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- LE MIE ERBETTE SOSPETTE, del perché non raccolgo alcune piante e come non confonderle
Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto Paracelso Spesso durante gli incontri dell' Associazione (qui>>>) mi viene chiesto della possibilità di confondere le piante commestibili con con piante pericolose per una eventuale tossicità e così questo post è dedicato, come sempre, agli insegnamenti che mi sono stati tramandati. Desidero anticipare che in casa c'è sempre stata una particolare attenzione nell'evitare qualunque cosa potesse anche minimamente nuocere, non siamo mai state persone portate al rischio, almeno per quello che riguarda l'alimentazione. Così parlerò di piante comunemente raccolte e usate da molte persone e del mio personale pensiero al proposito e di come, con qualche informazione, ho capito da cosa derivava la diffidenza nel raccoglierle in famiglia. La mia opinione in proposito è che una volta, e io ho l'età per ricordarmelo, le campagne erano pulitissime, tutto era tagliato e qualunque filo d'erba veniva usato per l'alimentazione umana e animale. Le infestanti erano mantenute, manualmente, sotto controllo dai contadini, specie in una regione come la mia, la Liguria, dove ogni granello di terra era utile. Va da sé che in condizioni particolari, di povertà, di carestia, di tempi di guerra, di difficoltà di reperimento del cibo, tutto veniva raccolto. Una condizione che fortunatamente non è più presente oggi e che ci permette di scegliere con più attenzione cosa raccogliere e cosa no. È anche il caso di ricordare che con la cottura, parte delle sostanze che potrebbero essere dannose, finiscono nell'acqua ed è da qui che trae il nome di Prebuggiun (qui>>>) il nostro misto ligure, da pre - bogîo, cioè prima bollito, proprio perché se qualche erba veniva confusa e raccolta, nell'acqua andava persa molta della pericolosità. Così come non siamo più noi come i nostri progenitori, che se non sopravvivevano a malattie che oggi vengono debellate con facilità, non avevano però gli organi sovraffaticati dalla digestione di medicinali da noi assunti quasi quotidianamente, sconosciuti fino al secolo scorso. E mi fa piacere qui ricordare che le erbe commestibili se pur selvatiche, godono della coltivazioni del terreno e che proprio l'abbandono delle campagne ne sta favorendo la scomparsa, lasciando campo a specie più robuste e che sopravvivono in condizioni di siccità o gelo o con una rapida propagazione che soffoca i terreni. Inizio dalla più comune, innocua e banale, la Hyoseris radiata: È questa un'erba molto comune, almeno nel territorio che frequento in Liguria, e da molti usata perché commestibilissima. Ora commestibile però non vuole dire anche appetibile, cioè con un gusto gradevole, il suo nome deriva dal greco e significa "cicoria da porci" per l'odore e il gusto e di fatto è un'erba foraggera, quindi non ho altro da dire se non che non mi piace e che negli anni le anziane raccoglitrici che ho frequentato, la prima cosa che mi dicevano, come test, per vedere se me ne intendevo: - Into prebuggiun Tagianette ninte, però!- In un buon "Prebuggiun"(qui>>>) Tagiainette niente. Tagiainette è il nome con il quale è conosciuta quest'erba nella mia zona, forse perché riconoscibile dalla foglia stretta molto incisa, di un bel verde brillante, chiamata anche Denti de conìggio, Trinette o Lucertolina. Facilmente confusa con il Tarassaco (qui>>), il fiore giallo simile, ma non uguale, non succede niente se sbagliando se ne aggiunge al misto, se poi il gusto piace ognuno è libero di mescolare come crede. Come si nota benissimo la differenza fra Hyoseris e Tarassaco è ben visibile, la foglia sotto di Tarassaco ha i caratteristici denti di leone che ne danno il nome volgare. Un'altra erba molto usata è il Favagello, Ranunculus ficaria ora Ficaria verna. Il nome scientifico usato fino a poco tempo fa ne denunciava l'evidente somiglianza e appartenenza alla famiglia dei Ranuncoli, tutti tossici, a volte anche per contatto. I nostri vecchi sapevano che la pianta diventava più tossica con la presenza del fiore e quindi veniva raccolta prima della fioritura. Ce lo ricordiamo ancora oggi? Non so... ad ogni modo in casa mia non si è mai usata, ne prima ne dopo, e la sua tossicità è confermata scientificamente. L'unica pianta con la quale potrebbe essere confuso è la viola mammola per una certa somiglianza nella forma della foglia, che ne differisce però per colore, consistenza e sopratutto per un sottile segno scuro che la attraversa. Nella foto qui sotto si vedono le prime tre foglie di Favagello, l'ultima a destra è di Viola Le piante del genere Rumex. Sono presenti e usate diverse varietà di Romice, una, la più facile la Rumex acetosa, chiamata Pane e Vino per il sapore acidulo delle foglie, veniva masticata cruda dai ragazzi, a pastore con pecore e mucche, quasi per gioco, quando i divertimenti erano davvero da inventare. Quando la piantina è giovane è facilmente confusa con l'Aspraggine (qui>>>) ma i tratti inconfondibili di quest'ultima (peli e pustoline che le Rumex non hanno) non lasciano dubbi, o con una possibile bietola selvatica, basta assaggiarne un pochino per accorgersi della differenza, la bietola è dolce quanto è agra l'altra. pianta di Bietola e di Romice a confronto Sono tante le piante del genere Rumex, molto comuni, usatissime dai tempi antichi, romani, greci, egiziani, le mangiavano comunemente e non è il caso di illustrarle tutte qui, con un po' di pratica si riconoscono, spesso hanno foglie lanceolate, crespe, e i lunghi steli florali senza foglie che non sembrano fiori. Il problema qual'è? Almeno per me L'alta presenza di ossalati possono causare problemi a stomaco e reni, e in dose eccessiva è pericolosa anche per gli animali che la brucano. Inoltre non è compatibile con alcuni tipi di metalli e va cotta solo in recipienti di acciaio inossidabile o vetro ed ha problemi anche con la bollitura in certe acque minerali ... Un'anziana signora in Val d'Aosta mi raccomandò di farla bollire tre volte buttando via l'acqua prima di mangiarla. Sono informazioni utili nel caso dovessi trovarmi in un periodo di carestia tale da costringermi a farne uso... Di molte erbe comuni abbiamo imparato a gestire l'eventuale tossicità per il particolare gusto e aroma insostituibile. Infatti se non mangeremmo un'insalata di solo prezzemolo o non ci prepariamo un tè di prezzemolo un motivo ci sarà. Il prezzemolo è sicuramente pericoloso in grandi quantità, è della stessa famiglia della Cicuta, e di altre ugualmente tossiche. Resta ferrea la regola di non raccogliere nulla, ma proprio nulla che assomigli al prezzemolo nelle nostre escursioni nei prati, perché anche se dovessimo imbatterci in piantine di cerfoglio dei prati o anche di carota selvatica meglio non rischiare. Conium maculatum Questa foto l'ho scattata in Francia in un giardino erbario, a luglio, e per questo motivo il colore è giallino ma è evidente la somiglianza con il prezzemolo. Se anche è vero che il gambo della Cicuta è macchiato e la puzza terribile, ricordo che cerchiamo le piante in primavera quando spuntano e che non esiste un solo tipo di Cicuta. Non si deve nemmeno cadere nell'errore di credere che non sia così comune come invece è in tutta Italia fino a 1400mt Al sopraggiungere della primavera alcune persone vanno in caccia di punte di Vitalba per fare frittate e altro. È la Clematis vitalba una vera e propria liana, infestante, responsabile del progressivo soffocamento dei nostri boschi e prati, dove l'abbandono dell'uomo è più evidente -Vit come rampicante e -Alba come il bianco dei suoi fiori e sono proprio i suoi fiori, che osservati attentamente ne denunciano l'appartenenza alla famiglia delle Ranuncolacee e quindi la conseguente tossicità. Basterebbe ricordare che era chiamata l'erba dei pezzenti, dai mendicanti usata per provocare ulcere sulla pelle allo scopo di impietosire. Pare che i germogli primaverili