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- DI SCOPE E DI STREGHE
Passando appena fuori del paese lo sguardo al campo sotto strada rivedo il Sorgo che cresce, seminato tardi e tagliato verde per essere usato come foraggio fresco alle mucche e mi è venuto voglia di parlarne per chi non lo ricorda più. Il Sorgo un tempo era molto usato e non solo per le bestie, a dir la verità è ancora molto usato, essendo il quarto o il quinto cereale coltivato al mondo, questo ha portato ad una selezione delle specie per l'alimentazione umana o per quella animale, solo in Italia ne sono coltivate circa 115 varietà, e ne esiste anche inselvatichito. È pianta resistente alla siccità, alle malattie, e per questo molto usata, per esempio in Africa. Assomiglia vagamente al granoturco, pianta alta con foglie larghe e piatte e infiorescenze a spighette, che contengono i semi, la granella. foto dal web È un cereale e come tale usato per farine dall'epoca greco-romana, conosciuto come melica , sostituito poi dal mais tanto da far rimanere questo vocabolo " melica " nella parlata volgare, per identificare il granoturco, o almeno qui è così, la meliga , contratto poi in mega, è nel nostro dialetto, il mais. Non contiene glutine e oltre la macinatura per polenta, pane, pappe, può essere usato in granella come il riso, ormai reperibile solo nei negozi di alimenti naturali. Ma la voglia di parlarne mi è venuta non per l'uso alimentare, ma per un'economia basata su questa pianta e ormai praticamente sparita: la fabbricazione delle scope. Da strega qual sono mi sembrava giusto parlarne. La Saggina , il materiale con il quale erano fatte gran parte delle scope fino a una cinquantina di anni fa, è il sorgo, o meglio nella tradizione popolare il sorgo veniva chiamato e usato come saggina. Il termine Saggina o anche Scagliola è però usato anche per le piante acquatiche del genere Phalaris. Di questa stagione, tolto il seme, si vedevano appesi nelle campagne i mazzi di sorgo a seccare, e nell'inverno gli uomini fabbricavano le scope che dovevano durare il più possibile. Le scope non erano solo di saggina ma di brugo ( qui>>> dell'erica e del brugo ) , di ginestra, di tamerice, di sanguinello, di betulla, di scoparia, e altre piante, ma soprattutto non erano altro che un ramo al quale veniva legato semplicemente un mazzo dell'erba scelta. Poi, un giorno del 1797, a Hadley nel Massachusetts , tale Levi Dickenson, contadino, rivoluzionò il mondo delle pulizie casalinghe assemblando un certo numero di mazzi di sorgo in maniera piatta legandoli con del salice, inventando così la Scopa di Saggina , così come è ancora conosciuta adesso. Fu la pubblicità che sua moglie fece alla scopa presso le amiche, a far sì che egli ne fece un mestiere inventando pure una macchina per assemblarle. Oggi la produzione è prettamente affidata ai paesi dell'Est da dove provengono praticamente quasi tutte le scope di saggina, anche se in tutti i paesi contadini d'Italia esiste la conoscenza di chi in passato fabbricava manualmente scope e anche musei che ne raccontano la storia. Fino a qualche anno fa, in provincia di Lucca esisteva l'ultimo artigiano che fabbricava ancora le " granate ", come sono chiamate in Toscana le scope, appunto da grano , ricordando il sorgo che è cereale usato come il grano . Nel video a questo link potete vedere tutta la lavorazione: https://www.youtube.com/watch?v=G5AQvKBRR64&ab_channel=NoiTvLucca foto dal web Prima del Sorgo molte altre piante venivano usate per fare le spasoîe, le Urxe, Uxe, Úrscia, Uexie , nomi in dialetto dell' Erica arborea , (dopo un milione di anni che abito qui, non riesco ancora a pronunciarli bene), di brugo, di Erica scoparia , e ancora adesso di queste erbe sono fatte quelle per pulire la cenere del sō, il rialzo nella grae, gré, il seccatoio, dove si cuoceva il pane e le torte sotto il testo qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/11/28/paneprofumo-di-pane Oggi, giornata fresca di tramontana, ma soleggiata, ho fatto un giro per fotografare qualche pianta e per raccogliere qualche ramo. Intendo fare qualche piccola scopina da regalare per le prossime feste per scacciare via tutti i cattivi pensieri e tutto quello che questo anno ha portato, c'è davvero molto da scopare via. Fino a qualche decennio fa, chi ha tanti anni come me, ricorda un uomo che girava nelle campagne per acquistare le ciocche, i ciocchi, le radici di questa, l' Erica arborea , che dovevano essere scelte con cura per fabbricare le pipe, e anche questo rappresentava un piccolo guadagno per i contadini che sapevano quali cavare. La pianta deve avere dai 50 ai 70 anni per produrre il ciocco, la radice ottimale. La pianta resiste agli incendi, rispuntando ed è per quello che è adatta alla costruzione delle pipe, ma per essere usata la sua radica non deve aver subito incendi in quanto il calore rovina il prezioso rizoma, deprezzandolo. Frequentissima nelle macchie mediterranee a ridosso del mare è presente in tutti i boschi anche qui, spesso sui poggi a fianco la strada. erica in fiore a primavera Tornata a casa con l' Erica, l'ho tagliato quattro o cinque pezzi, uno un poco più grande e diritto, poco filo di rame. Ho rifinito con qualche fiore secco di Achillea, di Romice, un pezzo di cannella vecchia, un pignetta raccolta chissà dove, un cuoricino di feltro, il biglietto con l'augurio di scopare via tutte le negatività, ago filo e ad essere moderni colla a caldo... ma è solo una prova. Ora deve seccare e perderà gran parte del verde diventando una scopina da streghetta, penso che possa essere un bel chiudi pacco. Ti mettiâe ou brûggu réddenu'nte 'n cantùn Che se d'â cappa a sgûggia 'n cuxin-a á stria A xeûa de cuntà 'e págge che ghe sun ... A çimma ... metterai la scopa diritta in un angolo, che se dalla cappa scivola in cucina la strega, a forza di contare le paglie che ci sono ... E la scopa, di saggina o altro, da tempo immemorabile è collegata alla magia, alle streghe, alle superstizioni, a tradizioni ecc. ecc. Difficile arrivare all'inizio di tutto ciò, pare che maestri, sciamani, guaritori in tutto il mondo, abbiano sempre avuto una sorta di bastone in mano, alla stessa erba aggiunta a questi bastoni erano sempre dati poteri magici o di sacralità, vedi la ginestra per esempio, e questo in tutte le culture, anche se era palma da dattero. Il fatto poi che scopando si togliesse l'immondizia, la sporcizia, aggiunge simbolismo. Tutti sappiamo di tradizioni di balli e di chi rimane con la scopa in mano, o la malignità di scopare i piedi alle ragazze nubili così che non si sposassero, o di riti di matrimonio saltando la scopa, o di non scopare dopo il tramonto per non scopare via la fortuna. I versi della canzone sopra ricordano la credenza popolare di mettere una scopa a testa in sù vicino al camino, perché la strega che volesse entrare sarebbe costretta a contare i fili che la compongono e quindi a perdere tempo. -Donne valdesi raffigurate come streghe, miniatura da un manoscritto di Martin Le Franc, Le champion des dames, 1451- Tanto importante la simbologia affidata alla scopa che da strumento delle streghe si riesce a trasferirle il potere di tenerle lontane, vedi le scopine augurali variamente decorate che si usano regalare nelle festività natalizie proprio per spazzare via i mali e le sfortune e impedirne il ritorno. Appunto la strega ... il primo attestato storico che parla di un qualcuno a cavallo di una scopa è del 1453, ma ops... era un uomo Guillaume Edelin , priore e pare amante del diavolo. Anche se ci sono testimonianze più antiche di cavalcate con la scopa, lo stesso Pitagora, pare sconsigliasse di cavalcarne una. Sorvolo sul significato fallico dato al manico di scopa, cavalcato dalle streghe, che ha portato poi a usare il termine per definire anche l'atto sessuale e relegato l'uso alle streghe in quanto donne, ma anche i maghi ve lo dico qui, cavalcano scope per recarsi ai sabba. Per conoscenza aggiungo che la Befana, nulla a spartire con le streghe e meno che meno simbolo sessuale, proprio per questo inforca la scopa con la "spazzola" sul davanti, al contrario di come si vede, ahimè, in quasi tutti i disegni in giro. Resto dell'idea che tutto ciò derivi dal fatto che lo strumento scopa era presente in tutte le abitazioni e munito di bastone servisse come unica arma presente, e le streghe, donne sempre povere che usano erbe, cosa potevano avere velocemente alla mano? Le fate, solitamente ricche, per niente girano in carrozza e hanno la bacchetta magica dorata... L'uso della scopa come simbolo è talmente legato all'uomo, ma ci veniva comodo dimenticarlo, che il riconosciuto popolo dei Metis, i discendenti dei primi coloni nelle terre degli indiani d'America che con loro si unirono, ne portano la tradizione in un ballo tutto maschile. A questo link per vedere come è la Broom dance: https://www.youtube.com/watch?v=4UgwRj-JDSk&ab_channel=MetisPrairieSteppers Per conoscenza mi piace riportare che il famoso gioco di carte chiamato " scopa " si chiama così perché il punto si prende proprio lasciando il tavolo pulito, come fosse spazzato. Scopa nuova scopa bene ma scopa vecchia conosce tutti gli angoli 😜 Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL CIPRESSO
Quanti anni sono ormai che vedo crescere questi cipressi! Da bambina, sulla via delle vacanze, questa era l'unica strada per arrivare qui dalla riviera e il viaggio mi sembrava lunghissimo, quando arrivavamo vicino a questo gruppo, ero convinta di essere in Toscana. Troppo piccola per sapere di Bolgheri e dei suoi cipressi, forse chissà, qualcuno la recitava e qualcuno mi diceva - Guarda, quelli sono cipressi - Ora, da adulta, vado avanti e indietro di frequente e non è più un viaggio, guardo con la stessa riverenza insegnatami da piccola a queste piante. Mio nonno falegname mi aveva insegnato il profondo rispetto per questo albero e per il suo legno. Conservo, purtroppo mal collocato, l'armadio di cipresso che, negli anni '30, lui costruì per nonna, perché negli armadi di cipresso non entrano le tarme. Legno durissimo, inattaccabile da funghi e insetti, elegante, con nodi e venature. particolare dell'armadio di nonna Fatti un'arca di legno di cipresso (Genesi 6, 14) È la Bibbia che ne consiglia l'uso, per la sua resistenza all'umidità, quindi per gli esterni, per le saune e bagni, e ahimè, per le bare più pregevoli. Tradizionalmente è uno dei tre legni del catafalco del papa, non lo fu quest'anno per quello di Bergoglio, che non volle questo legno prezioso La leggenda vuole di cipresso la freccia di Cupido e la clava di Ercole e forse uno dei legni della Santa Croce. All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? Ugo Foscolo Per la sua radice lunga e fittonante che non interferisce con le tombe vicine è da sempre l'albero preferito a custodia dei cimiteri, anche per la leggenda di Ciparisso che trafitto il suo cervo compagno, per il dolore si trasformò in albero, il Cipresso appunto, che ne fece così l'emblema della tristezza e del lutto ma anche dell'eternità. galbulo di cipresso Tutto del cipresso viene distillato e usato in profumeria e in certi prodotti farmaceutici per gli usi più disparati, dalla tosse al ristagno dei liquidi e la circolazione e perfino per contrastare una sudorazione eccessiva. Si potrebbe dire che è commestibile ma come sempre l'uso è da sconsigliare in cucina se non in piccolissime quantità per aromatizzare, perché come sempre può essere irritante. Il suo olio essenziale è da usare con le precauzioni del caso, non molto, non per tanto tempo. Viale dei Cipressi I cipressi che a Bólgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar Quasi in corsa giganti giovinetti Mi balzarono incontro e mi guardar.. G. Carducci Pochi altri alberi, hanno ispirato poeti e narratori come il cipresso. Chi non conosce Davanti a San Guido? Il Viale dei Cipressi, sull'Aurelia, nei pressi di Castagneto Carducci, è lungo 5 km ed è una delle strade più belle del mondo, ad oggi ci sono 2400 piante, che negli anni scorsi sono stati colpiti da un cancro e si è cercato di salvarne il più possibile, anche ripiantando nuove piante per sostituire quelli morti. Si spera diventi patrimonio dell'Unesco, così da convogliare fondi e attenzione su una più estesa e costante manutenzione. Al fine un largo spazio in forma scorge d’anfiteatro, e non è pianta in esso, salvo che nel suo mezzo altero sorge, quasi eccelsa piramide, un cipresso. Torquato Tasso Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DUE MARRONI...
