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- L'IPPOCASTANO, LA CASTAGNA D'INDIA.
"Il nostro castagno è in piena fioritura dai rami più bassi alla cima, è carico di foglie e molto più bello dell'anno scorso". Anne Frank 13 maggio 1944 Di scrivere dell'Ippocastano mi è tornato in mente quando alle prime foto di castagne di quest'anno, riscopro come alcune persone non sappiano distinguere le castagne buone da quelle matte, appunto dell'Ippocastano o Castagno d'India. Al di là del gusto amarissimo che a me verrebbe in mente come sia quasi impossibile mangiarle, c'è che sono tossiche, in quanto ricche di una particolare saponina. E invece la notizia è che i casi di intossicazione da castagne d'India sono circa il 12 per cento, secondi solo alle intossicazioni da bulbi velenosi. Quest'anno le castagne sono incredibilmente grosse e la confusione può essere ancora più facile. Il riconoscimento messe al confronto con la vera castagna è quanto mai facile, se invece si dovesse trovare una qualità per volta può sorgere qualche dubbio. Le differenze si notano distintamente nelle foto sotto, sia nelle foglie, sia nel riccio, sia nella castagna vera e propria. - foglia, ricci e castagne dell'Ippocastano - La castagna d'India, frutto di Aesculus hippocastanum, è sempre più tondeggiante, mancante della cosiddetta "torcia", la parte finale a punta che, per dirla facile, è in pratica la rimanenza del fiore. La base, ilo, anche quella più rotonda e dove facilmente si può appoggiare la castagna. Il colore scuro, più lucido. Il riccio completamente diverso ha poche spine e spesso contiene una castagna sola, massimo due. Le foglie composte di 5 o 6 o 7 foglie grandi fino oltre 20cm, riunite alla base e sono tra le primissime a cadere già a fine settembre. La castagna commestibile, frutto di Castanea sativa, è di forma vagamente triangolare, più o meno schiacciata, con una parte piana dove si appoggia, con all'apice la"torcia" bene in evidenza formata spesso da un residuo di peli o fili sottilissimi di colore chiaro. La base, l'ilo, ossia la cicatrice dove era attaccata, l'ombelico praticamente, è di forma rettangolare, di colore più chiaro, ma la castagna non si può appoggiare. Il riccio tutto spine sottilissime e acuminate, che può contenere tre castagne ma possono arrivare a otto. La foglia semplice di forma allungata, appuntita, commestibili anche esse, degli usi delle quali ho parlato qui: https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/12/03/sua-maest%C3%A0-il-castagno-non-si-butta-via-niente-tantomeno-le-foglie Le saponine contenute nelle castagne matte però diventano preziose per le proprietà come decongestionante, antinfiammatorio e astringente. Uso interno in forma di tisane o tinture in maniera casalinga è sempre sconsigliato perché non è possibile misurare il contenuto di escina, il principio attivo, pertanto occorre avvalersi di preparati di sicura provenienza erboristica, evitando assolutamente prove fai da te. È nota l'azione che ha sull'emorroidi, specie sanguinanti, o quante creme a base di ippocastano si trovino per cellulite e vene o semplicemente defaticanti. Il contenuto di saponine, come preannuncia il nome, ne fa anche un ottimo detergente e questo forse si può provare a fare in casa. Non fanno molta schiuma, ma hanno un potere lavante, un po' come le famose noci esotiche. Occorre sbucciarle, tritare, far seccare e poi se ne usa un cucchiaio, chiuso in un sacchettino, in una bacinella. È necessario sbucciarle perché con la buccia si possono usare solo con i capi colorati. Per lo stesso potere lavante si può aggiungere questo trito anche all'acqua del bagno, verificando prima eventuali allergie. La saponina si attiva con l'acqua calda. È pianta tintoria, il decotto, specie quello dei ricci, dà un bellissimo e resistente colore. Usata anche in ecoprint, la foglia rimane benissimo sulla stoffa. -- foto e lavoro di Oniq - Ma l'uso in assoluto più conosciuto, che tutti prima o poi abbiamo sentito, è quello di tenere una o due castagne in tasca o nella borsa per sconfiggere i malanni invernali, quali raffreddore e tosse. Nessuno saprà mai dire perché, ma personalmente l'ho sempre fatto, come sarebbe possibile affrontare un duro inverno di malanni senza la castagna in tasca? E poi non era bello sapere di avere qualcosa di magico da portarsi appresso, quando la nonna te la dava e ti consigliava di custodirla gelosamente? Il perché o se è vero non aveva molta importanza. Un altro uso delle donne di una volta era metterle nell'armadio e nei cassetti come antitarme, basta bucarle con un ago, passare un filo e farne una collana da appendere, o spaccarle in due, mettere i pezzi in un sacchetto di garza e sistemare nel cassetto insieme a due foglie di alloro, chiodi di garofano, lavanda, bucce di arancio secche. Sacchetti che se ben confezionati, a costo zero, possono decorare un regalo di Natale e diventare un piccolo omaggio anche essi. - Ippocastano vicino a casa mia, soffocato dalla vitalba - L'Ippocastano è un albero imponente, decorativo, usato nei viali delle città. Arrivato dall'Oriente, forse portato da Costantinopoli 500 anni fa, è stato chiamato Ippo-castano perchè si curavano i cavalli e forse una volta si otteneva una farina con i suoi frutti macinati usata come stimolante per i cavalli bolsi, ma son prove da non ripetere, credo completamente abbandonate . Castagna d'India perché spesso si chiamavano così le cose che arrivavano da lontano, non avendo bene a mente dove stava l'india o la Turchia. Un po' come il mais, chiamato granoturco perché arrivava da paesi sconosciuti, anche se in realtà è arrivato con la scoperta dell'America. A maggio si riempie di meravigliose pannocchie alte anche più di 20cm, contenenti anche 50 fiori leggermente profumati, che attirano le api. È una pianta che vira il colore per informare che all'interno non c'è più polline, da giallo diventa rosa, rosso, anche se esiste una varietà a fiori rossi. Non facile da trovare nei boschi in campagna, non si naturalizza, più frequente nei parchi, lungo i viali, sono stata presa dallo sconforto quando oggi ho visto l'unico esemplare vicino a casa mia soffocato dalla vitalba e irraggiungibile dai rovi alla base. Presto non si vedrà nemmeno più. Ne ricordavo altre piante vicino alla chiesetta nel bosco, dedicata a San Rocco dopo una pestilenza, costruita su terreno nostro dalle famiglie riconoscenti salvate da un'epidemia di colera e infatti lì le ho trovate, per fortuna ancora in salute. L'ippocastano più famoso è certamente quello che tenne compagnia ad Anne Frank nei mesi di isolamento nascosta nella casa di Amsterdam, era l'unica cosa che si vedeva dalla finestra della soffitta dove era nascosta e Anne ne osservava i cambiamenti stagionali e li annotava nel diario. La pianta, malata, nonostante i tentativi di curarla, è stata abbattuta nel 2010 per evitare disastri a persone e al Museo dedicato alla ragazza. Da esso sono stati creati 150 cloni innestati in giro per il mondo. - Ippocastano di Anne Frank dalla finestra della soffitta - Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- BISCOTTI DI MELIGA