fino ad una misura di pochi centimetri abbiano poca tossicità e che sia opportuno comunque far bollire prima di passare ad un eventuale altra preparazione. Ecco, appena mi verrà voglia di andar per erbe con il metro, sarò pronta a raccogliere le cime di Vitalba... In ogni caso difficile da confondere con un' erba da Prebuggiun. Con la Lattuga velenosa, la Lactuca virosa invece ci si può confondere. A primavera le rosette basali appena nate, potrebbero essere scambiate addirittura per le preziose Talegue (qui>>>), la Reichardia picroides, è successo per un attimo anche a me. Un po' per il colore chiaro sul verde salvia, un po' per il terreno dove cresce, per fortuna basta un attimo per ravvedersi. La foglia più sottile e somigliante ad un'insalata e soprattutto l'odore che è veramente sgradevole, il lattice che fuoriesce, sono i principali deterrenti a raccoglierla. Il sapore resta disgustoso. Quando le foglie crescono spesso presentano macchie scure inconfondibili. Un'altra evidente differenza con altre piante è la serie di piccoli aculei lungo la costa centrale nel retro della foglia. Un'altra lattuga selvatica, la Lactuca serriola è ritenuta commestibile da alcuni. Per quanto mi riguarda non mi lancio in riconoscimenti azzardati visto la somiglianza fra le due. Virosa, comunque sta per velenosa e per dire, di entrambe era noto il nome di oppio dei poveri, in quanto il lattice amaro veniva usato come analgesico e anestetico. Le stesse sostanze, ma in concentrazioni minori, sono presenti nella lattuga coltivata che mangiamo come insalata, e i nostri vecchi sapevano come una bella insalata di lattuga alla sera rilassa e favorisce il sonno, salvo per chi ha difficoltà a digerirla, ed essendo ricca di cellulosa ad alcune persone provoca gonfiore. Termino il post con il giochino dell'anno, il cartellone che porto sempre in giro, quando mi accingo a parlare di piante sospette, per dimostrare come: da una fotografia non è possibile l'identificazione dalla fotografia di una parte sola della pianta è impossibile l'identificazione come sbaglia il 90% delle persone che ci prova come è meglio non raccogliere niente che assomigli al prezzemolo come servono tutti i sensi per imparare a riconoscere una pianta: vista, tatto odorato, gusto, e l'udito per ascoltare chi ve le spiega Le piante sono state raccolte da me nello stesso momento e in un prato di pochi metri quadrati c'erano tutte. È solo un gioco, ma nella foto il prezzemolo è solo uno, non importa sapere cosa sono le altre, non sono prezzemolo e questo è quanto serve, ma per sapere qual'è il prezzemolo dovete scrivermi e ve lo dico...😇😂 QUAL' È IL PREZZEMOLO? Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- GIOVEDÌ GNOCCHI
Giovedì gnocchi, Venerdì pesce, Sabato trippa... Perché mai si dirà così... ehh... ehh... c'è sempre una spiegazione a tutto. . Una volta giovedì gnocchi perché venerdì digiuno, e quindi per affrontare una intera giornata di fatica con poco cibo, era necessario premunirsi con qualcosa di calorico e di riempiente. Venerdì magari pesce, ma a volte nelle case dei contadini voleva dire solo un'arringa affumicata e sabato trippa per rifarsi. Proverbi e piatti di estrazione povera, perché in casa di chi poteva il digiuno aveva altre ricette... Infatti gli Gnocchi, qualsivoglia siano fatti, sono economici, qualche patata, un po' di farina, come sempre il valore lo dà il lavoro manuale. La questione patate per gnocchi. È vero ci sono patate più adatte di altre per confezionare degli gnocchi belli e che reggano la cottura ma di tante varietà provate una cosa ho imparato a mie spese tanti anni fa: mai farli con le patate novelle e mai in una giornata uggiosa. Per il resto cottura ad acqua fredda, come già lo dissi: << sotto terra acqua fredda sopra terra acqua calda>>, regola antica, con la buccia, coperte di acqua fredda leggermente salata, possibilmente uno strato solo, sobbollire fino a cottura. Sbucciare e passare fino a che sono calde, importantissimo. Non sbuccio io, perché uso lo schiacciapatate, che ha la sua funzione proprio nel lasciare la buccia, anche se so che tanti non lo usano così, come spesso vedo usare lo spremi aglio che nasce proprio per schiacciare ogni singolo spicchio senza sbucciarlo. L'importante è mettere una patata alla volta, nel disco che pressa resterà attaccata la buccia. Allargate perché raffreddino, l'ideale è il piano di marmo o al massimo di acciaio che raffreddi velocemente le patate, a patate intiepidite, unire senza impastare troppo la farina bianca. La proporzione consigliata è 1 kg. d patate 300gr. di farina e qui è quando vi dico che io non metto l'uovo, perché se le patate sono abbastanza ricche di amido non serve, ma un uovo si può mettere, meglio solo il tuorlo. Comunque meno farina possibile per non alterare il gusto. Impastato che ho, senza rimaneggiare troppo, da un pezzo di pasta, tiro col metodo della coda di topo, da una pallina comincio con una mano a formare il cilindro che poi finisco con due mani, infarinate mi raccomando. Il sistema di formare, con una mano, quella che si può definire una "coda di topo" da un mucchietto, aiuta a definire un cilindro di forma più regolare. Nella foto, si vede la differenza: Dal cilindro regolare, taglio dei tocchetti che possono essere passati: su di una forchetta sul dietro di una grattugia sull'apposito riga gnocchi questo processo è indispensabile per creare negli gnocchi la cavità atta a raccogliere il condimento. È possibile unire all' impasto spezie, pepe, erbe per aromatizzarli, ma i classici sono di sole patate Sollevati con l'aiuto di un tarocco da cucina (una volta con una cartolina), gettati in acqua bollente abbondante salata, quel tanto che tornano a galla e tolti con l'aiuto della schiumarola, in pentola leggera, su fuoco che riporti l'acqua a bollore velocemente, piuttosto cotti pochi alla volta che una grande quantità tutta insieme. Potrebbe succedervi come successe tanti tanti anni fa a me, che calcolando male tempo di lavorazione e tempi di cottura mi ritrovai a servire una indefinibile massa granulosa che rimase immemore ai numerosi invitati di quella umida e calda sera di fine d'agosto. Nonostante questo siamo ancora amici. Fu l'occasione per imparare tutto in una volta le regole auree: mai patate novelle mai in una giornata uggiosa mai tanti tutti assieme mai su di un fuoco e in una pentola inadeguati.... Conditi con quello che si vuole, inutile dire, per noi in Liguria la morte sua è il pesto (qui>>>), ma anche con una buona salsa di pomodoro o perché no ragù. Andrebbero fatti e cotti, massimo una due ore dopo averli fatti. Se proprio non è possibile, conviene gettarli in acqua bollente un attimo, tirarli su immediatamente, raffreddarli allargati su di una teglia, conditi con poco olio evo e al momento di mangiarli, gettati in acqua bollente. Così sbianchiti e freddati possono essere congelati, o conservati nel frigo chiusi in un contenitore fino al giorno dopo. La successiva cottura deve essere particolarmente sorvegliata. Domani è San Valentino e se volete fare un must del momento cercate le patate viola, sono decorative, danno i gnocchi di un bel viola delicato, buoni anche con olio o burro e formaggio, ma senza particolari gusti se non di patate Non ditelo a nessuno ma si possono fare anche con solo zucca e farina, ma non posso raccontare tutto oggi...😂😂😂 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI STRUTTO E DI CICCIOLI
