le rivestì d'oro. Dal libro dell'Esodo 37, 1-5 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