Sono questi biscotti facilissimi, chiamati chissà perché Galletti in casa, quelli in campagna, da fine inverno, quando la farina fine era finita, le galline uova non ne facevano ancora, lo zucchero chi lo aveva, l'ultimo, prima che con i raccolti si potesse comperare, lo si centellinava. Sono di una bontà secondo me infinita per le poche e povere cose che ci sono dentro. In tempi di svaligiamento supermercati ritroviamo ricette antiche semplici da vera sopravvivenza con un risultato più che ottimo. Di "Meliga" in quanto fra Piemonte e Liguria il mais prese il nome di meliga da "miglio" quando ancora non si era capito bene di cosa si trattasse, poi nell'entroterra genovese-spezzina contratto in mêga. Facili e veloci. Verso questi tempi nelle dispense di una volta era finita o quasi la farina di grano, se c'era, c'era più quella di polenta, la farina gialla di mais, e proprio perché gialla sembrava così che nei biscotti ci fosse pure l'uovo. Farina finissima di mais, setacciata fine con il setaccio da farina bianca, c'è differenza fra setaccio fine per farina bianca e quello per farina gialla, più rado. Dunque farina di mais fine 400gr., burro morbido 80gr. , zucchero 100gr., latte quanto basta per avere un impasto morbido. Se l'impasto risulta troppo morbido si può stendere tra due fogli di carta forno Si può anche mettere 300gr. di farina gialla e 100 di bianca. Stendere, rigare con una forchetta, tagliare dei rettangoli a piacere, ma anche tondi, non cambia niente, li faccio così da sempre solo per distinguerli nel caso siano mescolati a altri. Cuocere in forno caldo a 180° per una quindicina di minuti, sorvegliando che non brucino. Sono biscotti da inzuppo tanto nel vino quanto nel latte anche se il giorno dopo diventano più morbidi ... se ci arrivano al giorno dopo ... Buoni così, anche senza zucchero a velo. Sono passati anni da quando mi è stata data questa ricetta, chi me l'ha passata non c'è più, ma non dimentico i pomeriggi insieme a chiacchierare di dolci per le feste: come li fai tu, come li faccio io, per poi arrivare a - ma questi, i biscotti per tutte le mattine li hai mai provati? - Oracolo: Ecco fatto, il segreto è questo: bisogna usare le mani. Sati: Perché? Oracolo: I biscotti, come ogni cosa, richiedono amore Matrix Revolution Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DI FAVE, SALAME E ERBEGGIA
Uno degli appuntamenti immancabili, che segnava l'arrivo della primavera sulle nostre tavole liguri, erano fave, le baxane*, e piselli freschi, questi ultimi chiamati erbeggia nel Tigullio. Calcolata attentamente la semina perché i primissimi fossero pronti a Pasqua e se, negli anni di Pasqua bassa, qualche volta non si riusciva, non potevano assolutamente mancare il 1 maggio. Ancora oggi se per la Domenica Santa sono una specie di benvenuto, il pre antipasto, il per così dire amouse bouche, per la festa del lavoro la fanno da padrone insieme a pecorino e salame. Non è un caso che si trovino insieme in questo giorno e non solo per appetibilità. Nelle case dei contadini, anche il primo salame era arrivato a stagionatura giusta, e, passata la Pasqua, senza l'agnello, le pecore davano proprio il latte per un primo sale. Non c'è ricetta né da cuocere né da assemblare, ma solo l'accortezza di scegliere ingredienti inappuntabili da portare in tavola. Per i genovesi il salame è quello di Sant'Olcese, qui in campagna una volta era quello preparato in casa, tutti avevano almeno un maiale. Ora io preferisco quello dell'Antico Salumificio Castiglione di Castiglione Chiavarese garanzia di bontà e qualità. Per Fave e Piselli, se si ha la possibilità, è meglio prenotare per tempo presso una Azienda agricola del territorio, in riviera uno dei tanti orti che aderisce a Antichi Ortaggi del Tigullio fra i quali spicca il dolcissimo Pisello di Lavagna. Il formaggio è per tradizione quello dei pastori sardi emigrati che pascolano ancora oggi le loro pecore nei monti intorno a Genova e possibilmente fresco. Un buon tagliere circondato di baxane e erbeggia in ta teiga pe u salamme e furmaggio de pegua e il Primo Maggio cominciava così, all' arrivo degli amici, mentre qualcuno faceva fuoco sotto le ciappe per cuocere la carne. qui>>>IN SCIÂ CIÀPPA e si aspettavano i Maggianti con le Cantâele qui>>>IL LILLÀ LA MIA CANTÂELA. Qualche anno fa, da un'amica ho gustato per la prima volta (non è mai troppo tardi per assaggiare cibo nuovo) il Cunduçin di Lavagna, un piatto semplicissimo, derivato dal più classico Cundigiun del quale un giorno parlerò, niente altro che un'insalata di piselli e fave sgranate, crude, con cipollotto fresco tagliato sottile, condite con abbondante olio ligure e salato alla bisogna. Il mio oggi, perché un po' di erba la devo mettere ovunque, è con l'aggiunta di qualche ciuffo di Sciguelli qui>>> una piccolissima dadolata di pecorino e qualche grana di ribes rosso, provare per credere. * tutte le parole in genovese sono tratte da il Dizionario Genovese-Italiano - Giuseppe Olivieri Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- IL LILLÀ, LA MIA CANTÂELA
Aveva una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà ... Esplode, lievemente in anticipo quest'anno, il mio Lillà. Ne avevo parlato in un post riguardo ai fiori antichi dimenticati (>>>qui Fiori antichi dei miei giardini spariti) accennando anche alle sue proprietà in gran parte dimenticate pure quelle. Scrissi quel post nello strazio di vedere una delle ultime grandi piante del paese sradicata per una mal gestita ristrutturazione, mentre era buttata malamente via feci incetta di rami e rametti e li distribuii fra le amiche e ora hanno tutte la loro bella pianta nel giardino. E anche nei pressi dei famosi lavori edili mai finiti ha vinto lei e ha ripreso possesso del suo posto tenuto da sempre fra le prime case del paese, e io continuo a regalare piantine. Per mio conto è stata la prima pianta che ho messo a dimora, quando ho addobbato il mio minimo spazio fuori casa, vicino al Calicanto(qui>>>) Mi ricambiano entrambe ogni anno con il loro intenso profumo appena apro la porta di casa. Ma come già dicevo due anni fa, una volta le piante nei giardini non avevano solo scopo decorativo, come noi diamo alle piante frettolosamente scelte in un garden e alimentate artificialmente tanto da durare quei mesi e poi morire, ma tutte avevano anche un uso, quasi sempre a scopo curativo. E del Lillà così dimenticato e per le sue proprietà ancora più ignorate, molto ci sarebbe da dire. Intanto dai fiori è estratta un'essenza molto usata nella industria profumiera, la sua corteccia ha virtù antinfiammatorie e febbrifughe, si può raccogliere, in autunno fino a quando la pianta è a riposo, e farla seccare per una tisana contro i dolori da reumatismi. In maniera casalinga si può ottenere un oleolito mettendo a macerare in olio i suoi profumatissimi fiori prima che fioriscano completamente, utile sia per il viso come antirughe e sollevare la pelle stanca, che per sgonfiare le gambe per il caldo estivo e alleviare i dolori reumatici. Sul procedimento per ottenere l'oleolito ognuno dice la sua. Per quello di Lillà, come per quello di Calicanto, non mi piace usare il sole. In questa stagione è