Come più volte ho ribadito, questo mio blog si occupa principalmente di usi e costumi della vita di campagna di una volta, che per fortuna a me è concesso continuare a praticare, finché ce la farò... cerco inoltre di dimostrare come sia possibile alcune cose continuare a farle, anche se non si abita più in campagna, solo per il gusto di farsele. Chi segue sa che gran parte della mia dieta è vegetariana, ho fatto un' Associazione Culturale sulle erbe che mangio (>>>qui), ma non demonizzo e rinnego cose che faccio e che ho visto fare per anni. E in questo periodo di giorni freddi e nebbiosi, di preparazione alle feste, se non questo, si faceva in ogni casa contadina che si rispetti? Parlo ovviamente dell'uccisione del maiale, e di quello che ne consegue. Ora come ora con il mio tipo di vita e la famiglia ridotta a pochissimi elementi (io e la gatta ) non saprei davvero cosa farne di tutto quello che si ricava da un maiale intero, e soprattutto non sopporterei più di conoscere personalmente un maiale, farci amicizia e poi.... ma faccio quelle due o tre cose che uso ogni tanto. Intorno a quella che era una vera festa con la partecipazione di amici e vicini ci sono una miriade di ricette, oggi mi limiterò a parlare dello Strutto e dei Ciccioli o Grascelli come li chiamiamo qui. Si possono fare tranquillamente in casa senza tanto dispendio di energie e costo. Serve il grasso di maiale che è possibile reperire presso un buon macellaio, ne basta anche un chilo o due per provare. Una volta era riservato a questo scopo il grasso meno pregiato, quello che non si poteva trasformare in lardo, più facilmente prelevato nella schiena dell'animale, ancora meno pregiato è quello surrenale il cui nome è sugna, che veniva tenuto così dai contadini per usi meno alimentari tipo ingrassare gli scarponi o gli ingranaggi del trattore o ungere una scottatura o addirittura i piedi, fasciati poi nella lana di pecora non lavata, in caso di costipazioni per far sciogliere il catarro. Non inorridite, si faceva quel che si poteva con quel che si aveva... d'altronde gli antibiotici son solo poco più di 50 anni che li abbiamo tutti a disposizione... Dunque, ottenuto il grasso, fresco, meglio con qualche striscia di carne per avere più ciccioli, non resta che tagliarlo a strisce e macinarlo con un comune tritacarne. Se non si possiede un tritacarne, il grasso va tagliato a cubetti, più piccolo è prima si scioglie. Messo in una pentola, quelle belle di adesso con il fondo pesante, si mette su un fuoco dolce e, se è tritato, in pochi minuti si scioglie, se è a pezzi ci vorrà un po' di più. L'unica accortezza è quella di non farlo friggere, cuocere troppo violentemente, ma solo sciogliere dolcemente, senza coperchio per non formare acqua inutilmente. Si vedranno quasi immediatamente affiorare i pezzettini di carne rimasti tra il grasso che formeranno i ciccioli, dopo un ragionevole lasso di tempo, che varia dalla quantità di grasso iniziale, ma mettete in conto almeno due ore, il grasso sciolto sarà chiarissimo e limpido e i grascelli andati a fondo diventati di un colore dorato. Lo strutto è pronto. Non resta che sistemarlo caldo, filtrandolo con un colino fine, in arbanelle di vetro pulitissime, chiuse come fosse marmellata e messe a testa in giù. Si risolidifica raffreddando, forma una crema morbida e bianca che sarà facile usare nelle ricette che lo prevedono, sia salati che dolci, e che durerà ben conservato anche più di due anni, salvo quando se ne apre un barattolo, a quel punto è meglio tenerlo in frigo. Anche i ciccioli ottenuti vanno spremuti (è sufficiente uno schiacciapatate) per recuperare strutto e per renderli croccanti, si sistemano in un vassoio di cartone si salano leggermente e si conservano così nel loro stesso grasso, ma in frigorifero o meglio porzionati nel freezer. Superfluo ripetere che è un grasso, ma è anche poco utile demonizzarlo, non ha ne più ne meno proprietà ed effetti di qualsiasi altro grasso animale, tipo il burro, con il quale si gioca pochissime calorie di differenza perché nel burro c'è sempre una certa quantità di acqua, anzi lo strutto è uno dei grassi che ha un punto di fumo più alto e quindi più salutare per le fritture... e le fritture nello strutto sono indimenticabili per gusto... Se l'uso dello strutto ormai è limitato anche in casa mia, trovo necessari e indispensabili i grascelli per fare alcune bontà con la farina di mais tipo le chizzoe o fugassin de mega, che vi racconto un'altra volta perché ora è tardi. Nella preparazione dello strutto e dei grascelli non si adoperano contenitori in plastica, impossibile togliere l'unto, mentre per pentole in acciaio e altro, un bel bagno in acqua caldissima dopo funziona bene. Dimenticavo... anche le mani... togliere un così ottimo elemento sgrassandosi con un detersivo che deriva dal petrolio, per poi darsi una crema per le mani che deriva dal petrolio, lo trovo di una scempiaggine infinita, non mettere i guanti mentre si fa la preparazione dello strutto non può che portare benefici alle vostre mani, alla fine un bel risciacquo con acqua calda e succo di limone e le mani saranno morbidissime... non a caso alla base di molte preparazioni galeniche e a tutte quelle casalinghe di pomate c'era e c'è lo strutto...ma dato che non vi ci vedo a spalmarvi i capelli di grasso sciolto per rinforzarli e farli venire lucidi, come facevano le donne che ho conosciuto io un tempo, inutile vi dia la ricetta.... Ah ... presto farò anche il ghee, o burro chiarificato, che ora va così di moda, ma che qui si è sempre fatto quando si aveva un super produzione di latte e nessun frigo o congelatore... buona serata. “Signora Fripp non sapevo che aveste un maiale così bello. Per Natale avrete del lardo squisito!”. “Dio non voglia! (…) Mi fa compagnia. Non potrei separarmi da lui, neppure se non dovessi mai più assaggiare il grasso del bacon”. «Accidenti, si mangerà tutto, anche i vostri risparmi. Come fate a mantenere un maiale, senza ricavarne nulla?”. “Oh, si trova da solo delle radici, e non mi importa rinunciare a qualcosa per darla a lui. Un po’ di compagnia vale bene del cibo e da bere; mi segue e grugnisce quando gli parlo, proprio come un cristiano”. (George Eliot) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- PAN MARTIN
Pan di legno e vin di nugoli ... e chi vuol mugolar mugoli! Periodo intenso in campagna questo, fra le altre cose, arrivano le farine nuove: grano, granoturco e castagne, ma una volta quella di grano veniva più volentieri venduta perché più pregiata e al contadino rimanevano le altre da mescolare con un poco di farina di grano integrale. Opportunamente mischiate grano e castagne danno il Pan Martin, il quale da pane povero che era, è diventato oggi una prelibata leccornia da servire con gli antipasti, o almeno così lo uso io. Vi presto la mia ricetta veloce, essendo questo pane presente in tutti i paesi degli Appennini, saranno almeno mille i modi di prepararlo, e anche i nomi con i quali viene chiamato. In questo caso è chiamato Pan Martin per il periodo, importante nel mondo agricolo di una volta, che gira intorno alla festività di San Martino dove appunto arrivavano le prime castagne secche al mulino, si spillava il vino nuovo e i contratti tra proprietari, mezzadri e affittuari se non venivano rinnovati proprio in questi giorni, costringevano questi ultimi ad approfittare dell'estate di San Martino per traslocare e cercare un altro posto dove vivere... ma torniamo al pane Tre farine, di grano integrale, di castagne e manitoba in proporzioni uguali. Si può ovviamente cambiare la proporzione della farina di castagne a secondo di quanto lo si vuole gustoso e si può mettere solo farina bianca, ma a me piace il gusto che da l'integrale, la manitoba la metto sperando che aiuti a lievitare. A 200 gr. di farina integrale, 200gr di farina di castagne e 200gr. di farina manitoba mescolate in una ciotola, aggiungo una bustina di lievito secco e due cucchiaini di zucchero. Uso il lievito secco perché è più pratico e sempre pronto, in questo periodo non riesco a mantenermi il lievito madre, ma in commercio esiste in tutti i supermercati un lievito secco con l'aggiunta di lievito madre, dipende da quanto tempo ho, ma si può usare mezzo cubetto di lievito di birra. Impasto a mano o con la planetaria con mezzo bicchiere di acqua tiepida o fino ad ottenere un impasto morbido. Verso la fine aggiungo una manciata di noci grossolanamente tritate, due cucchiai di olio evo e un bel cucchiaino di sale. Si possono omettere le noci, e si può sostituire l'olio con il burro. In alcuni luoghi aggiungono un dieci per cento di patate bollite e schiacciate. Formo una palla direttamente sulla placca e metto a lievitare nel forno spento con la luce accesa. Occorre avere pazienza, non parte subito e comunque non è un pane che verrà mai molto alveolato o molto alto. Passate all'incirca due ore, se ho usato un comune lievito secco o il lievito di birra fresco, più o meno sarà così, pratico un taglio a croce e inforno a 200° per 40 minuti circa fino che non avrà un bel colore bruno. Ve lo dico: crea dipendenza e la morte sua è con una fettina di lardo e una goccia di miele, o in generale con tutti i salumi, ma anche con ricotta e formaggi o ancora se voglio stupire con la Mia Prescinsêua(qui>>>) fatta al momento sotto gli occhi degli ospiti e ovviamente un bicchiere di vino novello. È diventato per me irrinunciabile negli incontri con gli amici, nei buffet degli antipasti delle cene nelle prossime feste, pratico perché si può preparare anche qualche giorno prima e tostare all'ultimo minuto... provare per credere! Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- ERBA DELLA MADONNA
