top of page

Search Results

397 risultati trovati con una ricerca vuota

  • ALBICOCCHE

    ... con questo cavalier garbati siate ...d'albicocche e lamponi lui cibiate ... - Sogno di una notte di mezz'estate. W.Shakespeare - È davvero l'anno delle albicocche quest'anno e non resta che approfittarne a piene mani, conservarle come piccoli soli dorati quando l'inverno sarà più buio. Il sapore abbastanza neutro, leggermente acidulo e la versatilità di questo frutto per le conserve ne fa una delle più usate, tanto da aver coniato il termine "Apricottatura" in pasticceria . Precoce, chiamarono i Romani questo dorato frutto, portato da Alessandro Magno dalla Cina, perché già dal secondo anno dà i suoi dorati frutti. Dimenticato poi fino al medioevo quando gli Arabi, traducendo Precoce con Al-berquq, lo diffusero per tutta Europa diventando albaricoque, abricot, aprikose albicocca. Tornando alla pasticceria vale davvero la pena di procurarsene quando ci sono annate abbondanti come questa per fare da sé una preziosa gelatina da usare in tanti modi nei dolci. Per apricottatura si intende lo spalmare gelatina di albicocca su di un dolce prima di passare alla glassa, per rendere la superficie omogenea e liscia. La torta Sacher è l'esempio più eclatante: sotto la glassa di cioccolato c'è uno spessore di gelatina di albicocche e pure nella farcitura . In realtà si può fare con qualsiasi gelatina ma il gusto dell'albicocca è quello che meglio si adegua agli altri. Un altro uso è nella lucidatura delle crostate di frutta, e resta la più usata per farciture di ogni genere. Dunque avuti i frutti, si passa a un veloce lavaggio per eliminare la polvere, poi si dividono in due a togliere il nocciolo. Un breve accenno al nocciolo dell'albicocca, una volta si facevano seccare un po', poi si rompevano e si toglieva l'armellina interna, con retrogusto amaro, utile anche questa per tanti dolci, gli amaretti, e l'amaretto, con la dovuta parsimonia perché contengono, come quasi tutti i semi di frutta, mela, pesca, ecc. amigdalina un composto cianogenico, cioè che produce acido cianidrico, cianuro per dirla semplicemente, e come diceva mia nonna non se ne devono mangiare più di tre. Scrivo questo inciso perché ultimamente proprio i semi della frutta vengono venduti su internet liberamente con molta facilità, perché considerati anti cancro, senza controllo né nella distribuzione né nella somministrazione, pur essendo considerati tossici e pericolosi. Non sono io e non è il mio sito la sede giusta per discutere se sono o non sono utili, di certo sono tossici e quindi io mi affido all'esperienza di una volta, che consigliava di mangiare ogni tanto anche qualche seme di mela e di usare con la dovuta cautela quelli di albicocca nei dolci. La tendenza di oggi di avere tutto a poco costo e nelle quantità desiderate fa purtroppo dimenticare rischi e pericoli. Tornando alla gelatina, tolti i noccioli si mette la frutta in una capace pentola, con poca acqua, quel tanto che la frutta non attacchi e si lascia a bollire a fuoco dolce finché non sia per bene spappolata. Si prende un sacchetto di cotone o lino, tenuto da parte e usato solo per questi scopi, dopo l'uso sciacquato a mano senza detersivi, nel caso solo sapone di marsiglia. Si mettono dentro al sacchetto le albicocche, si appende e si lascia colare per diverse ore, io tutta la notte. Passato il tempo si può premere a mano o con l'uso di un torchio per avere più liquido possibile, si pesa questo liquido ottenuto e si rimette sul fuoco con pari quantità di zucchero, si porta ad ebollizione e si fa cuocere per un'oretta, o meno a secondo della quantità, stando attenti a non far bollire troppo forte per evitare la caramellizzazione dello zucchero, pena la perdita di gusto e profumo della frutta. Un passaggio importante è la schiumatura, appena accenna a scaldarsi e fino a che non bolle è necessario più volte schiumare per avere una gelatina trasparente. Non schiaccio più di tante le albicocche con il torchietto perché le recupero, rimettendole al fuoco con 800gr. di zucchero per chilo di frutta e ottengo una marmellata che pur se non perfetta è sempre utile. Altrimenti aggiungo solo una spolverata di zucchero e le sistemo o in contenitori nel congelatore o in vasetti che faccio poi pastorizzare, per avere una composta da usare come frutta cotta. Questo metodo è solo un recupero, schiacciare la frutta fino a un certo punto serve, altrimenti la gelatina non solidificherà. Un metodo più veloce per conservarle è sciroppate, o meglio al naturale come faccio ormai tutta la frutta, pere, pesche, more, lamponi, ecc. perché più versatili e con meno zucchero. Si tratta semplicemente di sistemare più frutta possibile, sempre senza nocciolo, in arbanelle pulite, con poco zucchero sopra, o se si vuole con uno sciroppo di acqua e zucchero in proporzione 100gr di acqua - 50 di zucchero, chiudere e pastorizzare. Sulla mia idea di pastorizzazione dissi già nel caso delle Pesche Sciroppate (qui>>>) potete leggere come la penso. Per una vera marmellata, dopo averle denocciolate, le taglio a fettine e le metto con 600-800 gr. di zucchero a chilo di frutta tagliata e lascio un'ora o due a macerare. Metto sul fuoco e faccio cuocere fino al quasi totale spappolamento della frutta e fino a che con la prova piattino non ritengo abbia la consistenza giusta. Si possono anche seccare se si possiede un essiccatore, lo dico solo per ricordare che saranno color marrone alla fine, e non come quelle comperate, orribilmente trattate per dar loro il color albicocca. Ancora qualche notizia utile sulla Albicocca: se c'è un frutto che fa bene alla pelle è lei. Ricca di vitamina A, e quindi betacarotene, licopene, utilissimi non fosse altro, per una buona abbronzatura. Spappolarsene qualcuna matura in faccia, massaggiando viso e collo, magari con un po' di yogurt o di argilla bianca, è una maschera meravigliosa per pelli grasse e miste, aggiungerne qualcuna alle Acque Detox (le mie qui >>>) che ora son così di moda, una albicocca frullata con mezza pesca e una nespola tutti i giorni, per avere la pelle liscia, la vista buona e occhi belli. L'Albicocca, tra i frutti, è fra i più attenti alla linea, circa 50 calorie per 100 grammi, è tra quelli permessi per l'iperglicemia e che dire ancora? In una buona erboristeria cercate l'olio di semi di Albicocca, impossibile da riprodurre in casa, per scoprirne tutti gli usi e le proprietà Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • DON SANDRO LAGOMARSINI