ancora accesa la stufa, specie alla sera e mi basta metterlo su di una mensola in alto dove la temperatura è più calda per avere un rilascio dolce. Per farlo basta mettere i fiori, non ancora completamente aperti tutti, con meno parti verdi possibile, puliti accuratamente, nel caso passati velocemente in acqua e fatti asciugare perfettamente all'aria, in una "arbanella" di vetro, coprire con olio, fasciare con un sacchetto di carta, perché ho l'impressione che la luce lo danneggi. Per quanto si consigli spesso di raccogliere i fiori al mattino il lillà, come il caprifoglio, regala il suo intenso profumo nel tardo pomeriggio verso sera. Quale olio? fino a qualche anno fa era sempre olio di oliva, adesso per questi oleoliti per la pelle, dopo aver usato l'olio di mandorle, che però è a rischio irrancidimento, mi sono indirizzata verso l'olio di sesamo, che si trova facilmente bio sugli scaffali dei supermercati, anche per le sue proprietà antirughe, rigeneranti e anti invecchiamento. L'olio deve essere sempre un olio di qualità, spremuto a freddo Per quanto tempo? circa 20 - 30 giorni poi si filtra e si conserva in bottiglietta scura. Quest'anno voglio provare anche il metodo a caldo, che sono sincera non ho mai usato. Ho messo i fiori, puliti, in un vasetto, coperti con l'olio, un giorno al caldo, nel caso poche ore al sole, sempre dentro ad un sacchetto di carta per proteggere dalla luce. A sera, usando il cestello a vapore con poca acqua, ho lasciato sulla stufa per tutta la sera, facendo attenzione che non bollisse mai. Per questo scopo va benissimo la pentola per gli asparagi, posizionando il vasetto dentro la griglia, sopra una base perché non tocchi l'acqua. Sempre a fuoco bassissimo. L'indomani mattina ho spremuto e filtrato. Il mio olio per massaggi è pronto. La profumazione dipende da quanto è profumato il lillà e da quanto è neutro l'odore dell'olio. Come per altri fiori edibili è possibile farli brinati con lo zucchero, imprigionarli nel ghiaccio, decorare torte, creme di formaggio, fare burri fioriti, fare uno sciroppo, sempre con il solito metodo che si usa anche per lo sciroppo di rose(qui>>>) ... e se non ci credete che Maggio sia arrivato eccolo qui piantato e se non ci credete che Maggio sia arrivito eccolo qui fiorito ... Dicevo in leggero anticipo quest'anno perché qui è la nostra pianta tradizionale legata al Cantamaggio e per questo fa normalmente la sua comparsa fiorita intorno al Primo Maggio e il nome volgare di Cantâela le è dato proprio per l'usanza, da parte dei Maggianti, di addobbarsi con le sue fronde e portarne un ramo fiorito, mentre di casa in casa passano a ripetere le strofe della Canzone di Maggio. A chi non ha vissuto l'emozione dell'antico Cantamaggio non può essere descritto, il mio è uno dei pochissimi paesi in Italia dove non si è mai fermato, nemmeno durante la guerra o nei periodi più bui, anche fossero solo in due o in tre giovanotti a portarlo. nella foto: Maggianti anni 40 a Comuneglia Negli ultimi anni vive una felice riscoperta anche in altre parti. L'usanza antichissima e precristiana consiste nel portare il messaggio ben augurante della buona stagione, quando con sollievo si usciva dal buio inverno, "passato ormai l'inverno e il freddo sì crudele", dove scarseggiavano alimenti e il freddo e il brutto tempo mietevano molte vittime. Un gruppo di giovani del paese, una volta solo uomini, armati di fisarmonica e chitarra, passano di casa in casa, ripetendo davanti ad ogni uscio, dove viene piantato simbolicamente un ramo di lillà, una serie di stornelli, sempre gli stessi, che narrano i passaggi dall'inverno alla primavera. I padroni di casa per ingraziarsi i Maggianti e la buona stagione porgono un'offerta in vino e cibo. Affacciarsi alla nuova stagione era di per sé una grande fortuna e assistere al ciclo della vita che si rimetteva in moto, le erbe fresche, le uova, le nuove nascite degli animali meritavano di essere festeggiati con canti e danze. E il Lillà, insieme ad altri fiori, questo rappresenta, al canto delle strofe che appunto rimandano al buon tempo a venire. E in tutto ciò potevo non avere un figlio che suona la fisarmonica? ... e ci sto pure io a saltellare ...: I gh’avena i fiuri de lillà in tu capellui zuveni che i anavena a cantà Maggiu...... ... E s’era contenta de strense, in ta me man picen’na in ramettu profumà de lillà, regalà da in cantamaggiu... Cantamaggio di Bardi Raduno Cantamaggio Varese Ligure Maggio 2015 La pianta antica di per sé, pare arrivata in Italia dall'Africa ai tempi di Cortuso, metà del '500, nell'Orto Botanico di Padova, diventando poi una specie spontanea. Il riconoscimento: basta l'odore, l'intenso profumo, l'infiorescenza a grappolo dal rosa al lilla, quando è spontaneo cambia sfumatura da pianta a pianta, coltivato c'è anche bianco. Spesso cambia anche l'intensità del profumo, così come succede per le rose, le varietà selezionate per il colore per adornare i giardini, profumano molto meno. Il portamento è ad arbusto ma può arrivare a sembrare un albero, è decorativo anche con le sue belle foglie verdi lucenti a cuore. Attira le farfalle ... e le fate ... leggenda dice che giravano piantandone uno in ogni giardino per allontanare le forze del male. Il suo nome botanico Syringa vulgaris, invece si riferisce alla ninfa Syringa trasformata dal padre in una pianta di lillà per sfuggire a Pan, sgraziato dio dalle sembianze caprine, il quale piangendo disperato per averla persa, sentendo il vento trasformato in musica attraverso i rami midollosi del lillà ne recise uno e lo trasformò in flauto. Siringa è anche il nome dei vecchi strumenti a fiato, tanto da essere usato anche per la zampogna. Nell’aiola davanti la porta d’antica fattoria, accanto allo steccato verniciato di bianco, s’aderge il fusto slanciato del lillà, con le sue foglie a forma di cuore, d’un verde intenso, con più di un aguzzo corimbo che delicato spunta, con il denso profumo che amo, ogni foglia un miracolo e da quel fusto presso la porta, con i suoi fiori d’un colore soave, e foglie a forma di cuore d’un verde intenso, un rametto con i suoi fiori spicco. (Walt Whitman) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- DELL'ERBA CAGLIO, I GALIUM