Che sia questa la mia svolta nella volgarità più becera? Quando mai! No! Intendo parlare proprio dei marroni, la castagna che l'uomo ha sapientemente coltivato, innestato, selezionato per ottenere un frutto più liscio, più grosso e più facile da sbucciare. Le differenze si comprendono bene con l'immagine sopra. Una castagna, se pur di dimensioni ragguardevoli, vicino a un marrone è di dimensione più piccola, ma soprattutto l'interno della castagna è arzigogolato in numerose pieghe dove si infila la pellicina mentre il marrone è liscio e quindi risulta molto più facile da pelare. Un Regio decreto del 1939 >>> stabilisce la differenza fra castagne e marroni, come confezionarli e come spedirli, e di quanti frutti deve essere composto un chilo. La foto non fa sentire il gusto, se pure più neutro, cioè alcune varietà di castagne possono sembrare più saporite, ma il marrone è almeno il 20% più dolce di una castagna normale. Ragion per cui l'uso più scontato è quello nei dolci e quindi Marron Glacè e Mont blanc e marmellata. Il prezzo è purtroppo un elemento deterrente, perché molto più caro della comune castagna, quando poi non succeda purtroppo di trovarle bacate, ed è per quello che dopo una brutta esperienza non ne ho mai più comperato. Tanti anni fa un amico piantò pochi alberi di marroni non lontano da casa mia e mi chiedeva tutti gli anni di andare a vedere se le nuove piante avessero cominciato a produrre. Stamattina mi è tornato alla mente, e vista la buona produzione di castagne, anche grandi, mi sono decisa ad andare. Lui non c'è più, ma le sue castagne c'erano, grosse, belle e sane. È stata un'emozione trovarle e pensare a lui, grande amico della mia adolescenza. Purtroppo non ci è stato concesso di mangiarle assieme e negli anni scorsi, dopo la sua scomparsa, fra il cinipide, la siccità, la scarsa produzione, un po' di malinconia, non ero più andata a vedere. Nonostante qualcuno ci avesse pensato prima di me, qualcosa era rimasto. Giusto quelle da fare qualche marron glacés e forse un cucchiaio di Mont blanc... MARRON GLACÉS CASALINGHI Come sempre fatti un po' a modo mio Ho tolto la buccia esterna, l'ho messi in acqua fredda e ho bollito una quindicina di minuti. Pelate molto facilmente da calde, ho preparato uno sciroppo di zucchero fatto con 250gr di acqua e 250 di zucchero. L'acqua deve coprire bene i marroni, si pesa e si aggiunge lo stesso peso di zucchero. Si mette al fuoco, si possono aggiungere i semi di una bacca di vaniglia, si fa bollire per cinque minuti, si mettono le castagne pelate una a una delicatamente e si fanno sobbollire per un minuto. Si spegne. Si copre e si lascia tutto lì per 24 ore. Si tolgono le castagne, si rifà bollire lo stesso sciroppo e si immergono di nuovo facendo bollire per un minuto. Si spegne e si copre per altre 24 ore e così per almeno 4 volte in totale. Al quarto giorno si mettono a raffreddare su una gratella. Se nel corso delle operazioni se ne rompe qualche pezzo non importa, sono buoni lo stesso e servono per decorare il Mont blanc. È possibile rifinirli sopra con un glacé fatto con poco sciroppo avanzato e zucchero a velo mescolati. Se dovesse avanzare dello sciroppo anche quello può essere conservato e usato per dolcificare qualsiasi cosa. MONTBLANC A MODO MIO A modo mio perché trovate casualmente le castagne l'ho arrangiato con quello che avevo in casa, e per fortuna avevo una confezione di panna fresca. Per questa ricetta ho provato a cuocere i marroni in maniera diversa della precedente. Incise, l'ho messe a cuocere per in acqua fredda per una quindicina di minuti, poi l'ho pelate. Tutto sommato ritengo meglio il metodo di sbucciare prima le castagne, farle bollire e poi pelarle. Una volta pelate facilmente, ma nel caso di questo dolce anche dovessero rompersi non ha molta importanza, visto che poi vengono passate, le ho messe in una pentola con del latte e zucchero. Avevo inizialmente circa 250gr. di castagne con la buccia, ho aggiunto circa 300ml. di latte e 50gr. di zucchero, un cucchiaino di estratto di vaniglia o i semi di una bacca e ho fatto bollire piano per una ventina di minuti, facendo molta attenzione che assorbissero tutto il latte e non bruciassero. Devono diventare morbide tanto da poter facilmente essere schiacciate anche con una forchetta. Se dovesse mancare il latte va aggiunto fino a che le castagne non sono cotte bene. Con uno schiacciapatate, con un passaverdura o con quello che si vuole ridurle a una purea consistente. A questa purea le ricette prevedono l'aggiunta di qualche cucchiaio di cacao amaro, non l'avevo, ho sciolto poco cioccolato fondente e ho messo quello, più un cucchiaino di rum. Ho mescolato tutto bene. Ho formato con la purea una montagnola su un piatto, rigandolo con una forchetta, non mi piace fatto come viene passandolo nello schiacciapatate, a vermicelli, e mi piace più morbido, giusto quel tanto che stia su. Una generosa porzione di panna fresca montata al momento sopra, pezzetti di cioccolato fondente e amaretti rotti perché non avevo la meringa, che si trova spesso nelle ricette, ma ci stavano benissimo. Marmellata di Marroni Ho già fatto la marmellata di castagne altre volte, certo con i marroni è tutto più facile. Pare che il metodo migliore per pelarle bene sia quello di inciderle con un taglio, metterle a bagno per mezz'ora, farle cuocere in acqua bollente per 4 cinque minuti, e poi asciugate bene su una padella calda. Procedimento da fare poche castagne alla volta. Una volta pelate si pesano, si rimettono in pentola, si coprono d'acqua e si fanno cuocere per almeno mezz'ora, 35 minuti, fino a che non si spappolano e l'acqua è quasi tutta consumata. Si frullano con un mixer o con un robot fino ad avere un composto liscio. A questo punto, tenendo a mente il peso delle castagne pelate, si aggiunge 600gr di zucchero a chilo e si fa cuocere con molta attenzione girando spesso fino a che non si ottiene la consistenza di una marmellata che vela il cucchiaio. Alcune ricette prevedono metà zucchero integrale, alcune un aggiunta di estratto di vaniglia, altre rum. Per una volta, cosa che non faccio mai con le mie marmellate, ho bollito per venti minuti i barattoli dopo averli chiusi, perché mi è successo che la marmellata di castagne sia più deperibile di altre e dopo tanto lavoro sinceramente dover aprire e trovare della muffa... E SE LE CASTAGNE NON CE L'HAI? Se non ce l'hai te le fai finte. Biscotti a forma di castagna fatti con una parte di farina di castagne e immersi nel cioccolato fondente Ne avevo giusto un rimasuglio in frigo e per completare il post ne ho fatto qualcuno. Gli ingredienti semplicissimi: 60gr. di burro ammorbidito 50gr. di zucchero a velo un uovo piccolo (ma si può fare senza) 80gr. di farina di castagne 60gr. di farina 00 cioccolato fondente per finire i biscotti Mescolare zucchero e burro ammorbidito, unire l'uovo e poi le due farine, fino ad ottenere un impasto morbido. Lasciar riposare per mezz'ora. Riprendere l'impasto e formare delle palline, appiattirle da un lato e creare una punta per assomigliare la forma a una castagna. Cuocere in forno a 180° per una ventina di minuti massimo mezz'ora. Lasciar raffreddare, sciogliere il cioccolato a bagnomaria e immergere i biscotti con la punta lasciando scoperto il fondo. Altre ricette sul blog con le castagne qui: IL CASTAGNACCIO DOLCE O SALATO>>> PAN MARTIN>>> DELL'USO DELLE FOGLIE DI CASTAGNO>>> STRUDEL DI FARINA DI CASTAGNA>>> PASTA FRESCA DI FARINA DI CASTAGNA>>> CALDARROSTE ALL'INFERNO>>> I CÀSSARILEU >>> Diverse varietà di marroni sono coltivate in Italia e hanno l'Igp o altri prestigiosi riconoscimenti, come si può leggere sulla Gazzetta Ufficiale di cui sopra, fin da allora sono nominati come gli unici a essere riconosciuti di categoria AAA quelli di produzione della Campania " i marroni di Napoli" che addirittura erano 48 in un kilo. Ma Toscana con il Marrone del Mugello, Veneto con i Marroni di San Zeno e quelli del Monfenera e i Marroni di Combai, Emilia Romagna Marroni del Castel del Rio, i Marroni della Val di Susa, nel Cilento i Marroni di Roccadaspide, e in Irpinia quelli di Serino e chissà quanti non so. La castagna una volta si mise in dosso una sua veste orrida, spinosa, spiacevole, coprendosi tutta insino al volto, talché li viandanti non ardivano toccarla, anzi detestandola la schifavano. Passando per la selva Autunno, l a pregò che ‘l volto si scoprisse e dicessegli chi ella era. Il che fatto, e la sua grata condizione conosciuta: – Quanto son pazzi li omini – disse Autunno – che da la vista di fòra de l’altrui condizione fanno iudicio! - Pandolfo Collenuccio - A CANDIDO Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- OTTOBRE EVENTI
Dopo la calura estiva, dopo un'influenza che mi ha lasciata senza forze, in qualche modo bisogna parlare dell'autunno incombente. DOMENICA 28 SETTEMBRE Ho un posto riservato per il mio gazebo e le mie erbe, manuali ecc. qui alla Fiera dell'Agricoltura. Spero con tutto il cuore di riuscire ad andare. Sono due giorni di manifestazioni, io sarò presente solo alla domenica SABATO 11 E DOMENICA 12 OTTOBRE Con questo fine settimana iniziano una serie di eventi dalla cadenza mensile, tutti presso il B&b C'era Una Volta di Santo Stefano d'Aveto, dedicato alla manualità una volta più femminile, oggi per tutti Ritorna con una nuova formula “Donne da Ieri a Oggi” . A distanza di quasi vent’anni dall'esperienza di Lella Canepa con mostra e pubblicazione del libro, una serie di appuntamenti nei fine settimana per riscoprire la manualità. Nel corso dei mesi invernali, un week end al mese, affronteremo insieme varie tecniche manuali, consuetudine quotidiana e necessaria nella vita di ieri, una volta più facilmente dalle donne, oggi anche degli uomini, fino ad arrivare all'otto marzo. Primo appuntamento 11 e 12 ottobre dedicato agli intrecci. Sabato pomeriggio un infarinatura di tutto ciò che era uso intrecciare, dal semplice ojos de Dios al più complicato macramè, passando per uncinetto, ferri da calza e altre tecniche con filati di vari tipi. Sarà presente Luisa con un telaio nomade da far provare. Ognuno riuscirà a portare a casa un piccolo manufatto: a scelta o secondo disposizione personale un quadrato all’uncinetto, un ojos de Dios, un approccio ai quattro ferri o un piccolo manufatto a macramè. Nello svolgersi dell’incontro un momento di convivialità con tisane e dolcetti caratteristisci delle aziende del territorio Domenica giornata interamente dedicata all’intreccio di un cestino. La giornata di sabato è solo il preludio alla domenica dove, dalle ore 10 alle 17,30, Maurizio Leone vi accompagnerà passo passo nella tecnica dell'intreccio, altra attività manuale che inizia con la presenza dell'uomo sulla terra. In questa stagione saranno usati salici raccolti a fine inverno e opportunamente reidratati. Con pochi consigli e facili mosse, con il solo uso delle mani tornerete a casa con un cestino finito e con i consigli per continuare a provare a casa semplicemente raccogliendo tutto il necessario in natura. A metà giornata un veloce brunch in condivisione, sempre con prodotti del territorio, per poter continuare e portare a termine il progetto. Tutto il materiale usato sia sabato che domenica sarà fornito e compreso nel contributo Per sabato occorre portare possibilmente una cesoia da potare e un coltellino Sabato dalle 15,30 alle 19 con pausa tisana e dolci classici del posto € 15 Domenica dalle 10 alle 17,30 con pausa per assaggio prodotti di aziende agricole locali € 50 Partecipazione a entrambe le esperienze sabato e domenica 60€ È possibile prenotarsi solo ad un evento o a tutti e due senza pernottare nel B&B Pernottamento del Sabato in B&B con esperienze del sabato e della domenica tutto incluso 120€ a persona Prenotarsi per tempo pochi posti disponibili Per maggiori informazioni e per prenotare chiamare SARA 348 618 9707 Per la domenica di Intreccio è necessario prenotare entro il Primo Ottobre per permettere a Maurizio di reidratare i salici Prossimo incontro a Novembre: filatura della lana e tintura con le erbe DOMENICA 19 OTTOBRE Ancora in fase di definizione il programma completo l'evento d'autunno al Birrificio Taverna del Vara di Torza. Ci sarà birra, cibo e musica e le erbe! ALTRI AGGIORNAMENTI A BREVE Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA PIANTAGGINE