    Belle sono le cose che si vedono più belle le cose che si sanno ma più belle di tutte sono le cose che non si sanno ancora Niccolò Stenone Don Sandro non è il mio parroco, ma quello di una parrocchia confinante con la mia. Impossibile non averne sentito parlare, nel bene e nel male. Per quanto mi riguarda, come già ebbi a dire, non c'è stata volta che anche pochi minuti insieme a lui, non siano bastati a imparare qualcosa, non fosse che per andare contro. Da lui vado quando voglio diradare le nebbie della mia mente, quando il pensiero comune sta per possedermi, quando mezza parola sua mi aiuta a tirarmi su dall'appiattimento. Definirlo perennemente "in direzione ostinata e contraria" sarebbe ancora un eufemismo, sono ormai famose le sue diatribe, al primo posto quella che porta avanti ormai da 25 anni, anche fisicamente, raggiungendo a piedi le sue chiese per le funzioni, per protestare contro l'amministrazione comunale con la quale contesta la proprietà del sagrato della chiesa di Cassego. La protesta è annunciata a gran voce da striscioni bianchi scritti a mano con il colore rosso, che tutti possono vedere, salendo per la strada provinciale che da Sestri Levante porta a Varese Ligure e su per Cento Croci. https://www.gazzettadiparma.it/home/2022/04/12/news/don-sandro-migliaia-di-chilometri-a-piedi-per-rivendicare-la-proprieta-del-sagrato-638765/ Classe 1940, è arrivato a quasi 25.000 km tutti a piedi e non dimostra davvero la sua età. La sua vita è passata tutta nella frazione di Cassego e la parrocchia di Valletti in Val di Vara da quando, giovane appena ordinato, fu mandato su per farsi le ossa come sacerdote e vi rimase poi per le sue posizioni sempre contrarie. Studente all'Università di Pisa fu il primo nelle contestazioni, organizzatore di un Cineforum dove si proiettavano e si discuteva però di Fellini, Bergman, Pasolini, conversazioni sull'educazione sessuale, e poi contro la Guerra in Vietnam, ed erano gli anni '60. Infine seguace di Don Milani, tanto da fondare nel 1968 lui stesso un doposcuola, sul modello di Barbiana, per i ragazzi, figli di contadini, che non era costume far continuare la scuola, tanto in agricoltura servono le braccia, portandoli a ragguardevoli risultati e facendo conoscere loro "altro". Sempre dalla parte dei considerati diversi, degli emarginati, dei lasciati indietro perché intanto dove vuoi che arrivino. https://www.youtube.com/watch?v=tDfqDi-GOak&t=22s&ab_channel=ScuoladiBarbiana Ancora negli ultimi anni contro la cultura del biologico, contro il pensiero dilagante falso naturalistico che non serve a preservare la montagna e le genti che ci abitano. Don Sandro mi ha insegnato che la natura non ha bisogno dell'uomo, che se l'uomo ci vuole abitare deve vivere in equilibrio con essa e che qualcosa va sacrificato. Che questa nostra poca terra abbarbicata sui monti va tenuta con tanto lavoro fisico manuale, con le strategie semplici dei nostri anziani, che non può dare quello che non ha, ma con rispetto reciproco può restituire molto in pace, serenità, soprattutto pensando a una Liguria più a valle, in riviera, dove l'abbandono di questi monti, l'incuria nelle nostre valli, la trascuratezza dei nostri rivi, arriverà un giorno, e già lo sta dimostrando con i disastri conseguenti alle piogge, alle sempre più frequenti alluvioni, alle calamità che pochi comprendono come partano da più in alto. Senza pensare a grandi progetti di grandi coltivazioni o di grandi allevamenti basterebbe che si aiutassero le poche persone ancora presenti sul territorio a mantenere bene quello che c'è. Organizzatore di cortei di protesta per qualunque bisogno, l'ultimo per la riapertura di una strada franata che per due anni ha aspettato i lavori, con i disagi che ne conseguivano per la popolazione di Valletti. Grande conoscitore di erbe, scrittore di numerosi libri, collaboratore di vari giornali, custodisce un piccolo museo contadino visitabile su prenotazione, dove è un piacere incredibile sentirlo raccontare la storia e l'uso di ogni oggetto. Anni fa mi rese disponibile un locale a Valletti per permettermi l'esposizione della mia piccola mostra sulla vita delle donne, che ha dato poi origine a tutto il progetto del sito e del blog e che ha girato negli anni successivi tutto il Tigullio, con una serie di presenze incredibili, dandomi fiducia, senza voler sapere niente di quello che facevo, liquidandomi con tre parole:- Fai quello che vuoi, basta che non ti serva il mio aiuto, che non c'ho tempo.- Salvo poi supportarmi ogni volta che ce n'è stato bisogno. Negli anni l'ho sentito discutere di qualsiasi argomento, compreso cantare in giapponese una volta che arrivò un gruppo a visitare il museo. Non è facile essere sempre d'accordo con lui, già non è facile riuscire a parlare con lui, nicchia sempre un po', non ha tempo, poche parole, quelle necessarie e poi esci con due libri in mano, un vaso con una pianta importante e un'idea. E nel caso la conversazione si fa più lunga conviene proseguire mentre si va a piedi da qualche parte, così per non perdere tempo. Indelebile nella mia memoria un ricordo personale. Nell' arrovellamento che porta la decisione di separarsi dopo trent'anni di matrimonio, decisi di andare anche da lui per "capirmi", cosa volessi davvero fare. Dopo una sgridata megagalattica su noi ragazze di città che ci innamoravamo degli uomini di campagna senza sapere a cosa andavamo incontro, ancora molto confusa, mi congedai dicendogli :- Vabbè Don Sandro, preghi per noi. - e lui serafico sulla porta: - Sai come si dice? quando chiami il prete ... è per l'estrema unzione ...- Come sempre aveva ragione, e la nebbia si diradò ... - S.Anna - Valletti 2008 Al link per l'approfondimento su di lui, ma in rete si trova di tutto e di più, video, articoli, e i suoi libri. https://www.amegliainforma.it/2021/11/30/don-sandro-lagomarsini-un-saggio-scomodo/ Per il museo contattare la parrocchia di Cassego: 0187 843053 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • DEL TASSO BARBASSO E DEL FUMARE ANTICO

    Il tema è talmente delicato e scottante che ho aspettato davvero tanto prima di scriverne. Ma del Tasso Barbasso volevo parlare e far finta di niente ignorando l'argomento non è da me. Questa pianta è stata la prima che ho trovato e riconosciuto da sola, senza che me la mostrasse qualcuno. Ricordo perfettamente la prima volta che l'ho vista, e dove l'ho vista, a me poco più che ragazzina sembrava un albero tanto era alta e con foglie enormi, impossibile non notarla. Tornata e cercata su un libro, incuriosita dal nome dissi in casa: - Ho trovato un Tasso Barbasso! - la prima risposta fu: - sì, sì, bella, si fuma -. Ma tutto rimase lì, senza prosieguo, in casa mia nessuno aveva il vizio del fumo, se non per brevi periodi mio padre la pipa, più come atteggiamento, qualche sigaretta con gli amici anche mia madre, ma la parola "vizio" non era contemplata. Ormai la pianta, con le sue grandi foglie morbide, mi aveva catturato e qualcosa di più negli anni ho cercato di capire. Quest'anno è l'anno giusto per parlarne, ce n'è un'invasione ovunque, chissà perché, forse anche questo è una conseguenza della siccità. Intanto occorre dire che del genere Verbascum esistono diverse piante, più o meno simili, ma sicuramente il Tasso Barbasso, Verbascum thapsus L., è il più appariscente e riconoscibile. Il primo anno, a fine estate, è impossibile non notare la rosetta basale di foglie, che possono diventare enormi, fino a 45 cm, morbide, vellutate, di un verde chiaro simile alla salvia, nei prati incolti, al margine delle strade, anche in terreni poveri. Durerà tutto l'inverno, la prossima primavera, verso aprile, uscirà il lungo stelo del fiore, quasi una colonna, che si riempirà di fiori gialli uno dietro l'altro, della durata di un giorno, sostituiti continuamente da fiori nuovi per tutta l'estate. Nel Tasso barbasso vero e proprio il fiore alto anche più di un metro ha ramificazioni solo verso l'altro, non ha molta importanza per i profani, perché le proprietà e gli usi sono più o meno gli stessi per tutte le varietà, anche se alcune presentano qualche tossicità. I semi sono sempre tossici e la pianta può far male ad alcuni animali. Tanti gli usi e noti da tempi antichi, le grandi foglie per la loro morbidezza hanno rappresentato la carta igienica dei contadini e dei pastori e vale la pena ricordarsene per ogni evenienza improvvisa durante una passeggiata, anche se per l'effetto rubefacente ci si può ritrovare la pelle leggermente arrossata. Le donne di alcuni popoli alle quali era proibito per motivi religiosi il trucco, sfruttavano questo stratagemma sfregando le foglie sulle guance per avere un effetto blush. Così come la piantaggine, sempre le foglie, vengono messe nelle scarpe per alleviare la fatica delle lunghe passeggiate, o per la morbidezza simile a lana per tenere in caldo i piedi. Grazie a proprietà antinfiammatori, l'infuso di fiori e foglie piccole meglio, filtrato benissimo per evitare di ingerire la lanugine che potrebbe essere irritante, serve per il catarro e le malattie respiratorie, e come clistere per risolvere infiammazioni intestinali. Sempre le foglie con un uso esterno, in cataplasma, per la pelle, sia acne che foruncoli o infiammazioni di vario genere, pure emorroidi. I fiori hanno capacità tintorie che vanno dal giallo al verde, l'infuso serviva per ravvivare il colore biondo dei capelli Proprio per la forma lo stelo floreale ha preso il nome di "Candela del Re", a fine fioritura unto con il sego serviva come torcia già ai tempi dei Romani e le foglie seccate per fare gli stoppini delle lampade a olio, Ed ecco qui dal fuoco al fumo. Come espettorante, fluidificante del catarro e antinfiammatorio è una delle erbe fumate, anche per la facilità con la quale si trova. Non potevo passare oltre e ne approfitto per parlare dell'argomento. Ormai erroneamente si ci riferisce al fumo parlando quasi esclusivamente di tabacco e scarse sono le nozioni che si possono trovare su libri di erbe, o anche in internet per i profani come me, su cosa e perché sia stato fumato prima della conoscenza del tabacco in Europa, visto che anche questa pianta l'ha portata Colombo e non certamente perché gli indigeni del continente scoperto ne facevano l'uso che ne facciamo adesso. Senza neppure accennare alla Cannabis, argomento che non desidero affrontare, bisogna sapere che l'uomo in tutto il mondo ha sempre fumato erbe di tutti i tipi. Il fumo veniva usato come medicina per alleviare dolori e fatiche, conciliare il sonno, rilassarsi, o per raggiungere stati di allucinazione varia in cerimonie e quindi spesso riservato ai ricchi o agli officianti delle varie religioni. Celti, Greci, Romani, pare che tutti fumassero qualcosa. Senza arrivare a loro, dei quali non ho esperienza diretta 😜, ho però conosciuto persone non molto più grandi di me che hanno fumato Vitalba, Tasso Barbasso, Lampone, ecc., anche perché il tabacco era caro e in certi periodi, come la guerra, difficile da reperire. - Vecchio ricordo di famiglia di un mio prozio, ritrovato in un cassetto qualche anno fa - - Scatolina portatabacco con tabacco, cartine e tre sigarette Alfa - fine anni '40 - Se il fumo è forse antico come l'uomo pochi sanno che le sigarette hanno meno di 200 anni, la prima pare sia stata fatta con la carta delle munizioni durante un assedio in medio oriente, il successo portò a vere e proprie "fabbriche" di sigarette fatte a mano, con le evidenti contaminazioni di mani e saliva di chi le faceva. Intorno al 1880 venne inventata la macchina per l'arrotolamento e la produzione di sigarette subì un balzo, anche per il minor costo e da lì fu tutto un crescendo, diffondendo a macchia d'olio la dipendenza da tabacco in tutto il mondo. Devo fare una doverosa premessa. FUMARE NON È MAI UNA PRATICA SANA Il fumo aspirato derivante dalla combustione di qualsiasi cosa è sempre dannoso in qualche maniera, ma c'è da aggiungere che per chi fuma è meno dannoso quello di una sigaretta costruita con erbe che non contengono nicotina o altri veleni riconosciuti e che soprattutto non creano dipendenza. Un consumo intelligente suggerisce di usare erbe con qualche proprietà curativa, come il Tasso barbasso, e non con componenti pericolosi come nel caso della Vitalba, fumata ahimè, da tanti contadini fino a dopo la guerra e dannosissima per gli alcaloidi tossici che contiene. Un conoscente, di poco più vecchio di me, qualche anno fa, mi raccontò di come fumando la Vitalba ogni volta stava male ma che quando sei giovane e sei in compagnia fai anche cose senza senso. Uno dei motivi più interessanti del fumare erbe, oltre al valore terapeutico, di disabituare al fumo di tabacco. Attualmente vengono vendute sigarette di erbe varie, con quel preciso scopo, facilmente reperibili su farmacia e internet, con miscele di piante varie, ma ho avuto difficoltà a capire cosa ci sia dentro, o se c'è scritto spesso sono erbe che vengono da lontano. Potevo quindi astenermi dal provare volendo scrivere il post? Il "per sentito dire" non mi piace, così con la complicità di un amico fumatore e le scarse nozioni apprese qui e là ho provato. Pare che per soddisfare le esigenze sia necessario preparare una mistura, come si dice oggi un blend, almeno di tre erbe, dove una funga da vettore, una da aroma e una abbia qualche proprietà più specifica. La mia prova si è indirizzata verso una buona parte di foglie di Lampone, che mi ha confermato un amico erborista aiutino a eliminare l'effetto della nicotina, e sembra strano ma una delle foglie più fumate anche per l'aroma, una di Tasso barbasso per le proprietà antinfiammatorie, un pizzico di Iperico e uno di Artemisia per quelle rilassanti, ma avrei potuto usare Lavanda, Menta, Finocchio, Timo o Rosmarino, Petali di Rosa , Camomilla, non la Salvia che è sempre un'erba che non si sa mai. Le erbe vanno seccate, ma non devono essere troppo secche, nel caso una volta sminuzzate basta una spruzzata di acqua appena appena e poi sistemate dentro una cartina come una normale sigaretta, preferibilmente usando un filtro. Non sarò certo io ad incoraggiarvi ed evitate di chiedermi consigli, non ne ho, oltre a quello che ho scritto. Ripeto, pochissime sono le nozioni che si trovano sull'uso, anche terapeutico, delle sigarette di erbe. Come sempre l'unico vero suggerimento è quello di rivolgersi ad un erborista esperto che certamente avrà nel corso degli studi appreso nozioni scientifiche che io non ho sull'argomento e di non cominciare a fumare per provare, ma solo se questo può essere il mezzo per smettere di fumare tabacco. Sempre è possibile con le stesse erbe creare dei bellissimi Smudge o mazzetti da fumigazione, dei quali avevo già scritto qui: DEL FUMIGARE E DEI MAZZETTI ODOROSI https://www.lellacanepa.com/single-post/2020/07/05/del-fumigare-e-dei-mazzetti-odorosi Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • SAMBUCO