Galium aparine Nel vaso del mio Mirto Tarantino (qui>>>) a custodia dell'ingresso di casa, è nata una piantina di Galium aparine, così mi è venuto in mente che non ne ho ancora parlato, di questo e degli altri Galium. Pianta facilissima da trovare, infestante, conosciuta come attaccamani o attaccaveste, in grado di "arrampicarsi" sui vestiti grazie agli uncini piccolissimi, quasi invisibili, presenti su foglie e fusto. Impossibile non riconoscerla, un po' perché è ovunque, quando c'è è quasi sempre in quantità tappezzante. È una pianta commestibile, scarsamente usata in questa zona per cibarsene, e per le proprietà curative. Invece è proprio così, si mangia, ed è un'erba che non presenta problemi a riconoscerla o a usarla se per caso non si è realmente allergici ai suoi componenti. Di sapore particolare, piacevole, leggermente salato, può dare un minimo fastidio cruda perché "gratta", le cime vanno bene in frittate, minestre e zuppe senza problemi, da sola o in un misto. Della famiglia del caffè, i suoi semi erano tostati per ottenere una bevanda simile, senza caffeina, e pure in infusione danno un buon tonico. Ha fiori piccolissimi bianchi Galium aparine - foto di Actaplantarum I Galium sono parenti prossimi di piante come la Robbia, e hanno cugini lontani in arbusti come il caffè o alberi come la china. Si riconoscono per le foglie o simil foglie, in realtà botanicamente sarebbero stipole cresciute, disposte in cerchio intorno al gambo, sempre quadrangolare, che partono dallo stesso punto. I Galium devono il nome a gala, dal greco latte, alcune specie servono per cagliare il latte. Pare che anticamente costruendo contenitori intrecciando fusti di Galium si osservò come il latte contenuto cagliava velocemente. Più di altri si usava per questo scopo il Galium verum, dai piccolissimi fiori gialli. A differenza dell' aparine questo non attacca. Galium verum Galium mollugo - foto di Actaplantarum Con foglie più piccole e arrotondate, portamento più eretto, fiorellini impercettibili bianchi, nascosto in mezzo alle altre piante comuni si trova facilmente anche il Galium mollugo. Le proprietà terapeutiche sono simili in tutti i Galium e sono importanti anche se messe un po' da parte, non dalla medicina omeopatica e dalla farmacopea erboristica. In infuso e in tintura sono un ottimo tonico linfatico, aiutano a eliminare i liquidi, sgonfiano le gambe, collaborano a risolvere casi di cistiti da vescica irritabile. Esistono ottime preparazioni pronte da comperare in farmacia, sempre con il consiglio di un buon erborista. Per uso esterno si usano per cicatrizzare le ferite noiose e per tante affezioni della pelle. Galium odoratum - foto di Actaplantarum Lassù nelle faggete in alto c'è il Galium odoratum, con proprietà ancora più importanti. Ancora più ricco di cumarina, è rilassante e usato anche in caso di insonnia e mal di testa. Messo nelle macedonia di frutta, nel vino bianco e nella grappa, per ottenere un ottimo digestivo profumato dall'intenso colore verde. In Belgio si usa fare la "bevanda di maggio", il Maintrank o Maiwein. Verso fine aprile, prima che i fiori di Asperula odorata, nome popolare del Galium odoratum, si aprano completamente sono raccolti e mescolati a zucchero, spicchi di arancia, in vino Riesling o l’Elblinge o anche più secco Müller-Thurgau. Dopo 48 ore, per bloccare la fermentazione, viene aggiunto un alcolico che può essere cognac, porto, cointreau, o altro e viene servito fresco come aperitivo. La ricetta, diversa da zona in zona, ha più di 1000 anni e l'uso di servirlo si ritiene derivi dai monaci di Arlon, che conoscendo le proprietà del Galium cercavano di mantenerle nel vino, offrendolo poi ai viandanti di passaggio. Nel terzo fine settimana di maggio tutti gli anni a Arlon, si tiene la sagra del Maintrank dove è possibile assaggiarlo per tutte le vie del centro. Se riesco ad andare in faggeta e trovare l'Asperula voglio provare a fare qualcosa di simile. cliccando sulla foto si apre il link alla ricetta Una leggenda narra che la Madonna partorì su una mangiatoia di Galium, probabilmente per le conosciute proprietà rilassanti e antiparassitarie. Tutte le varietà erano usate per favorire il sonno e quindi si imbottivano materassi e cuscini, specialmente quelli delle puerpere e dei neonati, anche perché si pensa funzioni contro pulci, cimici e altri insetti, il che in altre epoche non era poco, specialmente riferito a dove si dormiva. Il profumo che acquista la pianta seccando viene usato anche dall'industria farmaceutica per migliorare il sapore di alcune medicine. Ho letto che le radici servono per tingere di rosso, come la cugina Robbia, non lo sapevo e non ho ancora provato. I fiori gialli del Galium verum tingono di giallo. Mi ha detto Schorlemmer che hai piantato nel tuo giardino dell' asperula, e siccome non ci sarà assolutamente possibile venire a servircene laggiù, non ti resta che portarlo qui, dove noi faremo trovare puntualmente gli altri ingredienti... Scrivo con tutte e due le finestre aperte, e quando verrai la settimana prossima, come spero, avremo lillà e citiso pronti ad accoglierti... Engels, Lettera a Laura Lafargue, 23 luglio 1888, Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- LA VITALBA
Chi agisce male, come un albero soffocato da rampicanti, rende se stesso come desidera il suo nemico Amo la natura tutta e quindi mi riesce difficile parlare male di una pianta, ma davvero nel caso della Clematis vitalba, ghisserna, guzzerna o liàssa, in Liguria, e altre dello stesso genere non trovo parole benevole. Vedo i boschi intorno a me soffocare nel suo abbraccio mortale, creare impenetrabili barriere che non fanno nascere altro e non sono molti anni che è così perché fino a che i contadini si sono occupati della terra se ne guardavano bene dal lasciarla crescere indisturbata. Pur non essendo un parassita finisce per togliere luce e nutrimento alle piante stringendole e asfissiandole. Riconosciuta botanicamente come l'unica liana presente in Europa, nonostante il fusto legnoso è incapace di reggersi da sola e per questo si appoggia a tutto, recinzioni, muri, alberi ecc. trascinandoli poi a terra sotto il proprio peso. Basta pensare che in Piemonte è chiamata visrabbia per il suo comportamento aggressivo. Difficilissima da estirpare, la radice si comporta come quella della vite tanto cammina in superficie quanto sottoterra, e vit-alba avrebbe origine appunto da "vite con i fiori bianchi". Ma ahimè al contrario della buona vite, proprio osservando il fiore bianco, si capisce come questa appartenga alla famiglia delle Ranuncolacee, per quanto ne so io quasi tutte tossiche, ed è anche delle Clematis, tossiche anche per contatto prolungato, chiamata erba dei mendicanti proprio perché usata un tempo per procurare piaghe e ferite sulla pelle allo scopo di impietosire i passanti. E così quando sento raccontare di persone che si ostinano a raccogliere i giovani getti per mangiarla in frittata non capisco. E ancora di più quando sento: - mia nonna sempre mangiata mai morta - ho già descritto in altri post il perché e il come sia sconsigliato davvero al giorno d'oggi con ben altre buone erbe a disposizione accanirsi a mangiare ancora piante che contengono sostanze che si accumulano intossicando. Tenendo presente poi che i contenuti tossici variano da specie a specie, nel caso della Clematis flammula, difficile da riconoscere per un profano, aumentano. foto dal web - NON RACCOGLIETE LA VITALBA SOPRATTUTTO NON COSÌ Si dimentica che quando qualcuno la mangiava (perché non aveva altro) raccoglieva solo il primo centimetro, massimo due, che contengono meno tossicità, venivano bolliti e spremuti con cura, mentre ora vedo mazzi di germogli lunghi anche 20 cm e (orrore) vengono serviti anche come zuppa. Inoltre ci sono persone che in questo periodo confondono germogli di Clematis con germogli di Luppolo, di Rovo e chi addirittura chiama tutto "asparagi selvatici" che son ben altra cosa. A questo link le differenze ASPARAGI E NON ASPARAGI qui>>> Noi in casa mai mangiata Diversi anni fa a una cena locale insieme a vecchi contadini, parlando dei giovani e del loro uso indiscriminato di certe sostanze, uno se ne uscì dicendo - Beati noi, che ci fumavamo le sigarette di ghisserna, ci girava un po' la testa, ci veniva nausea e ci credevamo furbi!