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  • DELLE POLPE E DELLA FOCACCIA CON LE POLPE

    Mai avrei pensato che scrivere della focaccia con le polpe diventasse un'impresa così ardua. Non ho trovato notizie sui classici di cucina genovese, quasi niente in internet, solo ricordi vaghi e confusi e risposte negative dai frantoi ai quali ho chiesto. Il sapore quello sì lo ricordo. Una focaccia morbida molto unta che una volta si faceva in casa o si trovava dal panettiere solo nel periodo di raccolta delle olive, quando si portavano al frantoio e si portava a casa parte dello scarto della lavorazione. Cosa sono le " polpe " ormai lo sanno forse pochissimi. Poco ne so anche io, una volta era quasi banale averle, cose quotidiane che sono sparite senza che ce ne accorgessimo. Ma io ho super Cassinelli , il mito che mi ha raccontato tutto. foto del museo dell'olio di Albenga Questo saporito elemento si otteneva direttamente dal frantoio, quando i frantoi "molavano" e non torchiavano le olive. Sulla pietra del frantoio rimanevano una volta i noccioli e le pelli delle olive e questo insieme veniva portato a casa, sempre nell'ottica del non si butta niente. Questa specie di pasta di olive macinate conteneva anche i noccioli, veniva messa in acqua tiepida in modo che i noccioli andassero a fondo e si provvedeva a tirare su con una schiumarola le parti di oliva, che poi erano più che altro la pelle delle olive e successivamente si mescolava all'impasto del pane. Cassinelli mi raccontava che nel panificio arrivavano dall'Onegliese sacchi di pelli di oliva secche, già pulite, che venivano reidratate in acqua prima di aggiungerle all'impasto. In fin dei conti le "polpe" non sono altro che le pelli delle olive schiacciate. Ora non più possibile averle, i frantoi funzionano diversamente, sfruttano fino in fondo tutta l'oliva e non rimane scarto utilizzabile in quel modo. Ma son testarda e la domenica uggiosa e se il frantoio le polpe non me le dà, me le faccio. Ho fatto un esperimento. In casa ho l'estrattore e l'unica cosa per la quale non lo uso quasi mai è fare i succhi di frutta, perché l'ho trovato utile per tantissime altre cose. Anche questa volta ho pensato che tutto sommato schiaccia, e mettendo le olive dovrebbe da una parte uscire un misto di quello che sarebbe olio, sansa e acqua e dall'altra una pasta di olive macinata. Nemmeno l'estrattore più grande, che ho adesso, avrebbe macinato i noccioli, quindi armata di pazienza, con il denocciolatore antichissimo che avevo nel cassetto, li ho tolti. Ho usato le olive più mature, quelle più nere. Le olive denocciolate le ho buttate nell'acqua calda non bollente, per un minuto, un processo credo necessario anche per togliere un po' di amaro. Scolate, ho passato il tutto nell'estrattore e ho usato il residuo di olive nell'impasto. Ho ottenuto 75gr. circa di pasta di olive. Sono anche convinta e proverò, che la mia pasta possa essere congelata Adesso molti usano semplicemente le olive fresche snocciolate, sempre con un passaggio in acqua calda, non bollente, e poi tritate. Altra cosa è invece un pane o una focaccia fatta con olive conservate in salamoia o sotto sale, macinate o meno e aggiunte. Quello è pane alle olive, buonissimo anche quello. Per la mia focaccia ho impastato 250gr di farina con mezza bustina di lievito secco Mastro Fornaio e un cucchiaio di zucchero e acqua quanto basta per avere un impasto morbido appiccicoso. Per ultimo ho aggiunto il sale. Chiuso in un contenitore l'ho messo a lievitare vicino alla stufa perché oggi era freddino. Dopo mezz'ora - 40 minuti ho fatto qualche piega senza togliere dal contenitore. Questa è stata la mia ricetta frettolosa perché volevo un risultato alla svelta, ma qualunque formula di impasto di pane morbido tipo focaccia viene bene, qualsiasi farina può funzionare, l'importante è aggiungere le polpe nell'ultima piega prima di metterlo in teglia Dopo un'altra mezz'oretta ho aggiunto la pasta di olive, impastando con le mani sporche d'olio e aggiungendo poca farina perché l'impasto era particolarmente appiccicoso tanto da non riuscire a mescolare bene le olive La prossima volta userò la planetaria. Messo nella teglia abbondantemente unta con olio di nuovo a lievitare. A lievitazione a cuocere nel forno caldo della stufa. La cottura nel forno della stufa a legna è intuitiva. A occhio capisci il calore del forno, a occhio sai se cotto. Nonostante adesso abbia una termocucina moderna con tanto di termometro e luce non mi servono. Anche perché la lampadina bruciava ogni volta che l'accendevo e il termometro da tempo gira a vuoto. Sono più che soddisfatta del risultato. Forse la prossima volta rimacinerò la pasta più fine per avere un impasto più uniforme Con un attimo di tempo posterò anche i mille e un modo di come quest'anno ho provato a fare le olive: in salamoia, al forno, cunzate o no, ma oggi è lunedì, ho giusto il tempo di pubblicare il post, fuori è ancora una bella giornata di sole e c'è pieno di erbe in giro da raccogliere. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • UN ANNO DI BLOG ...