    "Verso la fine della cruda stagione quando nel ramo sale la linfa per cui rivive ginestra ed erica e fioriscono i peschi e la rana canta nello stagno e germogliano il salice e il Sambuco, contro la stagione che è secca mi propongo di fare un verso" (Marcabru, trovatore del XII sec.) Non sembra primavera, non sembra maggio, fino a eri pioggia e freddo, rose e sambuco tardano a sbocciare qui da me a 800m, ma bisogna parlarne. Con l'arrivo prossimo del caldo sono sicura che tutto esploderà in un un giorno e allora di corsa a raccogliere... non voglio farmi trovare impreparata. Cominciamo con il Sambuco, il Sambuco nigra L. perché ne esiste un'altra varietà il Sambucus ebulus L., e occorre distinguere le due specie, in quanto tutti e due potenzialmente tossici, ma il Sambucus ebulus, conosciuto con il nome di Ebbio, davvero ha possibilità di avvelenamento severo e da sconsigliare vivamente qualsiasi manipolazione casalinga di questo ultimo di frutti, foglie e fiori. Per quanto riguarda il Sambuco nigra L., è quello che va raccolto e per quello che mi hanno insegnato lascio perdere foglie, corteccia e parti verdi pure di questo, non sapendo bene come trattarlo. Di questo raccolgo i fiori, conosciuti per fare tisane, sciroppi e un particolare vino spumante e i frutti, le bacche nere, ma solo quando sono molto molto mature, così da non avere più presenza di glicosidi cianogenetici che potrebbero far male. sambuco buono ad arbusto con parti legnose Per distinguere la specie più tossica tra le due basta un poco di attenta osservazione: l'Ebbio è una pianta erbacea, che tutti gli anni spunta con fusti verdi diritti alti fino a un metro e mezzo, e dall'odore sgradevole, sambuco ebbio tossico poi, secondo la mia esperienza, fiorisce un poco dopo il Sambuco nigra, quindi quasi impossibile trovarlo insieme, cioè se nello stesso posto ho trovato del Sambuco fiorito a maggio, se ne vedo a luglio non sarà sicuramente Sambuco ma Ebbio. In questa foto alcune piante di Ebbio alla base di una pianta di Sambuco e si riesce a vedere come mentre in basso l'Ebbio è fiorito, il Sambuco più in alto sta già formando le bacche. Le infiorescenze dell' Ebbio sono alla fine dello stelo erbaceo diritto, una o due o tre, e non molto grandi mentre nel Sambuco sono presenti molte infiorescenze grandi fino a 25 - 30 cm di diametro lungo tutto il ramo legnoso. fiori di Sambuco buono lungo lo stelo legnoso l'Ebbio infatti come pianta erbacea, non presenta i fusti legnosi del Sambuco solo parti verdi, inoltre non si innalza alle dimensioni di arbusto e di albero come il Sambuco I fiori presentano delle differenze di colore oltre che nel profumo. Nell'Ebbio, hanno un odore che ricorda le mandorle amare, e sempre del colore rosso purpureo nei fiorellini mentre nel Sambuco sono bianchi e gialli Più facile confondersi con le le bacche nere che si formano caduti i fiori, nel Sambuco ricadono come per il peso, mentre nell'Ebbio stanno ben diritte. Aggiornerò con le foto a fine estate appena matureranno le bacche di entrambi. Fra tutti gli usi che si possono fare con i Fiori, preferisco farli seccare per la Tisana, molto utile in inverno come antinfiammatorio e sudorifero, sono ricchi di bioflavonoidi, e utili persino per il sistema immunitario. Li raccolgo, cerco di eliminare delicatamente eventuali ospiti indesiderati, e li secco all'ombra allargati su un paniere di vimini. Una volta secchi facilmente elimino i tralci verdi e li conservo in un sacchetto di carta, in luogo asciutto, e al presentarsi dei primi freddi li uso nella tisana della sera. Se invece ho tempo e voglia elimino subito le parti verdi tagliando con le forbici, favorendo un essiccamento più veloce. Per chi non ama la tisana e vuol contrastare le malattie influenzali dell'inverno con i fiori freschi preparo queste Caramelle, da conservare in caso di tosse e mal di gola. Dopo aver raccolto una decina di bei grappoli fioriti, li ripulisco dei tralci verdi più grandi e in una ciotola aggiungo due tazze di acqua bollente. Aggiungo pure due cucchiai di semi di lino. Trascorse due ore, filtro, e unisco il doppio di peso di zucchero di canna, più 200gr. circa di miele di eucalipto. Metto sul fuoco basso e lascio cuocere a lungo, con attenzione perché tende a fare schiuma e ad uscire dalla pentola, mescolando e controllando fino a che addensandosi non ottengo una specie di zucchero quasi caramellato. Nel frattempo preparo una sorta di stampo casalingo, ricoprendo il fondo di una teglia di zucchero, in uno spessore di almeno due cm. Con il fondo arrotondato di un qualunque attrezzino formo delle buche dove piano piano faccio scendere con l'auto di un cucchiaio il contenuto caldo della pentola. Trascorsa qualche ora, una volta indurite per bene, le rigiro nello zucchero tolgo l'eccesso di zucchero con l'aiuto di un colino e le sistemo pronte da usare in una scatola al coperto. Si può usare anche il tappetino per i macarons per avere cialde pronte da sciogliere in acqua calda per una buona tazza dolce e emolliente in caso di mal di gola, tosse e influenza. Lo zucchero dove si sono rigirate le caramelle è ovviamente recuperabile, sono comunque caramelle fatte in casa con cottura dello zucchero a istinto, se si fa cuocere troppo poco si scioglieranno e se si fa cuocere troppo sapranno di bruciato e amaro. A ogni buon conto, visto che mi servono per il prossimo inverno le tengo in un sacchetto in congelatore lontano dal caldo estivo e dalle formiche che, abitando in campagna riuscirebbero a trovarle sicuramente. Personalmente non amo le Frittelle con questo fiore, come nemmeno quelle di acacia, mi sembra che il fritto uccida il sapore, più che esaltarlo, ma se voglio aggiungerle a una merenda improvvisata divido il fiore appena raccolto in ombrellini più piccoli, non li lavo, li guardo bene e li scuoto per togliere eventuali ospiti. Uso la mia pastella di sempre, e cioè acqua fredda frizzante e farina autolievitante, o anche no, e albume d'uovo montato a neve. Più è leggera la pastella e meglio è, per non soverchiare il sapore del fiore, basta anche acqua e farina. In questo caso lascio un poco più liquida e appoggio il fiore nella pastella da dietro e mi aiuto con una forchetta, per tirarlo su e scolarlo per bene dato che con la pastella si appesantisce e così lo poso nell'olio caldo. Ripeto non sono la passione di nessuno in casa e se fritto voglio mangiare preferisco altri fritti (qui>>>) SCIROPPO DI FIORI Con i Fiori è possibile fare anche un buon Sciroppo e fra l'incredibile sequela di ricette che si possono trovare, con l'acido citrico, facendo bollire o non facendo bollire, qualche anno fa, ho scelto di fare come faccio con gli altri sciroppi di fiori e foglie. Prendo un dieci-quindici ombrelli belli grandi di fiori freschi di Sambuco e li sgrano dal rametto verde. Metto a bollire un litro d'acqua, lascio intiepidire e la verso sui fiori, aggiungo 3 limoni grandi o 5 piccoli tagliati a fettine, copro e lascio riposare 24 ore. Trascorso il tempo filtro con un canovaccio, strizzo bene i fiori e i limoni. Aggiungo al liquido filtrato un chilo di zucchero e due cucchiai di aceto, meglio se di mele e faccio bollire per un quarto d'ora, venti minuti fino ad avere la consistenza sciropposa. Si può usare con 2 parti di Prosecco 1 parte di sciroppo e soda, per fare il cocktail Hugo decorando con foglie di menta SCIROPPO DI BACCHE Come dicevo in precedenza preferisco conservare i Fiori Secchi per le tisane che trovo più utili e salutari, visto che dopo due tre mesi posso approfittare delle Bacche ben mature per fare un ottimo sciroppo. La regola da seguire è che le bacche siano ben mature per evitare qualche spiacevole conseguenza dovuta alla sostanza contenuta nelle parti verdi. È un lavoro che necessita di un po' di pazienza, le bacche tingono molto, per niente il succo era usato per tingere i tessuti e la lana e anche come rudimentale inchiostro. Raccolta una certa quantità di ombrelli carichi di bacche mature, le sgrano, le lavo velocemente, e le schiaccio grossolanamente con le mani, meglio con i guanti, in una pentola di acciaio, aggiungo un poco di zucchero e copro lasciando fermentare per 24/36 ore. Trascorso questo tempo metto tutto in un sacchetto di tela e spremo per ottenere il succo, mi aiuto anche con il mio torchietto, evitando però di strizzare troppo per impedire di schiacciare i semini che contengono un poco di sostanza tossica. Peso e metto sul fuoco aggiungendo lo zucchero in proporzione di 800gr. a chilo e faccio bollire venti minuti per avere lo sciroppo. Sempre nelle sere d'inverno, in caso di necessità, anche per aiutare un intestino un po' pigro, per dar sollievo al mal di gola, allungato con acqua, scaldato con buccia di limone e servito in tazza come un analcolico grog. Il succo puro ha proprietà dimagranti, proverò a conservarlo facendo bollire le bottiglie, come si fa con la salsa.... vi saprò dire - Ciò detto, agì da gran cialtrone con balzo da leone in sella si lanciò frustando il cavallo come un ciuco tra i glicini e il sambuco il re si dileguò.- (De Andrè - Villaggio ) E dal Sambuco prende il nome la Sambuca famoso liquore che in origine prevedeva distillato di fiori di sambuco, anice, acqua di sorgente, alcool e zucchero. Non posso terminare il post senza parlare delle innumerevoli leggende che circondano la pianta di Sambuco. È pianta magica. Nei tempi antichi gli uomini passando, si toglievano il cappello passando davanti a un albero di questa pianta, per ringraziarla delle sue innumerevoli proprietà. Allontana gli spiriti maligni dalle case e basta tenerne un pezzetto in tasca per non incontrare il diavolo. Ancora oggi si usa mettere un ramo con le foglie davanti alle finestre aperte per tenere lontane le mosche. Da tempo immemorabile il legno, cavo all'interno, tolto il midollo leggero bianco, viene usato per costruire rudimentali cerbottane ma anche soffietti per attizzare il fuoco, e pure flauti. E di Sambuco era il flauto magico del pifferaio di Hammelin e di Sambuco sono le bacchette magiche dei Maghi Druidi, erboristi celti. Rifugio di fate e folletti, si può sperare di vederne qualcuno addormentandosi sotto ad un Sambuco, perché proprio in questo arbusto vive Frau Holle o Holda la fata dai lunghi capelli d'oro della tradizione germanica. E non posso dimenticare che in Arsenico e Vecchi Merletti, delizioso film che non mi stancherò mai di vedere, le due arzille vecchiette, proprio con un vino casalingo di fiori di Sambuco corretto con sostanze velenose, facevano passare a miglior vita le loro vittime... 😂 Sarà forse per questo che non ho mai avuto voglia di provare a fare il famoso Spumante di fiori di Sambuco? Vi lascio con la ricetta trovata in un vecchio libro di John Seymor, che con i suoi scritti influenzò le mie scelte di vita, fin dai lontani anni '70. Non posso fare a meno di ricordare la spiritosa commedia "Arsenico e vecchi merletti", dove la ricetta del vino di sambuco delle zie Abby e Martha Brewster era quanto meno particolare   😂😂🤣 mi raccomando NON SEGUITELA, ma se capita riguardate il bellissimo film di Frank Capra Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • FIOR DI PRATO... FIOR DI FIENO ... PARTE SECONDA