- Ho scoperto quella sera come sigarette fatte con questa pianta fossero in uso fra chi non aveva soldi per fumare altro! Con grande rischio, ma altri tempi e altri fisici, e forse se si moriva più giovani non era tutta colpa della fatica. Per conoscenza il Ministero della Salute ne ha proibito l'uso negli integratori alimentari Fra i pochi impieghi possibili c'è quello di intrecciarla, ma anche qui bisogna trovare il ramo giusto, la vite per esempio è più flessibile. L'unico uso che mi ha soddisfatto appena un po' è stato in una decorazione natalizia per una vetrina. Quando i fiori si trasformano in acheni piumosi, un tralcio con un filo di lucine può essere particolare visto che i piumini sono duraturi. Anche i fiori bianchi possono essere una decorazione visto la loro resistenza anche senza acqua. I semi piumati un tempo erano usati per riempire dei piumini leggerissimi per scaldare Questa avversione non è solo mia personale, in alcuni paesi al mondo, vedi la Nuova Zelanda, è stata dichiarata "organismo non desiderato" ed è proibito coltivarla, distribuirla, possederla. Esistono diverse varietà di Clematis tutte molto simili. Di recente ho scoperto l'uso nei Fiori di Bach per coloro che vivono nel mondo dei sogni, per chi vive a un metro da terra, con la testa fra le nuvole, niente ... pare che io non riesca ad usarla neanche così perché per me... Forse il segreto è non tenere i sogni nel cassetto. Bisogna usarli. Bisogna osarli. Renzo Piano
- TÓCCO DE CÀRNE E FÓNZI NÉIGRI sugo di carne e porcini
Argomento scabroso e delicato. Carne, pomodoro, battuto di verdure e aromi danno luogo in tutta Italia a una ricetta dal medesimo uso e cioè condire un buon piatto di pasta, ma dal gusto diverso. Ragù alla bolognese, la cui ricetta è depositata ufficialmente alla Camera di Commercio, ragù alla napoletana, ragù barese, braciole e polpettine con il sugo, e poi... il Tócco o tuccu genovese. Tócco perchè mentre nel ragù bolognese la carne è tritata, in quello napoletano è a pezzi grossi, nel barese cambiano i tipi di carne noi, genovesi che siamo, lasciamo la carne intera, in un solo pezzo: il Tócco di carne, così che alla fine l'intingolo serva per il condimento della pasta e il pezzo, come secondo. Quando lo faccio, preferisco sempre quello con l'aggiunta di funghi porcini secchi. - Il sugo non è santo, ma dove casca fa miracoli - Quindi serve un pezzo di carne per il sugo, a Genova si usa il matamà o perfi, un pezzo che è nella zona del sottocollo. Per prima cosa ho messo a bagno in acqua tiepida, una bella manciata di funghi porcini di qua, alta Val di Vara, quelli che voleva Gioacchino Rossini, gourmet eccellente, mangiava solo questi e se li faceva mandare dalle Suore Agostiniane di Varese Ligure... per fortuna io riesco ancora a trovarne qualcuno e a farlo seccare. Nella solita pentola di terra faccio appassire un trito di carota cipolla sedano, un spicchio di aglio, una foglia di alloro Faccio rosolare anche la carne, per bene a lungo girandola spesso aggiungo una manciata di pinoli e i funghi lasciati a pezzi abbastanza grandi, sfumo con vino caldo, dove, mentre si scaldava, ho messo dentro un rametto di rosmarino a profumarlo. Andrebbe vino bianco, ma l'avevo rosso aperto... evaporato il vino aggiungo la salsa, la mia, non troppa, nel caso anche un poco di concentrato. Aggiungo l'acqua dei funghi, filtrata, e lascio andare da parte sulla stufa, dove il calore è meno intenso, sorvegliando attentamente perché i funghi tendono ad attaccare. Controllo il sale. Lascio a "croccu-à", parola onomatopeica che descrive il rumore che deve fare di croc-croc, sobbollendo lentamente per qualche ora, e questo vale anche per il ragù con la carne tritata. Sembra strano ma non ho capito il significato di sugo di carne e non ne ho fatto uno ben cotto finché una delle mie donne anziane, alle quali chiedevo di descrivermi esattamente le loro ricette, tanti anni fa mi ha detto questa frase: - Ú sûgo u deve croccu-à - Ora sto sempre attenta che il sugo mi parli mentre è sul fuoco, e dato che l'anziana adesso sono io, passo volentieri. Questo il risultato La carne si sfalda solo alla pressione della forchetta, si possono condire ravioli, pasta e anche polenta, servendo anche un pezzo della gustosissima carne. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- QUANDE FEUGGISCE I FÒ... QUANDO FIORISCONO I FAGGI
-Gulli, quande semenemmu?- e lui, girando lo sguardo verso il monte: - Quande feuggisce i fò - Negli anni quante volte gli ho sentito ripetere questa frase... Il fatto è che qui, terra di frontiera, si parla un dialetto che ha un po' di tutto quello che c'è in confine, e soprattutto in persone anziane sopravvivevano parole antiche che nessuno ormai usa più e io dove "fuggissero" i faggi per tanti anni non l'avevo mai capito. In realtà "feuggisce" non significa propriamente fiorire, ma quando "fogliano" cioè mettono le foglie. Fino che a forza di vederlo guardare là verso il monte, ogni volta che lo diceva, ho finalmente capito che se per i faggi era l'ora di germogliare e coprirsi di quella peluria che rende di un verde tenero la cima, era pure tempo di mettere le sementi nell'orto, di quelle a foglia, tipo insalate e soprattutto il basilico che teme il freddo e appena nato, non avrebbe sopportato una gelata tardiva e i faggi sanno quando è il momento giusto e lo dicevano a Gulli. Il mio albero è il castagno, per me vivere circondata da castagni è il massimo, ma al fascino della faggeta lassù in alto non si resiste. Più alto e austero il faggio, con un sottobosco più spoglio, ha contribuito, prima che i castagni venissero impiantati in gran numero in queste zone dell'Appennino, a sfamare le genti di montagna. Come il tiglio si mangiavano le foglie, e le faggiole, i semi. Le faggiole contengono però sostanze tossiche e devono essere arrostite prima di essere consumate. Questi semi danno un olio secondo solo a quello di oliva. Preziosissimo, chiamato l'oro del bosco, si trova a prezzi proibitivi per le problematiche legate alla raccolta, al trasporto, tenendo conto anche che il faggio fruttifica dopo 40 anni e abbondantemente solo ogni cinque-sette anni. Le faggiole restano uno dei più importanti alimenti per la fauna selvatica, scoiattoli e uccelli e altri, ed erano importanti per l'allevamento dei maiali. faggiola -dal web- È albero comune in tutta Europa, antropizzato proprio per tutto quello che offriva all'uomo. Cresce meglio fra i 700 e i 1600 mt. dove si incontrano più spesso le faggete, ma si trova anche in pianura se c'è ombra e vento e terreno umido. Sono tredici le faggete primordiali d'Europa in Italia riconosciute patrimonio dell'Unesco, sparse per tutto il territorio dall'Aspromonte al Pollino, dall'Abruzzo, al Lazio, Il fogliame fitto crea un'ombra rinfrescante che fa della faggeta il posto migliore per ripararsi dal caldo torrido. La scarsa luminosità al suolo crea un sottobosco pulito, che alle prime piogge