Quasi a richiesta, mi ritrovo a parlare di questa erba che ancora qualcuno conosce. Ne avevo già fatto cenno in Fiori antichi dei miei giardini spariti (qui>>>) dove nostalgicamente parlavo dei giardini di una volta dove anche i fiori avevano una ragione di essere e un uso non solo decorativo. Mi sono ritrovata a parlarne con una coetanea dei miei figli, che chiedendomene il nome e se la conoscevo, mi ha raccontato come fosse preziosa e intoccabile nel giardino dei suoi genitori e avrebbe voluto sapere se era vero tutto quello che le era stato tramandato, compreso il rispetto nel conservarla accuratamente. In queste zone, ora spariti gli anziani, dimenticate le proprietà, i giardini diventati parcheggi di cemento, resiste vicino ai rustici abbandonati o di chi la conserva gelosamente. Sto parlando del Sedum Telephium, aggiornato scientificamente con il nome completo di Hylotelephium telephium (L.) Holub. Qui, alta Val di Vara, Liguria, semplicemente come Erba da Calli o anche Erba della Madonna, da alcuni Erba di San Giovanni, creando pericolose confusioni con l'Iperico (qui>>>) . Come Erba da Calli l'ho conosciuta io e le sue foglie grasse, opportunamente spellate, moderatamente pestate, vengono messe sui calli per favorirne la rimozione. So pure di qualcuno che faceva cuocere dette foglie in burro o olio per fare una specie di crema. Tutto il mio sapere si sarebbe fermato a questo uso o al massimo a quello di favorire, sempre mettendone una foglia spellata sopra, la fuoriuscita di una spina, o di una scheggia, far maturare un foruncolo o a quello di guarire un giradito, se non mi fossi imbattuta tempo fa in un articolo che parlava dell'esperienza di Sergio Balatri come medico di guardia all'Ospedale di San Giovanni di Dio. Potrei raccontarvela io, ma chi meglio di lui e con le parole sue? e voi, forse, rimarrete senza parole ... Qui troverete, gratis, il pdf con il suo racconto e non mi sento di aggiungere altro http://www.societabotanicaitaliana.it/uploaded/1794.pdf Nel mio giardino c'è, resistente ai geli, svanisce nell'inverno, per rispuntare con le sue rosette di foglie grasse e i suoi fiori rosa abbelliscono l'aiuola quando in piena estate gli altri fiori per il caldo vanno diminuendo. Sparisce con il freddo intenso ma ritorna con la primavera, facilissima da coltivare, in America o giardinieri la chiamano Stonecrop, perché solo le pietre hanno bisogno di meno cure, e ancora più facile da propagare, un po' come tutte le piante grasse, basta un rametto regalato e messo nella terra. Non è raro incontrarla nei sentieri e nei poggi, sfuggita ai giardini, almeno da queste parti, anche se alcuni volumi non la danno presente, posso garantire che c'è. Ne esiste anche una varietà a fiori bianchi, che però io non ho mai visto. Ho letto da qualche parte che è possibile conservare le foglie spellate in congelatore, un po' come si fa con l'Aloe, alla quale tutto sommato un po' la somiglio per l'uso, come se la Natura, a noi che abitiamo dove l'Aloe non cresce, avesse voluto dare qualcosa ugualmente. Buona Pasqua. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- ERBANDO, LUOGO DELL'ANIMA
"Il sogno è l'infinita ombra del vero" - Alexandros, G.Pascoli - NON PER TUTTI, ASTENERSI REALISTI DISINCANTATI Erbando è un luogo immaginario, quello dove vorresti abitare, vivere vagando per prati fioriti a raccogliere erbe e essenze, con sottofondo di cinguettii di uccelli e svolazzar di farfalle ... Un cane e un gatto per compagnia, un cielo sereno e un tepore primaverile, erbe da seccare, tanta marmellata e sciroppo da fare, amici che ti vengono a trovare, una tisana calda da sorseggiare. Se chiudi gli occhi lo vedi, senti il profumo di erbe e fiori ... La porta non c'è, può entrare chiunque e chiunque può venire a raccogliere con me, possiamo insieme chiacchierare di come si fa questo sciroppo o questa marmellata, ma anche di come si seccano per bene le erbe. A Erbando vige la serenità per decreto e non potrebbe essere altrimenti visto dove si trova, nel mondo dei sogni, in via della letizia. Ma "Se puoi sognarlo puoi farlo" così Erbando nelle giornate di Venerdì 7 giugno, Sabato 8 domenica 9 Lunedì 10 Martedì 11 Mercoledì 12 e poi Martedì 18, Mercoledì 19 Giovedì 20 è contento di accompagnarvi nel suo sogno. Chi ha voglia di una passeggiata tra i campi e i fiori, chi vuole fare un'oculata raccolta di quello che serve, chi vuole riconoscere un'erba può raggiungermi e insieme entreremo nella pace e nella serenità della valle. A breve apriranno le corolle achillea, iperico, elicriso, è il momento del biancospino, c'è ancora tanto sambuco, rose, poligala e poi si vedrà cosa c'è, anche le piante del prebuggiun da riconoscere fiorite. È necessario solo un abbigliamento e scarpe adatte, un cestino, la consapevolezza di entrare con discrezione in un sogno, e un pomeriggio libero. Contattami su wsapp al 3486930662 se vuoi sognare con me. Accetterò solo un piccolo contributo per l'Associazione. VENERDÌ 14, SABATO 15, DOMENICA 16 ERBANDO sarà al CARDINI CRITICAL WINE Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DEL TIMO E DEL SERPILLO
Una pianta dove trovare cibo, per le api, è il timo. (Aristotele) Esistono diverse varietà di Timo, dal fiore bianco a rosa, tutte riconoscibili per il profumo che si differenzia da Origano (qui>>>), Maggiorana (qui>>>) anche se simili. Qui a 800mt, non cresce il Timo, quello che si vede normalmente sulle coste mediterranee, dalle foglie più strette, il colore chiaro, che forma cuscini robusti e profumatissimi in piccole praterie color rosa vicino al mare, o sui pendii aridi della macchia mediterranea, quello mi riservo di raccoglierlo quando scendo al mare. Qui da me cresce il Serpillo, così chiamato per l'aspetto strisciante, le foglie più arrotondate, più scure, ma ugualmente profumatissimo, anzi con odori diversi secondo la zona dove nasce. Cresce a piccoli cespugli semi nascosto nei poggi, fra l'erba, lo si nota più facilmente quando è fiorito, in quanto gli steli si alzano di venti - trenta di cm dalla parte strisciante, per fiorire. In realtà dal punto di vista botanico pare che il vero Thymus serpyllum L. in Italia non ci sia, se non forse in Sicilia, che il nostro sia Thymus pulegioides L., comunemente chiamato Serpillo, ma come al solito io non entro nelle complicate diatribe scientifiche. Andandone in cerca, conviene annusarlo prima, per scegliere quello che piace di più, più somiglia al classico Timo e meglio è, ma potrà avere sentore di origano fino ad arrivare all'odore di limone, tanto come se ne potrà trovare profumato pochissimo. Entrambi sono fra le erbe aromatiche più usate in cucina, spesso con le carni, ma anche con il pesce. Il suo uso non si limita a arrosti, stufati, o ad aromatizzare burri, formaggi e salse varie, le sue