    In questo secondo articolo che segue a FIOR DI PRATO... parte prima >>> cerco di dare un nome alla parte verde del prato da fieno. Impresa quanto mai complicata per me che non sono botanica e manco delle basi tecniche scientifiche per riconoscere una pianta, e in questo caso, gli anziani, di cui farei parte anche io oramai, poco mi hanno saputo aiutare, liquidandomi con un "U l'è fén!" è fieno, semplicemente, o al massimo "A l'è gramigna". Per "verde" intendo quelle piante che non hanno fioriture dai colori vivi ma spighette o pannocchie e in gran parte appartengono a quelle una volta dette Graminacee, responsabili delle allergie così dette da fieno. Famiglia alla quale appartengono i cereali come grano, orzo, segale, riso, ecc.. una volta selvatici e "addomesticati" dall'uomo migliaia di anni fa. Si riconoscono dallo stelo cilindrico intervallato da nodi dai quali esce la foglia e non hanno bisogno di fiori sgargianti e profumi inebrianti per attirare gli insetti perché la loro impollinazione avviene per lo più con l'azione del vento, inoltre nel prato polifita, cioè composto da più di 5 specie vegetali, hanno anche il compito di sorreggere alcune leguminose semi rampicanti. Nell'alimentazione animale apportano le vitamine, gli amidi e le fibre necessarie alla digestione. Piante di questa famiglia formano le savane, le praterie, le steppe, le pampas, costituendo l'alimentazione di molti animali selvatici. Citerò solo il genere al quale appartengono queste erbe foraggere, essendo impossibile per me definirne la varietà con esattezza, per non incorrere in errori la maggior parte delle fotografie sono del sito ACTAPLANTARUM>>>, in quanto difficilissimo davvero distinguere una dall'altra, visto quanto cambiano anche durante la fioritura, e non semplici da fotografare. Tutto pare sia cominciato con lui, l'Orzo selvatico, coltivato da circa 10000 anni, ha dato inizio all'agricoltura come attività umana, e ancora oggi lo si trova nei prati. Temuto dai proprietari di cani perché può infilarsi nelle orecchie e anche sotto pelle creando non pochi fastidi. Contiene moltissime vitamine, magnesio, fosforo e potassio, minerali come zinco, ferro e calcio, antiossidanti, aminoacidi essenziali ed enzimi benefici e una volta se ne faceva una bevanda disintossicante, ma ancora si fa! Pochi sanno come sia ancora usato al giorno d'oggi per la produzione di orzo solubile. Ricerche recenti hanno portato a creare una bevanda fatta con foglia verde di orzo selvatico che pare sia un segreto di eterna giovinezza, per il contenuto di antiossidante SOD E anche qui mi sovvengono certe abitudini che mi sono state regalate, è tutta la vita che faccio colazione con una tazza d'orzo e non sapevo il perché. - Cappellini comuni - Erbe comuni nei prati che producono un buon foraggio per l'alimentazione animale, sono quelle appartenenti al genere Agrostis, volgarmente dette cappellini. Estremamente resistenti, con radici importanti, sono utilizzate per i tappeti erbosi, specie come tappabuchi, spesso nei campi da golf. il genere Dactylis, l'erba mazzolina, è tra i più apprezzati dal bestiame ed è fra quelle ancora marginalmente coltivate, in quanto altamente produttiva e longeva Un altro ottimo foraggio è il genere Alopecurus le così dette code di volpe o anche code di topo. Pianta, resistente agli inverni rigidi, sopravvive sotto una coltre di neve, adatta ai prati qui a 800mt dove una volta faceva freddo davvero. - codolina comune - Simile ma appartenente al genere Phleum, la codolina comune, sempre per la somiglianza con una coda. Anche questa presente nei miscugli da prato e da pascolo, adatta alle zone fredde e montane ed è per quello che la ritrovo qui. Pare sia una delle erbe principali causa di allergia alle graminacee - fienarola dei prati - Del genere Poa, che dal greco significa proprio pastura, l'erba fienarola, molto produttiva e pregiata per le sue qualità foraggere, è una delle cinque piante più diffuse al mondo. Viene coltivata anche per i tappeti erbosi soprattutto quelli da golf, per le sue capacità di contrastare le malerbe con le sue radici importanti. - poa annua - Tutti quelli che hanno voluto un prato all'inglese hanno prima o poi sentito la parola loietto, in realtà il genere Lolium, è da sempre considerato uno dei foraggi più importanti per l'alimentazione degli animali da latte, bovine, ovine, e anche bufale, dove si è notato oltre ad una migliore produzione, anche un latte che acquisisce maggiori attitudini alla coagulazione e alla trasformazione in formaggio. Buono come foraggio fresco, adatto anche da affienare. Negli scorsi anni un progetto al sud ne ha favorito la semina per foraggio - Avena fatua - Anche con erbe del genere Avena si ha un ottimo foraggio, gradito specialmente ai cavalli, ricco di vitamina A e silice, e poi chi di noi non ha giocato da bambini a tirarsi le spighe per vedere quante ne rimanevano attaccate? noi le chiamavamo "rondini" e credevamo di farle volare. Altre piante comuni nei prati ma meno pregiate per il foraggio appartengono ai generi Arrhenatherum, Briza, Bromus, Festuca, Holcus, Glyceria ecc. Davvero troppo complicato parlare di tutte, qualcuna è nelle foto sotto, sempre prese dal sito di Actaplantarum, dove raccomando di guardare se si vuole sapere qualcosa in più. Per mio conto, visto che ancora tagliamo il fieno e lo imballiamo, sono contenta di averci capito qualcosa, poco, rispetto a tutto quello che c'è da sapere, almeno ora le guardo meglio. Certamente non sono tutte qui le erbe del prato, visto che di ogni genere sono poi presenti diverse specie, è solo per dare un'idea di quanto è vasto un mondo che a volte non ci fermiamo nemmeno ad osservare attentamente, nonostante le differenze proprie di una pianta che le proprietà alimentari per la produzione di fieno. L'incuria dei prati, l'abbandono della campagna, soprattutto dell'Appenino dove piccoli appezzamenti si dovevano falciare a mano, per poi poter mantenere qualche mucca, conigli, poche pecore e capre a famiglia, ha portato piano piano all' inselvatichimento delle erbe, favorendo la diffusione di varietà più resistenti, anche ai cambiamenti climatici. Queste varietà spesso sono di scarso valore per gli animali, o poco appetibili, frequentemente con componenti tossici e ne scriverò prossimamente. Mi sorprende sempre come abbiamo abbandonato, dopo migliaia di anni dall'addomesticamento di animali e erbe, la buona consuetudine di conservare le specie migliori per gli animali e noi stessi, salvo stare attenti ad avere un prato perfetto, tutto tagliato alto uguale per giocare a golf o avere un'immagine da cartolina finta intorno a casa. Ricordo come ho già scritto l'altra volta che nessun contadino avrebbe mai tagliato il fieno prima che questo fosse andato a seme per favorirne la propagazione. Adesso se qualcuno ancora lo taglia, almeno qui, lo fa quando ha tempo, se c'è il sole per farlo seccare velocemente. Non esiste più il taglio del fieno "maggengo" o "agostano" e meno che meno quello di poco prima dell'inverno, quando si tenevano fuori le bestie il più possibile e si lasciavano prati e poggi puliti pronti per la nascita delle nuove erbe a primavera. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • FIOR DI MAGGIO! AGGIORNAMENTO EVENTO