autunnali è l'habitat giusto per i funghi . Le radici spesso formano intricati disegni affascinanti. Qui sul Monte Zatta c'è un faggio monumentale, non tanto per le misure quanto proprio per le radici che mi riprometto di fotografare meglio se riuscirò a tornare lassù. Il legno leggero, resistente, adatto ad essere curvato e lavorato al tornio, è usato per arredamenti, e spesso per oggetti di uso alimentare. Le sedie di Michael Thonet devono il loro successo alla possibilità che offriva il legno di faggio. Oggi per le famose sedie di Chiavari, inizialmente costruite in ciliegio o acero, viene usato anche il faggio F.lli Levaggi - Chiavari Più prosaicamente nessuno qui in campagna, tornava a casa senza fascine di faggio per accendere il fuoco, e una provvista della sua legna è necessaria quando l'inverno si fa duro. Qui la faggeta fa parte dell'antica Communalia, i "terreni sui quali ogni componente di una determinata comunità, secondo regole tramandate da secoli, aveva il diritto di esercitare un godimento, come quello del pascolo, della coltivazione o dell'uso civico di legnatico"(cit.). e il nonno di mio marito tutte le mattine possibili, all'alba, si recava sul monte con l'asino e lo riportava carico di fascine e legname raccolto, e dopo colazione lo aspettava una giornata di lavoro. Morto all'inizio degli anni '60, quando mi sposai nel '75, continuammo a bruciare per qualche anno la legna raccolta da lui e pazientemente accatastata. Persino la cenere di faggio è fra quelle usate per avere una lisciva (qui>>>) migliore. Non fosse abbastanza il legno, oltre le foglie, ha anche proprietà curative. Le foglie schiacciate curano le ulcere, la corteccia chiara e liscia, era usata per le febbri e dalla distillazione del legno si ottiene un componente altamente disinfettante, repellente per gli insetti e una volta purificato espettorante e balsamico. Una storia tristissima è legata al nome. In tedesco faggio si dice Buche e Wald foresta. Là in quel luogo terribile, nella Germania orientale, a Buchenwald, i faggi ci sono ancora e hanno assistito impotenti alla tragedia delle circa 50.000 persone seviziate, usate come cavie e sterminate. *Quasi tutte le foto, si riconoscono, le più belle, sono sempre di Antonio Andreatta al quale rubo costantemente certa che mi perdoni ogni volta. È che succede che io penso e lui ha già scattato la foto a km di distanza. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- BIANCOSPINO
-1970- mia mamma raccoglie il biancospino dalle stesse piante dove lo raccolgo io ora - Si porta il nostro amore alla maniera in cui si porta il fior di biancospino, che avvinto all’albero tutta la notte tremando resta nella pioggia e al gelo fino al domani, quando il sol s’effonde sul ramoscello tra il verde fogliame. - Guglielmo IX d’Aquitania, Con la dolce stagione rinnovata, vv. 13-8 È maggio, è il tempo dei Biancospini. Come sia possibile tanta bellezza in così poco fiore, la forma delle foglie, i mazzolini, le brocche, di piccoli fiori a cinque petali, come merletti, trine dalla corolla bianchissima, a volte rosata, e poi ... ... nascoste lunghe spine acuminate. Ogni anno aspetto che rifiorisca, sul monte dove l'ho raccolto 43 anni fa per adornare il mio altare di sposa, senza nessun altro fiore che ne turbasse la delicatezza. Non sapevo allora che anche gli antichi greci lo usassero per lo stesso scopo come simbolo di buon auspicio, come non sapevo, che è proprio vicino alle piante di biancospino, con un po' di pazienza, si possono vedere le fate che lì vi abitano. Il suo nome scientifico Crataegus deriva dal greco e significa "forza", forse quella che si credeva avesse nello scacciare gli spiriti maligni e chissà che non servano a quello le spine aguzze, e a questo proposito andrebbe sempre regalato come protezione per la casa, per metterlo intorno alle culle e per augurare buona fortuna. Se le leggende su questa pianta sono molte e son leggende, è invece stato appurato che ha scientificamente proprietà legate al buon funzionamento del cuore, sulla pressione sanguigna, e sul colesterolo, per sedare gli stati d’ansia, l’agitazione, l’angoscia e in caso di insonnia. Di corsa quindi, in questi giorni a farne scorta, per farne infuso. Per il riconoscimento non credo ci siano problemi, pur esistendo varietà diverse, hanno tutte in comune la forma delle foglie, più o meno dentate e le brocche di fiori. Si trova spesso ai bordi delle strade di campagna e basta inoltrarsi ai margini dei boschi per trovarlo pulito, non inquinato dagli scarichi delle automobili. Si deve cercare quello non ancora completamente dischiuso, altrimenti perde le sue proprietà, quello in boccio con pochi fiori aperti, io uso raccoglierne rami e poi a casa tagliare da dietro, con la punta delle forbici le brocche. e metto a seccare, sempre all'ombra, coperto. Una piccola mia trasgressione personale quando raccolgo le erbe per farne infusi e tisane. Pare non si dovrebbe ma io lavo tutto, cioè immergo per un attimo, ma veramente un attimo, in questo caso, tutto il ramo in acqua, per togliere quel minimo di polvere, qualche animaletto ecc. ecc. Uso questo sistema solo con quello che poi mi serve in tisana, perché mi sento meglio. Certo devo scegliere la giornata giusta, magari ventosa, per poi farlo velocemente asciugare, poi taglio e faccio seccare. Normalmente secco tutto in panieri di vimini, coperti con un telo leggero, messi in alto sopra la stufa accesa, se non è possibile all'aperto all'ombra. Raramente uso l'essiccatore, non so, mi sembra inutile sprecare energie per qualcosa che posso fare naturalmente, e poi mi sembra che scaldi troppo, almeno quello che ho io. Secco, non avrà un buon profumo, o almeno così è per me, il Biancospino, anche da fresco, ha un olezzo particolare per attirare alcuni insetti che prediligono quel tipo di odore. Altra nota negativa di questa pianta è che essendo portatore del "colpo di fuoco batterico", malattia degli alberi da frutto, potrebbe favorirne la diffusione e per questo motivo in tante località italiane (vedi Emilia Romagna) ne è proibita la coltivazione, anche delle specie ornamentali. Due parole sulle bacche, che colorano di rosso l'arbusto in inverno. Anche esse ricche delle stesse proprietà e usate fin dall'uomo preistorico, addirittura ridotte in farina. Si può farne una marmellata, con lo stesso procedimento delle bacche di Rosa Canina (qui>>>) o se ne può fare una tintura alcolica, casalinga, da assumere a gocce prima di andare a letto. In mezzo litro di alcol buon gusto, 20 gr. di bacche fresche per 15 giorni, agitando spesso, poi filtrare. Difficile per me consigliare dosi, preferisco le chiediate a persona più esperta, io mi regolo con dosi personali che ho imparato su di me. Il Biancospino ha anche proprietà astringenti, utili in caso di diarrea, e qualcuno mi ha insegnato a non abusarne per non avere effetti troppo stringenti. Per la tisana un cucchiaio da minestra di fiore secco, nella tazza tisaniera, lasciato in infusione in acqua vicina alla bollitura, coperto, per dieci minuti. Ma anche qualche brocca di fiore fresco, già adesso alla sera, insieme a qualche petalo di papavero, per dare forza al cuore e sedare gli affanni di questo difficile maggio del 2018. - Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini...- (G.Pascoli) Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze interessanti. Se vuoi, puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un Manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>> Tutti gli usi alimurgici o farmaceutici indicati sono a mero scopo informativo, frutto di esperienza personale, declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