proprietà antisettiche e antibatteriche, comprovate oggi scientificamente, ne facevano un prezioso alleato quando non esistevano frigoriferi e di queste proprietà sembra sia più ricco proprio il Serpillo e se bruciato i suoi fumi disinfettano l'ambiente. Per le stesse virtù è utile un rametto nella tisana per i malanni di stagione, un tempo l'infuso di Serpillo era chiamato il Tè della pastora, pare serva anche per risolvere un'ubriacatura oltre a favorire la digestione, ma anche per fare i gargarismi per un mal di gola, prezioso nei suffumigi insieme a Elicriso (qui>>>) o al Rosmarino (qui>>>) o anche da solo. Era ingrediente obbligatorio del famoso Aceto dei quattro ladri (qui>>>) insieme a Salvia (qui>>>) e Rosmarino, trovate la ricetta qui>>> Ma il suo nome deriva dal greco, e significherebbe forza, coraggio, tanto che i soldati lo odoravano e si ungevano con l'olio essenziale prima di andare in battaglia perché infondesse loro l'audacia per il combattimento. Così un mazzetto oltre a disinfettare l'acqua del bagno o quella del pediluvio rinvigorisce e toglie stanchezza. Un tempo intrecciare una coroncina di Timo e metterla in testa serviva ad alleviare il mal di capo. - la mia riserva di Timo in Puglia - (Thymus capitatus -Thymbra capitata) Discorso diverso, come per tante erbe, l'uso dell'olio essenziale talmente ricco di qualità, da non poter essere assunto con leggerezza. In Gran Bretagna è considerato l'erba delle fate e ne è consigliato l'uso nei giardini, nei sentieri essendo un erba calpestabile. Un sentiero di Timo Serpillo o Timo Volgare sarà apprezzatissimo dalle api, la pianta è fra le mellifere per eccellenza. ... le molte ghirlande di viole e rose che a me vicina, sul grembo intrecciasti col timo ... - Saffo, VII- VI secolo a.C. - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- PROFUMO DI TARAS, IL MIRTO
…e coglierò voi, allori e mirti che crescete vicini, perché così disposti mischiate soavi profumi. Virgilio, Ecloga Tornata dalla sempre troppo breve vacanza tarantina, dedico poche righe e quel poco che so alle erbe che ho imparato a riconoscere quando mi reco laggiù. Qualche anno fa questa terra mi ha accolta come una seconda madre, le straordinarie similitudini che ho trovato lì con la mia pur amatissima Liguria mi hanno fatto sentire subito a casa e così mi sento ogni volta che torno. In questi anni ho potuto apprezzare le erbe selvatiche di campo che anche in Puglia usano ovunque, e oh! guarda caso ... le stesse del nostro Prebuggiun (qui>>>) le ho trovate, raccolte e cucinate alla maniera del sud. Ho imparato a usare il Mirto, ad andar per Capperi, a trovare Elicriso (qui>>>) e Timo(qui>>>) anche qui, la Malva (qui>>>) quasi sempre Arborea, alta anche un metro e mezzo, riconoscere il Finocchio dalla Ferula, apprezzare l'elegante fioritura dei prati di Asfodelo, ammirare gli spazi infiniti coperti di Calendula(qui>>>) scoprire il Lentisco, ho persino trovato l'Iperico (qui>>>)che nasce qui l'Hypericum triquetrifolium. Quest'anno una cara persona mi ha regalato una pianta di Mirto Tarantino, Myrtus communis subsp. tarentina, che sono riuscita a far arrivare sana e salva fra i miei monti e questo inverno trasferirò in riviera. Caratteristica di questa originale varietà di Mirto, sono le foglie piccole, fino a 6 mm., probabilmente per offrire meno superficie al caldo, stessa ragione per l'intenso lucido del verde della superficie di queste, che come uno specchio riflette indietro la luce solare, così da essere verde anche nelle estati più torride. Sul litorale tarantino cresce in grande quantità pure il Myrtus communis, presente lungo tutte le coste mediterranee, che tutti credono pianta esclusiva della Sardegna, ma non è così. È il liquore una prerogativa sarda, non la pianta, tanto che con la parola Mirto in Sardegna si identifica il liquore, peraltro con denominazione ministeriale riconosciuta. Storia affascinante quella del Mirto, pur se si hanno notizie da prima, si racconta che gli Spartani emigrati sulle sponde dello Ionio portarono appresso un rametto di Mirto, pianta da sempre sacra e dedicata sia al mondo dei vivi, simbolo di amore coniugale e anche di vittoria, che a quello dei morti. Dioniso donò al re degli Inferi, Ade, piante di Mirto per riavere indietro la madre Semele, morta folgorata per avere visto l'amante Zeus, ma cespugli di Mirto abbondano nel mondo dei beati amati da Dio, i Campi Elisi, per questo spesso si vedono piante di mirto vicino alle tombe, ma anche piantate vicino a casa per allontanare invidia e malignità e donare serenità. Pianta dedicata a Venere che se ne adornò uscendo dal mare, fuggendo in un bosco di Mirti, e simbolo di Roma che pare nacque fra due piante di Mirto. La religione cristiana rappresenta nel bianco fiore del Mirto la Verginità di Maria, nei dipinti spesso San Giuseppe ne tiene fra le mani un ramo per significare l'unione verginale con essa. Tutto ciò probabilmente per le grandi doti curative di questo arbusto, l'olio essenziale il mirtolo, combatteva le febbri malariche come il chinino. Espettorante, antibatterico, balsamico, astringente, cura la diarrea, la cistite, le infezioni genitali, e impedisce la caduta dei capelli! In infuso, nel vino, in liquore, le bacche, le foglie ... dai fiori si estrae l' Acqua d'oro, tanto è pregiata. L'infuso, 15gr di foglie e un po' di corteccia, è efficace contro la psoriasi e la sinusite. Meglio dell'eucalipto l'essenza bruciata come prevenzione per le affezioni delle vie respiratore, e ancora usata nella fabbricazione di saponi per l'intensa fragranza e come aromatizzante del tè. Per ultimo gli usi in cucina, oltre al liquore con le bacche, foglie e bacche ovunque. Ho imparato a fare arrosti al mirto, pollo al mirto, pesce al mirto, coniglio al mirto e meglio di tutto maiale al mirto, aggiungendo semplicemente le bacche in cottura. Ma i fiori nella macedonia di frutta, vogliamo dirlo? Una curiosità: l' originale mortadella, che era ben diversa da quella di oggi, ma pur sempre una specie di salsiccia, il Myrtatum, deve il suo nome al Mirto con il quale condivano le carni da insaccare gli antichi romani. Potrei continuare a iosa sugli usi del Mirto... dai rametti nei cassetti a profumare la biancheria, al suo legno usato per la fabbricazione di manici di ombrello e altri oggetti di fine tornitura... ma è meglio che scriva la ricetta del liquore di Mirto: Tra novembre e dicembre le bacche mature di Mirto, diventate blu, si coprono di pruina, una patina biancastra che le protegge dal sole evitando la disidratazione. Questo è il momento giusto per raccogliere. L'unico sistema è a mano, aiutandosi con un "pettine", l'attrezzo con i quali si raccolgono anche i mirtilli e altra frutta 1 Kg di bacche di mirto, pulite e asciutte, messe a macerare 40 giorni in un litro di alcool da liquori a 90°95°per 40 giorni, bene immerse. Passato il tempo, preparare uno sciroppo di zucchero nella proporzione di 1,5 litri di acqua per 600 gr. di zucchero, ma si può arrivare anche a 2 litri secondo la gradazione alcolica che si vuole ottenere e la maturazione delle bacche. Pressare, non esageratamente, per non avere troppo gusto tannino, le bacche macerate ed estrarre più succo possibile. Filtrare e unire lo sciroppo. Come sempre sarebbe meglio non bere subito e imbottigliare in bottiglie più piccole dopo qualche giorno, quando sciroppo ed estratto si sono amalgamati per bene. Per chi volesse saperlo non esiste la varietà di Mirto Bianco, bensì il liquore chiamato così è ottenuto con le infiorescenze e le foglie o le bacche che mancano di pigmentazione. Non finisce qui, ho ancora tante cose da dire sulle erbe di Puglia, potrei mai non parlare di Fave e Cicoria? ... Una brezza lieve dal cielo azzurro spira, Il mirto è immobile, alto è l’alloro! Lo conosci tu? Laggiù! Laggiù! O amato mio, con te vorrei andare! ... Goethe, 1795 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DEL MANDÌLLO DA GRÓPPO e di quando si viveva senza plastica ...