    FIOR DI MAGGIO DIVENTA FIOR DI GIUGNO Nel programmare gli eventi della tarda primavera ho parlato di quello dedicato ai fiori. Decidere la data implica aspettare con pazienza quando la natura ha deciso lei di mostrarsi. Questo mese di maggio è stato fino ad oggi una specie di marzo. Tanta pioggia, freddo. L'erba è cresciuta tantissimo ma i fiori non ci sono. L'evento si terrà a Ghiggeri, alla sede di Erbando a 800mt , dove ieri sera ho ancora acceso la stufa, ogni giorno un temporale, intorno tanto verde ma poche corolle. L'iperico non si vede nemmeno, l'achillea ha qualche corolla chiusa, l'acqua ha solo contribuito a rovinare le rose e il biancospino. A questo punto ho deciso di postdatare a sabato 3 GIUGNO. SABATO 3 GIUGNO ORE 15 ALLE 18,30 - 19 LOCALITÀ GHIGGERI- VARESE LIGURE googlemaps https://www.google.com/maps/dir/44.3867152,9.5120359//@44.3850589,9.5110113,177a,35y,13.52h,45t/data=!3m1!1e3!4m2!4m1!3e0!5m1!1e4 Il pomeriggio inizierà con una breve passeggiata di riconoscimento e raccolta dei fiori eduli o di erbe usate nella piccola farmacopea casalinga contadina per poi tornare ed assistere ad una dimostrazione della trasformazione in maniera semplice, empirica come le nostre nonne. Consigli di base come seccare opportunatamente le corolle, come procedere per uno sciroppo di fiori o foglie, produrre un oleolito, comporre un mazzolino per profumare o fumigare, come conservare il tutto. Suggerimenti e consigli non avranno nessuna valenza medica, solo quella di trasmettere gesti antichi e ricette di un tempo che una volta erano consuetudine in tutte le case. Ogni persona tornerà a casa con il suo piccolo raccolto da trasformare in sciroppo o seccare per tisana, un vasetto con un olio da completare, un mazzolino da fumigare, le dispense cartacee. L'evento è aperto solo a un massimo di 10 persone, per riuscire ad avere risultati soddisfacenti per tutti. È indispensabile un abbigliamento adatto, pantaloni lunghi e scarpe idonee e un piccolo cestino per la raccolta. Contributo necessario all'Associazione Erbando 25€ Prenotazione su wsapp al 3486930662, con versamento di un anticipo di 15€ all' Iban dell'Associazione Erbando Intestato a: Associazione Culturale Erbando SWIFT: BAPPIT21R95 IBAN: IT06J0503449860000000001053 Causale: Evento Fior di Giugno È possibile effettuare il versamento dell'anticipo tramite Pay Pal inquadrando direttamente il Qrcode Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • FIOR DI PRATO... PARTE PRIMA