- CARDO DEI LANAIOLI
Quando il cardo fiorisce e da un albero la cicala canora diffonde l'armonioso frinire battendo le ali, è giunto il tempo dell'estate ... Esiodo - Le opere e i giorni - VII sec. A.C Da tempo volevo parlare dei cardi selvatici spontanei nei nostri prati, e il momento giusto mi sembra questo, per scrivere almeno di uno fra i più appariscenti, il Cardo dei Lanaioli. Adesso, che le sue infiorescenze svettano fino a due metri di altezza e si incontrano ai bordi delle strade, negli incolti, sui ruderi, e con l'Associazione sto portando avanti il progetto della lana con Federica (qui>>>Federicadellalana). Se si chiama Cardo dei Lanaioli un motivo c'è. Appunto i suoi capolini secchi sono da tempi antichi usati per cardare la lana e "pettinare" i tessuti, ma non strettamente per un uso casalingo come si potrebbe pensare, bensì anche industriale fino ad arrivare a coltivazioni di specie che fornissero fiori sempre più grandi. Se inizialmente questi erano usati manualmente si arrivò poi al montaggio su nastri e su macchinari enormi. Ancora oggi aziende del settore (qui>>>FratelliPiacenza) usano il fiore di cardo per la garzatura dei loro tessuti pregiati foto del Lanificio F.lli Piacenza - Biella Il riconoscimento è facile in questo periodo, appunto per l'imponenza che la pianta ha, alta, spinosissima, grandi foglie strette e lunghe, con la nervatura centrale sul retro grossa e con grosse spine. Foglie che avvolgono il fusto come a formare una coppa, adatta a trattenere l'acqua piovana e recenti studi hanno dimostrato che se in questa raccolta rimangono insetti, la pianta se ne nutrirebbe come ad essere quasi carnivora, infatti un tempo quest'acqua veniva considerata magica per la sua capacità di sciogliere gli insetti e si credeva fosse bevuta da elfi e fate e che Venere si lavasse con questa acqua tanto che il nome antico della pianta era Lavacrum veneris. Questa caratteristica dà il nome al genere Dipsacus, da "sete", mentre fullonum, nel caso di questo selvatico, deriva dai fullones, etimo di origine etrusca che indicava coloro che si occupavano della lavorazione della lana. È una delle possibili spiegazioni del toponimo Follonica, in provincia di Grosseto. In realtà botanicamente non è nemmeno un cardo come gli altri, appartenendo ad una altra famiglia. Come altri cardi è mangereccio, quando la rosetta basale spunta in primavera, le spine più tenere, e successivamente le coste private delle spine. Bollito, condito semplicemente con olio e limone, deve piacere il gusto amaro. Mescolato con altre erbe commestibili, nei vari misti primaverili. Ha anche proprietà diuretiche, in fitoterapia si usa la radice, ma anche le foglie in tisana possono favorire la disintossicazione dell'organismo in caso di gotta, artrite, reumatismi, così come il decotto era usato per lavaggi per problemi alla pelle come psoriasi, foruncoli, ecc. Un uso meramente decorativo con i capolini secchi, spesso spruzzati di vernice dorata o colorati nelle composizioni di fiori secchi, insieme a lunaria, grano, semprevivi, ecc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- BUNOMMO ... O BELL'OMMO?
Liguria in questo periodo martoriata da piogge intense ... certo la terra aveva bisogno di acqua, ma forse non così tutta in una volta e con questa veemenza... Per pensare positivo, guardo l'erba che assetata dal caldo estivo, beneficando dell'acqua, pare rinascere, e prima dei geli invernali ci regala ancora qualche giro fra i campi a raccogliere la seconda ondata di erbe per il Prebuggiun (qui>>>) Fra queste non ho ancora parlato del Bunommo, o come lo chiamano in altre parti Boccione Maggiore, nome scientifico Urospermum dalechampii. Nel titolo accenno anche l'uso in Liguria, di chiamarlo Bellommo... chissà se sarà stato Buono o Bello quell'uomo che ha dato il nome a quest'erba? Di fatto è questa un'erba carnosa, di un verde splendente sull'olivastro, di grande soddisfazione quando si trova. Rappresenta certamente la parte amara messa nel misto ligure, non ho mai provato a cuocerlo da solo appunto per il suo gusto particolare che a chi piace a chi no, ma non manco di metterne una buona dose nel Prebuggiun, anche per la sua resa dopo la cottura. C'è invece chi lo mangia, pianta giovane in primavera, anche crudo nelle insalate. È una delle piante che ho imparato facilmente dal fiore e solo così sono riuscita a ritrovarla per raccoglierla. Nel dubbio, togliendo una foglia, dalla parte dove si è tagliata, accostandola al naso si sente un forte odore dell'amaro simile al carciofo. Appunto il suo fiore, una bellissima simil-margherita, ma con tanti capolini di un giallo più delicato delle comuni tarassaco e simili, tanto da farlo sembrare quasi un fiore da giardino e con il cuore scuro che lo contraddistingue. Bellissimo anche il bocciolo chiuso, che alcuni mettono sotto sale come i capperi. Può, come sempre, sembrare simile alle alle altre quando non è fiorito, ma lo distingue l'aspetto appunto delle foglie carnose e di colore verde intenso, se non pelose ispide. Come le altre va raccolta affondando il coltello seghettato alla base delle foglie, così da danneggiare il meno possibile la radice ma da non disfare la rosetta. Le foto sotto spero possano essere di aiuto per il riconoscimento, evidenziano le differenze tra varie specie selvatiche commestibili che fanno sempre parte del Prebuggiun. Non vanno tenute conto le differenze fra le lunghezze, essendo piante di età diverse, ma servono solo per l'aspetto, insomma ho fotografato quello che ho trovato: al link troverete il post dedicato ad ogni pianta 1 - CICORIA - (Cichorium intybus ) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2017/11/27/CICORIE-il-mio-caff%C3%A 2 - TARASSACO - (Taraxacum officinale) qui >>> https://www.lellacanepa.com/singlepost/2018/04/12/%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1-TARASSACO-%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1 3 - GRUGNIN - (Hypochaeris radicata) qui >>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/03/20/IL-GRUGNIN 4 - SCISCERBOA - (Sonchus oleraceus e asper) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/04/10/A-L%C3%8AA-%E2%80%99NA-SCIX%C3%88RBOA- 5 - BUNOMMO - (Urospermum dalechampii) 6 - TALEGUA - ( Reichardia picroides ) qui>>> https://www.lellacanepa.com/single-post/2018/10/10/LA-TALEGUA-Reichardia-picroides-%F0%9F%8C%B1%F0%9F%8C%B1 Come ho già scritto sopra il Bunommo è erba selvatica commestibile utile bollita nei misti per tutti gli usi di una comune verdura cotta, ripieni, minestre ecc. ecc. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>
- QUANDO MIA NONNA FACEVA IL GHEE SENZA SAPERLO...