    Grazie. È la prima parola che mi viene in mente. Era il 14 novembre del 2017 quando stuzzicata da un video americano che girava su FB, ho ceduto e mi sono decisa a scrivere il primo post ... Per chi se lo fosse perso: Burro? Grazie, me lo faccio ( qui>>> ) Il video faceva vedere un giovane che metteva della panna liquida in una bottiglietta di plastica da mezzo litro e in pochi minuti, scuotendola, otteneva del burro fresco. Ovviamente non fu l'azione del giovane, per me banale, che mi lasciò perplessa, quanto i commenti e non su come veniva fatto, ma semplicemente perché molti, ma veramente tanti, anzi troppi, non sapevano che il burro è o dovrebbe essere fatto con la panna ... Giusto qualche giorno mi prima era capitato in uno dei tanti gruppi di cucina, ricette ecc., di leggere come avessero consigliato di buttare via tutto ad una malcapitata che nel tentativo di montare la panna con un robot, era successo di trovarsela stracciata e di colore giallastro e tutti a scrivere sotto: - Butta, butta è andata a male- ... quando invece era semplicemente montata troppo e diventata burro. Cosa era successo in questi anni? ma quanti secoli erano passati da quando qui, in campagna, seduta sulla panca in cucina sbattevo il fiasco per fare il burro con la panna fatta affiorare dal latte appena munto? Proprio ora che tutti possediamo robot che ti parlano e che sanno la ricetta meglio di te? Frigoriferi che ti telefonano per farti fare la spesa? A che cosa servono esattamente se tu non conosci la materia prima, l'ingrediente che ci devi mettere dentro? Ora io non sbatto più il fiasco, ma so mettere la panna, che raramente ormai prelevo dal latte munto, e compero fresca al supermercato, nel frullatore e farmi il burro... e per fortuna il mondo è cambiato e non sono più costretta a farmelo, ma scelgo ciò che voglio o non voglio fare. Un breve sondaggio fra conoscenti, e solo chi aveva più anni di me ricordava a fatica che il burro si fa con la panna. Tanto bastò a convincermi a dar retta a quello che da mesi mio figlio mi andava ripetendo: - Scrivi, scrivi quello che sai, c'è gente che non lo sa ... Provati in famiglia dalla scomparsa di mia madre, alla quale oramai non si poteva più chiedere e attingere, nella primavera Alessio era arrivato a casa con il sito e il progetto sulle erbe a lei dedicato, e con la frase felice: - Scrivi, che poi muori anche tu e a chi lo chiediamo? - ... grazie del "poi"... Crudo, realistico e convincente, ma io tergiversavo. Scrivi... sembra facile... fai le fotografie... ahahaha figuriamoci... d'altronde avevo già raccontato e stampato l'esperienza della Mostra delle donne ( qui>>> ), l'idea non era scrivere per altri, giusto per la cerchia familiare e qualche amico che chiedeva spesso ricette o altro, specie sulle erbe e quindi errori grammaticali, inesattezze formali, forse mi sarebbero state perdonate. Ebbene, mi trovo qui oggi a sperare che nell'enorme seguito che ha avuto e continua ad avere il mio blog, TUTTI perdonino le inesattezze e gli errori. Non voglio fare un discorso di cifre, le ho seguite sbalordita i primi giorni, così come incredula pensavo a quello o quella che in Australia o chissà quale paese sperduto del mondo, apriva il mio blog, per leggere qualcosa che forse era un ricordo anche per lui. Appunto le cifre, sono impressionanti perché l'argomento è limitato, cose antiche, di una volta, esperienze che nessuno fa più, vita semplice al limite dell'essenziale, ostico da comprendere per chi vive lontano, non solo fisicamente ma mentalmente e temporalmente da quella che è la mia scelta di vita e pensavo davvero interessasse a pochi. I numeri ... sono quelli che oggi danno valore a una persona... a me hanno dato un'immensa responsabilità per quello che scrivo. Al momento resisto alla tentazione del facile copia incolla e spero si sia capito, resisto a chi mi fa l'occhiolino per farmi scrivere quella parola giusta o quella ricetta in quel modo perché leggendola così tante persone, potrei influenzare questa o quell'altra scelta, resisto alle imposizioni di Google che vorrebbe un modo meno arcaico di scrittura, dirmi lui quando e cosa devo pubblicare per avere più visualizzazioni... Se una cosa non la so, non la scrivo, se non l'ho provata non la scrivo e scrivo come parlo e per ora il sito e il blog sono a totale carico dell'Associazione. https://www.lellacanepa.com/donazione-tutti-manuali Eventuali donazioni rivolte all'Associazione vengono utilizzate per la pubblicazione dei manuali che cerco di diffondere il più possibile nelle scuole e simili, scopo per il quale l 'Associazione Erbando ( qui>>> ) è stata fondata. Anche solo un "mi piace " sulla pagina Fb ( qui>>> ) e la condivisione serve a farci conoscere. E allora grazie, grazie anche a chi condivide sui social facendo in modo che ancora più persone mi seguano, conoscano l'Associazione e partecipino non solo virtualmente ai nostri incontri, alle nostre iniziative. Grazie a chi è venuto a conoscermi personalmente dal mio gazebo nelle piazze, nelle fiere, a chi ci ha sostenuto, ho conosciute persone splendide, sentito racconti, condiviso esperienze e ricordi pur essendo perfetti sconosciuti fino a poco prima. Chi mi legge avrà capito che vivo in una frazione isolata, a 800mt. sull'Appennino, nell'entroterra ligure, sola con la mia gatta, con la stufa a legna, pecore e asini per vicini, una specie di orto che, non riuscendo più a gestire, fa quello che vuole quando vuole e che condivido con caprioli e cinghiali, con alberi di frutta abbandonati, prati incolti, castagneti immensi dimenticati, faina che viene sul terrazzo tutte le notti a vedere se il gatto ha lasciato qualcosa e comunque lascia qualcosa lei, il lupo che banchetta il cinghiale nel cortile e la farfalla che ha deciso di passare l'inverno da me. Vivo, se voglio, come si dice, di bacche e radici, bevo acqua di fonte e l'unica diavoleria moderna è giusto questa antennina che mi permette di ricevere un segnale che il mondo c'è da qualche parte, laggiù, dopo un numero congruo di curve, ma più lo guardo da qui, più penso che non è e non è mai stato il mio mondo... Cerco di rispondere a tutti quelli che mi scrivono per quello che so e sicuramente mi sfugge qualcosa, ma sappiate che mi fa piacere ogni parola che mi dedicate. Qui nella solitudine, nell'abbandono che soffrono questi paesi per le difficoltà oggettive a viverci, siete ora voi la mia compagnia e adesso a voi penso scrivendo e al piacere che mi fa sapere che esistete, che ci siete, che perdonate il mio essere semplice e rustica. Siateci, grazie. Vivo la mia vita tra i papaveri e il grano Il cielo è trasparente il mondo gira piano E c'è un camino acceso e coperte sui divani La notte sopra il tetto e il correre dei cani E sentirai l'odore della bella primavera E suoni di campane tra gli echi della sera E conterai le stelle nella notte senza luna Vienimi a cercare io ti aspetto qui ... Mimmo Locasciulli Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • IL CINGHIALE A MODO MIO - 🐗 la mia carbonade

    Inizio subito dicendo che ripudio la caccia, ma sono purtroppo stata mio malgrado figlia e moglie di cacciatori, madre no, i miei figli al momento del battesimo hanno ricevuto oltre al "rinunci a Satana" anche il "rinunci alla caccia". Resta il fatto che per anni ho dovuto affrontare il problema di cuocere il cinghiale e quando questi erano ben più selvatici e la loro carne dal sapore più marcato. Avendo gustato in Val d'Aosta una buona carbonade di camoscio, ho adattato la ricetta. LA RICETTA Questa ricetta non prevede marinatura. Avuta la carne di cinghiale dovrò pazientemente sgrassarla completamente (cioè privare con un coltello di tutte le parti grasse visibili), in quanto il grasso del cinghiale non ha buon gusto, se non è già stato fatto, lavo molto bene la carne lasciandola anche in acqua corrente, per togliere tutto il sangue. Poi taglio a pezzi piccoli, più piccoli di uno spezzatino e per capirci che non superino i 2 cm, e li infarino. Nella mia vecchia e fidata casseruola di terracotta avrò fatto appassire in olio, burro e dello scalogno in abbondanza, metto a rosolare la carne infarinata con una buona manciata di pinoli. Giro spesso e sorveglio, perchè tende ad attaccarsi data la farina. Raggiunta una rosolatura uniforme aggiungo, se piacciono, un poco di funghi secchi tritati fini, fumo e stacco ben bene la carne con un ottimo vino rosso corposo tipo Dolcetto, Nebbiolo, Barbaresco, senza arrivare al Barolo che secondo me, per il cinghiale è troppo. Sale poco, pepe e, se piace, uno o due chiodi di garofano; continuo la cottura coprendo con il vino. A questo proposito tengo sempre vicino un pentolino dove scaldo il vino e lo aggiungo sempre caldo perché tale è la carne e non voglio provocare uno sbalzo termico alla pietanza. Incoperchio e, a questo punto, devo aver rosolato bene la carne altrimenti quello che risulterà sarà un lesso. Lascio a sobbollire pazientemente fino a cottura completa. E' un ottimo piatto da accompagnare con la polenta, ma anche con del riso pilaf. Riso pilaf? Si, facile e veloce. Trattasi di riso, meglio un riso esotico tipo basmati, fatto tostare poco, fino a che i chicchi non siano traslucidi, con della cipolla appassita in olio, messo in una teglia con buon brodo vegetale in proporzione di uno riso - due brodo, coperto da un foglio di alluminio o ancora meglio da un coperchio e passato in forno caldo a 200° per circa 18 minuti. A fine cottura, con una forchetta sgrano bene il riso. Per una presentazione più elegante di solito faccio le monoprozioni di riso pilaf nei pirottini di alluminio che poi sformo direttamente nel piatto, vicino alla carbonade di cinghiale. Gli ospiti hanno sempre apprezzato. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti . Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • FIORI ANTICHI DEI MIEI GIARDINI SPARITI