    Maggio è sempre stato per me il mese più atteso, il più bello per il tripudiare di prati fioriti prima della fienagione. Son almeno due anni che preparo questo articolo e mi sono resa conto come con il passare degli anni, i fiori sono sempre meno e diversi. Fra le tante ragioni c'è anche quello dell'abbandono di queste campagne. Errore di molti è pensare che i nostri meravigliosi prati fioriti fossero opera della natura e basta. In un ambiente antropizzato è difficile che sia così. Da tempi immemori l'uomo ha selezionato erbe che meglio servivano all'alimentazione animale e umana seminando e tagliando quando la pianta era andata in seme. Così da tempo cerco di chiedere ai pochi anziani e rintracciare fisicamente tutte le erbe da fieno che vedo perdersi in mezzo a selvatiche mai viste prima, quasi tutte contenenti qualcosa di tossico, colonizzatrici, veramente infestanti, che rendono i prati spogli della bella fioritura multicolore di un tempo. In Trentino, per esempio, hanno una cura diversa delle erbe, in specie di quelle usate anche nell'alimentazione umana e per i bagni di fieno, nella foto sotto io che mi godo un bellissimo bagno all'Alpe di Siusi. In pianura padana invece ormai si semina quasi solo erba medica e trifoglio. Un post sicuramente incompleto, tanto che ho deciso di dividerlo in più parti. - Luglio 2018- meraviglioso bagno di fieno all' Alpin Relax Chalet Tianes a Castelrotto - I TRIFOGLI È o è stata una delle piante foraggere più importanti, in Europa è ancora coltivato per centinaia di migliaia di ettari più per l'uso come pianta fresca che per fieno secco. Oltre a essere gradito dagli animali è pianta importantissima per il terreno dove viene seminata. Le radici sono in grado di trasformare l'azoto presente nell'aria, così da rendere il terreno fertile. Ciò avviene tramite colonie di batteri detti simbionti, presenti appunto nelle radici. Studi cercano di trasferire queste colonie ad altre piante per evitare interventi con costosi fertilizzanti chimici. Per questo il Trifoglio viene impiegato nelle colture di rotazione e spesso interrato. Il trifoglio è una delle migliori e più usate erbe da foraggio, una volta i contadini la chiamavano "erba da latte" . Usata preferibilmente fresca, secca tende a sminuzzarsi troppo. È una pianta commestibile, se ne possono mangiare i germogli teneri e i fiori e se ne può fare un tè. Una volta, le corolle seccate venivano macinate e unite alla farina per renderla più nutriente, specie durante le carestie. Ricco di proprietà curative, è un'estrogeno naturale raccomandato per prevenire l'osteoporosi in menopausa. Esistono come sempre diverse varietà di trifoglio. Il più comune, è il Trifoglio rosso, Trifolium pratense, delicatamente profumato, gradito anche a bombi e farfalle, oltre che alle api che non lo disdegnano per il miele millefiori, anche se alcuni pensano che non riescano a succhiare il nettare per i capolini troppo lunghi. Bellissimo e non mi stancherei mai di guardare, il Trifolium incarnatum, dai capolini allungati dalle delicate sfumature di rosa fino ad arrivare al rosso e il Trifolium repens, bianco e pure il Trifolium campestre giallo. Ma ce ne sono infiniti altri, divisi in ulteriori sottospecie L'ERBA MEDICA Ma non basta aver tre foglioline per credersi trifoglio, un'altra pianta da foraggio importante è l'Erba medica, Medicago sativa, forse più importante, perché più adatta di questo ad essere essiccata e insilata, anzi è preferibile servirla secca per evitare gonfiori negli animali. È ricca di vitamine e minerali e proteine vegetali, viene usata anche per estrarre carotene, clorofilla e vitamina k. È un altro ottimo fertilizzante del terreno, e usata come sovescio nei terreni impoveriti dalle precedenti coltivazioni. È specie officinale oltre che commestibile, anche se non conosco nessuno che la mangia. Una volta si usavano i germogli e i semi per insaporire le insalate, le foglie tenere crude o cotte e per fare pane e tisane. Studi scientifici confermano la sua capacità di ridurre il colesterolo nel sangue, e come il compagno trifoglio è utile nel periodo della menopausa e nelle convalescenze. Nonostante le sue proprietà non si chiama "medica" perché cura, si crede provenga da Media, regione della Persia, molti la conoscono come Erba Spagna, perché reintrodotta in Italia dalle dominazioni Spagnole del 1500. Anche di questa sono molte varietà, in foto quelle che ho trovato residue nei campi intorno. Negli anni qui praticamente nessuno l'ha più seminata ed è andata quasi sparendo. - Medicago sativa - - Medicago arabica - o Trifoglio del Calvario, dai fiorellini gialli, chiamato così per le macchie sulle foglie che si dice siano gocce di sangue cadute visto che la pianta si trovava ai piedi della Croce LA LUPINELLA Quanto mi è sempre piaciuto il fiore della Lupinella, del genere Onobrychis Mill., ce ne sono talmente tante e simili che davvero non riesco a definirne la varietà precisa. Una volta i prati e i poggi erano un tripudiare di rosa ed è una pianta foraggera seminata fin dal 1400, sconosciuta ai romani, importata forse dall'Asia più vicina per le sue grandi qualità, anche se adesso si trova spontanea, sempre meno, residuo delle semine di una volta. Resistente al freddo, alla neve, alla siccità, vive in terreni poveri, è uno dei fiori più bottinati dalle api, sia per il nettare che per il polline, una volta forniva un miele particolare ora rarissimo e adesso si spera ce ne sia nel millefiori. Come fieno è adatto sia verde che secco con davvero importanti proprietà nutritive e gli animali che lo sanno, la gradiscono. Non conosco se i suoi usi sono anche alimentari per l'uomo, se ho letto di lei non ho trovato si parlasse di tossicità, anzi. - genere Onobrychis Mill - LA SULLA Altra importante pianta foraggera e pure commestibile è la Sulla, che in fatto di coltivazioni se la batte con Trifoglio e Erba medica. L' Italia è il paese in Europa che ha più grandi coltivazioni di Sulla anche per la produzione di un miele uniflorale speciale ricco di proprietà e il rinvenimento di polline di Sulla viene considerato indice di provenienza italiana del miele. Oltre ad essere un ottimo foraggio per gli animali sia da pascolo che per essere tagliato e seccato, è un buon alimento per noi, si usano foglie e fiori cotti o crudi. La Sulla coronaria ha diverse proprietà usate in erboristeria sia per l'uomo che per gli animali. Contrasta efficacemente le infezioni gastro intestinali di ovini, bovini e pollame e nell'uomo riduce il colesterolo e ha proprietà astringenti. Qui non fiorisce prima di giugno e per forza ho dovuto scegliere una foto dal sito Actaplantarum - Sulla coronaria - LA VECCIA Al genere Vicia L. appartengono piante somiglianti al pisello e spesso sento chiamarle "pisello selvatico" e di fatto il nome botanico per esempio della fava è Vicia faba. Con i piselli condivide la famiglia, Fabaceae, ma non il genere Vicia, e occorre fare attenzione perché come tutte le leguminose va a seme con un baccello, ma non è detto che tutte le piante così siano completamente commestibili. Spesso si chiama pisello selvatico la Roveja, la Cicerchia, e appunto la Veccia, ma è necessario imparare a distinguere. Nel caso di una Cicerchia selvatica, Lathyrus hirsutus, comunissima, l'uso dei semi è stato abbandonato perché provocava un disturbo chiamato "latirismo" per la presenza di un amminoacido tossico, ed è proprio questa che spesso vedo confusa con il pisello selvatico e con la Veccia. Sono molto simili sia nel fiore che nella pianta le foto sono del sito Actaplantarum https://www.actaplantarum.org/galleria_flora/galleria1.php?view=1&id=1579 https://www.actaplantarum.org/galleria_flora/galleria1.php?view=1&id=1536 https://www.actaplantarum.org/forum/viewtopic.php?t=133841 La Vicia cracca, quella di monte che nasce qui, o anche la Vicia sativa, sono commestibili e venivano consumate foglie e fiori insieme ad altre erbe selvatiche. I semi non hanno molto gusto e nessuna proprietà di rilievo, quindi il suo uso in alimentazione è stato abbandonato, se non in una zuppa di origine francese. Anche questa è una importante foraggera e mellifera attira le api. varietà di Veccia - Vicia cracca - Tutte le piante presentate appartengono alla famiglia delle Fabaceae e sono state usate da sempre oltre che per alimentazione animale e umana per sovescio essendo, come scrivevo per il trifoglio, in grado di fissare attraverso le radici, l'azoto e rendere il terreno fertile per altre colture che ne hanno bisogno. CONSIDERAZIONI MIE Per concludere questa prima parte, alla quale seguirà una con le erbe meno appariscenti per i fiori e poi una dedicata alle varietà tossiche infestanti che hanno preso piede dopo l'abbandono dell'uomo nelle campagne, mi viene da dire che tutte queste erbe, che presto in gran parte dell'Appennino spopolato non esisteranno più, non servivano solo agli animali, ma anche all'uomo che le usava così o le dava appunto come foraggio, ottenendo sicuramente carne e latte più preziosi dal punto di vista nutritivo e del gusto. Gli animali oggi non hanno più una biodiversità così di alimento se pur lasciati liberi, perché i pascoli non sono più seminati, mi sono resa conto di questo perché ancora nei miei terreni tagliamo il fieno per venderlo e seppur in valle biologica, ho assistito personalmente al degrado dei prati in questi anni. Tanto da farmi un punto d'onore di seminare più che posso, ricercando semi che ancora sono in vendita per chi vuole, e scrivere queste poche parole per ribadire ancora una volta che la Natura è bella ma che noi a lei non siamo necessari, fa quello che le pare adattandosi. Se l'uomo la trascura e perde l'equilibrio con essa, non sarà lei a rimpiangere l'uomo. Se facciamo i turisti per andare a vedere la fioritura bellissima di Castelluccio di Norcia ricordiamoci che è opera della semina dell'uomo. A proposito c'è un progetto in corso perché i semi delle così dette infestanti che contribuiscono allo spettacolo, papaveri, fiordalisi, trifogli, ecc. che da sempre si cerca di isolare dal seme delle lenticchie, vengano messi in vendita e visto il via vai di turisti chissà se continueranno a seminare lenticchie dal timido fiore bianco. E per fortuna a Castelluccio ora è stato interdetto l'ingresso a auto e camper. Ancora una considerazione che pochi fanno quando amano avere un bel prato all'inglese e tutto tagliato intorno, per pulizia dicono, se non si lascia fiorire l'erba non andrà a seme e si estinguerà favorendo erbe più resistenti. L'erba alta con i fiori è rifugio di molti animali e insetti. Molti nidificano o hanno il loro cuccio protetti dall' "erba alta", nessun contadino avrebbe mai tagliato il fieno prima che questo andasse in seme e sopratutto perché a quel tempo uova e cuccioli sono schiuse e cresciuti. E se capitasse di trovare un nido di fagiano, o un cucciolo di capriolo allontanarsi lentamente e silenziosamente senza toccare nulla. Ricordo un anno che mio figlio interruppe il taglio del fieno quando si accorse di un nido di fagiana con i piccoli non ancora autonomi. E non accenno minimamente ai danni da taglio con i macchinari al posto delle grosse falci a mano usate un tempo. Camminare, saltare, giocare, insensatamente nel fieno alto, oltre ad essere di disturbo, crea un danno al fieno che non si rialzerà più rendendo difficile tagliarlo e sistemarlo, e comunque diventa poco appetibile per gli animali, insomma voi la mangereste un insalata tutta ciancicata? Per quello è così importante il ripristino e la pulizia degli antichi sentieri, dove sarebbe opportuno passare in armonia con la natura circostante, non con moto strombazzanti, per fare un esempio. Ricordo una solenne sgridata di quando ragazzina con gli amici distruggemmo una piana di fieno per andare a raccogliere fragoline e allegramente saltammo per tutto il prato e di quante volte fui accompagnata nei mesi successivi a vedere quei segni che avevamo lasciato e il danno che avevamo procurato. Ora chi oserebbe? ma forse non si salta nemmeno più nei prati... foto dal web Ape! Ti sto aspettando! Proprio ieri dicevo A qualcuno che conosci Che ormai dovevi arrivare- Le rane sono rientrate settimana scorsa- Si sono sistemate, messe all’opera- Gli uccelli, per lo più già qui- Il trifoglio caldo e folto- Riceverai questa mia entro Il diciassette; rispondimi Ö meglio, vieni direttamente- Tua, Mosca. E.Dickinson Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • I CORZETTI DI LIGURIA... O CROZETTI?