Oggi vi presento la Piantaggine, per mia esperienza, la più trascurata delle erbe spontanee, la più dimenticata delle erbe commestibili e con grandi proprietà terapeutiche ignorate da molti. In realtà faceva parte delle nove erbe sacre, proprio per le sue virtù, conosciuta e amata già da Alessandro Magno e Dioscoride. A me riguarda come erba del Prebuggiun ( qui>> ), come dicevo non molti la usano per scopi alimentari, eppure a parte il misto di erbe, è un ottima verdura per zuppe, minestre, polpette ecc. Forse il suo gusto non è esaltante, non spicca per un sapore o profumo particolare, ma oltre a donare le sue qualità, dà anche una certa corposità alla mescolanza, visto che non sparisce nella bollitura come tante altre. Anche questa appartiene alle più facilmente riconoscibili, è dappertutto, specie sui bordi delle strade dove narra la leggenda fu mutata in Piantaggine la fanciulla che aspettava inutilmente di veder passare l'amato. È presente quasi tutto l'anno, sparisce solo con il freddo intenso. Esiste in formati essenzialmente diversi , dalle foglie lunghe e strette "lanceolate" fino a rotonde enormi, ma è davvero la stessa pianta. La consistenza delle foglie è coriacea, glabre o a volte molto pelose, a guardar bene si vedono evidenti le nervature sia in un tipo che nell'altro. Nervature che sono uno dei parametri per l'identificazione, infatti nel linguaggio comune è chiamata anche "cinquerighe" o sette nervi, proprio perché le nervature, ben visibili girando le foglie. Il fiore è poco appariscente, scarsamente colorato. È conosciutissima per nutrimento agli uccelli, tutta la pianta, soprattutto i semi raccolti, possono servire nelle mangiatoie in inverno. "Quando un rospo è punto da un ragno si precipita presso la piantaggine e lì trova soccorso" Quanto tempo per parlare delle proprietà? Non riuscirò sicuramente a elencarle tutte. Secondo questo antico proverbio medievale, le foglie applicate sopra lenirebbero le punture di insetti. Nella mia tradizione casalinga, oltre all'uso alimentare, mi servo delle sue foglie rotonde infilate nelle scarpe per alleviare i dolori da piaghe per lunghe camminate, e come medicazione per piccole ferite. Nella foto sotto un cerotto d'emergenza ottenuto con una foglia di piantaggine lanceolata, per una piccola ferita da sfregamento per uso di un rastrello, ma anche fosse un taglio. Direttamente sulla piaghetta metto un poco di foglie di piantaggine triturate e se voglio esagerare anche qualche pezzettino d'aglio schiacciato, e fascio con una foglia lunga. Inoltre il macerato di foglie, 50gr in litro d'acqua, fatte bollire per un minuto e spento, lasciate a macerare per una notte, la mattina dopo filtrato, per lavarmi gli occhi affaticati dal computer e cisposi per l'allergia, o per disinfiammare la pelle affetta da acne. È una delle erbe con più bassa tossicità, praticamente bisogna essere allergici specificatamente al genere Plantago per avere degli effetti indesiderati. Ha un'azione anche sull'intestino e curiosamente può essere sia lassativa che agire diversamente. E in questo periodo di tosse e raffreddore un po' di sciroppo di piantaggine, veloce e semplice da fare io lo tengo in serbo. PER LO SCIROPPO In mezzo litro d'acqua, in una pentola di acciaio inossidabile, metto a bollire qualche chiodo di garofano tritato grossolanamente, aggiungo una bella manciata di foglie (circa 100gr.) tritate a coltello e faccio bollire a fuoco basso per mezz'ora. La proporzione fra acqua e foglie è variabile, spesso io vado a occhio, basta che siano ben coperte di acqua, anche se è meglio non scendere sotto i 100gr. a litro. Si tratta pur sempre di preparati casalinghi. Trascorso questo tempo, spengo e lascio in infusione per almeno 2 ore meglio tutta la notte. Filtro e aggiungo al liquido ottenuto 2 etti di zucchero, meglio di canna, in questo caso preferisco il muscovado, rimetto sul fuoco il tempo di sciogliere lo zucchero. Lo zucchero muscovado da a questo sciroppo un bel colore ma soprattutto toglie il gusto di erbaceo che potrebbe non piacere. Aspetto che diventi tiepido e aggiungo mezz'etto di miele, possibilmente di tiglio, eucalipto o simili. Lo conservo in frigorifero e ne prendo 2 o 3 cucchiaini quando serve. Tengo la bottiglietta in frigorifero con lo sciroppo fatto con lo zucchero muscovado, perché non conosco la shelf-life di questo prodotto, ultimamente sterilizzo le bottigliette come per la salsa e le metto in frigo solo dopo aperte. Se fatto con lo zucchero normale o di canna e la proporzione tra liquido e zucchero non scende da 800gr. di zucchero per 1000gr. di liquido, è uno sciroppo normale che potrebbe essere tenuto in dispensa. "Eh tu Piantaggine, madre delle piante, aperta verso Oriente, sopra di te cigolavano i carri, sopra di te cavalcano le spose, sopra di te sbuffano i torelli; a tutti resisti, a tutti ti opponi, Opponiti dunque anche al veleno al contagio e al male che infesta." Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti . Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- FIOR di ZAFFERANO SÌ ... FIOR di ZAFFERANO NO .... e .... dello zafferano ligure
o Giromin de Fascia, a Relia, a Carmelinn-a, o Gigio de Rondaninn-a, o Momo de Cascinghen con l'armonica in spalla; e a Majolin de Propâ ch'a ven pe' cancaxêu : i fiori pe-o decotto pe-o so foentin marotto. - Edoardo Firpo - Come tutti gli anni di questi tempi si apre la diatriba sullo Zafferano Selvatico . Discussione non da poco visto che ogni tanto qualcuno ci rimette la vita. È dell'anno scorso l'ultimo, credo, caso di avvelenamento mortale ( qui>>> ). Senza arrogarmi competenze che non ho, scrivo questo post semplicemente come tutti gli altri, con le conoscenze mie personali, arricchite delle informazioni che amici e pubblicazioni hanno contribuito a darmi in questi anni. La prima notizia è che sì, esiste in Liguria, un cosiddetto tipo di "Zafferano Selvatico" , in genovese " cancaxêu" . Per chi come me vive in Liguria è facile riconoscerlo, da fine estate, quando con la sua presenza invade i prati, e quando fin da piccola ti hanno insegnato a distinguerlo per i suoi stimmi sfrangiati, di colore rosso scarlatto acceso. Stimmi che sarebbero poi quelli che andrebbero raccolti, fatti seccare e polverizzati per ottenere una polvere rossa simile allo zafferano. Crocus ligusticus Mariotti Si tratta del Crocus Ligusticus e si capisce dal termine ligusticus, trattasi di pianta endemica in Liguria o nei pressi della Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna. Di fatto è simile e della stessa famiglia del vero zafferano, il Crocus Sativus. Nella vicina Francia e nel nord della Spagna ne esiste uno simile classificato come Crocus nudiflorus. Altrove non c'è , quindi facile che possa non essere mai stato visto, che sia inutile cercarlo e che non si possa trovare. Quello con il quale viene confuso con esiti letali è il Colchicum autumnale L. Sono due piante diverse, scientificamente classificate in maniera diversa, ma come sempre preferisco semplificare e mostrare quello che a vista li rende diversi anche a noi profani di botanica. L'unica cosa che li accomuna è il periodo di fioritura, fine estate-inizio autunno e un certo portamento simile. Intanto il colore , più vivido nel Crocus e più pallido e rosaceo nel Colchico il Colchico velenoso manca completamente degli stimmi rosso acceso del Crocus Viste le foto di entrambi il riconoscimento mi sembra possibile e più difficile sbagliare, dal momento che mancando gli stigmi rossi non c'è niente da raccogliere, da seccare e da ridurre in polvere. Sulla tossicità c'è da dire che, nonostante alcune proprietà curative del Colchico , (fin dal Medioevo le fattucchiere facevano pericolosi decotti) pare ne bastino 7mg per farne una dose letale. Non è così del Crocus , ma non bisogna pensare che sia completamente innocuo, qualcuno lo classifica come leggermente tossico pure questo. Vi dirò, che in anni passati, sempre con mia mamma, dalla quale ho imparato a riconoscerlo, abbiamo più volte pazientemente raccolto i fiori, fatti seccare i suoi stimmi rossi , e polverizzati, ma devo anche dire che ne abbiamo ricavato in cambio una estrema delusione. Poco hanno dello zafferano, sia in termine di gusto che di colore, ma davvero poco, forse quando non c'era la possibilità di avere il vero zafferano, ci si accontentava di quello che c'era. Quindi meglio godere solo della vista dei meravigliosi prati ricoperti di crocus e colchichi fioriti in questa stagione, dove sono quasi gli unici fiori presenti, lasciandoli lì, per evitare pericolose confusioni , correre qualche rischio nocivo, e per avere inoltre uno scarso risultato . Sempre meglio comperare, come ho fatto io, una certa quantità di bulbi di Crocus Sativus, e coltivarsi, con un po' di fortuna il vero zafferano, che tra l'altro è la spezia più costosa al mondo, visto che per un grammo di secco servono ben 150 fiori freschi. E per questo è anche molto contraffatto, se va bene con curcuma, cartamo, calendula, ma anche barba di mais tinta, per non parlare di polveri di ogni genere nemmeno alimentari. Il mio zafferano sta germogliando, questo è appena spuntato stamattina, in poche ore è uscito il fiore e l'ho lasciato aprire per fotografarlo, altrimenti va raccolto ancora in boccio, al mattino presto, prima che schiuda completamente. Già, lo za’hafaran , questo il suo nome arabo, visto che dal'Asia minore arrivò tanti anni fa, con i Fenici, più per tingere le stoffe che per essere usato in cucina. Gli arabi lo portarono in Spagna e qualcuno lì lo mise nella paella, e dalla Spagna un frate domenicano lo portò in Italia e provò a coltivarlo nelle sue terre abruzzesi. Ma già i Romani lo conoscevano come medicinale e lo usavano come afrodisiaco, visto che a dosi elevate ha un effetto eccitante mentre in piccole quantità è un sedativo antispastico. Che le tue ceneri, o Pomptilla, fecondate dalla rugiada, si trasformino in gigli e in un verde fogliame dove risplenderanno la rosa, lo zafferano odoroso e l’imperituro amaranto. (Cagliari, tomba romana) Non mancano le leggende, una raccontata da Ovidio ... Krocus, giovane guerriero commette l'errore di innamorarsi di una ninfa immortale. In preda alla disperazione per l'amore impossibile finirà per suicidarsi e gli Dei pietosi lo trasformeranno nel delizioso fiore di zafferano. E quella legata al risotto alla milanese ... di un giovane pittore impiegato nella fabbrica del duomo di Milano (lo zafferano è da sempre usato dai pittori come colore), questi non aveva cosa regalare ad una giovane sposa, e pensò di presentarsi al matrimonio con due pentole di riso sapientemente dorate dalla preziosa spezia, inventando, così pare, la deliziosa pietanza. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI FRAGOLE E MIRTILLI, MORE E LAMPONI