    Questo è un post nostalgico come succede solo a chi ha una certa età. Al giorno d'oggi a fine inverno si va in un garden si spende due soldi e si torna con i fiori, già pronti, praticamente destinati a vivere quel tot. Una volta no, una volta nei giardini delle case e se possibile anche di città non potevano mancare alcune piante, che venivano scambiate tra vicine, chi riusciva meglio a coltivare una cosa, chi l'altra, e ogni fiore aveva spesso un motivo per esserci. Oggi ve ne presento qualcuna di quelle che sono riuscita a salvare dai ruderi abbandonati, qui dove vivo io e perché non dovevano mancare nei giardini fino a qualche anno fa. Certamente la Rosa , ovviamente quella da sciroppo qui>>> di cui ho già parlato diffusamente sia di colore rosa che quella rossa. L' Erba della Madonna , il Sedum telephium, qui ho sempre visto quello a fiori rosa, ma so che esiste anche bianco. Su questa pianta, nelle sue diverse varietà, è stato fatto uno studio dalle Università di Firenze e Pisa, a seguito di alcune esperienze di un certo dott. Balatri dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Firenze che ne hanno confermato le eccezionali proprietà nei casi di ulcere, giraditi, ascessi, dermatiti, ustioni e anche nel favorire la fuoriuscita di corpi estranei sottocutanei, come già la tradizione popolare sapeva. L'uso delle foglie fresche, spellate della pagina inferiore applicate direttamente o tritate è da sempre usato, per esempio, per curare giraditi. L'articolo dedicato a questa pianta dove troverete il pdf del dott. Balatri: qui Un altro sedum, il Sedum sieboldii , l' Erba Teresina , così chiamata perché fiorisce a ottobre, nella ricorrenza di Santa Teresa d'Avila La Bergenia, Bergenia crassifolia , con foglie larghe carnose che a fine inverno nei posti caldi, qui non prima di aprile, formava con i suoi fiori rosa le bordure di questi giardini, ma le donne di una volta tenevano segreto fra di loro quanto questa pianta servisse per le irrigazioni vaginali a curare infiammazioni e irritazioni della cavità vaginale in generale. E chi sapeva preparava un estratto concentrato facendo bollire rizomi e radici ... Il meraviglioso Lillà , Syringa vulgaris , qui che con il suo prepotente profumo è annunciatore della primavera. Ma quanti ricordano ancora che è pianta curativi per i disturbi di cuore, per l'ipertensione? e come il profumatissimo oleolito fatto con i fiori serva per i dolori reumatici e per i gonfiori alle gambe dovuti al caldo estivo? Vicino il prezioso Calicanto , Chimonanthus praecox , perché anche l'inverno vuole il suo fiore e il suo profumo, trovate tutto su di lui qui>>> La Pervinca , Vinca minor , qui il post, tappezzante, che per prima regala i suoi fiori blu, a parte essere usata per i filtri d'amore, seppur tossica, ancora oggi le sono riconosciute grandi proprietà nella cura dell'ipertensione e il meccanismo per il quale agisce ne fa una pianta benefica "per la salute del cervello" La semplice Tagete , Tagetes patula, cui tanti conoscono l'uso nei giardini e negli orti per combattere parassiti e funghi ma che si è dimenticato che lo stesso serviva per noi, il suo olio essenziale è un buon antimicotico, utile nel caso di zanzare e nello shampoo contro i pidocchi e contiene anche piccole quantità di antibiotico... per niente conosciuta anche come Calendula messicana. Non poteva mancare la Calendula , Calendula officinalis , per approfondire qui , le incredibili proprietà lenitive sulla pelle dell'oleolito, fatto con le sue corolle arancioni, specie nei bimbi piccoli per le dermatiti da pannolino, ma anche l'infuso, un casalingo rimedio per regolarizzare il ciclo e da qui il suo nome popolare "oro di Maria", mentre quello di Calendula pare sia dato dal fatto che fiorisce quasi tutto l'anno il primo giorno di ogni mese Fra le annuali, sempre presenti Astri, Zinnie, Cosmee, Gladioli, Dalie, Violaciocche, Bocche di Leone, e Garofani , e Fucsie chiamate qui Orecchini della Madonna , che se non erano famosi per le proprietà curative, con le corolle variopinte, attiravano le api e nel caso della Zinnia pare fosse il fiore della risata, sicuramente per i colori accesi che mettono allegria anche a guardarla Alte e preziose quelle che mia nonna chiamava Bismalva, l' Alcea rosea , in varie sfumature dal bianco al rosso scuro passando per il classico colore rosa, con le stesse proprietà più o meno della cugina malva qui e il Giglio di Sant'Anna , l' Hosta plantaginea a formare bordure con le foglie enormi e il fiore bianco profumato O quello di Sant'Antonio, profumatissimo, che tutte abbiamo portato in processione con l'abito della prima comunione O ancora il giglio turco, arancione, l'Hemerocallis, che pochi ricordano sia commestibile dal gusto di limone, qui per distinguerlo dall'altro, quello protetto dei boschi, il giglio di San Giovanni E a protezione della casa il così detto Guardiatrun , Sempervivum tectorum, non poteva mancare sui nostri tetti, vivendo del nulla, quella poca terra trasportata dal vento che si attaccava alle ciappe (ardesia), l'acqua che pioveva e sfidando gelo e neve proteggeva la casa dai fulmini e da temporali. Dalla casa di mia suocera, negli anni '70, ne tirammo giù uno intero che misurava più di un metro quadrato, ma... serviva anche per i calli, specie quelli fra un dito e l'altro. Una foglia tritata grossolanamente posizionata e tenuta in loco con una fasciatura dava sollievo e favoriva la scomparsa del callo e tanti la conoscono come Erba dei calli. Giardino Italiano - Gustav Klimt - Tutte piante e fiori rustici, semplici, di poche pretese, non bisognosi di particolare accudimento, come poco tempo avevano le donne di un tempo da dedicare al giardino. Spesso le fanciulle li usavano per adornare gli altari delle chiese delle nostre campagne, ricordo ancora, le domeniche sul piazzale, prima di messa le comari a scambiarsi pezzi di rametti, bulbi e semenze: - Maria ti ho portato la semenza di zinnia, ce l'hai le tagete da darmi?...- Cose di un tempo, giardini perduti, informazioni scambiate di bocca in bocca, nomi dati per associazione alla forma o al sollievo che procuravano... niente wikipedia... niente blog ... niente social ... ma tanta condivisione. Nei giardini dei ricchi c'era, magnifica, la Peonia ... qui >> DEL SALE, DEL SÂA E DELLA SAÖA, E ALTRO DALLE CUCINE ANTICHE CHE NON CI SONO PIÙ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti . Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