    ... eodem modo fiunt croseti, et de eadem pasta, nisi quod sint formati rotundi et oblungi ad quantitatem ninius pollicis; et cum digito sunt concavati . Est tamen sciendum quod, tam in lasanis quam in crosetis, debet poni magna quantitas casei grattati ... - Liber de coquina - 1285/1304 La ricetta di questa pasta ligure, dimenticata e ritornata in auge da un po' di anni, è talmente semplice ed elementare che per riempire il post non mi resta che parlare dell'origine del nome. Queste notizie da me qui narrate le ho trovate al Museo della Pasta, a Collecchio, una struttura che fa parte dei Musei del Cibo della Provincia di Parma (qui>>>) . Per farla breve la parola di derivazione pare essere Krosu, forse gallica, che significa incavato e che si ritrova in tanti toponimi tra la Francia e la Liguria, vedi Vallecrosia, Cian Creuso, con il significato di avvallamento, o semplicemente le Creuse liguri, stretti sentieri incassati tra muri . Da qui per arrivare ai Corzetti di pasta è necessario passare per la Valpolcevera dove i Corzetti sono fatti con le dita, "tiæ coe dïe", un piccolo pezzo di pasta, della misura di un cece, che girato fra le dita assume la caratteristica forma a otto pieno, et cum digito sunt concavati , premuti i due dischetti incavandoli tra le dita, ma ... udite udite: gli Angiò, allora conti di Provenza, li portarono in Basilicata e in Puglia dove rimasero semplificati con il nome di ...Orecchiette...!!! Al giorno d'oggi, a questi della Valpolcevera, prodotti industrialmente da pochissimi pastifici, non è rimasto l'incavo, ma solo la forma a otto pieno. Ritornando al nome, come succede spesso da creusetto, passando di bocca in bocca è diventato prima crosetto e poi corzetto, e facilmente si trova chi dice a un modo chi all'altro. Arrivando nel Levante ligure ha cambiato anche forma ed è diventato un disco di pasta fresca incavato da tutte e due le parti per mezzo di uno stampo di legno. Gli stampi per Corzetti o Croxetti antichi, hanno preziosi disegni che oggi vengono riproposti da artigiani intagliatori ed essenzialmente da due bellissimi signori che ho la fortuna di conoscere personalmente e mi onorano della loro amicizia: a Chiavari lo scultore Franco Casoni e l'artigiano Pietro Picetti a Varese Ligure. in questi due video trovate entrambi alle prese con gli stampi artigianali Pietro Picetti https://www.youtube.com/watch?v=RtsuVMBLRkI Franco Casoni https://www.youtube.com/watch?v=2-kw4d7RJ98 La leggenda narra che le famiglie antiche genovesi avessero gli stampi con lo stemma di famiglia e al giorno d'oggi ai matrimoni è facile che siano serviti con le iniziali degli sposi, ai quali viene poi regalato lo stampo. Nella foto sopra il mio, gentilmente intagliatomi da Franco Casoni, con lo stemma che si dice fosse della famiglia Ghiggeri, antica famiglia di origini francesi al soldo dei Fieschi, cognome che dà il nome al paesino dove abito ma soprattutto cognome dei miei figli. Detto tutto ciò, la ricetta... Figuriamoci se cambiando nome e forma non aveva cambiato anche modi e ingredienti : chi li fa con le uova, chi senza, chi ci mette il vino bianco, chi no, chi addirittura mescola burro e formaggio grana nell'impasto... Nel video Pietro Picetti vi serve la ricetta dei Croxetti di Varese Ligure, con burro e formaggio, a Varese Ligure si dice preferibilmente croxetti ricordando come nello stampo spesso era presente una croce. Quelli della Valpolcevera hanno tre uova in 500 gr. di farina, una presa di sale e acqua quanto basta per avere un impasto liscio. Per quanto mi riguarda, chissà perché, (forse ho del DNA pugliese a mia insaputa) sono rimasta quasi alla ricetta originale, che era solo farina (una volta grano saraceno) e acqua. Impasto farina di grano duro (non semola rimacinata) con acqua appena tiepida e un poco di vino bianco fino ad avere ad avere un impasto liscio. Unico consiglio, non tirare un impasto troppo morbido, ma con un certo "morso" come dicono oggi gli chef, il disegno potrebbe sparire nella cottura, e infarinare la sfoglia per riuscire a togliere bene il dischetto pressato dallo stampo. Tirata una sfoglia, con la macchina o con il "cannello", che non deve essere sottilissima, dovendo contenere l'intaglio, ma nemmeno troppo spessa, diciamo tra il millimetro e mezzo - due, con la parte tagliente dello stampo formo pochi dischi alla volta, altrimenti la pasta asciuga. Un disco per volta posato sullo stampo, viene premuto con l'altra parte per formare il disegno incavato, simultaneamente da tutte e due le parti . Questo passaggio sembrerebbe essere solo a scopo decorativo, in verità la pressione tra il legno cambia il gusto alla pasta e il disegno serve a raccogliere il sugo. croxetti fatti con stampo di Alessandra>>, figlia di Pietro Picetti Ecco appunto il sugo... E' tradizione polceverasca condire con il sugo di carne e piselli, scendendo in riviera con pinoli tostati nel burro e maggiorana, oggi va di moda la Salsa di pinoli, qui>>> , ma anche con il Pesto (qui>>>), anche per dare valore ad una pasta semplice nel gusto ma che richiede un certo tempo nel prepararla. Di sicuro come si legge all'inizio, nel testo medievale Liber de coquina, dove sono nominati, occorre condire con tanto formaggio grattugiato.😜 Conosciuta la tradizione ci si può sbizzarrire con farine varie, un impasto con metà farina normale e metà farina di castagna, un impasto verde All'ortica (qui>>>), o come meglio suggerisce la fantasia. Di solito vengono preparati e lasciati asciugare. Al momento di consumarli vengono cotti in abbondante acqua salata. AGGIORNAMENTO Il Sig. Pietro Picetti non c'è più, ma ha lasciato il posto alle figlie che proseguono con successo l'opera di intaglio dei meravigliosi stampi. A questo link le informazioni https://www.lellacanepa.com/single-post/alessandra-mani-d-oro Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • ERA DI MAGGIO ... EVENTI 2023

    Ecco i primi eventi programmati a maggio 2023, seguiranno eventuali aggiornamenti Tutti gli eventi sono pubblicati anche sui social FB, Instagram ecc. DALLA LIGURIA CON SAPORE - ERBE SELVATICHE E PANSOTI ALLA CASCINA IL CUCCO Al mattino nei prati intorno alla cascina una breve passeggiata per il riconoscimento delle erbe classiche del Prebuggiun con Lella Canepa. A ogni partecipante sarà dato un taccuino per formare un erbario personale da portare a casa con le proprie annotazioni o in alternativa il manuale cartaceo. Alle 12,30 -13 pranzo, antipasto e ricco piatto unico, con menù a base di erbe a km0 Al pomeriggio per chi vuole rimanere, un corso amatoriale introduttivo sulle paste ripiene, in particolare i pansoti, la particolare pasta ligure ripiena di erbe. Sarà mostrato come pulire, cuocere le erbe, preparare un ripieno e come lavorare la pasta fino al prodotto finito in maniera casalinga così come facevano le nostre nonne. Ogni partecipante proverà a impastare e preparare una piccola quantità di pansoti . È possibile partecipare all'intera giornata o alla mattina con pranzo o al pomeriggio con pranzo Passeggiata del mattino più pranzo: € 35 Pranzo più corso del pomeriggio: €35 Passeggiata + pranzo + corso, l'intera giornata: € 60 Per informazioni e per l'indispensabile prenotazione telefonare al 327 854 8388 Cascina Il Cucco si trova in provincia di Alessandria, nel parco delle Capanne di Marcarolo, in via fossa del Cucco, 78, 15070 Casaleggio Boiro AL CHIAVARI IN FIORE 20 - 21 MAGGIO Ritorna il 20 e 21 maggio 2022 “Chiavari in Fiore”. La manifestazione si svolgerà nel centro storico e le vie si trasformeranno in una grande serra in occasione della mostra-mercato di fiori e piante ornamentali, un modo originale per inaugurare la bella stagione. Erbando sarà presente come tutte gli anni con stand dedicato a erbe e fiori selvatici 27 - 28 MAGGIO FOGLIE E FIORI - RICONOSCIAMOLI E TRASFORMIAMOLI - SCIROPPI E OLEOLITI A CASA DI ERBANDO Rose, iperico, achillea e gli altri mille fiori del prato. Passeggiata di riconoscimento e raccolta con successiva dimostrazione di come trasformarli con facilità con metodi casalinghi delle nostre nonne. Come seccare con attenzione, come trasformarli in sciroppi e altre produzioni conservabili. Questo evento è ancora da definire nei particolari perché suscettibile delle condizioni meteo, insomma ci vogliono i fiori sbocciati per poterlo fare. Potrebbe slittare al fine settimana seguente del 2 - 3 - 4 giugno Sarà un evento dedicato a poche persone alla volta quindi se interessati inviare un messaggio wsapp al 3486930662. A maggio non basta un fiore. Ho visto una primula: è poco. Vuoi nel prato le prataiole: È poco: vuole nel bosco il croco. È poco: vuole le viole; le bocche di leone vuole e le stelline dell’odore. Non basta il melo, il pesco, il pero. Se manca uno, non c’è nessuno. È quando è in fiore il muro nero è quando è in fiore lo stagno bruno, è quando fa le rose il pruno, è maggio quando tutto è in fiore. G.Pascoli Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • IL FUNGO ESCA