La fragoletta germoglia e matura sotto l’ortica, e bacche salutari si sviluppano e crescono più belle vicino ad altre di specie inferiore; William Shakespeare Enrico V, Atto I, Scena I - Fragoline di bosco - A casa mia merélli, pi-ele, moîe e armótti. I piccoli frutti di bosco... a trovarli ... qui ... finiti i tempi quando le donne con le ragazze e i fanciulli salivano sul Monte Zatta per raccogliere soprattutto lamponi e mirtilli a cesti da portare al confine di regione dove audaci autisti di camion le aspettavano per comperarli e portarli più a nord, Torino per esempio, dove venivano venduti alle industrie, che ne ricavavano liquori, profumi e anche medicinali. Una consuetudine legata a tutto l'Appennino, dove i soldi ricavati, insieme a quelli dei funghi porcini, significavano spesso un paio di scarpe nuove, un taglio di stoffa per un abito o un cappotto ... Ora questi monti senza animali al pascolo, che li tengono puliti, senza più le carbonaie che lasciavano un terreno fertile alla crescita di questi frutti, sono invasi da specie più aggressive e ci si è indirizzati verso culture programmate, per avere raccolti se non tutto l'anno, quasi. Chi ricorda più quando realmente maturano le fragole o i mirtilli se nei banchi di frutta e verdura li vediamo sempre insieme? Chi però ha assaggiato un lampone selvatico, un mora di bosco, una fragolina spontanea difficilmente ne dimentica il sapore e lo ritrova nei frutti coltivati. Le uniche che resistono in quantità, un poco di più, sono le more, a loro volta diventate cibo per la fauna selvatica tipo i caprioli, così è tutto un a chi arriva prima. Comunque da aprile a maggio inoltrato è ancora possibile improvvisamente incontrare piccoli tappeti di piantine fiorite passeggiando nel bosco e di lì a qualche giorno raccogliere qualche fragola. - fragoline di bosco coltivate - Il profumo è talmente intenso che le dà il nome, fragola da fragrante. Qualunque sia il quantitativo di fragole che trovo, che ho coltivato in vasi qui e là, non è mai abbastanza da avanzarmene e permettermi di pensare a marmellate o ad altro, a parte mangiarne una manciata sul posto, adoro condirle a casa con vino, con sciroppo di rose, con il limone. Forse nella mia vita sono riuscita a fare la marmellata, più o meno nel modo che faccio le altre, probabilmente solo una volta. Preferisco metterle in congelatore, nel caso, per usarle poi in sciroppi fatti al momento per decorare torte e cheese cake. Nel congelatore sempre con un poco di zucchero. Precongelate per una notte in un contenitore basso e largo, spolverizzate di zucchero, intere, coperte in modo da poter poi essere sistemate in sacchetti o contenitori, ma da poter prendere nella quantità desiderata. Sciacquate prima, sempre con il picciolo, che va tolto solo dopo il breve lavaggio per impedire all'acqua di entrare nella fragola e accelerare il processo di marcescenza. Questa piccola accortezza va seguita anche per fare una macedonia di fragole da consumare subito, perché non c'è come la fragola altro frutto che deperisce così in fretta. È possibile surgelarle anche con il picciolo. È uno dei motivi per i quali una fragola comperata, che ha subito un confezionamento, un lungo trasporto, deve essere necessariamente essere raccolta quando non è affatto matura, non potrà mai avere profumo e sapore di una coltivata da noi o raccolta spontanea e tralascio volutamente con quali additivi riesce ad arrivare sulle nostre tavole. Ed è anche per questo che non compero fragole per fare marmellate. Se si ha la fortuna di raccogliere tutti i giorni qualche fragola, un ottimo depurativo e disintossicante dell'organismo, è l' acqua di fragole , niente altro che quattro o cinque fragole grandi o una manciata piccole frullate in un bicchiere di acqua con qualche goccia di limone, presa alla mattina a digiuno, ricordandosi che le fragole hanno una certa azione sull'intestino e quindi attenzione se si soffre di colite. Se comunque si vuol fare la marmellata, per via dei semini gialli, gli acheni, che poi sarebbero loro il vero frutto della pianta fragola dal punto di vista botanico, io preferisco mettere le fragole appena spolverizzate di zucchero a cuocere per un quarto d'ora venti minuti fino a che non si disfano un po' e poi passarle nel mio passino fino, peso e aggiungo in proporzione 800 gr. di zucchero a chilo di passata, sul fuoco fino a che non è della consistenza giusta. Mi è stato chiesto, quindi completo il post con questa informazione. Sopra, dal web, una foto di Potentilla indica o Duchesnea indica, comunemente conosciuta come falsa fragola. Si riconosce semplicemente perché il frutto, rotondo, guarda in sù, ovvero non pende come le fragoline. Importata agli inizi del 1800 come bizzaria dall'orto botanico di Torino si è diffusa in tutto il nord. Pur non essendo tossica non è iscritta tra i frutti commestibili, più che altro è totalmente insapore. Viene venduta come decorativa per i giardini, vista la facilità con la quale tappezza e diventa infestante. Immediatamente dopo maturano i lamponi . Ho ancora qualche pianta presa tantissimi anni fa sul monte, tendono a diventare infestanti, anche questi con profumo e gusto completamente diversi dai frutti di piante coltivate qui vicino. Sono sensibilmente più piccoli, ma profumatissimi. Per tanti, tantissimi anni, non ho mai capito perché, mi dava un fastidio fisico il profumo e perfino passare vicino a piante di lamponi, more e mirtilli e non riuscivo a mangiarne, poi improvvisamente, da un giorno all'altro ... tutto passato. In visita ad un'amica, ad Albareto, quando ancora tornavano dai monti con cavagne di mirtilli, questa me ne condì una tazza così semplicemente con un po' di zucchero dicendomi, anzi quasi intimandomi: - Non possono non piacerti e ti fanno bene - L'aspetto era talmente invitante, che non so cosa successe, li mangiai e fu amore improvviso anche per lamponi e more. Ora attendo con impazienza i miei lamponi sorvegliandoli giorno dopo giorno, dalla fine di giugno in poi. - fiore di lampone appena sfiorito a fine maggio - Rubus idaeus, da ruber rosso, come il colore classico dei suo frutti, un rosso rosato tendente al viola classificato proprio come colore nella tabella dei colori con il nome Rosso Lampone. Anche questo "frutto" formato da tante piccole drupe attaccate, come dicevo infestante se in una zona collinare montana, con proprietà antinfiammatorie e decongestionanti, venivano usati anche per correggere il sapore di alcune preparazioni farmaceutiche. Buonissimo lo sciroppo, ma bisogna averne in quantità per farlo, ottenuto con una fermentazione di qualche giorno dei frutti raccolti, puliti, schiacciati e poi spremuti attraverso un telo e messo a bollire per una ventina di minuti il liquido ottenuto sempre con la proporzione di 800gr. di zucchero a chilo di succo. Io non resisto, li mangio così, dalla pianta, mano a mano che maturano tutte le sere quando vado nell'orto, o in macedonia, o a colazione con lo yogurt, quando ne ho qualcuno di più. In rapida successione arrivano i mirtilli, i nostri, quelli piccoli, neri, che con le loro piante tappezzano intere zone del sottobosco. E di questi qualcosa ancora si troverebbe anche qui, se non mi fermasse la paura delle vipere, che le piante basse e fitte nascondono benissimo, nonostante mi sia comperata da tempo il pettine che serve per la raccolta. Niente di paragonabile comunque all'Appennino Pistoiese, per esempio dove esistono estesi vaccinieti, raggiungibili solo dopo faticose camminate per aspri sentieri, dove un mirtillaio esperto può raccoglierne fino a 70 kg. al giorno. A questo proposito è il momento di ricordare che la raccolta dei frutti di bosco è regolamentata da leggi regionali diverse e che raramente si possono raccogliere più di un chilo di frutti a testa. Vaccinieti perché il suo nome botanico è Vaccinium myrtillus, Vaccinium usato anticamente per definire qualcosa "a bacca blu" e myrtillus per la somiglianza di bacche e foglie con il Mirto (qui>>>) . Nonostante io non li abbia mai trovati, anche qui sull'Appenino Ligure sono presenti i mirtilli rossi, Vaccinium vitis-idaea, di cui non ho foto. Nella zona del passo del Cerreto, abbastanza vicino a me, è stata scoperta una piccola zona di mirtilli bianchi e della mancanza degli antociani, i pigmenti che danno il colore, nessuno sa il perché. I mirtilli selvatici non hanno niente a che vedere con quelli coltivati grandi che si trovano nei supermercati, buoni anche quelli, ma con una pianta dal portamento completamente diverso, quasi un alberello, di provenienza americana, che ormai vengono largamente coltivati anche da noi. aggiornamento al 9 giugno: per il secondo anno i mirtilli del mio bosco sono arrivati prima dei lamponi del mio orto! non ci sono più le stagioni di una volta ... Sembra che le riconosciute proprietà importanti per la vista siano state evidenziate quando, durante la seconda guerra mondiale, i piloti della Raf mostrarono un'acutezza visiva proprio durante la notte e nella loro dieta rientrava un'importante quantità di marmellata di mirtilli. Al contrario di altri frutti il mirtillo agisce in maniera diversa con l'intestino ed è usato per le diaree. Per un tempo ragionevole è utile anche nelle infezioni delle vie urinarie. Così importanti le sue proprietà che l'amica che me li servì quel giorno, era più o meno consapevole dell'uso antico di buon auspicio, di offrire una tazza di mirtilli all'ospite come segno di accoglienza. Nessuna procedura diversa per farne marmellate anche se, oltre a congelarli, questi mi piace conservarli al naturale in vasi sterilizzati come avevo già scritto qui >>> per le more ... mirtillo vero, schiacciando la polpa è rossa Esiste un così detto "falso mirtillo", non tossico, ma dal sapore meno buono La pianta simile, le foglie più lisce non dentate, la bacca del vero mirtillo schiacciata fra le dita rileva la polpa rossa, mentre il falso mirtillo è biancastro all'interno. Sconsiglio vivamente di raccogliere comunque bacche di qualsiasi forma e colore se non si è fermamente convinti di riconoscere la pianta, perché esistono bacche davvero molto velenose. L'ultimo dono prima dell'autunno sono le more di rovo, che la tradizione raccomanda di non mangiare oltre il 29 settembre, giorno di San Michele, perché pare che il diavolo, per sfregio, ci sputi sopra rendendole molli e insapori. Forse l'effetto è dato dalle precoci nebbie autunnali. Più di altri è diffusa se non addirittura infestante, coprendo larghe zone incolte con i suoi impenetrabili rovi, dove i dolcissimi frutti finiscono per maturare in alto, inaccessibili. Ancora Rubus il suo nome, in diverse specie, la più comune qui Rubus ulmifolius . Sempre uguale procedura per una buonissima marmellata di more da farcire crostate, questa volta con un'attenzione in più ai semini, per me fastidiosi, anche se ricchi di proprietà pure loro, ma bisogna pensarci se si ha l'intestino delicato. L'uso non si limita ai frutti, buonissima è l'acqua di giovani getti di rovo, una semplice "tisana" a freddo, qualche germoglio di rovo in una piccola caraffa d'acqua fresca lasciata coperta qualche ora e poi bevuta per dissetarsi nelle prime calde giornate primaverili. - germoglio e fiore di rovo - Nello stesso periodo foglie tenere e germogli fanno parte delle erbe selvatiche spontanee che si raccolgono e si usano nel misto per frittate e ripieni, fanno parte anche del Prebuggiun (qui>>> ) di alcune zone della Liguria. Per le sue sue proprietà antinfiammatorie, le sue foglie venivano strofinate in bocca per curare le stomatiti, salvo poi risciacquarle in acqua corrente prima di buttarle. Non può mancare l'uso magico, in quasi tutta l' Alta Val di Vara i rametti giovani venivano usati per " segnare " le eruzioni cutanee, tipiche per esempio del Fuoco di Sant'Antonio , o le temute risipole, le Erisipele, sempre raccomandando di buttare in acqua corrente il rametto usato, perché l'acqua portasse via il male. - foto dal web - Avrei voluto parlare anche del ribes e dell'uva spina che tanti anni fa raccoglievo in un unico posto, poi spariti entrambi i cespugli e della magnifica gelatina che facevo. Sogno ancora di trovarmi in un posto dove si possano raccogliere. Per i miei metodi su marmellate e sciroppi vari, è scritto tutto QUI >>>DI SCIROPPI E ZUCCHERI CON FIORI, FRUTTA, FOGLIE E GEMME QUI>>>ESTATE TI CONSERVO 2 Anche se per me la migliore scorta resta quella al naturale, si riempie un arbanella piccola, schiacciando un po', si aggiunge un cucchiaio di zucchero, si chiude e si procede a una pastorizzazione casalinga facendo bollire per venti minuti. L'acqua deve coprire i coperchi. L'unica frutta che non mi è venuta benissimo sono state le fragoline, troppo molli. Meglio in congelatore. invasettamento dopo la pastorizzazione Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI BACCHE E RADICI E ...