  • LA MIA GIARDINIERA DELICATA

    Mia per modo di dire, mia perché sono 50 anni che la si fa in casa, solo con questa ricetta. Le verdure che avevo a disposizione in questa urfida giornata di questo freddo e piovoso ottobre erano davvero poche e neanche tanto belle, prese di corsa ieri pomeriggio nell' abbandonorto , prima della pioggia, ma questo avevo e questo ho usato. Tre finocchi che stavano per spigare, il bianco di un porro, tre carote medie, l'ultimo piccolo cavolfiore, il cuore di un sedano, un piccolo pomodoro Camone, una piccola melanzana. Avendolo si può aggiungere un peperone, oltre a non averlo io non ne posso mangiare. Comperandole o avendone sono consigliate: carote, fagiolini, sedano meglio bianco, cavolfiore, finocchi, cipolline, peperoni. Vengono cotte in una soluzione di aceto, olio, zucchero e sale nella quale verranno poi conservate, e per questo resta un agrodolce delicato. La procedura presenta alcuni passaggi obbligati, lavare bene la verdura intera, tagliarla a pezzi regolari, tenendola separata per tipo, rilavarla, prima di metterla a bollire. Le proporzioni della verdura sono a piacere, quello che importa invece sono le proporzioni fra aceto e il resto. Per ogni litro di aceto servono 100 gr. di olio, 100gr. di sale 100 gr. di zucchero. Bisogna però considerare che questa dose serve per circa due chili di verdura pulita, perché poi bollendo rilascerà acqua e alla fine il liquido sarà più che sufficiente per invasare tutto, anche se all'inizio sembrerà che sia poca, ed è anche per questo che non aggiungo ne acqua ne vino. Oggi per la verdura in foto, che ho descritto sopra, ho usato mezzo litro di aceto con le debite proporzioni e mi è avanzato del liquido. Per mio piacere personale ho aggiunto qualche grano di pepe e una foglia di alloro. La cottura avviene scaglionata, prima le verdure più dure: le carote, poi i fagiolini, poi il sedano, poi cavolfiori, finocchi e cipolline. Si aggiunge il peperone all'ultimo e senza farlo bollire si spegne il fuoco. Fra una verdura e l'altra non deve passare molto, e soprattutto in totale non devono passare più di 15 minuti, perché le verdure rimangano bene al dente, croccanti, lasciandole raffreddare nel liquido continueranno a cuocere un pochino. Si preparano delle " arbanelle ", vasi pulitissimi e sterilizzati (per sterilizzare: lavati e vuoti un passaggio in microonde per 5 minuti o in forno a 110°), si sistemano le verdure, si aggiunge il liquido a coprire e si chiude. In alternativa, se le volete particolarmente croccanti o se vi è sfuggita la cottura, si tolgono dal liquido e si mettono le verdure a raffreddare su uno strofinaccio pulito, conservando il liquido di cottura. Quando tutto sarà freddo si riempiranno i vasi chiudendo bene. Verdure e liquido freddi non faranno sottovuoto, si conserva bene comunque, volendo si pastorizza come sotto. In casa mia non si conserva mai quasi nulla a lungo ma non perché va da male, ma perché lo mangiamo. I conservanti sono l'aceto, lo zucchero e il sale contenuto, bisogna calcolare anche la diluizione dell'acqua di vegetazione. Se si vuole conservare a lungo si possono pastorizzare i vasi come di consueto, coperti di acqua per almeno 20 minuti a secondo della misura del barattolo. Non è agra come un sottaceto, non è scivolosa come un sott'olio. Può essere usata come antipasto o come un contorno. Ci sono diversi modi per confezionare una giardiniera, per esempio le verdure cotte nell'aceto, lasciate asciugare e poi conservate sott'olio, ma io preferisco questa più delicata e per diversificare i sapori, tra funghi sott'olio e verdure sott'aceto. Conosciuta e usata in ogni parte d'Italia per conservare il sovrappiù dell'orto, le sue origini si ricercano in Piemonte, e dell'antipasto piemontese fa parte da sempre. Anche se quello chiamato Antipasto Piemontese è molto diverso, c'è il pomodoro per esempio e i peperoni che starebbero bene anche in questa giardiniera, ma io non li posso mangiare. Al sud gode di aggiunte quali olive, capperi, ecc. Il termine Giardiniera ha diversi usi e significati diversi che poco c'entrano con la pietanza. La Giardiniera, intorno al 1821 era una donna, quasi sempre appartenente all'alta borghesia, affiliata alla Carboneria, che apriva il suo salotto dove far incontrare pensatori e patrioti per parlare di libertà. Si radunava con altre per organizzare l' attività di sostegno alla causa di liberazione e unità nei giardini e per questo esse presero il nome di "Giardiniere", come i compagni Carbonari che si incontravano nelle così dette " vendite carbonare ". Fra di esse Adelaide Cairoli madre dei 4 fratelli Cairoli morti in battaglia, e molte che furono arrestate o uccise in battaglia. Diversi libri narrano la loro storia. Sempre nel XIX secolo viene usata la parola Giardiniera per definire la maestra d'asilo, con la creazione da parte di Friedrich Fröbel dei Giardini d' Infanzia intendendo paragonare i bambini a piante e fiori da accudire nello sviluppo naturale. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • A ZIMINO