    foto di A. Andreatta Il fuoco è un simbolo naturale di vita e passione, sebbene sia l’unico elemento nel quale nulla possa davvero vivere. Susanne K. Langer Da tempo avevo in mente di scriverne, ma mancava la materia prima, non mi riusciva più di trovarne nei boschi. Finalmente, domenica, giusto in tempo prima che si spengano tutti i fuochi dell'inverno, per il compleanno di mio figlio, in mezzo al bosco, mancando la candelina, un suo amico ha pensato bene di improvvisarne una, accendendone un pezzo per metterlo sulla torta, trovato attaccato ad un castagno lì nei pressi. E così mi sono decisa a parlarne. Si tratta del fungo esca, Fomes fomentarius, un fungo non commestibile della famiglia dei Polipori, che cresce sugli alberi di latifoglie, specialmente faggi, e provoca la marcescenza dei tessuti legnosi o marciume bianco. Lo stesso nome significa proprio carburante del fuoco, esca del fuoco ... "fomentare un fuoco". Le piante colpite da questo fungo sono destinate a morire e cadere a terra per decomporsi come natura vuole, mentre se si dovesse presentare in una coltivazione o in alberi ornamentali andrebbe contrastato. foto di A. Andreatta Non è l'unico fungo usato come esca per il fuoco, un po' tutti i funghi lignicoli, quelli che si ritrovano con questa forma che sembra una mensola o meglio ricorda uno zoccolo, a strati, vengono usati con questo scopo, ma quello che mantiene di più il fuoco, anche per trasportarlo, che si accende meglio, è questo, Quello, sotto in foto, ritrovato domenica e acceso è probabilmente invece un Fuscoropia torulosa. Oltre alla forma, diversa, più a ventaglio e meno "a zoccolo", il sotto è color cannella e al taglio leggermente diverso, anche se pure questo ha all'interno la "carne" che viene trattata per poterla usare. Il Fomens oltre a accendersi con facilità, in realtà non brucia, anche in condizioni avverse, forma una brace che rimane accesa per molte ore, permettendo così di poterlo conservare, in un contenitore adatto, e spostandosi essere in grado di avere un fuoco pronto da innescare al momento che serve. Pratica non facile come sembra a dirla, ma restava una delle poche, se non l'unica, possibilità... e i fiammiferi non furono in commercio come tali se non dopo la metà del 1800. Per come usarlo correttamente rimando a questo video: Il rapporto con il fuoco è ancestrale, il suo controllo da parte dell'uomo, ciò che lo distingue effettivamente dagli animali e che lo ha portato a credersi il padrone della natura, risale almeno a 125.000 anni fa. Ötzi, l'uomo di Similaun, la mummia circa 5300 anni fa, ha nel suo corredo due pezzi di poliporo di Betulla che oltre a procurargli velocemente un fuoco, venivano probabilmente usati anche a scopi terapeutici, uso che si è protratto fino al XX secolo. I due pezzi di Poliporo di Betulla dell'Uomo di Similaun conservati al Museo Archeologico dell'Alto Adige>>> Non molti anni fa, grazie al Museo del Bosco>>> , ho scoperto di come in Liguria, a Fontanigorda, in Val Trebbia, esistesse una fiorente "industria" per il trattamento di Fomens fomentarius, che veniva raccolto dagli uomini, e poi lavorato dalle donne per ottenere bende a uso chirurgico, come emostatico. Prima essiccato, poi tenuto in acqua, battuto con mazze di legno e bagnato nel nitrato di sodio, ridotto a sfoglia fino a diventare un simil tessuto morbido come velluto. Esportato anche all'estero, le richieste si protrassero fino alla seconda guerra mondiale. I documenti e gli strumenti di lavoro sono oggetto di uno studio per un giusto recupero del patrimonio culturale e di un progetto di Mostra ipermediale già in rete l'anno scorso >>> Proseguono negli anni 2000 gli studi per comprendere gli usi medicinali possibili, anche se i meccanismi di azione non sono ancora chiari, gli sviluppi sono interessanti, anche nell'ambito di contrasto di alcune cellule tumorali. altri articoli sul fuoco IL DONO DEL FUOCO>>>https://www.lellacanepa.com/single-post/il-dono-del-fuoco LA GINESTRA ACCENDIFUOCO >>>https://www.lellacanepa.com/single-post/la-ginestra-accendifuoco-il-bruxine Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • IL GRUGNIN 🌿🌿🌿

    Con l'alternarsi di pioggia e sole primaverile tra le prime erbe spontanee selvatiche commestibile pronte a crescere c'è quella del Grugnin Pursin. Nome quanto mai bizzarro, a guardare le tenere rosette verde smeraldo di questa pianta, che non ricordano affatto il grugnetto di un maiale. Invece anche il suo nome scientifico vuol dire più o meno la stessa cosa: Hypochaeris radicata, da khóiros , maiale, porco, che ne mangia la radice. E questo in effetti è, appetita da maiali e cinghiali che grufolano per trovarla, e infatti è conosciuta anche come ingrassaporci. Anche in Francia la Costolina è cercata come erbaggio con il nome di “Salade de porc”. In competizione con loro ci sono io, che la cerco per unirla alle altre erbe del Prebuggiun (qui>>>). Vedete qui sotto l'intenso lavoro dei cinghiali. In realtà, è una delle selvatiche commestibili che sta bene anche da sola, è poco amara, fornisce un buon volume una volta cotta, e questi requisiti la rendono preziosa nei misti, per contrastare l'amaro di quasi tutte le altre erbe spontanee e per avere una certa consistenza oltre a un gradevole gusto. La sua radice si può usare tostata come quella della cicoria e del tarassaco in un misto succedaneo del caffè. Il decotto di foglie e radice fornisce un buon depurativo dalle proprietà, pare, antidiabetiche. Per il riconoscimento c'è da dire che alcune sue caratteristiche peculiari la rendono fra quelle facilmente identificabili. Le sue foglie pelosette, di un bel verde smeraldo brillante, carnose, formano una rosetta rasente il terreno, completamente piatta, e infatti è conosciuta anche come piattello. Sono attraversate nel centro da una nervatura evidente che appena raccolte si inarca come una costola, e per questo un altro nome volgare è quello di costolina, costola d'asino. Nel momento della raccolta con il taglio o la rottura delle foglie secerne un lattice biancastro che immediatamente si ossida e diventa ocra scuro, e non solo non è dannoso ma sembra sia proprio questo che ha proprietà digestive. Ne esiste un tipo simile con le foglie meno pelose ma la sostanza non cambia, uno o l'altra hanno le stesse proprietà. Come dicevo è fra le prime a crescere, nei campi ai margini dei boschi nella terra più povera, ma passato il periodo della fioritura e della fienagione, a fine estate le prime piogge autunnali la fanno riaffiorare per un secondo raccolto. Il suo fiore è una margherita gialla su uno stelo lungo legnoso al centro della rosetta. Ritornando agli usi culinari, oltre a condire in insalata le tenere foglioline centrali in un misto, il meglio è bollita e usata nei ripieni, specie dei Pansoti (qui>>>) dove potete usarla egregiamente da sola. Nelle frittate, nei polpettoni, nelle minestre, ridotta in crema e in qualsiasi posto dove usereste spinaci o bietole ma con una resa e un gusto che ve la farà amare. Se poi hai delle amiche che agli incontri sbagliano la prospettiva delle foto! 😂😂 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • IL CASTAGNO Albero Sovrano 👑: non si butta via niente, tantomeno le foglie.

    Terra difficile quella degli Appennini Liguri, a fasce strette, piccole, terrazzate, dove non si butta via niente di quello che riesce a crescerci e, dove fino ad una certa altitudine, regna sovrano il Castagno. Contrariamente a quello che si crede, il castagno è stato trapiantato, a formare veri e propri frutteti che hanno sfamato e scaldato queste popolazioni generando per loro un vero indotto commerciale, prima non c'era nemmeno quello, . Infatti del castagno si usa tutto. La legna per scaldarsi, anche se non è tra le più pregiate, il frutto per alimentarsi, la corteccia e il resto nell'industria del tannino, usato nelle concerie, il legno ancora per pavimentazioni o mobili, il bosco stesso di castagno perché lì nascono ottimi funghi porcini... Ma questo post è dedicato alle foglie, ebbene sì si usano anche quelle. Tralasciando l'uso nelle stalle (alla pulizia del bosco le foglie venivano raccolte e tenute in capanne per essere portate alla bisogna nelle stalle per strame alle mucche), venivano altresì raccolte per essere usate in cucina; sì proprio in cucina! ma come? Come teglia!... tutto ciò che era cotto sul fuoco di pietra, sotto la campana di ghisa che fungeva da forno, veniva sistemato su uno strato di foglie di castagno che proteggeva e permetteva una cottura idonea della pietanza esattamente come una teglia, regalando anche profumo e un po' di gusto. Ovviamente a fine cottura si toglievano le foglie bruciacchiate che non venivano mangiate (anche se ne veniva un pezzetto in bocca era lo stesso...); alle foglie viene attribuita una blanda attività sedativa della tosse. Torniamo alle foglie: raccolte tutto l'anno verdi per essere usate subito, raccolte per tradizione dopo San Lorenzo (10 Agosto) per essere seccate e usate tutto l'inverno. Con la luna vecchia (luna calante), quindi di agosto e settembre, raccolte per essere conservate, vengono riunite in "fascetti" e unite in una collana per esser messe a seccare ed usate durante l'inverno e la primavera quando le foglie non ci sono. Quando non se ne trova di fresche si prende un mazzetto o due, a seconda della necessità, e si mettono a bagno in acqua tiepida per il tempo necessario perché si ammorbidiscano e possano essere usate come fresche sia sotto torte e pane cotti nel testo sia come indispensabili nei testetti di terracotta per i Castagnacci (qui>>>) Niente impedisce che vengano usate anche nel forno di casa sistemate nella teglia, per dare un tocco di rustico e di antico, come carta forno della nonna 😜 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

bottom of page