Yavajjivet sukham jivet Rinam kritvaa ghritam pibet... Brihaspati Finché la tua vita è felice chiedi credito e bevi del ghee... Da tempo avevo in mente di scrivere questo articolo, se ho tergiversato è perché cercavo di ricordare la parola dialettale con la quale era conosciuto qui. Niente, non mi viene più e in paese non c'è più nessuno che lo sa. In realtà non era mia nonna ma mia suocera, classe 1903, che mi aveva insegnato a farlo, quando non avevamo il congelatore e c'erano periodi che si riusciva ad avere più latte e quindi formaggio e burro più di quello che si consumava. Se per il formaggio non c'erano problemi di conservazione, per il burro diventava più difficile e molto semplicemente un giorno mi disse facciamo il... niente, non so più quella parola, e l'ho cercata tanto fra le conoscenze, ma, ahimè, sono anni che nessuno lo fa più, e se qualcuno lo ricorda, ancora meno viene ricordato come veniva chiamato. Anni e anni dopo, quando improvvisamente il mondo divenne tutto Kombucha e Kefir seppi anche del Ghi o Ghee e poffarbacco! era quello di mia suocera. Ignara delle proprietà, lo faceva solo per un problema di conservazione e in italiano ho scoperto poi che si chiama burro chiarificato. Stasera l'ho rifatto, così per vedere se ero ancora capace, visto che fa così bene e perché l'ho visto in vendita a prezzi folli, ci sarà un perché. Dunque quali sono queste proprietà? Leggendo qui e là favorisce la digestione, rafforza il sistema nervoso e il cervello, migliorando la concentrazione, la memoria, la vista, lubrifica le articolazioni. È il grasso meglio accettato dal fegato e quindi il più digeribile, aiuta nelle ulcere gastrointestinali e le coliti. Pulisce il sangue. Così dicono, ma forse la verità è un'altra, e quella che ho imparato è in fondo all'articolo. Intanto per il momento procedo a fare questo burro chiarificato. Farlo non è così difficile, anche se ci ho perso un po' la mano, e in rete esistono decine e decine di video. L'importante è che si parta da un prodotto ottimo, se non si ha a disposizione burro certo di malga da affioramento della panna, conviene farselo in casa. Di come si faceva il burro ho già detto qui>>Burro, grazie me lo faccio Ho usato una confezione da 250gr. di panna liquida fresca, quella che è nello scaffale frigo del latte e ho usato il frullatore a immersione con la frusta, ma si può usare anche con il coltello, proprio per dimostrare che ci vogliono 5 minuti. Nelle foto i passaggi: da panna liquida passa velocemente a panna montata, continuando la massa grassa si unisce e si separa da quella liquida. Si cola e sotto l'acqua corrente fredda letteralmente si lava, con l'aiuto di una spatola. Una volta andavo alla fontana e lo lavavo bene premendo con le mani, poi si forma un panetto. Per chiarificarlo si taglia a pezzetti e si mette a fuoco bassissimo in una pentola a fondo spesso, senza mescolare mai Appena sciolto affiora una schiuma che si toglie piano piano. Si lascia sul fuoco minimo che più minimo non si può, (non deve assolutamente friggere) e dopo una ventina di minuti sul fondo si vedono altre particelle e il tutto avrà una colorazione più dorata. Occorre togliere tutte le parti bianche per bene, se ne rimangono. Si filtra con un telo pulito e si lascia raffreddare, diventerà solido, pur rimanendo morbido, di un giallo quasi trasparente. Questo non sarà un metodo perfetto, ma è quello che ricordo. Si conserva per mesi, semplicemente così nel vasetto chiuso, meglio al buio, senza essere in frigo, come una qualunque conserva. A questo punto per l'utilizzo in cucina si deve ricordare di usarne il 20% in meno di quello che adopereremmo. Con questo procedimento rimangono i soli grassi saturi, si eliminano le caseine, le proteine del latte, l'acqua e non rimangono proteine e carboidrati. In questo modo si alza il punto di fumo a 250°, facendo del burro chiarificato il grasso migliore per le dorature e le fritture. Quello che ho fatto è quindi burro chiarificato, sicuramente più digeribile e con un punto fumo più alto e quindi più sano, ma senza valenze curative specifiche, e non è il vero Ghee. Quello vero, usato nella medicina ayurvedica, è sì burro chiarificato, ma che viene sottoposto a ulteriori processi di cottura con l'aggiunta di erbe e spezie a secondo dell'uso curativo che se ne vuol fare ed è reperibile solo nei centri specializzati con il nome vero di Gruta, in sanscrito ghrita, घृतम् . Ghee o ghī è solo la parola storpiata usata dagli inglesi durante la colonizzazione dell'India. Questo sì che ha importanti proprietà terapeutiche, privo completamente di colesterolo, cura gastriti e ulcere, è utile per l'intestino, per arrossamenti della pelle e tensioni muscolari, contratture ecc. La storia del Ghee o meglio Ghrita è antica come l'uomo, appare in scritti orientali già dal 3000 a.c., e si ha conoscenza della sua preparazione da almeno 6000 anni. Gli induisti credono che il dio supremo Prajapati, lo ottenne strofinando le mani e gettandolo nel fuoco creò la vita. È adoperato nei rituali di tutte le religioni indiane. È usato anche per la cura della pelle, dei capelli, come balsamo delle labbra, ecc. È usato per le lampade votive. In senso pratico la scelta di chiarificare il burro è data per le alte temperature del sud dell'India così da favorire la conservazione, esattamente come mia suocera. Attenzione negli acquisti a pagare una cosa per quello che non è. Condividi il post! e poi torna, troverai esperienze affascinanti. Se vuoi puoi iscriverti alla news letter cliccando qui>> per non perderti nessun articolo. Lella Lella Canepa, creatrice di "Donne da Ieri a Oggi" una fantastica mostra poi tradotta in un libro e di "Erbando" un ricercato evento che produce sempre il "tutto esaurito" da subito, anch'esso tradotto in un manuale dove si impara a conoscere e raccogliere le erbe selvatiche commestibili come facevano i nostri avi. Lella Canepa ama da sempre tutto ciò che è spontaneo, semplice e naturale e coltiva da anni la passione per tutto quello che circonda il mondo manuale del femminile. tramandato per generazioni da sua mamma, sua nonna e la sua bisnonna. Se vuoi, puoi metterti in contatto con Lella qui>>