    Mà se ve l’ho da dî Spozoî me sento Mi ascí vegnî re lagrime in zimin, Mà finimola un pó piggiæ ò mandillo, E metemmo à re lagrime ò sigillo Antonio Pescetto, Rimme Galantinne A Zimin , in Zimin , a Zimino , Aziminu , come sempre chi la sa la dica. La parola si trova in un documento la prima volta nel 1698, i dizionari ne danno l'origine dal termine arabo samīn , grasso da cucina, ma proprio non è pietanza grassa, visto che in tutti i luoghi dove si usa questo termine ci si riferisce a qualcosa di magro o di pesce cucinato a mo' di zuppa con erbe. Nelle rime sopra si usa " lagrime in zimino " proprio perché di magro e quindi si poteva abbondare.. Forse alla maniera corsa Aziminu con la A davanti come a significare privato di grasso, successivamente persa la A per strada rimasto lo Zimino , che contraddistingue in Liguria qualunque fagioli, ceci, seppie, totani, cotti quasi sempre con bietole. A complicare le cose nel Sassarese lo Zimino è un piatto di frattaglie di agnello o di bovino arrostite alla brace , e zimino è sinonimo di pezzi... In Corsica Aziminu è una zuppa di pesce aromatizzata con profumate erbe e Pastis ... In altre parti d'Italia è più o meno come in Liguria, a volte le bietole sostituite dagli spinaci. Certamente un piatto di cucina povera, incredibilmente saporito pur senza l'aggiunta di grassi animali. Chi usa mettere cotenna di maiale, pancetta o simili non è nella stretta tradizione ligure. E tradizionalmente sono i ceci o le seppie i prescelti per questo piatto. Oggi io solo ceci. E storicamente questa zuppa di ceci era d'obbligo per il giorno dei morti, e direi che il tempo umido e nebbioso di questo strano inverno autunnale lo ricorda Occorrono ceci ammollati a bagno e cotti: io pentola a pressione, coperti di acqua fredda, niente sale, perfetti in 15 minuti massimo, anche dieci e semmai finiscono di cuocere nello zimino. Nel frattempo in pentola di terra, con olio evo, rosolo odori tritati, sedano cipolla carota aglio, e aggiungo le bietoline ad appassire, tagliate a listarelle con qualche cucchiaio d'acqua. Se non ho a disposizione gli odori freschi (succede) passo le bietole con un cucchiaio del mio dado vegetale (qui>>>) . C'è da precisare che ne esiste una versione con funghi secchi e una senza, con pomodoro o senza pomodoro. In realtà in casa mia il sapore lo danno proprio i funghi secchi, anche se si tratta di seppie o totani e quindi appassite le bietole unisco qualche fetta di fungo porcino secco, ammollato e un cucchiaio di pinoli tritati, lascio insaporire un poco e unisco i ceci con l'acqua necessaria per formare nel giro di mezz'ora un piatto simile ad una zuppa non troppo liquida. Altrimenti si può aggiungere anche polpa di pomodoro alla verdura e successivamente i ceci o le seppie. Via via si controlla sia il sale, sia la brodosità e si serve con una fetta di pane tostato, meglio la galletta, a lato. Se gradito aromatizzare con origano o rosmarino, raramente maggiorana, di recente peperoncino. Piatto corroborante, adatto a chi era preposto ai lavori di fatica, i camalli del porto, i pescatori, contadini, riempiva, nutriva e non costava. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • ZUPPA FUNGHI, ZUCCA E CASTAGNE

    Questa è la mia cena preferita quando torno dal bosco tardi, con poche cose raccolte, qualche galletto, qualche trombetta da morto, se c'è un piccolo porcino, le prime castagne cadute. È sicuramente così buona perché passa talmente poco dal bosco al mio stomaco che tutti i sapori sono intatti, saziante e per me a costo zero. Sui funghi non mi dilungo ne ho già parlato qui>>> e qui>>> anche per riconoscere quelli che raccolgo e mangio. Dunque oggi sono uscita tra un'allerta meteo e l'altra, uno squarcio tra le nuvole ha fatto spazio a un raggio di sole caldissimo, di corsa sono scesa nel bosco e ho trovato qualche galletto e due trombette da morto e un bel porcino, che conserverò per fare con dei taglierini verdi. Per prima cosa metto a cuocere in acqua fredda una decina di belle castagne sbucciate dalla buccia marrone. Scelgo per questa zuppa i galletti e le trombette per il sapore più deciso. Tolto il fondo del gambo e lavo. Piccola parentesi, vanno dimenticate le dicerie sul non lavare i funghi, è necessario passarli velocemente sotto l'acqua, nel caso dei galletti sotto la doccetta perché, sempre molto velocemente, l'acqua passi tra le lamelle sotto e si porti via la terra e eventuali animaletti. Pochi per volta tra le mani e poi messi in un colapasta. Su di un tagliere, quelli che si vedono in foto servono per due porzioni, taglio grossolanamente. Nella pentola di terra, sul fuoco, poco olio e uno spicchio di aglio. Sono della scuola che non leva l'anima all'aglio a meno che non sia talmente vecchio e il germe già verde e spuntato, ma anche lì... dipende. Anche l'aglio intero non fa parte delle mie abitudini e men che meno lo tolgo a un certo punto, ricordare che l'allicina, la responsabile dell'odore pungente ma anche delle immense proprietà dell'aglio si libera solo quando è tagliato o pestato e nell'olio dà il suo massimo e probabilmente è in maggior quantità nel germe. E tra l'altro togliere il germe non lo rende più digeribile, solo meno pungente, se non si digerisce non si digerisce a prescindere. Torno alla zuppa. Nell'olio caldo metto i funghi tagliuzzati e li faccio passare, aggiungo una manciata di zucca tagliata a quadretti, meglio se una zucca pastosa, tipo Delica. Do qualche giro con il cucchiaio, faccio insaporire qualche secondo e copro con acqua calda e finisco con un cucchiaio del mio dado vegetale qui>>> Aggiungo una bella patata bianca sempre a tocchetti ( si può anche non mettere) Lascio cuocere per 15-20 minuti con il coperchio a fuoco basso, dopo passo o schiaccio solo una parte della zuppa, magari anche solo con due giri con il minipimer per renderla più cremosa, ma non completamente tutto. Nel frattempo le castagne saranno quasi cotte, le sbuccio della pellicina e le aggiungo negli ultimi minuti, aggiusto di sale ed è pronta per essere servita, se si vuole con crostini di pane o anche no se è abbastanza cremosa. Per come fare i crostini qui>>> Per decorare e perché dà sapore, un rametto di timo. C'è voluto sicuramente di più a scrivere questo articolo che a fare la zuppa... a mangiarla poi... e come diceva mia madre: - A m'è arriva fin-na inte ongæ di pê - E domani taglierini verdi all'ortica con il porcino di cui sopra. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • PISAREI E FAŚÖ

    Tempo di zuppe e piatti caldi, corposi, sazianti e riscaldanti. Fra questi i Pisarei e fagioli, non proprio una zuppa, non proprio una pasta asciutta, un piatto che ho imparato da sola, da un'enciclopedia comperata anni fa e mai mangiata nella zona di origine: il Piacentino. Quindi trattasi di esperienza personale, mi perdonerà chi li sa fare veramente. Piatto povero, si racconta che i monaci lo servissero ai viandanti che passavano sulla via Francigena, nutriente e appagante oltre che poco costoso. Ricetta antica , Fasò si capisce sono i fagioli, che con gli arrivi dalle Americhe nel tempo sono cambiati, da quelli piccoli con l'occhio ai borlotti (qualcuno mette i cannellini), all'aggiunta del pomodoro, Pisarei sono dei piccoli gnocchetti di pane grattato e farina che cotti in acqua bollente vengono poi conditi in un sugo di fagioli. Spesso li faccio quando mi avanzano dei fagioli bolliti per qualche altra pietanza, si conservano nell'acqua di cottura, ben chiusi in un contenitore in frigo, anche 4 o 5 giorni. Prima faccio l'impasto (con queste dosi vengono tre piatti abbondanti) 50gr. di pane grattugiato 130 di farina, spesso la metto integrale, anche se è un po più difficile da lavorare sale acqua tiepida quanto basta per un impasto compatto che metto a riposare sotto una ciotola mentre preparo il sugo. Nella casseruola, se possibile di terra, (la mia si è rotta!!! dopo tanti anni di onorato servizio e un numero di traslochi incredibile), metto i classici odori cipolla, sedano carota, ma anche solo cipolla e poco lardo pestato con un niente di aglio, i piacentini doc usano la pestata di lardo , cioè lardo tritato a lungo con un coltello grosso e pesante, al quale si aggiungono aglio e prezzemolo tritati finemente fino a ottenere una pasta morbida. Spesso si scalda il coltello per arrivare a un risultato pastoso. Faccio imbiondire questo trito, poi butto i fagioli con parte dell'acqua di cottura e faccio passare, insaporire, dopo qualche minuto aggiungo il pomodoro passato e cuocio a fuoco basso mentre formo i pisarei dall'impasto che ha riposato. . Dall'impasto prendo una piccola parte che allungo in un rotolino e da questo stacco delle porzioni di pasta grosse più o meno come i fagioli, che finisco incavandole con la pressione del pollice . Sulla bravura nel formare i pisarei, pare che le suocere valutassero l'affidabilità delle future nuore, probabilmente io sarei rimasta nubile, ma non li ho mai fatti con una piacentina doc e come li faccio li faccio piacciono molto. Sull'etimologia della parola " pisarei " ci sono diverse versioni, la più verosimile sembra derivare dallo spagnolo " pisar " nel senso di schiacciare, l'azione che si fa con il pollice per dare al pezzetto di pasta per dare la forma. Altre alludono a spiegazioni più terra terra, ma lasciamo perdere. Quando il sugo è pronto cuocio i pisarei in abbondante acqua salata come qualsiasi gnocco, pochi minuti e appena venuti a galla, dopo qualche bollore, li raccolgo con la schiumarola e li metto a insaporire nel sugo di fagioli per qualche altro minuto. Il risultato è a mezza strada fra una zuppa non troppo brodosa e una pasta non troppo asciutta. Per chi è vegetariano, tolto il lardo, è una valida alternativa al sugo di carne, come era nell'intenzione dei monaci che lo servivano ai pellegrini di passaggio, bisognosi di nutrimento, per proseguire il viaggio a piedi per raggiungere Roma Viandante non c'è via, la via si fa con l'andare Antonio Machado Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • DELL'ERICA E DEL BRUGO