Lungo la strada vedi su la siepe ridere a mazzi le vermiglie bacche ... G. Pascoli Mi trovo spesso, raccontando di me, a dire che mi sono ritirata " a vivere di bacche e radici ", e mai come quest'anno ho messo in pratica quanto vado dicendo. Mi sento in dovere quindi di esternare anche quali Bacche e quali Radici ed essendo l'autunno, giusto la stagione propizia di tali raccolti, non mi resta che parlarne. Proprio ora appunto le bacche fanno la loro comparsa su alberi e arbusti e le radici immagazzinano i succhi che le rendono turgide e consumabili. Un po' anche perché recentemente ho letto di quell'uomo che ha ingerito le bacche di Tasso , salvato in extremis, il così detto albero della morte, quindi il post è anche per ricordare di NON INGERIRE NULLA IN GIRO PER BOSCHI E CAMPI CHE NON SIA STATO IDENTIFICATO CON CERTEZZA Un altro consiglio è di non raccogliere e inutilmente bacche commestibili da trasformare in marmellate, sciroppi o quel che si vuole con l'intenzione di conservare vitamine e nutrienti che invece con la cottura scompaiono, cosa che non succede se si fanno macerati a freddo, fatelo solo se intendete gratificare il palato per vostro gusto personale, Raccogliere bacche è noioso, pulirle ancora di più, spesso quello che rimane è infinitamente poco rispetto a quello che si è portato a casa. Le bacche sono il cibo invernale di molte specie animali, specie gli uccelli, di conseguenza ricordarsene, senza fare inutili depredazioni per poi magari non usarle, ma prendere solo quello che serve. Tutte le bacche diventano completamente mature, morbide con le prime gelate, ora con questi cambiamenti si trovano bacche mature in anticipo rispetto a tempi fa. In merito a quello che dicevo prima sui selvatici, non aspettate troppo se trovate un bell'arbusto coperto di bacche con l'intenzione di tornarci dopo qualche mese, gli uccelli e altri animali ci arriveranno prima di voi. Ah ... a proposito, bacche è un nome improprio generico, ognuna ha il suo nome specifico di drupa o cinorrodo o coccola. Cinorrodi di rosa canina La bacca più semplice, più facile da trovare è quella di Rosa canina e troverete tutte le informazioni nel post a lei dedicato clicca qui >>> Facile da riconoscere fra le altre per via delle spine fatte appunto a dente appuntite e ricurve, che poi danno il nome all'arbusto, la bacca non perfettamente rotonda ma allungata. Un'altra bacca commestibile, frequente da incontrare nelle passeggiate è quella di Prugnolo, Prunis spinosa , di colore blu scuro, antenata delle prugne. L'arbusto, il primo che in primavera si ricopre di velo di fiorellini bianchi eduli anch'essi utili per decorare piatti e insalate primaverili. La bacca acidula, fortemente allappante se non matura, e quando è matura è morbida e un poco raggrinzita viene usata per il famoso liquore detto Bargnolino, tipico dell'Appenino Emiliano, la ricetta, io non faccio liquori, ma quest'anno provo questa: mezzo chilo di bacche di prugnolo mezzo litro di alcol per liquori mezzo chilo di zucchero un quarto litro di acqua Come per la gran parte dei liquori casalinghi, dopo aver fatto macerare per 45 giorni le bacche pulite e lavate nell'alcol, si filtra senza schiacciare troppo, si aggiunge lo sciroppo ottenuto facendo sciogliere lo zucchero nell'acqua e raffreddato e si lascia riposare per almeno due mesi prima di bere. Mi attira molto anche la versione che prevede al posto dello sciroppo di zucchero l'aggiunta di pari quantità di Gutturnio. Drupe di Biancospino Un' altra comunissima bacca che si trova appena ci si avventura per un sentiero è quella del Biancospino qui>>> , spesso confusa con quella di Rosa canina. Se quella di Rosa è sempre oblunga, ovale, quella di Biancospino è rotonda. Pur essendo anch'essa commestibile e usata dalla notte dei tempi, persino per fare farina, è pur sempre di una pianta usata per le sue importanti proprietà medicinali per il cuore e anche proprietà astringenti, quindi sconsiglio di mangiarle come le ciliegie. Pomi di Sorbo montano Fra alberi di Castagno e Querce è facile incontrare il Sorbo comune , o Sorbo montano, il Sorbo aria. Le bacche commestibili dopo cottura , addirittura il nome sorbo pare derivi da inghiottire, usate sempre per marmellate e decotti antinfluenzali. Per riconoscerlo osservare la pagina inferiore delle foglie chiara e vellutata con profonde nervature. Parente stretto del Sorbo degli uccellatori , Sorbus aucuparia , le quali bacche mangiate crude in quantità possono fare infiammazione all'apparato digerente, mentre cotte sono da sempre usate. Da esse si ricava il sorbitolo. Il sorbo albero magico, specie per i popoli nordici, considerato sacro perché pare proteggesse la casa e le stalle dai fulmini, usato in tutti i modi, il legno, per ardere, per fare carbone, per tingere di nero. Questo in particolare appetito dagli uccelli e usato per gli appostamenti fissi per la caccia, da qui il nome. TUTTE LE BACCHE COMMESTIBILI FINO A QUI DESCRITTE APPARTENGONO ALLA FAMIGLIA DELLE ROSACEE, PERTANTO IL SEME INTERNO CONTIENE AMIGDALINA IN QUANTITÀ DIVERSE. È QUINDI SEMPRE MEGLIO NON INGERIRE I SEMI, SOPRATTUTTO IN GRANDE QUANTITÀ drupe di Alloro Abbastanza facile anche trovare piante di Alloro qui>>> , Laurus nobilis, , cariche di bacche scure rotonde, molto aromatiche, usatissime per farne un oleolito utile per i dolori reumatici, polverizzate e assunta la polvere a piccole quantità per raffreddori, catarri e forme bronchiali, o per preparare un liquore digestivo. Famoso anche l'unguento ottenuto estraendo dalle bacche l'olio, l'olio Laurino. Le bacche mature andrebbero snocciolate, di solito si fa una leggera pestatura tale da non rompere il seme interno, sempre perché ha contenuti leggermente irritanti, e si procede a una bollitura in poca acqua fino a che completamente spappolate non rilasciano in superficie l'olio che andrà raccolto pazientemente. Quando non si riesce più a raccoglierne si filtra e si mette in congelatore una volta freddo, per far si che l'olio si separi e si solidifichi, così che si più facile raccoglierlo. Questa operazione va fatta all'esterno o con le finestre aperte per il forte odore che sprigiona. L'operazione sarebbe più consona scaldando appena le bacche denocciolate per poi spremerle con un torchietto. La resa è molto bassa, l'unguento burroso di colore verde ottenuto è usato per dolori vari, ma anche nella fabbricazione dei saponi simil Aleppo. Per quanto riguarda il seme contenuto all'interno, evito di usarlo se posso, nonostante sia lasciato sia per fare il liquore sia quando si polverizzano. L'importante è la dose che si usa, l'Alloro è una pianta potente può dare irritazioni, allergie, provocare dermatiti sempre in base all 'uso o meglio all'abuso che se ne fa. galbule o coccole di Ginepro Sempre più raro da queste parti il Ginepro , Juniperus communis, una volta scelleratamente usato come albero di Natale, tagliandolo per poi buttarlo nel fuoco in segno propiziatorio e bruciato nelle stalle per disinfettarle. Attualmente credo sia protetto e sia proibito estirpare e commercializzare parti della pianta, almeno per quanto riguarda la Regione Liguria qui>>> . Le bacche di Ginepro erano considerate un tempo addirittura miracolose per curare certe patologie, per il loro contenuto di oli essenziali, preziose per il loro effetto balsamico. Con esse, dopo opportuna fermentazione e distillazione si ottiene il Gin , da Geniver , il nome della pianta in olandese, dove il liquore fu inventato come tintura diuretica. Messe a macerare nell'alcol forniscono un buon amaro, anni e anni fa le mettevo nella grappa, poi come ho già detto tante volte, nessuno di noi beve superalcolici. Ne ho sempre fatto una giudiziosa scorta quando ero solita cucinare la selvaggina, dove lo ritengo indispensabile, anche nel coniglio non è male e per fortuna ne ho qualche pianta nei miei terreni. Anche masticate così purificano e disinfettano l'alito, così come il legno bruciato deodora gli ambienti. Sono molto gradite ai tordi e ben lo sapevano i cacciatori che si appostavano nelle vicinanze. Parlando di giudiziosa scorta intendo sempre quello che serve e non di più, visto che per giungere a maturazione impiegano ben due anni, secche poi durano tantissimo. Non mi attarderò a parlare del Mirto , Myrtus communis, che ho così bene imparato a riconoscere in Puglia e del quale ho diffusamente parlato qui. >>> Lo cito solo per le somiglianze con altre bacche, ma si può trovare solo in Riviera, difficilmente sopporta i freddi invernali che sono sulle pendici degli Appennini. drupe di Lentisco Così come il Lentisco , Pistacia lentisco, un altro arbusto che fa parte della macchia mediterranea e non si trova oltre la zona di prima collina. Le drupe, possono essere anche mangiate non so fino a che punto il gusto lo consenta, sono officinali e da esse si ottiene un olio, ormai raro, che si considera ricco di proprietà antiossidanti, antibatteriche ecc. Dall'incisione del tronco si ottiene una resina, chiamata mastice di Chio , usata nelle fumigazioni come balsamico. Pseudodrupe di Eleagno Un arbusto che dà bacche commestibili, ma non così facile da trovare, e solo per un caso ne conosco l'esistenza di una pianta in zona è l' Eleagno, Elaeagnus umbellata, che si riempie di grappoli di piccole bacche rosse ricoperte di puntine argentee. Dal sapore dolce acidulo si confezionano marmellate, gelatine, ecc. bacche di Corbezzolo Nomino solo per completezza il Corbezzolo , Arbutus unedo, anche questo della macchia mediterranea più che delle mie montagne, ma la Liguria è così, in pochi minuti dai monti al mare lo scenario botanico cambia. Forse il più conosciuto degli arbusti, in autunno per la strana compresenza di fiori e bacche sia verdi che rosse mature. Bacche eduli, usate per marmellate, canditi, messi sotto alcol come le ciliegie, mangiati freschi in quantità possono dare una specie di ubriachezza. Buono il miele amaro di corbezzolo che ha proprietà balsamiche. drupe di Corniolo - foto dal web - Non posso parlare in prima persona delle bacche del Corniolo , Cornus mas , non mi è mai capitato di trovarne, anche se le vado cercando da tempo. So comunque che si fanno anche con queste marmellate, gelatine, sciroppi. Il nocciolo interno, in questo caso tostato, profuma di vaniglia e con la polvere si prepara un surrogato del caffè, sembra anzi che fosse usato una volta per dare l'aroma all famoso Caffè viennese. bacche di Crespino - foto dal web - Così come non ho mai trovato il Crespino , Berberis vulgaris , e vi invito ad osservare come siano davvero piccole le differenze fra una bacca e l'altra, confondibili quindi una qualità con l'altra, l'osservazione va fatta a tutta la pianta, portamento, foglie, corteccia. Stessi usi come le altre, sciroppi, marmellate, ecc. Una pianta usata tutta per le sue proprietà a ntipiretiche, ipotensive, antinfiammatorie, antiemorragiche da almeno 2500 anni. Come tante altre di questo elenco usata per costruire siepi impraticabili per la presenza di spine. Sono considerate bacche da molti, anche Fragole, More, Lamponi e Mirtilli dei quali ho parlato già qui>>> B A C C H E C O N T O S S I C I T À Al momento non mi vengono in mente altre bacche commestibili che si potrebbero trovare durante una passeggiata nei miei