“Quella umana è l'unica specie al mondo ad aver inquinato la Terra ed è l'unica che può ripulirla.” Dennis Weaver Si fa un gran parlare ultimamente in senso dispregiativo di plastica, e in realtà l'uomo ha vissuto fino al secolo scorso senza conoscerla. Sono talmente vecchia (o no? è il mondo che è cambiato in fretta?) da ricordarmi i negozi di alimentari che vendevano pasta, farina, zucchero, sale, addirittura la salsa di pomodoro super concentrata, non confezionati. Anni fa, in occasione della mia Mostra sulle Donne, nel tentativo di rappresentare la spesa di una volta, mi aiutò una vecchia bezagnìnn-a, per riprodurre la chiusura dei pacchetti di carta, nessuno sa più farlo, non riuscivo più nemmeno io. Bezagnìn, Bezagnìnn-a, è il termine dialettale con il quale si identificavano i venditori specialmente di ortaggi, da Bisagno, in quanto le verdure venivano coltivate nelle paludi del fiume tra i quartieri genovesi di Marassi e San Fruttuoso, che brulicavano di mercati ortofrutticoli. Termine facilmente passato ai piccoli negozi di alimentari che oltre alla verdura vendevano appunto pasta, zucchero e altro sfusi. Mi sono soffermata su questa parola perché credo siano trent'anni che non la sento e non so in quanti ancora la pronuncino. Dunque si comperavano cose che venivano confezionate in carta, specie quella detta pappê mattu, introvabile oggi, una sorta di carta di scarto, la carta straccia: Carta di cattiva qualità, senza colla fatta di cenci più ordinari e d'ogni fibra vegetale, che non è acconcia a scrivervi ma sì a fare viluppi, così la definisce il dizionario antico genovese e non siamo nemmeno morti nessuno per gli alimentari avviluppati in codesta carta ... il macellaio aveva la carta paglia , appena più resistente dell'altra. Latte, vino, aceto si portavano le bottiglie o i fiaschi vuoti, e poi? E poi tutto nel Mandìllo, il Mandìllo da Gróppo, il fazzoletto, un quadrato di stoffa resistente, di buon cotone, quasi sempre a fantasia tipo madras, solitamente blu o grigio. Si poteva mettere intorno al collo, in testa, non pesava come il cavagno da portare vuoto all'andata e con l'aiuto di qualche nodo diventava una comoda sporta. Niente ci vieta anche al giorno d'oggi di portarci appresso un così comodo oggetto. Non mi soffermo sul modo più elementare di fare un fagotto annodando le cocche incrociate, preferisco mostrare altre soluzioni a mio modo di vedere molto carine. Questa borsa in foto è realizzata con un Mandìllo antico, originale. In qualche negozio di buona merceria si trovano ancora, ma possono essere usati tutti quei fazzoletti anche di seta che tanto erano di moda qualche decennio fa, o qualunque pezzo di stoffa quadrato. É molto semplice da realizzare. Sistemate gli oggetti al centro annodare come nelle foto. Un'altra versione semplicissima per una borsa a tracolla. piegare a triangolo Annodare da entrambi i lati Rivoltare sistemando le cocche annodate all'interno Annodare i restanti angoli per ottenere le maniglie da usare come tracolla In tutto il mondo orientale sono famosi i fazzoletti da trasformare in borse, in Corea sono chiamati genericamente Pojagi, ma è il Giappone che è specializzato nel confezionare tutto dentro a un quadrato di tessuto, per ogni tipo di oggetto, regalo, c'è il nome e una stoffa, la tecnica si chiama più o meno Furoshiki. Si trovano in rete centinaia di video su diversi modi di annodare un quadrato di stoffa e trasformarlo in borsa o anche zaino che si riferiscono a questo metodo. Se serve una borsetta per una cerimonia, magari dello stesso tessuto dell'abito, con un minimo di manici, si possono ottenere oggetti carinissimi. Mandìllo è termine mescolato tra il latino Mantellum, il greco Mandilion, l'arabo Mindilun, che in sostanza significano tutte più o meno quadrato di stoffa. Da Mandìllo è derivato Mandillä, parola che un tempo aveva il significato di borsaiolo, piccolo ladro, forse perché nella borsa stavano i fazzoletti o perché con velocità un ladro raccoglieva la refurtiva nel grande fazzoletto per scappare. Qui, l'unico posto dove ho sentito regolarmente usare questo vocabolo fino a qualche anno fa, si appellavano Mandillå i giovanotti che si riunivano "in mandria" per andare ai balli, fare scherzi, corteggiare le ragazze, magari bevendo qualche bicchiere di vino, suonando la fisarmonica e finire con laute mangiate allegramente. Dal fazzoletto annodato al collo, tipico dei contadini una volta, è derivata la cravatta. t'æ ciû musse che mandíli , mandilli no ti n'æ , t'æ ciû musse che dinæ "hai più pretese che fazzoletti, fazzoletti non ne hai, hai più pretese che soldi" - detto ligure - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. 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- IL FAVAGELLO 🔴
Dopo aver scritto di tante erbe che raccolgo, mi sembra giusto inserire quelle che NON raccolgo e il perché, visto che sono abitualmente consumate da molte persone. Ho già raccontato, correndo il rischio di annoiare, come le mie informazioni derivino tutte dalla tradizione casalinga delle donne della mia famiglia, senza nessuna conoscenza scientifica, anzi mia bisnonna, l'unica di cui posso ricordare, sapeva a malapena scrivere. Ebbene, scoprire negli anni che queste nozioni erano tutte giuste, che da sempre non raccoglieva e non ha insegnato a raccogliere erbe o piante che sono nel tempo risultate tossiche con conferme scientifiche, devo dire mi ha lasciato basita, evidentemente lei in qualche modo lo sapeva già. C'è un fiore che sarà mio, è la piccola celandina. William Wordsworth Una di queste piante, la prima che spunta adesso in inverno, è il Favagello, Ficaria verna Huds, chiamata precedentemente Ranunculus ficaria L.. Molto conosciuta fin dall'antichità e regolarmente purtroppo ancora raccolta anche nelle mie zone per il misto del Prebuggiun (qui>>>). La sua tossicità è stata confermata dalla presenza di protoanemonina, comune a tutte le Ranuncolaceae, il solo contatto con foglie di piante appartenenti a questa famiglia, specie se rotte, pestate, può causare prurito, eruzioni cutanee o vesciche sulla pelle o sulla mucosa . L' ingestione può causare disturbi diversi, anche gravi. Allora come sarà possibile che tanta gente la consumi abitualmente da tanti anni? Come sempre in questi casi ci si dimentica che: la pianta è più ricca in particolari situazioni, nel caso del Favagello, con la fioritura sviluppa la tossina che l'essiccazione o la cottura in acqua abbondante tende a eliminare anche se solo parzialmente la tossina che è sempre la dose che fa il veleno, quindi una o due piante in un misto ... Per contro spesso si dimentica che: difficilmente un po' di mal di pancia lo imputeremo al favagello, sull'onda dell' "abbiamo sempre mangiato e siamo vivi", "mia nonna lo mangiava e ha 90 anni" quello che non ha mai fatto male a noi può far male ad altri con un fegato diverso può essere molto pericolosa, anche una piccola dose, per una donna incinta, per un bambino, un anziano non abbiamo di certo il fegato