    Calluna vulgaris o Brugo L’ha mai osservata l'erica, Isabella? E’ tormentata dai venti, dalle tempeste, dai ghiacci dell’inverno, eppure l’erica resiste, rimane attaccata alla sua terra e alle rocce sempre e comunque, non tradisce mai, non le abbandona per rifiorire in posti più tranquilli, le sue radici non muoiono, sanno che il loro destino è legato alla brughiera, anche se aspra e ostile, ma l’amano così com’è, senza riserve. Brugo o Calluna vulgaris Molti ma molti anni fa ebbi una discussione con un amico apicoltore che in questo periodo trasportava le sue api più in alto su queste colline perché producessero un buon miele di Erica. Il mio pensiero era che quella che fiorisce adesso non è Erica ma Brugo, mentre lui insisteva dire fossero la stessa pianta con due fioriture annuali e finì con io che a suo dire non capivo niente e che l'apicoltore era lui. Dopo tanti anni quando a fine estate rivedo l'amato P asso del Biscia ricoprirsi di un manto roseo, al di là del desiderio smodato di mettermi a urlare Heaaaaaathcliffffff! fra la nebbia, ogni tanto mi viene in mente che non sono mai riuscita a convincere l'amico apicoltore, ma, mentre lui non fa più miele, io sono ancora qui a parlare di erbe. Il peccato non era gravissimo, in quanto molti pensano davvero che sia la stessa pianta, quando invece, oltre a evidenti differenze se si osservano bene, basta il periodo di fioritura per definirli: l' Erica carnea fiorisce a fine inverno, il Brugo a fine estate. Ovviamente la famiglia è la stessa, ma per questo anche i mirtilli sono della famiglia delle Ericaceae. Una l' Erica carnea , o specie simile, da "frangere", il Brugo, la Calluna vulgaris , da "scopare" per l'uso che se ne faceva nel fabbricare scope. Più o meno lo stesso habitat, spesso vicine, il portamento quasi uguale, piccoli arbusti, a volte striscianti, il colore simile, ma le foglioline nell' Erica assomigliano di più ad aghi, sempreverdi, i fiori leggermente più grandi, più rigonfi e più chiusi di quelli del Brugo e dal colore roseo più intenso, che ricorda la carne appunto. Le differenze evidenti nelle foto sotto. L'Erica in questo periodo presenta i fiori in formazione, quindi non ancora completamente definiti e senza il colore che li contraddistingue, il Brugo è un trionfo di rosa. Si notano le foglie completamente diverse, successivamente aggiornerò il post con il fiore dell'Erica sbocciato, per il momento nelle foto sotto il fiore chiuso e una foto di Actaplantarum di erica fiorita, così per vedere la differenza. Erica carnea a fine inverno - foto di Actaplantarum - La fioritura appunto in due epoche diverse, da adesso fino a novembre il rosa delicato del Brugo mentre a fine inverno, quando ancora qui e là sprazzi di neve dai quali spunta il rosa carico dell'Erica. Due piante officinali entrambe, usate nella farmacia del contadino per le vie urinarie, cistiti, più potente l'Erica, la specie " cinerea ", per il colore tendente al grigio della corteccia e presente solo in Liguria e Piemonte, inserita insieme alla Calluna nella lista di piante medicinali ammesse dal Ministero della Salute. Entrambe mellifere, il miele ottenuto ottimo ugualmente, quindi la discussione di cui all'inizio post aveva poco senso per l'amico apicoltore, mentre per un appassionato di piante è diverso. Se si vuole essiccarne un po' per le composizioni di fiori secchi con l' Erica è praticamente impossibile, mentre il Brugo è più resistente. A questo link parlo dell'altra Erica, l'Erica erborea e dell'uso per fare le scope https://www.lellacanepa.com/single-post/di-scope-e-di-streghe Come in Italiano Erica anche la traduzione inglese Heather è usata come nome femminile, ma la traduzione esatta è brugo. Il brugo è uno dei fiori nazionali di Scozia e Norvegia, la brughiera più famosa è quella delle sorelle Brontë, la brughiera di Haworth, dove ambientarono i loro romanzi, Cime Tempestose e Jane Eyre, e le traduzioni confondono, come molti, brugo con erica e pensano siano la stessa pianta che fiorisce due volte, visto che le due piante vivono praticamente assieme come si vede nella foto sopra. stessa località, sopra: fine inverno cespuglio fiorito di erica carnea, si capisce dalla vegetazione intorno che siamo a fine inverno sotto: fine estate cespugli di Callunna vulgaris o brugo, fiorito In questi anni ho visto diminuire tantissimo le piante, su al passo, una volta davvero due volte l'anno era ricoperto di un manto rosa, forse per le stagioni sempre più diverse e per l'avanzare di vegetazione che prima non viveva lì. Questo non impedisce a me di sognare ancora e alle prime nebbie udire nel vento che sferza fischiando, anche stasera, al tramonto, mentre facevo le fotografie, Catherine che chiama il suo Heathcliff ... «Helen, tra quanto tempo potrò salire sulla cima di quelle colline? Che cosa c’è al di là? Il mare?» «No, signorina Cathy,» rispondevo io, «ci sono altre colline, proprio come queste.» «E che aspetto hanno quelle rocce dorate a guardarle da sotto?» mi chiese una volta. Lo strapiombo della Rupe di Penistone la attirava in modo particolare, specialmente quando era illuminato dal sole al tramonto, e tutto il paesaggio intorno era in ombra. Io le spiegavo che erano soltanto una massa di nude rocce, con così poca terra nelle fenditure da non lasciar crescere neppure l’albero più stento. Emily Brontë, Cime Tempestose, Capitolo 18 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • FUNGHI, FUNGHI, FUNGHI