dintorni, credo però utile un minimo di confronto con le più pericolose fra quelle tossiche. arillocarpo di Tasso - foto dal sito Actaplantarum - Del Tasso , Taxus baccata , potrei dire solo di averlo visto una volta sola da bambina e essermi rimasto impresso perché mia nonna lo chiamava " Albero della morte " raccomandandomi di non toccarlo. Di questa pianta è velenoso praticamente tutto, con conseguenze davvero gravi per l'ingestione di qualsiasi sua parte. L'unica cosa, per così dire commestibile, è l'arillo, cioè la polpa rossa, nella foto sopra si vede bene, che ricopre il seme appuntito velenosissimo. Ci sono persone, che per me restano incomprensibili, che si divertono a succhiare questa polpa rossa e sputare il seme, insistendo che non succede niente. Bene, cioè male secondo me, sottovalutano l'esempio che danno e che non a tutti arriva l'informazione completa e veritiera, quindi molti si fermano a "sempre mangiate" e poi rischiano la vita vedi articolo qui>>> In maniera che comprendo ancora meno, viene spesso usato per parchi e giardini pubblici, con la scusa che è longevo e resistente. Difficile distinguere il tasso anche dal comune abete rosso se profani e se non con una attenta osservazione, quindi se non ne siamo più che sicuri evitare di raccogliere gli aghi. Un aiuto viene dalla corteccia (velenosa) profondamente diversa che si stacca in grossi pezzi e dal fatto che è l'unica conifera che non ha resina. drupe di Agrifoglio Più facile incontrare un bell'albero di Agrifoglio , Ilex aquifolium , con le sue conosciutissime bacche rosse. Nella foto sopra si notano le bacche adesso non ancora colorate completamente, ma soprattutto le foglie che non sembrano dell'Agrifoglio, perché non spinose ai margini come siamo abituati a vedere normalmente. L'agrifoglio, ha come altre piante, le foglie diverse, le spine sono presenti solo nelle foglie dei rami bassi proprio come difesa dagli animali, mentre nei rami più in alto hanno una forma completamente diversa. Bacche e foglie sono comunque tossiche, provocando grave infiammazioni a reni e apparato gastro-intestinale Bacche di Caprifoglio - foto dal web - Dove i giorni scorsi raccoglievo bacche di Biancospino e di Prugnolo, vicino, attorcigliato assieme, cresce il Caprifoglio , Lonicera caprifolium, il più comune, ma ce ne sono molte varietà, dal bellissimo e profumatissimo fiore, le cui bacche riconoscibili perché il Caprifoglio è un rampicante e non un arbusto, le foglie rotonde, l'aspetto delle bacche, piccole, lucide, e di colore rosso, quasi sempre ancorate alla foglia, diverso. Queste ultime sono velenose, e in certe specie, molto velenose, variano nell'aspetto da specie a specie. Occorre fare attenzione nel caso, quando le foglie cadono, il che rende tutto meno riconoscibile. Esiste una sola specie di origine orientale commestibile, coltivata, con le bacche blu, ma non penso si corra il rischio di incontrarla in una passeggiata nei miei dintorni. drupe di Alaterno - foto dal sito di Actaplantarum - Così non mi sono mai curata di trovare l' Alaterno , Rhamnus alaternus, altro arbusto della macchia mediterranea, sapendo che le sue bacche sono tossiche. Ora invece farò attenzione, perché ho scoperto che si usa per tingere i filati e i tessuti di giallo e di verde. bacche di Edera Conosciutissime e velenose le bacche della comune Edera , Edera elix , di cui ho parlato già qui>>> bacche di Sinforicarpo Nei giardini di una volta, per mero scopo decorativo, non poteva mancare il Sinforicarpo , Symphoricarpos albus, chiamato anche Lacrime d'Italia, usato per le composizioni, con le sue bacche che resistono a lungo nell'autunno inoltrato e i grappoli di fiori a inizio estate. Le bacche sono altamente tossiche, 4 bastano per stare male, il succo è irritante per la pelle. capsule di Pitosforo - foto dal sito di Actaplantarum - Parlando di giardini, specie quelli della Riviera, mi viene in mente il Pitosforo , Pittosporum tobira , usato per siepi profumate, dai fiori si formano capsule legnose che non so come potrebbe venire in mente di mangiare, ma non si sa mai e comunque non sono commestibili. Grappolo di Uva turca - foto dal web - Ecco la Fitolacca o Uva turca, Phytolacca americana, ormai infestante anche questa, particolarmente attraente per i suoi grappoli. Nonostante ci siano persone che mangiano i teneri germogli e un tempo bevevano il succo, la pratica è altamente sconsigliata per gli effetti dannosi che può dare visto che l'assunzione può portare al coma, anzi la linfa può provocare dermatiti al contatto con la pelle. È però pianta officinale e come molte altre piante altamente tossiche i suoi veleni sono studiati per curare alcune malattie, come era usata un tempo da chi sapeva farlo o da chi non aveva altro per curare e quindi il rischio era fra morire della malattia e morire per la cura. Con le dovute precauzioni, si può usare per tingere, anche per mia prova provata la tinta non dura molto. Vite americana , Parthenocissus quinquefolia, in alto Vite canadese , Ampelopsis brevipedunculata in basso. Molte persone tendono a confonderle o a pensare che siano la stessa cosa, in realtà sono due piante diverse e la differenza si evince dalla forma diversa della foglia. Entrambe formano un piccolo grappolo di frutti somiglianti all'uva con leggere differenze che contengono acido ossalico e quindi tossici Erba morella Negli orti regna invece infestante l 'Erba morella , Solanum nigrum , che qualcuno quando le bacche sono particolarmente grandi e verdi o osserva con attenzione i fiori, crede di individuare una pianta di pomodori o di peperoni, questo solo perché è una solanacea e quindi ha similarità, e come le comuni piante di pomodori e di peperoni quando sono verdi sono tossiche perché acerbe, in quanto contenenti solanina. Nell'erba morella particolarmente presente ed è consigliabile non provare a mangiare neppure le bacche quando sono nere. Con questo non intendo riaprire la diatriba sui pomodori verdi e sui vari loro usi perché l'ho detto in tutti i modi: Esistono varietà di pomodori e di peperoni che sono verdi ma sono maturi. La confusione deriva dalla comprensione fra la parola verde e la parola acerbo. I pomodori acerbi contengono solanina e sono tossici così come le patate quando diventano verdi, varietà di pomodori sono parzialmente verdi anche quando arrivano a maturazione e sono quelle varietà lì che bisogna usare, non i pomodori che sono verdi perché acerbi, che non sono riusciti a maturare nell'orto. Fra i pomodori verdi quando sono maturi cito una varietà fra tante: l' Evergreen. bacche di Tamaro - foto dal sito di Actaplantarum - Sempre molto comuni negli incolti, e sempre più infestante il Tamaro , Dioscorea communis, un rampicante, le cui bacche caustiche possono dare avvelenamenti anche gravi. Qualcuno in primavera raccoglie i giovani germogli consapevolmente o confondendoli con altri più commestibili, la pianta se pur officinale è tutta tossica. La bollitura elimina parte della tossicità ma perché rischiare, inoltre il sapore è amarissimo. bacche di Salsapariglia - foto dal web - Simile, con l'aspetto lianoso, ma dalle terribili foglie irte di spine che le hanno fatto meritare il nome di " stracciabraghe ", la Salsapariglia , Smilax aspera , le bacche tossiche. Conosciuta improvvisamente da tutti per il successo del cartone animato dei Puffi che uscivano solo per cercare Salsapariglia della quale erano ghiotti ed era il loro unico nutrimento. In anni recenti non è più nominata per via appunto della sua tossicità che induceva anche i bambini a cercarla e per imitazione provare ad assaggiarla. Ed ecco il Lauroceraso , Prunus laurocerasus, così spesso argomento di discussioni e confusioni con il nobile Alloro, al quale assomiglia ma non condivide nemmeno la famiglia. Qualche differenza c'è, osservando bene, ma la più importante è che non profuma di Alloro! Anche per, questa tossica in tutte le sue parti, ci sono persone che si divertono a mangiare le bacche sputando i semi molto velenosi, perché il sottile strato di polpa è commestibile. Sinceramente non seguo questa corrente di pensiero, non credo il gusto della polpa delle bacche di lauroceraso una delle cose di cui non posso fare a meno, visto il rischio che si corre con il seme. A fine autunno, pronto per il Natale e il Capodanno, sugli alberi, specie di frutta, peri, susini, sui tigli e salici, è possibile trovare il bellissimo e terribile Vischio>>> Viscum album . Se alloggia su noci e querce, la varietà presenta le bacche più giallastre. La pianta considerata sacra e magica, accompagna l'uomo da sempre, per il mistero di vivere senza radici e pur essendo officinale è tossica in tutte le sue parti. Non so se mi sono ricordata tutte le bacche di cui volevo parlare, nel caso aggiornerò il post. Post diventato talmente lungo che non mi sembra più il caso di scrivere di quali radici commestibili ci si può nutrire. Sarà l'occasione per un nuovo post Grazie di essere arrivati fino a qui. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL FARINELLO
pianta di Farinello Ho esitato tanto prima di scrivere del Farinello, un po' perché non è fra quelle di tradizione di queste zone, non è una pianta del >>>Prebuggiun , anzi sono guardata in malo modo quando cerco di spiegare che è buona e si mangia. È un'altra tra le più infestanti dei nostri orti, abbandonata per i considerati meglio spinaci e poi riscoperta in questi ultimi anni. E sì che il Farinello è una delle erbe mangiate da più tempo dall'uomo, con ritrovamenti certi sia in Europa che nelle Americhe, risalenti alla preistoria. Cosa abbia portato ad abbandonarlo per preferirgli gli spinaci non lo capirò mai. Carte alla mano, cioè studi scientifici, in calce uno di questi* , dimostrano come il farinello per molti aspetti gli sia superiore in contenuti, ha tre volte il calcio e il magnesio degli spinaci, più rame, più manganese, vitamine, lasciando allo spinacio solo il maggior contenuto di vitamina K. Per quanto riguarda gli ossalati sono presenti allo stesso modo in bietole e spinaci e spesso se ne dimentica, con la differenza che in una vedura selvatica possono variare per la differenza dei nutrienti e dell'acqua ricevuta, e comunque si perdono molto con la bollitura. Si può leggere nello studio riportato delle proprietà riconosciute come altielmentico, antimicrobico, antifungino, anti prurito, antidolorifico, anche per uso esterno, e molto altro. Probabilmente la diffusione dello spinacio per la coltivazione in larga scala è data da diversi fattori, per esempio la coltivazione per la vendita di una novità, infatti arrivato con gli arabi nel. medioevo ebbe scarsa rilevanza nelle cucine europee popolari proprio perché lo si doveva comperare, fino a quando il poterselo permettere ne faceva una questione di stato sociale, un po come è successo per il prebuggiun dove il mangiare erbe spontanee è nel XIX secolo diventato sinonimo di povertà. La circolazione poi del personaggio di Braccio di Ferro, nato nel 1929 dalla fantasia di E. C. Segar per convincere il figlio a mangiare verdura, e mostra come diventi forte mangiando spinaci da una scatoletta , con l'erronea convinzione che siano ricchissimi di ferro, ha fatto il resto. Ne contengono ma non così tanto, il tarassaco ne contiene di più, e