e l'apparato digerente in genere di 100 anni fa, i nostri sono fegati che hanno digerito oltre a medicinali quotidianamente, quantitativi di grassi e cibi spazzatura impensabili un tempo. Cento anni fa si moriva tranquillamente più di fame che per aver mangiato certe tossine sono da "accumulo" cioè si depositano nell'organismo negli anni insieme ad altre e poi il danno è difficilmente imputabile a loro. si tende a "dimenticare" parte delle informazioni antiche non scientifiche e quindi quanto e quando e come raccogliere. Anticipato tutto ciò, in casa non lo abbiamo mai raccolto, fiorito o non fiorito, e io continuo a non raccoglierlo e mangiarlo, forti anche del fatto che nessun animale si avvicina a una Ranunculacea fresca. Provate a guardare un recinto dove sono pecore o asini o cavalli, ci sarà la terra battuta con solo ciuffi di ranuncoli che spuntano qua e là intonsi. Anche le api solitamente le evitano e non le bottinano. Se questa non è una legge ferrea, in questo caso è vera. L'identificazione del Favagello non è difficile, intanto perché mentre intorno è tutto brullo, in pieno inverno, quando nasce poco e niente, spunta con le sue foglie verdi, lucide, non pelose, che crescendo hanno una macchia scura ben evidente al lungo la nervatura centrale, a cui seguiranno verso febbraio fiori gialli deliziosissimi L'unica confusione possibile è con la Viola, (qui>>>) questa ultima sì raccolta per il misto, per la foglia vagamente somigliante, ma di un altro verde non lucido. Ogni dubbio è tolto strofinando una foglia che nel caso della viola è profumato, mentre anche il gusto del Favagello è acre. Qui sotto le piante a confronto Negli anni ho scoperto, parlando con uno e con l'altro, che qualcuno usa anche i piccoli tuberi attaccati alle radici, ebbene, dopo tanto averla esecrata devo ammettere che fin dal Medioevo era adoperata nella medicina popolare per curare le emorroidi, per la teoria delle "signature" queste radici gonfie ricorderebbero la forma delle emorroidi. Gli sono tutt'oggi riconosciute proprietà lenitive, analgesiche, antinfiammatorie. Non ne ho esperienza diretta ma so di impacchi e creme fatte con questa pianta. In virtù di queste sue radici a tubero è altamente infestante, predilige luoghi umidi e ombrosi, in un angolo del giardino, può diventare invasiva. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- STORIA DI UNA GEMMA
Tre anni e devo ancora capire che è vero. Non ho mai saputo quanto fosse alta, sapevo che era piccola, soprattutto vicino all'omone che era mio padre, alto sì ma anche con un gran portamento che incuteva un certo timore. Novant'anni li aveva fatti il settembre prima, inconsapevolmente come tante altre cose faceva nella vita. Di passi indietro a quell'uomo di una vita, lei era stata sempre anche di dieci, in un mondo dove era obbligatorio essere un po' meno intelligente, un po' meno capace, un po' che senza un uomo non sai cavartela. L'aveva sposato non perché fosse il grande amore, quello era stato, come quasi tutti i grandi amori, impossibile, ma affascinata dalla sottile intelligenza, dalle enormi capacità che si intravedevano e anche dal carattere particolare, perché ad uomo così ci si poteva stare anche dietro. Si era decisa quando in un dopoguerra di città e genti devastate, una sera, che già frequentava la casa, lui smontò pezzo per pezzo la macchina da cucire di mia nonna sarta che non funzionava più rimontandola alla perfezione prima di andarsene, mentre il gelo era calato in quella cucina dove l'unico attrezzo che procurava qualche lira era ridotto a pezzi piccolissimi sul tavolo e miracolosamente dopo qualche ora a posto e funzionante. Il nonno dopo averlo ringraziato e richiudendo la porta quando se ne fu andato, si girò e le disse: -Sto chi u l' atrovâ da mangia ànche in sce in schéuggio - Una vita non facile vicino a lui, piena di cose che lei non voleva, quando le sarebbe bastato abitare in campagna, andare per erbe e per funghi, chiusa invece in un negozio così poco femminile, dove l'unico vantaggio era conoscere tanta gente, persone che poi lui le portava a casa a pranzo senza nemmeno avvisarla. Amici che in casa nostra avevano il portatovagliolo tanta era la frequentazione, tipi spersi che non sapevano dove andare perché magari erano stati appena lasciati dalla fidanzata, rappresentanti girovaghi per i quali casa nostra era una seconda famiglia, clienti che venivano a comperare apposta all'ora di chiusura nella speranza di essere invitati. Mio padre, vero showman, aveva bisogno di pubblico, di una corte che lo acclamasse e lei invisibile, coinvolta solo per spignattare, con una leggerezza e senza la minima organizzazione, inconsapevole di dover dare da mangiare a un dozzina di persone in un'ora, che poi c'era il negozio da aprire. Inconsapevole l'unico vero aggettivo che la descrive, inconsapevole lei e noi di riflesso delle sue capacità, e non l'abbiamo mai sentita dire no. Sarebbe stata un ottimo medico, guardava una persona e le diceva di cosa soffriva e il rimedio possibile, con una frase definiva lo stato di una persona, da come camminava, dal colore del viso, dal tono della voce o da chissà cosa non lo sapeva nemmeno lei. Rimasto proverbiale il suo: - Quello lì, u là inn-a faccia ... - e poi si veniva a sapere che non stava bene. Curava tutti distribuendo litri del suo olio di iperico quando nessuno sapeva cosa fosse l'iperico e tanto meno un oleolito. Ha sconfitto un tumore terribile per la tempestività con la quale se lo è quasi trovato da sola e quando le dissero che era cattivo cattivo lei rispose: - Io sarò più forte di lui- La morte non rientrava nella sua idea di vita, se n'è andata senza rendersene conto, inconsapevolmente. Felice davvero l'ho vista solo nei prati, per erbe, per funghi, felice la facevano i fiori, qualunque fiore, che lei faceva tripudiare. Una volta mise le radici un ramo di abete che aveva messo a Natale nel bicchiere portaspazzolini del bagno, altro che pollice verde. Le piante ricambiavano il suo grande amore. La sua tomba tutti gli anni, nella campagna della sua infanzia, si copre naturalmente delle erbe del Prebuggiun. Le preferite le rose, vere, finte, disegnate, ricamate, sui cuscini, sui lenzuoli, sui piatti, sui vestiti, vedeva e metteva rose ovunque e lavanda, quella vera, non il lavandino, anche con quel suo fare leggermente kitsch che non badava molto al gusto. E libri, libri di erbe, libri di cucina, romanzi, Cime Tempestose, storie, la rivista Intimità al mercoledì e la Traviata, lei che aveva la voce da soprano. Solo dopo ci siamo resi conto chi era, di quanto valeva la sua innocenza, la sua semplicità. Solo dopo ci siamo ricordati che non aveva mai litigato con nessuno, che non si era mai imposta con una sua idea, fatta notare per il suo carattere. Quando qualcuno le faceva del male, la feriva con una cattiveria, la invidiava per quella che sembrava una vita più agiata, lei non se accorgeva o meglio mandava giù senza replicare e alle mie proteste rispondeva: - Mi