    - Aspetta, aspetta un attimo che ci devo prendere l'oomia - Se qua vivo, la colpa va tutta ai funghi. La grande passione di mia mamma nel cercarli sperando di trovarli, ci ha portato in questa vallata tanti anni fa quando ero piccola piccola. Erano anni quelli che in Alta Val di Vara il fungo porcino secco era una risorsa importante nella vita di contadini, che non avevano grandi coltivazioni redditizie a disposizione. Erano anche anni che i funghi nascevano i grandi quantità per via dei boschi tenuti bene per un'altra risorsa, la castagna, e funghi di un'ottima qualità, facendo del fungo porcino della Val di Vara quello che era già ai tempi di Gioacchino Rossini , musicista, grande gourmet e gourmand, che solo i Porcini secchi delle suore Agostiniane di Varese Ligure voleva per i suoi piatti prelibati. Quindi tramite amici comuni, mio padre e mia madre con me di tre anni, lasciata la moto ad Arzeno , si passò il Monte Biscia a piedi, per venire a trascorrere un fantastico mese di settembre in una casa isolata ai piedi del Monte Chiappozzo , senza luce elettrica, acqua corrente, ma circondati da boschi di castagno dove i funghi si vedevano dalla finestra. Quell'anno, ho ancora le immagini in mente, oltre ai funghi del bosco di castagno vicini alla casa, il marito della nostra ospite, un b&b ante litteram quando non esisteva nemmeno la parola, andava e veniva dalla faggeta del Monte Zatta con la còrba in spalla piena di funghi. Momenti indimenticabili, che abbiamo quasi rivissuto nell'ottobre del 1999, quando i funghi nascevano ovunque, anche uno sopra l'altro, e che mia madre per fortuna è riuscita ancora a godersi . Non divenne mai una vera fungaiola, di quelli che ho imparato a conoscere dopo, quelli che i funghi li hanno nel sangue, che li fanno nascere mentre camminano, che intuiscono il momento giusto per andare nel posto giusto... ma si divertì sempre molto e ogni fungo trovato era un racconto. Poi un giorno mio figlio, il primo, mentre eravamo a pascolare la mucca, a tre anni, allontanatosi di pochi metri vicino a un castagno, tornò con un porcino di quelli biondi con il gambo lungo, dicendo: - Mamma, cog'è quetto ?- Ecco, era nato il fungaiolo di famiglia. Non mi dilungo a raccontare altro, ma da allora è stato tutto un crescendo. Gli altri bambini a scuola facevano la settimana bianca, lui la settimana dei funghi. Il vicino, Silvano, di La Spezia, (un nome una garanzia) fungaiolo vero ed esperto, che per scherzo lo portava con sé nei boschi, un giorno mi disse: - Non lo porto, più. Mi trova tutti i funghi lui. O quando, a nove anni, mi telefonò dal ritiro spirituale per la prima comunione, dicendomi -vai nel tal posto, vicino alla tale capanna che stamattina dovrebbe esserci un fungo-. Basta. Se pensavate fosse un post per aiutarvi a riconoscere i funghi o a cuocere i funghi non sapevate che il fungo è come il pesce per il pescatore, mentre lo racconta diventa sempre più lungo. Comunque per la mia tavola esistono poche specie di funghi e tutte riconoscibili con certezza. Porcini, colombine, galletti, tiulli, prataioli, ovuli, qualche trombetta da morto. So che per chi non li riconosce è difficile anche capire un porcino, ma è esattamente come per le erbe del Prebuggiun . Intanto prima si impara, meglio si impara. Poi dimmi con chi vai e ti dirò cosa impari. Infine al qualunque minimo sospetto di non commestibilità eliminare senza rimpianti. Come dicevo la metodica è la stessa delle erbe. Abbigliamento comodo, scarponi, bastone e cestino, MAI ma proprio MAI sacchetto di plastica. La pratica e la conoscenza di luoghi che devono esserci familiari, non solo quando nascono i funghi. Capire i posti dove nascono perché ci si imbatte per caso o per intuizione, la zona del bosco che rimane umida ma è baciata dal sole, per esempio, il particolare albero ben strutturato che con il porcino è simbionte, il giorno giusto dopo le piogge, il vento no, troppo sole no, la luna nuova ... Insomma non è solo fortuna o studio ma passione e voglia di camminare. E poi bisognerebbe che nascessero come una volta, che i boschi fossero puliti come una volta e che le persone che li frequentano fossero più rispettose della natura, senza predare inutilmente tutto quello che vedono, buono o cattivo, con la voglia di distruggere o di raccogliere anche l'inutile. - È tacito, è grigio il mattino; la terra ha un odore di funghi; di gocciole è pieno il giardino - Giovanni Pascoli - Myricae Per la commestibilità dei funghi non c'è da scherzare, ogni anno qualcuno ci rimette la pelle o il fegato rovinandosi per sempre, per aver raccolto e cotto con leggerezza. Qualunque consiglio scritto a mio parere è inutile, qualunque fotografia non serve, non serve sentire il profumo, non serve descrivere l'habitat, serve la pratica. Serve imparare sul posto con persone esperte. Servono i corsi istituiti dai gruppi micologici, serve portare i funghi raccolti, se non si è sicuri, presso lo sportello della propria Asl, rintracciabile su web alla voce Controllo funghi epigei. La stessa Asl, normalmente, si occupa dei corsi o fornisce gli attestati per la commercializzazione o l' abilitazione alla vendita. Qualche foto di confronto dei funghi che raccolgo io a questo post dell'ottobre 2021, altra grande annata di funghi https://www.lellacanepa.com/single-post/funghi-e-ancora-funghi-s%C3%AC-ma-quali-funghi Anche se avevo già scritto del TÓCCO DE CÀRNE E FÓNZI NÉIGRI ( qui>>> ) non posso terminare senza almeno qualche accenno di ricetta... FUNGHI RIPIENI AL FORNO : Facili, preferibilmente colombine, da lasciarci anche i porcini. Su un letto di patate crude, salate e oliate dispongo a testa in su le migliori cappelle di colombine. Copro con un trito di funghi, le cappelle quelle non proprio belle, i gambi sani, galletti, mescolate con pane bagnato nel latte, aglio e origano o se si preferisce prezzemolo, uovo, olio, e poco formaggio parmigiano. In forno a 180°. TAGLIERINI ALLA BOSCAIOLA Appronto i taglierini Con la nostra (del vicino e mia😂) farina integrale a fontana metto le uova, diciamo quattro per mezzo chilo di farina, impasto con vino bianco secco fino a formare una palla omogenea. Lascio riposare un pochino sotto una ciotola, poi stendo una prima passata con il matterello, finisco con la macchina della pasta non troppo sottili, perché mi piacciono così, per le tagliatelle preferisco una tiratura più sottile. Mentre riposa la pasta preparo i funghi Puliti e tagliati a pezzi non troppo piccoli spadello velocemente in padella in olio e aglio, un attimo con il coperchio perché tirino fuori l'acqua, finisco la cottura con con un cucchiaio di formaggio molle fresco light e poco latte. Meglio la panna forse, ma meno pesante e in casa non se n'è mai accorto nessuno, e garantisco il risultato. Spolverata di prezzemolo. Potrei narrarvi ancora di risotti e funghi fritti , polenta e sughi e funghi crudi ... e scriverò, spero... se nascessero due funghi... Vi lascio con il meraviglioso ritrovamento d ieri dell'amico Fabietto, due griffi Grifos frondosus (Dicks.) Gray, 1821 Grifola frondosa , al prezzo di uno ... meraviglia ... Dimenticavo, la frase iniziale " Aspetta che ci devo prendere l'oomia ..." era la frase che pronunciava ogni volta mia madre entrando in un bosco. La parola " Oomia " , non so nemmeno se si scrive così, è un termine, dialettale intraducibile, che ho scoperto dopo essere di origine marinaresca, che si riferisce al "prenderci le misure" al bosco o meglio farci l'occhio. Si definisce meglio con l'esempio di quando si va in un bosco con uno del posto che trova i funghi e noi no. Proprio perché il nostro cervello "si abitua" a riconoscere la tale pietra, il tal cespuglio, il tale albero e vede subito il nuovo, il fungo che prima non c'era, anche noi entrando dobbiamo dare il tempo al nostro cervello di adattarsi a quello che c'è intorno, così che girando intorno lo sguardo dopo un po' vede il fungo. Provate anche in casa quando cercate una cosa che avete perso. Distogliete lo sguardo e ritornando la troverete. Chissà se mi sono spiegata... vabbè, ditelo ... questa non la sapevate. Vi porto un minuto nel bosco con me. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • I MIEI RABATON DI ORTICA