per giunta il tipo di ferro che si prende dalle verdure non è facilmente assimilabile come quello animale. Il sapore è infinitamente più delicato, anche il profumo cuocendo è meno aggressivo degli spinaci. Soprattutto il farinello è gratis, senza tema di non trovarlo o di contribuire a una possibile estinzione. Una pianta può arrivare ad avere 20000 semi, anche essi usati in alimentazione da sempre. Si trova ovunque, specie nei terreni lavorati insieme all'altro così odiato e così buono Amaranto>>> e soprattutto si trova in estate quando le altre erbe non ci sono. Può essere alto due metri, anche se sono le foglie giovani le più buone. Farinello e Amaranto insieme nel mio non-orto Arriva a 1500 metri per lasciare poi campo al parente stretto, il Buon Enrico, conosciuto come orapo o spinacio di montagna. Il nome scientifico Chenopodium di entrambi si riferisce alla forma delle foglie che potrebbe ricordare quella del piede di oca. Chenopodium album il Farinello, perché come si vede nel video sotto, le cime e il sotto delle foglie sono biancastre per la presenza di una specie di farina bianca che si stacca strofinando con le dita, il che contribuisce al riconoscimento. Chenopodium bonus henricus, adesso Blitum bonu-henricus l'altro, del quale non ho foto mie, perché pur essendo riuscita a coltivarlo per tanti anni, ora con il clima così caldo ci si ritrova piante diverse e i miei 800mt. sono come clima sempre più somiglianti alla riviera. Entrambi possono essere consumati crudi salvaguardando la quantità non indifferente di vitamine, specie la C, ricordandosi di non abusarne per i famosi ossalati. Per il resto le foglie, le cime, cotte in acqua bollente qualche minuto, servono poi come tutte le verdure bollite, torte, ripieni, ecc. foto di Actaplantarum Il fusto è costoluto, meno quello del Buon Enrico, con possibili striature rosse, il verde delle foglie chiaro, delicato, sempre con la pagina inferiore chiara. I fiori verdi, riuniti in spighe, che conteranno poi i semini piccoli e neri. Si racconta che Enrico IV di Navarra, grande appassionato di agricoltura e di botanica, permettesse al popolo, durante un periodo di carestia, la raccolta di queste erbe nel parco reale e che Linneo gliela dedicò quando lo eresse a protettore dei botanici. Ma è anche vero che nell'antichità le piante utili e buone, che nascevano nei pressi delle case, venivano chiamate Haimirich, da haim, casa, e rich , re, tradotto poi come Enrico e quindi re della casa. Com'è o come non è ieri sera ho servito ai miei ospiti una classica Torta di verdure alla ligure>>> confezionata però con farinello, amaranto e ortiche e buona che era. * https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4486584/ Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- MAIAL TONNÈ
il mio Maial Tonnè Avrei voluto dare il titolo classico di Vitello Tonnato, ma già sentivo gridare: Eresia! Eresia! quando poi leggendo si sarebbe scoperto che da anni uso la carne di maiale per farlo. Se tutti quelli che, compreso i ristoratori, ammettessero di usare frequentemente il ben più economico maiale, forse si sentirebbe più spesso pronunciare Maial Tonnè... Inutile dire che in casa, specie in estate, era tutto magatello bollito e salsa maionese con capperi e tonno, perché così era di moda in quegli anni, ma poi in seguito a ricerche scoprimmo che non era proprio così. Le origini del vitel tonnè pare siano assolutamente piemontesi, dove si dice in giro che: la carne non è bollita non ci va la maionese una volta nemmeno il tonno, solo capperi e acciughe Ho letto qui e là che si confuse tonnè con tannè o parola simile, che significherebbe "conciato, condito" aggiungendo il tonno sott'olio per un' errata interpretazione. Di fatto l'Artusi, senza tante elucubriazioni o francesismi, pubblica il suo Vitello tonnato, facendo bollire la carne e aggiungendo una salsa di capperi, tonno e limone. La maionese non c'è nemmeno qui. - L'Arte di Mangiar Bene - Pellegrino Artusi - 1891 In Piemonte, alla maniera antica si usa invece mettere in forno il pezzo di carne con carote sedano cipolla e aglio e cuocerlo, poi si concia una salsa con un uovo sodo, tonno, capperi, acciughe, frullate assieme e così ho fatto io con il mio pezzo di maiale. Ho legato e strofinato nel sale fino con erbe tritate, timo, rosmarino, alloro, poco pepe, la carne. Ho arrostito in padella ben calda qualche minuto senza olio, girando per sigillare bene i succhi all'interno Ho aggiunto poi le verdure tagliate a julienne e un cucchiaio di olio e ho fatto rosolare, salato e poi sfumato con una goccia di vino bianco e sorpresa!... con la complicità di un'amica, che me l'ha fatta provare, ho messo tutto nella friggitrice ad aria a 200° per 30 minuti con la funzione che spruzza un po' d'acqua durante la cottura. Altrimenti stesso trattamento e poi tutto in forno, con attenzione a bagnarlo ogni tanto con un po' di brodo. C'è chi a cuocere in forno ci mette addirittura anche il tonno. È venuto perfetto, e devo dire che lo sbattimento è stato inferiore che se avessi acceso il forno con questo caldo, soprattutto per un pezzo di carne così piccola. Ho tolto le verdure, le ho messe nel frullatore con due uova sode piccole, una bella manciata di capperi, una confezione di tonno sott'olio, due acciughe dissalate e qualche goccia di limone e ho frullato fino ad avere una salsa gustosa da poter distribuire sulle fette di carne, obbligatoriamente tagliate con l'affettatrice. Non c'è dubbio che il sapore è diverso da quello che si è abituati a mangiare coperto di maionese, a me piace più così, più gustoso, più leggero. I gusti negli anni dovrebbero essere cambiati, dovremmo aver imparato a mangiare diversamente, con più consapevolezza, più che una fettina di carne sottile come un foglio di carta, soffocata in un'economica quantità di maionese che ha visto passare un filetto di tonno e qualche cappero. Che sia così la vera ricetta o che sia quella bollita, questo a me è sembrato un veloce e più gustoso compromesso, l'importante poi come sempre che ognuno faccia a piacer suo. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- C'ERA UNA VOLTA... ♥️
il B&b C'era una volta di Sara Diana La gente si aggrappa all'abitudine, come ad uno scoglio, quando invece dovrebbe staccarsi e tuffarsi in mare. E vivere. Charles Bukowski C'era una volta e per fortuna c'è ancora... Non potevo dopo la bella esperienza in questo B&b non scrivere di Sara e di come la Val d'Aveto mi ha accolta e come è diventato un altro luogo del cuore. Qualche mese fa Sara mi ha contattato per capire cosa dalle sue parti, siamo quasi a 1000mt, si poteva raccogliere e usare delle erbe del Prebuggiun >>> o comunque di selvatico commestibile. Non conoscevo Sara e non sapevo niente di lei e di cosa avremmo potuto fare assieme, ci siamo sentite e mi ha raccontato un po' della sua storia; un passato recente da infermiera, la passione per la natura e per le montagne della Val d'Aveto che frequenta fin da bambina, il sogno di aprire un b&b che parli delle cose di una volta. Avrei potuto dirle no, nella tradizione avetana non c'è proprio il prebuggiun, o meglio c'è come in tutte le tradizioni contadine di usare quel che si trova, ma certamente non tutte le erbe della riviera, quelle classiche, che presento solitamente io. Invece, per la serie se vuoi cose mai avute devi fare cose mai fatte, decido di scoprire cosa si può fare in questa valle a pochi km dalla mia, proprio perché vicina, dici sempre ci vado domani e passano 50 anni senza metterci piedi se non di passaggio. La val d'Aveto si snoda lungo il torrente Aveto che va a sfociare nel Trebbia in provincia di Piacenza, è quindi a cavallo fra Liguria ed Emilia ed è la montagna della riviera Ligure con i suoi M.Bue, M.Penna, M. Maggiorasca le vette più alte dell'Appennino ligure, il posto dove a volte si può sciare a un'ora dal mare. Una valle a vocazione turistica da sempre, come potrebbe essere diversamente con quei panorami e le molte possibilità che offre di passeggiate fra foreste demaniali, rocce e laghi di origine glaciale ed è a pochi km da casa mia, tanto che la gita sul M.Penna è una delle classiche che si fanno da queste parti. Gli abitanti si sono da sempre dedicati anche alla produzione di carne e formaggi di mucche della razza cabannina, la famosa mucca "che parla genovese", razza rustica, animale con caratteristiche di agilità e frugalità adatte al territorio, che ha resistito all'estinzione per la testardaggine di pochi allevatori che non hanno ceduto ai richiami di razze più produttive. prato di Tarassaco Ci siamo intese subito con Sara, come poteva essere diversamente con una persona così attiva e ricca di idee? In poche ore, scoperto insieme che se di erbe si parlava certamente dal tarassaco si cominciava, visti i prati gialli che mi hanno accolto, mi porta a conoscere a pochi km più in basso, Manuela Casaleggi di qui>>> Terra di Casaleggi Prodotteria dove i prodotti di mucca cabannina sono esaltati dalla lavorazione delle sapienti mani di questi giovani che partendo dal proprio allevamento te li portano poi nel piatto direttamente lì in macelleria. Salumi e una tartare che non ce n'è, e poiché, se non si fa rete fra giovani del territorio non c'è storia, Manuela ci offre anche i formaggi della valle, una zola di capra dell'azienda Sutta ae Rocche , più a valle, due giovani che hanno una sessantina più o meno di capre che vivono felici "sulle rocche" appunto e la prescinsoua di Raffaella Alborghetti dell' az. agricola Mooretti di Rezzoaglio , che con le sue 25 mucche fa la più buona che abbia mai assaggiato A me quella tradizionale non piace molto... ma questa... una bontà e anche altri formaggi più o meno stagionati con il gusto di una volta davvero. In pochi minuti assaggiate tutte queste delizie servite con un pesto di aglio orsino... Aglio orsino? quello che non sono mai riuscita a trovare dalle mie parti? e in due minuti mi trovo in un prato circondata come da tempo speravo di trovarmi Tornate a casa decidiamo che chi di tarassaco ferisce di tarassaco perisce... e facciamo insalata di tarassaco, capperi di tarassaco, miele finto di tarassaco, bevanda ai fiori di tarassaco e chi ne ha... Inutile rimarcare che il B&b resta una location perfetta per i miei eventi e se non si potrà trovare proprio tutte le erbe del prebuggiun c'è molto ma molto altro da parlare e da vedere e da scoprire cosa farne assieme. Intanto facciamo una torta di bietole cruda che nemmeno il tempo di cuocerle abbiamo trovato... e con grande soddisfazione degli ospiti di quel fine settimana che riprovano a farla e contenti di esserci riusciti. le torte di verdura fatte dai partecipanti all'esperienza presso il b&b Non finisce qui, dovevo andare via, quando mi viene in mente di contattare Mattia Pecis, executive chef di Cracco Portofino, perché davvero non potevo lasciare solo per me tutto questo e perché da tempo lui voleva portare i suoi ragazzi a conoscere e raccogliere l'aglio orsino e i boccioli di tarassaco e dove se non qui? Mattia si approccia al suo lavoro sempre con la conoscenza pratica e fare uno stage da lui significa anche toccare con mano come e dove si fa. La mia vacanza si prolunga con la giornata trascorsa con loro e a me fanno davvero bene queste immersioni