dispiace tanto per quella persona, se mi ha fatto una cattiveria è perché sta tanto male - e riapriva sempre la porta e il cuore a tutti. Per lei erano tutti buoni, tutti bravi, non esistevano gli assassini, i ladri, certe cose non potevano essere vere, a cosa serviva il male? Se andava a Genova in treno riusciva a parlare con tutta la carrozza, al supermercato usciva che era parente alla lontana di qualcuno. Parlava, parlava, parlava, non importava molto che la ascoltassero, e diceva: - Devo scrivere un libro - La conoscevano tutti, dopo la sua morte, ancora oggi ci imbattiamo in persone che l' hanno incontrata una volta sola, magari alla fermata del bus, e che fanno sempre la ricetta che gli ha passato in quella occasione e tutti le volevano bene, quanto ce ne siamo accorti in questi tre anni! Nel deserto di desolazione che ci ha lasciato la sua scomparsa a noi, rimasti improvvisamente niente senza di lei, l'idea di mio figlio di fare un'Associazione sulle erbe a lei dedicata e un blog anche di cucina, dove io potessi scrivere quello che sapevo prima di dimenticarlo o come dice lui - che poi muori anche tu - è stata vincente per metabolizzare il dolore e grazie a chi legge. Penso a quanto questo la farebbe contenta, lei i social li aveva inventati già nella sua testa, la condivisione era obbligatoria, cosa serviva sapere una cosa se non la potevi condividere con qualcuno? Conoscere un'erba e non mostrarla a tutti e farci una tisana? Cucinare qualcosa di buono e non farlo assaggiare? - Fermite a mangiâ - ... fermati a mangiare ... Un amico raccontava che negli ultimi anni Elsa chiedeva a tutti: “Qual è secondo voi la frase d’amore più vera, quella che esprime al massimo il sentimento?”. Tutti dicevano grandi cose. Lei rispondeva: No. La frase d’amore, l’unica, è - Hai mangiato? - Laura Morante , attrice, nipote di Elsa Morante Gemma Busani in Canepa 21 gennaio 2017 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA LATTUGA VELENOSA 🔴
Non è ancora tempo di raccolta erbe. Siamo nella Luna di Ghiaccio o Del Sonno, la lunazione che avviene quasi sempre a fine gennaio, raramente a febbraio. La linfa smette di scorrere, e sotto una coltre di freddo, nel terreno caldo, semi e radici si preparano per germogliare. La Natura riposa e normalmente non si effettua nessun lavoro nell'orto o nel giardino, se non di pulitura, ma quest'anno si potrebbe dire che per il tempo clemente, le abbondanti piogge autunnali, il freddo mai arrivato, non si è smesso di raccogliere, aggiungo purtroppo, perché tutto ha bisogno di riposo. Nonostante questo la Natura, pur se disorientata, continua il suo lavoro e presto, se noi siamo stati diligenti a quando e come raccogliere, nuove piantine nasceranno, e qui è quando si deve stare davvero attenti al riconoscimento. Nella fase di crescita della rosetta basale delle piantine che vogliamo raccogliere, l'osservazione dei caratteri peculiari di ogni pianta deve essere il più precisa possibile. Dubbi che difficilmente avranno chi studia le piante da un punto di vista scientifico, mentre per chi si approccia ad un riconoscimento empirico a prima vista la confusione è possibile. Io stessa sto molto attenta non solo quando raccolgo ma quando pulisco scrupolosamente prima della cottura, e spesso nei cestini di chi viene con me è capitato trovare quello che non ci sarebbe dovuto essere. Una è la così detta Lattuga velenosa, Lactuca Virosa, o anche la Lactuca serriola. La Lattuga velenosa, lo dice pure il nome volgare, proprio buona non è e nemmeno è difficile trovarla, anzi è comunissima, infestante. Ecco una foto delle Lattughe in questione nel momento che possono essere confuse Lactuca per esempio con la Talegua (qui>>>) , Reichardia picroides nella foto sotto: Talegua o con la Scixèrboa, il crespigno, il Sonchus asper (qui>>>) nella foto sotto: Scixèrboa Se non ci si ferma alla sola osservazione visiva, come succede con una foto, con la pianta dal vero è possibile individuare la diversa consistenza della foglia che nella Lattuga è sottile e leggera e ricorda appunto una foglia di lattuga tipo quella commestibile, sua parente stretta, mentre nella Talegua è più consistente, carnosa e questo è quello che la distingue davvero immediatamente. Quasi sempre nelle foglie delle lattughe velenose dietro, sulla nervatura centrale sono presenti delle "setole" simili a spine, e questo serve anche a distinguerla dalla Scixèrboa. Anche il bordo non è liscio. Si può provare anche solo ad avvicinarne una fogliolina alla bocca, se la Talegua ha un buon gusto dolce di erba, la Lattuga puzza ed è amara e invita a sputarla subito. Una e l'altra la serriola e la virosa crescendo sono più facilmente riconoscibili, oltre ad avere spesso anche un odore sgradevole e la virosa quasi sempre le foglie macchiate scure, ma sempre la leggerezza della foglie le distingue da una cicoria. Queste piante spezzandole rilasciano un lattice biancastro amaro che è potenzialmente tossico. Ha proprietà che pare ricordino l'oppio e infatti veniva chiamato l'oppio dei poveri, seccato e usato come analgesico e anestetico. Nonostante le innegabili proprietà, confermate scientificamente, del lattice, chiamato Lactucarium in farmacopea, non contiene oppiacei, la pianta non interessa a livello legale, non è vietata né regolamentata la detenzione o la coltivazione, ma onestamente queste mere informazioni non devono invogliare a fare alcuna pratica priva di una minima conoscenza erboristica. https://samorini.it/etnobotanica/europa/lactuca/lattucario/ Le stesse sostanze, in concentrazioni minori, sono presenti nella Lattuga coltivata, quella che arriva sulle nostre tavole, parente stretta di queste, probabilmente discendente della serriola, e infatti le nostre nonne sapevano come una bella insalata alla sera rilassa e favorisce il sonno, tanto quanto alcune persone hanno difficoltà a digerirla e provoca loro gonfiore per la grande presenza di cellulosa. Fra le due la virosa, che significa velenosa, è la peggio, alcuni ritengono la serriola, da giovane, commestibile e credo qualche foglia in un misto creare pochi danni e risolvibili, ma la sensibilità individuale verso alcune sostanze ci è sempre sconosciuta, così come è diversa in un bambino, in un anziano, in una donna incinta, anche perché come disse qualcuno, Paracelso nel caso, è la dose che fa il veleno. Per quanto hanno insegnato a me non mi perdo nemmeno a distinguerle, non raccolgo nessuna delle due o qualcosa che potrebbe essere. Una curiosità, viene chiamata anche erba bussola, perché ha la capacità di girare le foglie per non "ustionarsi" al sole, disponendo le foglie verticalmente nelle ore più calde per ricevere i raggi solo sul bordo e girarsi mattino e sera piane. Arrivederci alla Luna del Sogno, la prossima, il 23 febbraio, quella dove la Natura pian piano mostra i primi segni di risveglio, e noi saremo pronti. La luna è bugiarda; quando fa C, diminuisce e quando fa D, cresce Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