    Poco resta nella mia memoria della nonna paterna nata e cresciuta a Molare, se non questo piatto che mia madre ricordava fatto da lei, più che altro perché anche questo è realizzato con le sue amate erbe selvatiche commestibili. Questa è una di quelle preparazioni che con pochi ingredienti di base e pochissime varianti gira per l'Italia con nomi diversi. Se fossimo a Brescia li chiameremmo Malfatti , in Toscana Gnudi , in Romagna Topini , senza contare anche il semplice Gnocchi , pur non contenendo patate. Gli ingredienti sono erbe di campo, tipo il misto del Prebuggiun ( qui>>> ) ricotta, cambiando paese cambia la ricotta usata, formaggio grattugiato, uovo, farina e poche spezie. Stasera me li sono fatti semplici semplici, con quello che avevo e non avendo uova non ne ho messo ed erano buonissimi. Nel pomeriggio avevo raccolto delle belle punte di Ortica ( qui>>> ) e bollite in abbondante acqua e spremute per bene. Tritate finissime, anche con il robot e aggiunte alla ricotta, uso quella buonissima del Caseificio Val di Vara. Per dare un'idea della quantità, la ricotta metà peso delle erbe cotte e spremute. Le mie erano più o meno 200 gr. di ortica, 100 di ricotta ho aggiunto ancora due cucchiai di farina, due di pane grattugiato, due di parmigiano, un pizzico di sale. A questo punto ci andrebbe l'uovo, ma devo dire che sono venuti benissimo senza. La ricetta prevede un pizzico di noce moscata. Amalgamo il tutto e con l'aiuto di due cucchiai formo delle quenelles che passo nella farina facendole diventare dei cilindri della misura di un grosso dito. Le nonne li facevano direttamente con le mani e da questo movimento prendono il nome, da " arrabattare ". A questo proposito occorre basare la farina, il pane e il formaggio, se la verdura ha trattenuto più o meno acqua, per ottenere un impasto sostenuto ma non troppo duro. La tradizione piemontese li vuole molto più grandi, ma a me stanno bene così. Nel frattempo ho messo sul fuoco una pentola di acqua, salo, e a bollore butto tutti i Rabaton a cuocere per pochi minuti, come per altri gnocchi simili fino a che non salgono a galla. È possibile cuocerli in brodo vegetale o di carne leggero. Disposti in una pirofila imburrata, conditi con burro e parmigiano, salvia, gratinati minuto in forno. È possibile porzionarli e pronti da infornare, conservarli in congelatore. Da qualche parte in provincia di Alessandria c'è la sagra del Rabaton. Da questo tipo di piatto, sarà solo una leggenda, sono poi derivate le varie paste ripiene e in special modo i ravioli. Si narra che tal Ravioli, cuoco in quel di Gavi Ligure, allora roccaforte della Repubblica di Genova, confezionasse degli "Gnudi", più piccoli dei Rabaton, ma con gli stessi ingredienti, talmente buoni che non si riusciva a soddisfare tutti coloro che ne volevano mangiare. Fu necessario inventare un modo perché fossero facilmente trasportabili per poterli cuocere anche a casa, non erano i tempi della plastica, e fu così che l'impasto fini in mezzo a due sfoglie di pasta all'uovo, ma questa è tutta un'altra storia ... pitost che niente...le mei pitost - proverbio Alessandrino - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

  • SETTEMBRE EVENTI

    L'estate sta finendo... in realtà al momento sta finendo solo agosto, perché di fine estate non se ne vedono i segni. Caldo torrido, serate più che tiepide, brontolii pomeridiani di temporali lontani e così nessun cenno di rinascita di erbe. Ma il calendario degli eventi non si ferma e non aspetta, così parteciperò portando tutto quello che potrò. Certamente i manuali delle erbe, qualche cuscino e il più possibile erbe fresca da far vedere. DOMENICA 8 SETTEMBRE VALLE BIO FESTIVAL VARESE LIGURE La presenza di Erbando al Valle Bio Festival è imprescindibile, è la nostra valle, e questo festival ne è lo specchio. Una giornata ricca di laboratori, presenze di produttori e artigiani, conferenze e spettacoli, è possibile leggere il programma completo qui: https://www.facebook.com/events/1291102565201927?acontext=%7B%22event_action_history%22%3A[]%7D VENERDÌ 13 SABATO 14 DOMENICA 15 SETTEMBRE MYTILIADE LERICI Quest'anno Erbando sarà presente a Lerici all'importante evento dedicato ai nostri "muscoli" sempre per presentare le erbe del prebuggiun e una ricetta dove mare e campagna si incontrano. In postazione fissa lungo il Gourmed e sabato alle 10,30 un intervento per la presentazione, in Largo Tarabotto Sotto la direzione artistica di Vittorio Castellani aka Chef Kumalè quest'anno ci saranno interazioni con altre cucine del Mediterraneo nello specifico Tunisia e Sicilia. Tre giorni di spettacoli e performance, conferenze e dibattiti sui Mitili, un mercato Mediterraneo di prodotti tipici, visite in barca, laboratori creativi, degustazioni di vini e cibo Il programma completo qui https://mytiliadelerici.com/programma/ SABATO 28 SETTEMBRE SPETIALIS MUSEO ETNOGRAFICO LA SPEZIA Giornata europea del Patrimonio con un ricco programma dalle 15 in poi. Esposizioni, Dimostrazioni, Laboratori si intersecheranno per tutto il pomeriggio. Laboratori di acquarello, cucito creativo, colori tinture e unguenti vegetali, filatura manuale, scultura in pietra arenaria, lavorazione ceramica, pizzo chiacchierino e macramè, lavorazione della pelle, lavorazione del ferro, presentazione delle erbe, costruzione di un erbario, cucinare una torta d'erbi, danze popolari della Val di Vara e della Lunigiana. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>

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