così ricche di esperienze e di gioventù intorno. Ritornerò più spesso in valle, un po' come quando attraversi la strada per andare a bere il caffè dalla vicina, perché di idee Sara e io ne abbiamo a bizzeffe e chi ci ferma... e nel frattempo ho trovato altre erbe che cercavo e per natura propria vivono bene solo qui. In progetto qualcosa con l'aglio orsino, un incontro per riconoscerlo sicuramente, e chissà poi... cosa ci verrà in mente a due come noi, con tutto quello che c'è da fare e da vedere in Val d'Aveto. Qualche foto del b&b le colazioni al B&b con i prodotti della valle, oltre a quelli descritti sopra c'è da sbizzarrirsi fra le varie aziende produttrici di formaggi, miele e altro. La stessa Sara ha le api e produce un miele proprio. Per prenotare da Sara: B&B C'ERA UNA VOLTA VILLAGGIO AL PINO SANTO STEFANO D'AVETO SARA 348 618 9707 Qui sotto alcune immagini dei dintorni, ma sono talmente tante che non riesco davvero a metterle tutte Il Castello Malasapina-Fieschi nel centro di Santo Stefano d'Aveto Gli impianti fino a Prato della Cipolla mt.1600 - fino al Monte Bue 1780 Vicinissime al B&B le Sequoie di Allegrezze inserite negli alberi monumentali d'Italia, un'emozione vederle e abbracciarle: La foresta demaniale del Monte Penna e le escursioni su tutti i monti attorno, chi non è andato almeno una volta alla Madonnina? foto di A.Andreatta - cima del Monte Penna, 1735mt. - Madonna di San Marco protettrice delle Valli Taro e Ceno - statua in bronzo di 8 quintali - https://www.esvaso.it/1306/la-madonna-sul-penna-una-bella-storia/ foto di A.Andreatta - foresta del Monte Penna - la pietra Borghese, ai margini di Pratomollo, affioramento di peridotiti lherzolitiche, fortemente magnetica I laghi da quelli artificiali della diga di Giacopiane a quelli glaciali lago delle Lame, lago degli Abeti ecc. foto di A.Andreatta - lago di Giacopiane foto di A.Andreatta - lago delle Asperelle foto di A.Andreatta - Lago delle Lame per un refrigerio estivo sulle sponde dell'Aveto più in basso, prima di entrare in Val d'Aveto, l'Abbazia di Borzone, VIIsec. https://www.cittametropolitana.genova.it/sites/default/files/newscomunicazione/Borzone-1.jpg nei pressi dell'Abbazia il misterioso volto megalitico -foto di Davide Papalini - Opera propria, CC BY-SA 3.0, Si travalica attraverso il passo del Tomarlo, strada ambita dai centauri, per arrivare in meno di un'ora a Bedonia, Compiano e Borgotaro, ecc. , foto di Antonio Andreatta L'Aveto si getta nel Trebbia e seguendone il percorso si arriva alla Val Trebbia verso l'interessante borgo di Bobbio, con il suo ponte gobbo detto del diavolo Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LE AMARENE, LO SCIROPPO, LE AMARENE SCIROPPATE E LA CONFETTURA
Già in un altro post ho scritto degli sciroppi >>>DI SCIROPPI E ZUCCHERI... ma lo sciroppo di amarena merita un post a parte. Qui, nel mio solito paesino, gli alberi di amarene erano una volta di contorno ai campi coltivati, insieme a quelli di prugne. Se i primi fornivano gli aciduli frutti per fare lo sciroppo con il quale ci si dissetava in estate, le prugne confortavano in inverno con un distillato casalingo la " grappa de brigne ", una specie di Slivovitz dell'Appennino. Con l'abbandono dei terreni, le piante invecchiate sono quasi tutte ammalate, soffocate da vitalba e quasi irraggiungibili. Non fruttificano nemmeno più tutti gli anni, solo di tanto in tanto accendono il panorama di rosso fuoco quando ci si avventura per una passeggiata nei sentieri fra i campi e i boschi. Amarene a Valletti Non sono in grado di risalire alla varietà esatta perché si perde nella notte dei tempi chi le può aver messe per primo, di anno in anno poi nascendo naturalmente ai piedi della pianta madre, anche da noccioli caduti, e venivano sistemate e curate. Frutto antico già usato dai romani, pare sia stato Lucullo a portarle a Roma dopo la vittoria su Mitridate. Ghiaccio e neve venivano imballati con paglia e lana e portati in città dai monti, su carri con precedenza assoluta, e con neve, ghiaccio, amarene e miele si facevano deliziosi sorbetti e granite, appannaggio dei soli ricchi che potevano permettersi una tale goduria, una pre-coppa all'amarena insomma. Il nome scientifico è Prunus cerasus, amarene, visciole, marasche sono varietà che vanno dal colore da rosso a quasi nero e dal sapore da acidulo a quasi dolce o addirittura amaro. Questi nostri alberi dovrebbero essere proprio varietà amareno, almeno dalle informazioni che ho raccolto, ma non ho confronti da poter fare. È un albero molto rustico, sopporta gelate e siccità, non molto alto, con rami lungi e flessibili, facilmente raggiungibile da raccogliere e per quello era messo vicino ai poggi per poter raccogliere da sotto e da sopra solitamente senza ausili di scale. Il legno è più pregiato di quello di ciliegio. Il frutto, in queste, una drupa di colore rosso chiaro, quasi trasparente, molto acidula, ricca di liquido all'interno. Sarebbe stato l'anno di produzione abbondante, l'ultima volta fu nel 2015, quindi bisognava farne provvista. Purtroppo il tempo infausto ha contribuito a farle marcire prima di farle maturare, ce ne sono talmente tante che ho cercato di raccogliere e fare una scelta fra le migliori. Qui mi hanno insegnato a raccogliere le amarene in maniera differente dalle ciliegie, ci si munisce di un secchio e non di cestino, e si toglie direttamente il frutto con le mani senza il peduncolo. Arrivati a casa un po' di lavoro sarà già fatto. Il tutto va fatto molto velocemente e io le lavo, qualcuno pensa che non si dovrebbe, provare per credere, il raccolto è tutta una cosa appiccicosa dove cadono, ragni, pezzi di foglia, e altro, inoltre con le piogge di sabbia dei giorni passati, sinceramente... Quindi occorre calcolare di raccogliere e avere il tempo di trasformarle subito. Passate velocemente poche per volta, in acqua corrente, le sistemo in pentole di acciaio inox, non di alluminio e preferisco non di plastica, le schiaccio sommariamente con le mani e aggiungo un po' di zucchero, non importa quanto, un mezzo chilo a pentola, così per avviare la fermentazione e copro con il coperchio. Ora bisogna aspettare circa 36 ore, dipende dal caldo che fa, mescolando ogni tanto, iniziano a fare un po' di schiuma in superficie e saranno pronte per essere pressate dentro ad un sacchetto di tela pulito. Io uso le vecchie federe bianche di lino e cotone che lavo a mano con sapone di Marsiglia e tengo per questo uso. È utile per spremerle un torchietto casalingo. Si spreme il più possibile, si pesa il liquido ottenuto, si aggiungono 800gr di zucchero a chilo, e si mette sul fuoco. Controllare con attenzione fino a che non giunge a bollore. In questa fase occorre schiumare bene in superficie per avere uno sciroppo limpido, privo di impurità, tenendo la schiumarola in superficie. Una volta si metteva a bollire anche qualche nocciolo schiacciato, poi bisogna ricordarsi di togliere i pezzetti Dal momento che bolle, schiumato per bene, si fa bollire a fuoco moderato, senza coperchio, per una ventina di minuti. Si imbottiglia in bottiglie perfettamente pulite e asciutte, sempre passate per 15 minuti nel forno a 110°per una quasi sterilizzazione. Non dimenticare di pulire benissimo i tappi e sterilizzare anche quelli se sono di metallo. I contadini usavano portare bottiglie di acqua con due dita di sciroppo per dissetarsi durante la fienagione, ma in verità la bottiglia di amarena era sempre presente sulle tavole anche durante pranzo e cena. Se la mia infanzia è stata tutta di finta acqua di Vichy fatta con le bustine di Idrolitina, quella dei miei figli è stata tutta colorata dall'amarena, ne hanno bevuto ettolitri. Ora mi sembra impossibile con le due mie pentole a fermentare, ma ogni anno facevo circa 30 litri di sciroppo. Perché si deve aspettare quelle ore ? È la differenza fra fare una marmellata e uno sciroppo. La frutta fresca contiene pectina, che è quella che favorisce il rassodamento della marmellata, la fermentazione contribuisce a farle perdere forza. Se con parte del raccolto si vuole fare una confettura di amarena basta snocciolarle subito appena raccolte una a una con uno snocciolatore o con la macchinetta a mano, utile, io l'ho comperata. Poi si mettono in una pentola sempre con 800gr. di zucchero a chilo e si fanno cuocere fino alla classica prova del piattino. Se invece si voglio fare le amarene sciroppate da mettere sul gelato o sui dolci, si snocciolano le più belle e si procede come lo sciroppo, si tengono a fermentare per 36 ore e poi si aggiunge lo zucchero, sempre 800gr. a chilo, e si mette al fuoco semplicemente senza spremere e si lascia cuocere sempre una ventina di minuti. Invasare ancora calde in vasetti pulitissimi, asciutti e passati sempre prima vuoti in forno a 110° per una pseudo sterilizzazione. Pronte per le zeppole di San Giuseppe dell'anno prossimo o per il gelato di questa estate -amarene sciroppate- Se poi, raccogliere, snocciolare, schiacciare ecc. diventa gravoso o non si ha il tempo, c'è sempre il CENTO FOGLIE DI AMARENE>>> molto più veloce, facile e nessuno si accorgerà che non ci sono le amarene e che diventa un buonissimo liquore con l'aggiunta di un po' d'alcool. Se con le foglie si può fare liquore e sciroppo, con i noccioli si può fare ugualmente un liquore simile allo cherry. Il procedimento è simile a quello con le foglie, ma lasciando macerare i noccioli e qualche foglia in alcool 30-40 giorni prima di aggiungere vino rosso e zucchero. Le dosi potrebbero essere 350gr. di noccioli in mezzo litro di alcool per 40 giorni. Sciogliere mezzo chilo di zucchero in una bottiglia di vino rosso e aggiungere poi l'alcool dove sono stati fatti macerare i noccioli. Lasciar riposare almeno due settimane prima di assaggiare. I noccioli servono anche per riempire dei cuscini da scaldare in microonde utili per alleviare dolori vari o anche solo per scaldare mani e piedi. Vanno lavati a lungo, fregandoli fra le mani, sciacquati più volte e fatti asciugare bene Anche il peduncolo delle amarene non si butta, come quello delle ciliegie serve per tisane utili per le vie urinarie, cistiti, calcoli, e ritenzione idrica e pare si offenda se lo si chiama picciolo, esso è il peduncolo, il picciolo è quello delle foglie. Se poi cercando le amarene ci si dovesse trovare davanti a un ciliegio selvatico di quelli che fanno quelle ciliegie piccole ricordarsi di fare man bassa anche di corteccia perché ha incredibili proprietà sedative, espettoranti, per le vie respiratorie, è in quasi tutta la composizione degli sciroppi per la tosse. È anche un blando sedativo aiuta con l'ipertensione e alcune forme di insonnia. Come per tutte le essenze più legnose non basta l'infusione, occorre il decotto e quindi far sobbollire la corteccia in acqua per diversi minuti sempre con il coperchio. Ma sto divagando vado di ciliegia in ciliegia... si sa una tira l'altra... mi farò un bel bicchiere di amarena Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti . Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di " Donne da Ieri a Oggi " una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di " Erbando " un ricercato evento che produce sempre il " tutto esaurito " da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











